“La grande abbuffata” di Marco Ferreri

(Francia/Italia, 1973)

Ci sono film che si guardano, e ci sono film che si subiscono. La grande abbuffata appartiene senza dubbio alla seconda categoria, ed è proprio in questa distinzione che risiede il suo genio disturbante. Marco Ferreri, nel 1973, firma un’opera che ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, continua a scandalizzare, disgustare e — cosa più importante — a far riflettere su cosa significhi davvero l’eccesso in una società che si nutre di se stessa fino all’autodistruzione.

La trama, se così si può chiamare, è tanto semplice quanto folle: quattro uomini di mezza età, un magistrato (Philippe Noiret), un pilota d’aereo (Marcello Mastroianni), un cuoco (Ugo Tognazzi) e un produttore televisivo (Michel Piccoli), si ritirano in una villa isolata alle porte di Parigi con un unico, dichiarato proposito: mangiare fino alla morte. Non c’è metafora nascosta da scovare, non c’è sottotesto da interpretare tra le righe. Il progetto suicida è esplicito fin dai primi minuti, e Ferreri non fa nulla per addolcirlo o renderlo più digeribile allo spettatore.

Quello che sorprende, guardando il film oggi, è la freddezza quasi clinica con cui viene messa in scena questa lenta agonia gastronomica. Ferreri filma le portate di cibo con la stessa attenzione compositiva che un pittore fiammingo dedicherebbe a una natura morta, ma è una natura morta che sa già di essere una lapide. Ogni piatto che arriva in tavola è un passo verso la fine, ogni boccone un piccolo atto di autoannientamento consapevole. E gli attori — tutti straordinari, va detto senza mezzi termini — si gettano in questa danza macabra con un coraggio interpretativo che pochi altri avrebbero avuto.

Tognazzi, in particolare, offre una delle prove più intense della sua carriera. Il suo cuoco, professionalmente ossessionato dalla perfezione culinaria fino all’ultimo respiro, diventa il simbolo perfetto di un’epoca — quella del boom economico ormai esaurito — che ha trasformato il piacere della tavola in un rito vuoto, ripetuto meccanicamente senza più alcuna gioia autentica. Mastroianni, dal suo canto, incarna la seduzione borghese che si consuma insieme al corpo, mentre Noiret regala al magistrato Philippe una dignità paradossale, quella di chi affronta la propria fine con un’eleganza quasi giudiziaria. Piccoli, infine, con il suo dirigente televisivo Michel, è forse il più inquietante dei quattro: un uomo abituato a mostrare tutto e a nascondere ancora di più, che qui si spoglia — letteralmente e metaforicamente — di ogni pudore residuo.

Ferreri inserisce nel quartetto anche alcune prostitute e, soprattutto, la maestra Andréa (una splendida Andréa Ferréol), figura che rappresenta forse l’unico elemento di autentica umanità in un film altrimenti popolato da corpi che si trasformano progressivamente in materia inerte. Andréa mangia con gli uomini, fa l’amore con loro, li accompagna fino alla fine, ma lo fa con una naturalezza che stride terribilmente con l’artificiosità mortifera del progetto maschile. È lei, alla fine, l’unica sopravvissuta, ed è difficile non leggere in questo una dichiarazione di intenti da parte del regista milanese.

Non si può parlare di questo film senza affrontare la questione dello scandalo che lo accompagnò alla sua uscita, quando fu presentato al Festival di Cannes tra fischi, insulti e — pare — persino qualche conato di vomito in sala. Reazioni che oggi possono far sorridere, ma che testimoniano quanto Ferreri avesse colpito un nervo scoperto della borghesia europea del dopoguerra: quella incapacità di riconoscere i propri eccessi se non quando vengono portati alle estreme, insopportabili conseguenze. La grande abbuffata è, in questo senso, una satira feroce del consumismo occidentale, ma è anche — e forse soprattutto — una meditazione sulla morte volontaria come ultima forma di libertà rimasta a uomini che hanno tutto tranne un senso.

La fotografia di Mario Vulpiani accompagna questa discesa con tonalità calde, quasi rassicuranti, che contrastano volutamente con l’orrore di ciò che viene mostrato. Non c’è mai un compiacimento splatter, non c’è mai la ricerca del disgusto per il disgusto: tutto è filmato con una compostezza formale che rende l’esperienza ancora più perturbante. È cinema che non urla, ma che scava, lentamente, fino a raggiungere quelle zone dell’animo che preferiremmo lasciare intatte.

Cinquant’anni dopo, La grande abbuffata – scritto dallo stesso Ferreri insieme a Rafael Azcona e Francis Blanche – resta un’opera capace di dividere, di respingere, di provocare reazioni viscerali. Ma è proprio in questa sua capacità di non lasciare indifferenti che risiede la sua grandezza. Ferreri non voleva fare un film piacevole, voleva fare un film necessario, e in questo è riuscito perfettamente.

Un’esperienza cinematografica che non si dimentica, anche quando si vorrebbe farlo. Da vedere, magari non subito dopo pranzo.

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“La mazzetta” di Sergio Corbucci

(Italia, 1978)

Una mazzetta non è una bustarella. È una filosofia di vita.

È la convinzione silenziosa e radicata che le regole siano scritte da qualcuno per qualcun altro, e che chi sta in mezzo — il piccolo ingranaggio, il funzionario, il vigile urbano con la divisa sudata e i conti da pagare — abbia tutto il diritto di trovare il suo equilibrio nel sistema storto che gli è stato consegnato senza che nessuno gli chiedesse il permesso.

Sergio Corbucci lo capisce benissimo. E nel 1978, mentre l’Italia brucia di piombo e di scandali, decide di raccontare questa filosofia senza condannarla. Anzi: quasi con affetto.

“La mazzetta” nasce dal romanzo di Attilio Veraldi, scrittore napoletano rimasto colpevolmente ai margini del canone letterario e invece capace di una prosa asciutta e velenosa come una puntura di vespa in piena estate. Corbucci — regista che aveva già dimostrato di saper fare western magnificamente sporchi come il memorabile “Django” o “Il grande silenzio” — lo adatta con la mano esperta di chi conosce a fondo il meccanismo della commedia all’italiana ma non ha nessuna intenzione di restare nei binari del genere. Il risultato è una pellicola che la critica dell’epoca ha liquidato con una scrollata di spalle e che il tempo, con la sua pazienza certosina, ha rivalutato senza fretta e senza clamore.

La storia è semplice nella struttura e complessa nell’anima: un tutto fare napoletano con pretese da avvocato, Sasà Jovine, con una serenità olimpica incassa mazzette – che lui ama chiamare onorari – da tutta la vita per risolvere piccoli problemi burocratici o legali ai suoi concittadini. Quando però si trova a fare da tramite fra il costruttore don Michele Miletti – un bravo e antipatico come sempre Paolo Stoppa – e sua figlia Giulia, fuggita con un giovane cacciatore di doti, Sasà scopre che tra i pesci piccoli e i pescecani grandi la distanza è misurata in morti. La macchina inesorabilmente ingrana la marcia, le complicazioni si moltiplicano, e il nostro tuttofare si ritrova a navigare tra palazzinari, spietati criminali e potentati vari con l’unica bussola che conosce: il buon senso travestito da furbizia.

Nino Manfredi è Jovine, e basterebbe dirlo così. Uno degli attori più sottovalutati del cinema italiano — sì, sottovalutato, perché essere amati dal pubblico non equivale sempre ad essere compresi dalla critica — costruisce un personaggio di rara densità. Il tuttofare Jovine di Manfredi non è il solito furbone della tradizione comica partenopea. È qualcosa di più preciso e malinconico: un uomo che ha imparato a piegare le regole non perché sia corrotto nell’animo, ma perché le regole stesse sono storte. È la corruzione come adattamento darwiniano, come risposta ragionevole a un sistema irragionevole. Manfredi la recita con quella leggerezza apparente che è la cosa più difficile da ottenere: la leggerezza di chi porta pesi enormi e ha imparato a non farlo vedere.

Di fronte a lui c’è Ugo Tognazzi nei panni del commissario Assenza, che cerca di comprendere le radici della vicenda. La coppia funziona con la precisione di un meccanismo svizzero anche se i due sembrano venire da galassie attoriali diverse, ma in realtà avevano già dimostrato, davanti alla macchina da presa, un’affinità artistica memorabile in pellicole come “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi e “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni. Il personaggio di Tognazzi è il contrappeso perfetto: dove Manfredi è movimento, sorriso, adattamento continuo, lui è statica imperturbabilità. Una serenità quasi cosmica da parte di chi sa come gira il mondo ma vorrebbe comunque fare giustizia: ma non è scandalizzato né entusiasta. Come se il suo personaggio avesse fatto pace con la propria coscienza molto tempo fa, in un pomeriggio lontano di cui non ricorda più neanche l’anno.

La regia di Sergio Corbucci non fa lo sforzo di essere invisibile. Si vede, si sente, ha un ritmo che a tratti è quasi musicale. Ed è qui che entra in gioco la carta più inattesa e più bella dell’intero film: le musiche di Pino Daniele.

L’anno precedente era uscito “Terra mia”, il suo primo album in studio. Pino Daniele aveva ventitré anni e stava inventando una lingua nuova, quella contaminazione di blues e canzone napoletana che avrebbe cambiato per sempre la mappa della musica italiana e non solo. Portare quella chitarra e quella Napoli sonora dentro un film come “La mazzetta” è un colpo di genio che forse nessuno ha mai celebrato abbastanza. La colonna sonora non accompagna il film: lo attraversa. Lo impasta con la città, con le strade, con quell’umanità sanguigna e complicata che è il vero protagonista di tutto.

Perché alla fine è di questo che parla “La mazzetta”: di Napoli come stato dell’essere prima che come luogo geografico. Una città che la commedia all’italiana ha spesso usato come sfondo folkloristico e che qui invece viene restituita nella sua ambiguità reale: bella e marcescente, viva e corrotta, generosa e crudele nello stesso momento, nello stesso vicolo, con la stessa persona.

Corbucci non moralizza mai, e questa è la sua scelta più coraggiosa. Non c’è il dito puntato, non c’è la predica finale, non c’è il personaggio che si converte sulla via di Damasco e restituisce le mazzette alla collettività con uno strappo emotivo da lacrime facili. C’è invece la realtà, un po’ storta, un po’ ironica, un po’ crudele, che va avanti come è sempre andata, e probabilmente come andrà avanti ancora per un bel po’.

“La mazzetta” è uscito quasi quindici anni prima dell’esplosione di Tangentopoli, e anche solo per questo meritava più attenzione di quanta ne abbia ricevuta. Come spesso succede alle cose oneste.

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“Nell’anno del Signore” di Luigi Magni

(Italia, 1969)

Nel 1969, mentre il cinema italiano attraversava una delle sue stagioni più fertili e sperimentali, Luigi Magni firma quello che probabilmente rappresenta il suo capolavoro assoluto: “Nell’anno del Signore”. Un film che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva intatta la sua forza dirompente e la sua capacità di leggere il presente attraverso le lenti deformanti della Storia, confermando come la grande arte sappia sempre parlare al proprio tempo pur raccontando epoche remote.

Ambientato nella Roma papalina del 1825, durante i moti carbonari contro il potere temporale di Papa Leone XII, il film di Magni non è una semplice ricostruzione storica, ma un’opera di straordinaria attualità politica e sociale. Il regista romano costruisce un affresco che è insieme commedia amara e dramma civile, utilizzando il passato come specchio impietoso del presente.

L’aspetto più straordinario di “Nell’anno del Signore” risiede nella sua capacità di trasformare quello che poteva essere un film in costume di maniera in una riflessione profonda sui meccanismi del potere, sulla natura della giustizia e sui rapporti tra Stato e Chiesa. Magni, con una lucidità politica che ricorda il miglior Rossellini di “Roma città aperta”, sa che per raccontare l’Italia del miracolo economico e delle tensioni sociali degli anni Sessanta, a volte è necessario tornare indietro di un secolo e mezzo.

Il cast stellare orchestrato dal regista rappresenta uno dei vertici assoluti del cinema italiano. Nino Manfredi, nei panni dell’umile ciabattino Cornacchia – dietro il quale si nasconde il pungente Pasquino – offre una delle sue interpretazioni più complete e sfaccettate. Claudia Cardinale, unica presenza femminile di rilievo nel cast, interpreta Giuditta, amante di Cornacchia e simbolo di una femminilità da sempre schiacciata dal patriarcato cattolico ma non per questo doma. L’attrice, reduce dal successo internazionale de “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, qui si misura con un registro più popolare ma non meno impegnativo, costruendo un personaggio che incarna la saggezza istintiva del popolo romano.

Da ricordare anche la straordinaria interpretazione del grande Ugo Tognazzi, nei panni dell’implacabile cardinale Agostino Rivarola, vero braccio esecutivo e armato della Chiesa Cattolica Romana del tempo. Anche se le scene con il grande attore cremonese non sono molte, ancora oggi ci confermano la sua grande arte, soprattutto nei duetti “sul filo del rasoio” con lo stesso Cornacchia/Manfredi. L’unicità di Tognazzi ce la evidenzia – se davvero ce ne fosse ancora bisogno – anche la deliziosa commedia ironica “Straziami ma di baci saziami” diretta da Dino Risi solo l’anno prima, in cui lo stesso attore di Cremona recita accanto a Manfredi in un ruolo completamente diverso ma sempre efficace e irresistibile.

Nel cast devono essere ricordati anche Robert Hossein nel ruolo di Leonida Montanari, Enrico Maria Salerno in quello del capitano Nardoni e Britt Ekland in quello della principessa Spada. Nei panni del frate che vuole convertire Montanari e Targhini prima dell’esecuzione, c’è un bravissimo Alberto Sordi che, nonostante le scene limitate, lascia un segno indelebile nella pellicola rappresentando la parte sincera, e al tempo stesso ingenua, del clero romano dell’epoca. Questa è l’ultima pellicola in cui appaiono lui e Manfredi, anche se non recitano mai nella stessa scena. Il motivo è forse legato alle incolmabili divergenze personali che si crearono durante le riprese de “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” diretto da Ettore Scola l’anno precedente.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Magni, rappresenta un esempio di scrittura cinematografica di altissimo livello. I dialoghi, pur rimanendo fedeli al parlato romanesco dell’epoca, non scivolano mai nel pittoresco fine a se stesso, ma servono sempre la caratterizzazione dei personaggi e lo sviluppo dell’azione. Ogni battuta sembra spontanea eppure è perfettamente calibrata per servire il disegno narrativo complessivo. Memorabile è anche la colonna sonora firmata dal maestro Armando Trovajoli, che collaborerà ancora splendidamente con Magni ne “La Tosca” che il regista romano realizzerà nel 1973.

Ciò che rende “Nell’anno del Signore” un’opera ancora oggi rilevante è la sua spietata analisi della natura umana di fronte al potere. Magni non si limita a condannare il sistema repressivo dello Stato Pontificio, ma scava nelle motivazioni profonde che spingono donne e uomini a diventare complici o vittime del sistema. Il film diventa così una meditazione sulla responsabilità individuale e collettiva, sui compromessi morali che ogni società impone ai suoi membri.

La pellicola si inserisce perfettamente nel filone del cinema politico italiano degli anni Sessanta e Settanta, dialogando idealmente con opere come “Le mani sulla città” di Francesco Rosi o “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Come questi registi, Magni utilizza il cinema come strumento di denuncia e di riflessione civile, dimostrando come l’arte possa essere forma di resistenza intellettuale.

Luigi Magni ci ha regalato con questa pellicola non solo uno dei capolavori del cinema italiano, ma anche una lezione di civiltà che ogni generazione deve riscoprire e fare propria. “Nell’anno del Signore” è più di un film storico: è un manifesto di libertà che continua a interrogarci sulla nostra responsabilità di cittadine e cittadini e di esseri umani.

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“Una questione d’onore” di Luigi Zampa

(Italia, 1966)

“Una questione d’onore”, diretto da Luigi Zampa, è una brillante commedia all’italiana che, attraverso la satira, mette a nudo i meccanismi arcaici della società sarda – e non solo – degli anni ’60, con particolare attenzione ai codici d’onore e alle tradizioni che governavano i rapporti sociali sull’isola e di riflesso in tutta la nostra penisola.

Al centro della vicenda troviamo Efisio Mulas, interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi in una delle sue interpretazioni più memorabili. Tognazzi incarna perfettamente un anonimo e squattrinato tuttofare di un piccolo paese sardo che, per un equivoco, si ritrova coinvolto in una questione d’onore legata alla sua presunta seduzione di Domenicangela (Nicoletta Machiavelli) per la quale i suoi quattro fratelli lo costringono a non frequentare altre donne né a lasciare la sua casa.

Domenicangela è in prigione, visto che ha colpito con una roncolata Efisio che, visto il suo aspetto non vuole riparare al torto, torto che in realtà non ha nemmeno commesso. Ma un’amnistia libera la ragazza che torna in paese con un aspetto diverso, molto più attraente e carnale. Efisio, così, è disposto finalmente a sposarla ma…

Il film si distingue per la sua caustica e impietosa critica del perbenismo imperante nell’Italia – tutta! – degli anni Sessanta. Zampa punta il dito contro una società che si regge su apparenze e convenzioni, smascherando l’ipocrisia di chi pretende di difendere l’onore mentre persegue i propri interessi personali. La pellicola mette a nudo brutalmente anche il divario tra la moralità proclamata pubblicamente e comportamenti privati, mostrando come le stesse persone che impongono rigide norme morali siano spesso le prime a infrangerle quando conviene loro.

Particolarmente feroce è la rappresentazione delle autorità locali e dei notabili del paese – fra cui spicca don Leandro Sanna interpretato magistralmente da Bernard Blier – dipinti come guardiani di un ordine sociale ingiusto che preserva soprattutto i loro privilegi. La pellicola, scritta da Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Lorenzo Gicca Palli e lo stesso Zampa, mette in ridicolo la loro postura moralista che serve solo a mantenere lo status quo, mentre dietro le quinte prosperano favoritismi, corruzione e bassi compromessi morali.

“Una questione d’onore” costituisce anche una denuncia spietata del sistema patriarcale. Il film evidenzia come il concetto di “onore” sia in realtà uno strumento di controllo sociale, particolarmente oppressivo nei confronti delle donne. Domenicangela viene ridotta alla fine a mero oggetto la cui “purezza” determina il valore sociale dell’intera famiglia. Le donne nel film sono private di autonomia decisionale e sottoposte a un rigido controllo da parte degli uomini della famiglia, responsabili di “vendicare” qualsiasi presunta offesa alla loro “proprietà”, così com’era la nostra società del tempo.

Zampa riesce a farci ridere mentre ci mostra la tragedia di questa condizione femminile, sottolineando l’assurdità di un sistema che considera normale che gli uomini decidano del destino delle donne, arrivando fino a pianificare vendette sanguinose per “lavare l’onta” di comportamenti femminili giudicati inappropriati.

La genialità del film risiede nella sua capacità di usare la comicità come strumento di critica sociale devastante, tipica della grande commedia all’italiana. Mentre ridiamo delle disavventure di Efisio, costretto a seguire codici comportamentali che non comprende pienamente e che lo portano verso situazioni sempre più assurde, Zampa ci costringe a confrontarci con l’irrazionalità di queste tradizioni. La comicità diventa così un potente mezzo di denuncia che, attraverso il riso, permette allo spettatore di prendere le distanze critiche dalle tradizioni rappresentate.

Tognazzi, con la sua straordinaria interpretazione, riesce a incarnare perfettamente il conflitto di un uomo intrappolato tra il desiderio di conformarsi alle aspettative sociali e la crescente consapevolezza dell’assurdità di queste richieste, rendendo il suo personaggio tanto comico quanto profondamente umano nella sua contraddittorietà.

Non a caso “Una questione d’onore” affrontò significativi problemi legali alla sua uscita nelle sale. Il film venne infatti sequestrato in Sardegna poco dopo la sua distribuzione, in seguito alle proteste di numerosi cittadini sardi che lo considerarono offensivo nei confronti delle tradizioni e dei costumi dell’isola.

Le autorità locali accolsero queste lamentele e procedettero al sequestro della pellicola, accusando il film di diffamare il popolo sardo attraverso una rappresentazione caricaturale e denigratoria. In particolare, venne contestata la rappresentazione della vendetta barbaricina e del codice d’onore, temi centrali nella narrazione.

Il sequestro innescò un dibattito significativo sui limiti della libertà artistica e sul diritto di satira. Gli autori e i produttori del film si difesero sostenendo che la pellicola non intendeva offendere la Sardegna, ma piuttosto criticare, attraverso la commedia, tradizioni obsolete che limitavano la libertà individuale.

Il caso legale evidenziò la tensione esistente tra la modernità che avanzava nell’Italia del famigerato Boom economico e le tradizioni culturali ancora fortemente radicate in alcune regioni. Il film, proprio per questa sua capacità di toccare nervi scoperti della società italiana dell’epoca, rimane ancora oggi un documento significativo del cinema italiano degli anni Sessanta, capace di utilizzare la commedia come strumento di analisi sociale.

Con il passare degli anni, “Una questione d’onore” è stato rivalutato e oggi viene considerato giustamente un’opera importante sia per il valore artistico che per la sua rilevanza storica e sociale.

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“Fiore di cactus” di Gene Saks

(USA, 1969)

L’8 dicembre del 1965 debutta a Broadway la commedia “Fiore di cactus” interpretata da Lauren Bacall e Barry Nelson. Il successo è notevole e lo spettacolo va in scena per oltre 1200 repliche. L’autore Abe Burrows ha adattato “Fleur de cactus”, una commedia leggera scritta dai francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, e andata in scena per la prima volta a Parigi nel dicembre del 1964.

Nel cast originale di quella prima rappresentazione ad impersonare il protagonista maschile Julien è Jean Poiret, che qualche anno dopo firmerà ed interpreterà in teatro assieme a Michel Serrault una commedia/farsa che riscuoterà un successo planetario: “La cage aux folles”, che nel 1978 Eduard Molinaro porterà per la prima volta sul grande schermo nel film “Il vizietto“, con lo stesso Serrault ma con al posto di Poiret uno stratosferico Ugo Tognazzi.

Tornando alla commedia di Burrows, visto il successo in teatro, Hollywood decide di portarla sul grande schermo ed affida la regia a un grande esperto del genere: Gene Saks, prima attore e poi regista teatrale e cinematografico al quale, per esempio, si deve la regia di “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, o di “La strana coppia” con Jack Lemmon e Walter Matthau.

Il ruolo del dentista sornione e scapolo impenitente Julian Winston viene affidato al grande Matthau, mentre quello della sua efficientissima segretaria Stephanie Dickinson sancisce il ritorno a Hollywood di Ingrid Bergman, che dagli anni Quaranta si era trasferita in Europa. Ad interpretare Toni Simmons è Goldie Hawn che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Jack Weston, ottimo caratterista di Hollywood.

L’insolito triangolo amoroso fra Julian, Toni e Stephanie è uno dei più famosi e divertenti del cinema americano degli anni Sessanta e rappresenta, forse un pò ingenuamente, il conflitto generazionale che in quegli anni infiamma la società in tutto l’Occidente.

D’altronde l’intenzione di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy era solo quella di scrivere una pièce leggera senza affrontare nessun problema fondamentale nella vita di un essere umano, con il solo scopo di far divertire allegramente il pubblico. Ma a distanza di tanti anni “Fiore di cactus” è una pellicola ancora godibile fino all’ultima scena, grazie soprattutto alla bravura dei suoi due grandi protagonisti: Bergman e Matthau.

A doppiare Matthau nella nostra versione è un bravissimo Renzo Palmer, Gemma Griarotti doppia splendidamente la Bergman, mentre Mario Maranzana dona in maniera irresistibile la voce a Weston.

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“Splendori e miserie di Madame Royale” di Vittorio Caprioli

(Italia/Francia, 1970)

Scritto dallo stesso Caprioli assieme a Bernardino Zapponi ed Enrico Medioli (assiduo collaboratore di Luchino Visconti) questo film rappresenta una pietra miliare della cinematografia italiana, e non solo.

Alessio (uno stratosferico Ugo Tognazzi) è un ex ballerino che ha dedicato la sua vita a Mimmina (Jenny Tamburi), figlia del suo storico compagno di vita morto ormai da tempo. Proprio per Mimmina, che ormai è un’irrequieta adolescente alla soglia della maggiore età, ha abbandonato la sua carriera artistica per fare il corniciaio in un negozio del centro storico di Roma.

Le rughe e la pelle, ormai non più così tesa ed elastica, pesano sull’anima di Alessio che segretamente è ancora in cerca di un nuovo grande amore. Ma gli omosessuali in quegli anni potevano incontrarsi solo di nascosto, dentro a case private o fra i ruderi romani nelle ore notturne, lontano dall’occhio poco tollerante e ferocemente ipocrita, quanto perbenista, della nostra cattolicissima società.

Così, proprio fra i ruderi del Colosseo, un uomo avvenente e particolarmente elegante avvicina Alessio invitandolo a seguirlo. Ma i sogni amorosi di Alessio naufragano quando l’uomo (Maurice Ronet) si rivela essere un commissario di Pubblica Sicurezza che lo ha adescato per avere notizie sulla morte di un omosessuale, ucciso qualche giorno prima in un parco.

Alessio, ferito e deluso, si rifiuta di collaborare e così torna a casa. L’unico modo che ha per consolarsi è quello di organizzare una serata en travesti a casa sua, dove ha arredato apposta una stanza con tanto di drappi e trono sul quale, debitamente travestito, prende i panni della regale Madame Royale, alla quale le altre dame della “corte”, fra cui Bambola di Pechino (lo stesso Vittorio Caprioli), sono use introdurre nuovi adepti.

A rompere la nuova quotidianità di Alessio ci pensa Mimmina che gli piomba in casa con la richiesta di duecentomila lire per abortire. Siamo nel 1970 e nella cattolica e medievale Italia l’aborto è ancora illegale. Così chi non ha i soldi per andare all’estero, è costretta a finire nelle mani sanguinolente di persone senza scrupoli e fin troppo spesso incapaci. Ma Alessio è moralmente contrario all’aborto, visto che poi non vede l’ora di diventare nonno, e promette alla ragazza di prendersi cura lui stesso del nascituro.

Mimmina però non ha voglia assolutamente di portare avanti una gravidanza e così, in qualche modo, racimola i soldi e si affida a una mammana clandestina. Come fin troppo spesso accadeva in quei tempi – sotto questo punto di vista senza dubbio ancora assai barbari – Mimmina rischia di morire per un’emorragia, ma a salvarla ci pensa lo stesso Alessio che chiama un’ambulanza.

Passata l’emergenza Mimmina viene arrestata per aver abortito e il commissario di Pubblica Sicurezza torna a bussare alla porta di Alessio: se vuole che la sua figliastra esca dal riformatorio senza alcuno strascico legale deve collaborare. E così il corniciaio inizia a denunciare tutto quel sottobosco criminale romano con cui lui stesso a volte riesce ad arrotondare lo stipendio, sottobosco che ha appena iniziato ad occuparsi anche di stupefacenti.

Ma le notizie, prima o poi, si spargono…

Delizioso e sincero omaggio agli ultimi, come allora erano trattati e considerati gli omosessuali, che al tempo stesso venivano schifati e sfruttati dalla società che li tollerava a patto che si nascondessero. Ma nella Nazione confinate con lo Stato Città del Vaticano, simbolo terreno della Cristianità planetaria, ci si scordava – colpevolmente – che anche loro avevano bisogno soprattutto di amore, amore che è senza dubbio il tema centrale del film.

Memorabile è poi l’interpretazione di Tognazzi nel ruolo di un omosessuale indubbiamente marcato e a volte patetico, ma che non scade mai nella macchietta o nel volgare ridicolo. Senza dubbio da questa sua straordinaria interpretazione nasce quella che farà qualche anno dopo nel delizioso “Il vizietto”.

Le cronache dell’epoca riportano che l’idea originale del film venne a Caprioli parlando con un ex artista del “Madame Arthur”, notissimo e storico cabaret di Drag Queen di Parigi che sembra proprio il locale dove lavora Gabriel, lo zio della protagonista di “Zazie nel Metrò” di Raymond Queneau e nella cui omonima versione cinematografica diretta da Malle nel 1960 ha partecipato lo stesso Caprioli, e che poi ha inspirato senza dubbio il club “Le Cage aux Folles” dello stesso “Il vizietto”.  

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“I viaggiatori della sera” di Ugo Tognazzi

(Italia/Spagna, 1979)

Dell’originale e particolare “I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta, pubblicato nel 1976, ne ho già parlato, e proprio perché amo molto il romanzo ho voluto vedere questo film che spesso è ricordato più dell’opera originale. Nel 1979 Ugo Tognazzi decide di scrivere, interpretare e dirigere il suo adattamento cinematografico.

In un futuro prossimo distopico, a causa del grave sovraffollamento globale, una ferrea legge prevede che a 49 anni i cittadini abbandonino il loro lavoro e la loro casa per trasferirsi irrevocabilmente in uno dei numerosi villaggi per le “vacanze definitive” gestiti dallo Stato. L’ESP (Esercito della Salute Pubblica) che pattuglia il territorio, controlla che la legge venga rispettata.

Orso (Tognazzi) e sua moglie Nicky (Ornella Vanoni) compiendo i 49 anni lo stesso anno devono recarsi al villaggio balneare 27 assieme. I due sono arrabbiati e frustrati, mentre i figli Anna Maria e Francesco trovano le “vacanze definitive” giuste ed eque, nel rispetto soprattutto della legge e delle nuove generazioni. I due “anziani” vengono così accompagnati dai figli, insieme al nipotino Antonluca – figlio di Anna Maria – alla loro destinazione, alla quale alla fine si rassegnano.

Nel villaggio gli ospiti devono solo far passare il tempo, vitto e alloggio sono infatti a carico della comunità. Regolarmente, con la motivazione ufficiale di intrattenere gli ospiti, viene fatta una sorta di lotteria con dei particolari tarocchi. Coloro che alla fine dell’estrazione rimangono con una o più carte in mano “vincono” una lussuosa crociera. Crociera però dalla quale nessuno ha mai fatto ritorno.

La completa inattività e l’ombra incombente della morte portano gli ospiti a sfogare le proprie ansie e i propri timori nell’unica valvola di sfogo consentita: il sesso. Anche il giovane personale che si occupa della gestione del villaggio accetta rapporti sessuali in cambio di vestiti o gioielli. Mentre Nicky, per quietare l’angoscia che l’attanaglia si adegua, Orso sembra non riuscirci. E proprio in un suo girovagare notturno si accorge che il suo ex compagno di scuola Bertani (Manuel de Blas), anche lui ospite al villaggio 27, organizza una sorta di resistenza sovversiva…

Purtroppo Tognazzi non riesce a mantenere l’anima satirica e caustica del romanzo di Simonetta, ed il film si impantana nelle acque del genere che in quegli anni spopola al botteghino: il sexy/pecoreccio.

La sceneggiatura, che Tognazzi scrive insieme a Sandro Parenzo (autore degli script di film come “Malizia”, “Peccato veniale”, “Lezioni private” o “Sesso in confessionale”) basa i dialoghi su un inutile – e quasi continuo – turpiloquio. I nudi – a partire da quello integrale della Vanoni all’inizio del film e fino a quello alla fine di Corinne Clery, nei panni di un’inserviente sovversiva – e soprattutto le banali e perpetue allusioni sessuali poco c’entrano con lo spirito originale del romanzo.

Il dramma di una società che si ritrova “sul groppone” colpevolmente, ma quasi senza accorgersene, una generazione che erroneamente trova “inutile” – soprattutto perché non riesce a comprenderla – è un dramma di cui tutti sono responsabili. Per Tognazzi, invece, il dramma diventa un più superficiale scontro generazionale. Orso e Nicky non sono compresi dai loro figli, è vero, ma sono stati proprio loro a crescerli ed educarli. Di questo spinoso e cruciale aspetto (al contrario di Simonetta) Tognazzi non parla, facendo della pellicola un incompleto e debole atto d’accusa a senso unico.

Eppure, fra gli interpreti del film, c’è anche Leo Benvenuti nella parte di un amico di Orso, anche lui confinato al villaggio 27. E’ lo stesso Leo Benvenuti autore delle sceneggiature di film come “Arrangiatevi!” di Bolognini, “Matrimonio all’italiana” di De Sica, “Per grazia ricevuta” di Manfredi, “Fantozzi” di Salce o “Amici miei” di Monicelli, tanto per dirne solo alcuni.

Per la chicca: Manuel de Blas è l’attore che impersona il glaciale killer “Paganini” nell’immortale “…Altrimenti ci arrabbiamo” di Marcello Fondato.

“Il padre di famiglia” di Nanni Loy

(Italia, 1967)

Nanni Loy, Ruggero Maccari e Giorgio Arlorio (collaboratore di fiducia di Loy anche in televisione nel mitico “Specchio segreto” del 1965) decidono di tracciare un bilancio della società italiana a partire dal secondo dopoguerra e fino al 1967, anno di produzione del film.

Marco (Nino Manfredi) e Paola (una straordinaria Leslie Caron, davvero da Oscar) sono due giovani studenti di Architettura che si incontrano durante una delle numerose manifestazioni a favore della Repubblica, nei giorni che precedono il referendum che determinerà la fine della monarchia in Italia.

Entrambi provengono da famiglie “tradizionali” per il loro tempo: il padre di Marco, Amedeo (un grandissimo Sergio Tofano) è un generale del Regio Esercito che si dimette quando viene proclamata la Repubblica. Quello di Paola (interpretato da Mario Carotenuto) è un fascista della prima ora che fugge in sud America. I due si sposano e decidono di impostare la loro nuova famiglia con metodi e regole ben diverse da quelle dei loro genitori. Ma col passare degli anni…

Strepitoso ritratto a colori della famiglia italiana che dalle macerie del conflitto mondiale passa per il Boom e arriva alle soglie del ’68 e della contestazione. Ma, soprattutto, una fotografia superba del ruolo della donna che, nell’immediato dopoguerra col suffragio universale sembrava poter acquisire diritti e riconoscimenti sociali determinanti, ma che alla fine degli anni Sessanta si ritrova in realtà stretta e soffocata in quella “famiglia” proprio come lo era stata sua madre nel Ventennio.

Un film precursore di quella pietra miliare della cinematografia planetaria che è “C’eravamo tanto amati” – con lo stesso Manfredi – che Ettore Scola dirigerà nel 1974.

Questo film è di fatto anche l’ultimo in cui appare il grande Totò. La parte dell’anarchico che ruota intorno alla famiglia dei due architetti – poi interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi – in realtà era stata affidata al grande attore napoletano che però riuscì solo a girare la scena del funerale di Amedeo che si impantana nel traffico romano (montata al centro del film) morendo due giorni dopo, il 15 aprile del 1967. Loy, in sede di montaggio, in omaggio al grande comico decise di mantenere la sequenza, anche inserendo le nuove scene con Tognazzi.

Nella nostra versione possiamo apprezzare la grande Rita Savagnone che presta la voce in maniera eccezionale a Leslie Caron.

“Il caso Kodra” di Renato Olivieri

(Mondadori 1978/2013)

Quando la nostra editoria era grande, avevamo un folta schiera di giallisti e relativi detective di buona e alta qualità fra cui scegliere per passare con loro alcune ore, il tempo di leggere un libro.

Renato Oliveri (1925-2013) era uno di questi. Il suo esordio giallo risale al 1 gennaio del 1978, giorno in cui viene pubblicato (da Rusconi) il suo primo romanzo “Il caso Kodra”, ambientato in una cupa e nebbiosa Milano.

Il protagonista creato da Olivieri è il malinconico vice commissario Giulio Ambrosio, 48enne divorziato e senza figli, uomo di scrivania più che d’azione. Più vicino a Maigret che a Montalbano insomma.

A causa delle ferie di un collega, sulla scrivania di Ambrosio arriva il caso di una donna vittima di un pirata della strada. Per rivedere i luoghi della sua vita passata, il vice commissario decide di fare un sopralluogo. Studiando la dinamica dell’incidente e soprattutto ascoltando il racconto dell’unico testimone – che più che vedere vista la nebbia ha sentito – qualcosa non gli torna.

Ambrosio inizia così a ricostruire la vita di Anna Kodra, una profuga istriana che dopo la guerra si è trasferita prima a Trieste, poi a Padova e infine a Milano…

Un giallo crepuscolare incentrato sui ricordi e sulla vita che è stata, sui rimpianti e sull’amore. La nascita letteraria di Giulio Ambrosio, che poi diverrà una delle figure gialle più note nel nostro panorama degli anni Ottanta e Novanta, è un libro che si gode fino all’ultima pagina.

Nel 1988 Sergio Corbucci dirige “I giorni del commissario Ambrosio“ col grande Ugo Tognazzi che impersona il protagonista.

“I giorni del commissario Ambrosio” di Sergio Corbucci

(Italia, 1988)

Sergio Corbucci, forse in maniera meno riconoscibile rispetto a molti suoi più celebri colleghi, è stato uno dei pilastri del grande cinema italiano, cinema che ha fatto scuola in tutto il mondo. Non deve essere dimenticato, infatti, che lui è l’autore di “Django” con l’allora esordiente Franco Nero, film che non a caso quel genio folle di Tarantino ha ripreso e rifatto solo qualche anno fa.

Ma torniamo all’ultima grande produzione italiana interpretata da Ugo Tognazzi. Siamo alla fine degli anni Ottanta, la grande commedia italiana è finita, al cinema vanno le comiche surreali con Pozzetto e Celentano, e in televisione si ride con “Drive In”. Ed è lo stesso piccolo schermo, che da anni mette in crisi il cinema, che inizia a produrre il grande schermo.

Ugo Tognazzi era già stato il protagonista di alcune importanti commedie nere, sia al cinema che in televisione (“Il Commissario Pepe” per il primo e “F.B.I. Francesco Bertolazzi Investigatore” per la seconda, solo per fare un paio di esempi), e così viene scelto per impersonare il commissario Ambrosio, nato dalla penna di Renato Olivieri, e protagonista di numerosi gialli in una nebbiosa e pericolosa Milano.

Sul tavolo di Ambrosio arriva un comune caso di incidente automobilistico mortale. Come vuole la prassi, il commissario interroga brevemente i due soli testimoni: l’anziana signora Rosa Cuomo (Pupella Maggio) e il maestro di violino Renzo Bandelli (Carlo Delle Piane). Proprio Bandelli sembra però molto nervoso e impacciato, cosa che stuzzica l’istinto investigativo di Ambrosio. Il morto è Vittorio Borghi, noto playboy e spacciatore di Milano, nonché fratello di Francesco Borghi, fra gli industriali più ricchi e potenti del Paese. Ad Ambrosio il compito di scoperchiare e risolvere un caso forse non troppo difficile, ma certamente emotivamente molto complesso…

Ispirato ai romanzi di Renato Olivieri – come “Il caso Kodra” – e con un cast straordinario che comprende anche Rossella Falk, Duilio Del Prete (che Tognazzi ritrova dopo il mitico “Amici Miei”), Athina Cenci, Carla Gravina, Claudio Amendola e Teo Teocoli “I giorni del commissario Ambrosio” è uno degli ultimi veri noir della vecchia scuola. Nonostante la pesante ingerenza del suo produttore (la tv) che esige più primi piani e panoramiche diverse rispetto al cinema, il film di Corbucci c’ha sempre il suo perché.