
(1970/2007, Archinto)
Devo essere sincero, a parte Dracula di Bram Stoker, i romanzi epistolari non mi hanno mai entusiasmato più di tanto: la forma frammentata, fatta di lettere che si rincorrono nel tempo, mi ha sempre lasciato la sensazione di leggere qualcosa di più simile a un mosaico incompiuto che a un vero romanzo. Eppure questo libro autobiografico di Helene Hanff è riuscito a smentire ogni mia riserva, e lo ha fatto con una naturalezza disarmante, come se l’autrice non avesse nemmeno bisogno di sforzarsi per conquistarmi.
Tutto comincia nell’ottobre del 1949, quando Hanff, giovane sceneggiatrice newyorkese dal carattere pungente e dai gusti letterari tutt’altro che convenzionali, scrive per la prima volta alla libreria antiquaria Marks & Co., situata all’84 di Charing Cross Road, nel cuore di Londra. Cerca vecchi saggi inglesi del Settecento, edizioni introvabili negli Stati Uniti, e a risponderle è Frank P. Doel, commesso della libreria, uomo di understatement assai british e di squisita competenza bibliografica. Da quel primo scambio, apparentemente commerciale e formale, nasce una corrispondenza che si protrarrà per vent’anni, fino al 1969, attraversando la ricostruzione post-bellica, il razionamento alimentare inglese, i cambiamenti di un’epoca intera.
Ciò che rende speciale questo libro è proprio la sua capacità di trasformare un rapporto professionale in qualcosa di profondamente umano, quasi intimo, senza che i due protagonisti si incontrino mai fisicamente. Helene, generosa e sopra le righe, invia pacchi di cibo alla libreria negli anni dell’indigenza inglese; Frank, discreto e misurato, ricambia con libri scelti con cura maniacale, capaci di anticipare i desideri della sua corrispondente ancor prima che lei stessa li formuli con chiarezza. Con il passare degli anni, alla corrispondenza tra Helene e Frank si aggiungono le voci di altri membri della libreria, delle loro famiglie, creando un piccolo universo epistolare fatto di piccole confidenze, ricette, aneddoti quotidiani, battute argute e un amore sconfinato per i libri che diventa il vero collante di tutto il racconto.
È proprio questa la cifra stilistica che ho apprezzato di più: Hanff non scrive mai un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine, eppure tra le righe di ogni lettera si percepisce un’affinità elettiva che cresce lettera dopo lettera, libro dopo libro, fino a diventare qualcosa di simile all’amore, mai dichiarato e mai davvero consumato. L’oceano Atlantico che separa New York da Londra non è soltanto una distanza geografica, ma diventa quasi un personaggio esso stesso, una barriera che protegge e al tempo stesso frustra il desiderio dei due protagonisti di incontrarsi davvero.
E qui sta forse il cuore più struggente del libro: Helene rimanderà sempre il viaggio a Londra, per mancanza di denaro, certo, ma anche, si intuisce, per un timore sottile di rompere l’incanto di un rapporto costruito solo sulla parola scritta. Quando finalmente riuscirà a raccogliere i soldi necessari per il viaggio, sarà troppo tardi: la libreria avrà chiuso i battenti e Frank P. Doel sarà scomparso, portandosi via per sempre la possibilità di un incontro reale. Solo allora Helene varcherà la soglia dell’84 di Charing Cross Road, in un pellegrinaggio commovente e definitivo, per ritrovare non più l’uomo con cui ha condiviso vent’anni di lettere, ma il luogo, i muri, l’atmosfera di un mondo che ormai esiste solo nella memoria e nelle pagine che ne restano.
Nel 1987 il regista David Hugh Jones porta con particolare maestria questo piccolo capolavoro sul grande schermo, affidandosi a due interpreti straordinari: Anne Bancroft dà corpo e voce a una Helene brillante, caustica e vulnerabile al tempo stesso, mentre Anthony Hopkins restituisce con misura impeccabilmente british la compostezza trattenuta di Frank Doel, un uomo capace di far trapelare, sotto la superficie formale delle sue lettere, un affetto sempre più profondo. Il film, fedele allo spirito del libro, riesce a rendere visivamente ciò che sulla pagina vive solo nell’immaginazione del lettore: le strade di Londra, gli scaffali polverosi della libreria, il tempo che scorre inesorabile tra un continente e l’altro.
84 Charing Cross Road è, in definitiva, un piccolo grande romanzo sull’amicizia epistolare, sulla passione per i libri come forma di comunione tra anime distanti, e sulla malinconia struggente di tutto ciò che, per un soffio, non riusciamo a vivere fino in fondo.
Per la chicca: recentemente sono stato a Londra e sono andato anche io in pellegrinaggio all’84 di Charing Cross Road. Adesso, fra le mura che un tempo ospitavano la libreria, c’è un ristorante che fa parte di una delle catene più famose di fast food del pianeta. A ricordare la libreria che Hanff ha reso immortale c’è rimasta una targa.

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