“Tutti a casa” di Luigi Comencini

(Italia, 1960)

L’8 settembre 1943 non è solo una data sui libri di storia: è la mattina in cui un intero esercito si è svegliato orfano. Nessun ordine, nessun comando, nessuna verità da raccontare ai propri soldati: solo il silenzio di un regime che si dissolve nel giro di poche ore, lasciando dietro di sé migliaia di uomini in uniforme senza più una causa in cui credere. Luigi Comencini prende questo smarrimento collettivo e lo trasforma in una delle commedie più amare del cinema italiano, capace di far ridere e insieme di lasciare l’amaro in bocca.

Il sottotenente Alberto Innocenzi non è un eroe, non è nemmeno un antieroe: è un uomo qualunque travolto da un armistizio che lascia l’esercito italiano senza ordini, senza bussola e senza dignità. Da Roma al Sud, in un’Italia spaccata a metà dalla guerra, Innocenzi attraversa un Paese che si sfalda insieme alle certezze con cui è stato educato per vent’anni. Alberto Sordi qui costruisce una delle interpretazioni più amare della sua carriera: la comicità c’è, ma è quella di chi ride per non piangere, di chi scherza mentre intorno crollano ideologie, uniformi e illusioni.

Al suo fianco Serge Reggiani – doppiato magistralmente da Aldo Giuffré – porta lo sguardo disincantato del reduce che ha già capito tutto ma fa finta di niente, e proprio per questo diventa il contraltare necessario dell’ingenuità (o della vigliaccheria camuffata da lealtà) del protagonista.

Ma è Eduardo De Filippo, nel ruolo del padre di Alberto Innocenzi, a offrire il momento più alto e più scomodo del film. Bastano poche scene, pochissime battute, per condensare un conflitto che andrà ben oltre i confini di questa pellicola. Quel padre — piccolo borghese, ligio, ottuso nella sua fedeltà a un regime che ormai si sta sgretolando sotto i bombardamenti — rappresenta l’intera generazione che ha allevato i propri figli dentro la retorica fascista e che ora, davanti al disastro, non sa fare altro che ripetere gli stessi slogan vuoti per mero opportunismo personale. È un uomo che ha tradito senza nemmeno saperlo: ha cresciuto un figlio sull’obbedienza e sulla propaganda, e adesso si ritrova a chiedergli di continuare a obbedire a un potere che è già morto ma che paga regolarmente lo stipendio a fine mese.

È qui che il film, pur restando una commedia drammatica sull’esercito allo sbando, apre involontariamente una porta che sarà poi spalancata definitivamente da Giuseppe Berto nella letteratura e Alberto Burri nell’arte. Il tema del padre che ha tradito il figlio per opportunismo, dell’adulto che ha costruito l’identità di un’intera generazione sulla menzogna del regime e che poi, caduto il regime, pretende ancora obbedienza e rispetto cambiando completamente i propri ideali e principi — quel nodo lì, quel conflitto di sangue e di ideologia – è già tutto nelle scene tra Sordi e De Filippo. Comencini non lo sviluppa oltre, non ne ha il tempo né forse l’intenzione, ma lo fotografa con una lucidità che getta luce su un intero filone della cultura italiana del dopoguerra: quello della resa dei conti fra padri collusi col fascismo e figli lasciati soli a ricostruire, sulle rovine morali lasciate in eredità, di un’idea diversa di nazione e di famiglia.

Tutti a casa – scritto dallo stesso Comencini assieme a Age, Furio Scarpelli e Marcello Fondato – resta un film sull’8 settembre, sulla vergogna e sulla confusione di un esercito abbandonato dai suoi comandanti. Ma dentro quella cornice Comencini infila — forse senza nemmeno rendersene del tutto conto — una delle rappresentazioni più efficaci del tradimento generazionale del fascismo: non quello gridato nei comizi, ma quello sussurrato in casa, a tavola, da un padre a un figlio che si fidava.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Crimen” di Mario Camerini

(Italia, 1960)

Nel 1960, mentre il miracolo economico italiano trasformava il Paese da nazione contadina a potenza industriale, Mario Camerini confeziona quello che potrebbe essere definito un gioiello anomalo della commedia all’italiana: “Crimen”. Un film che si colloca in una zona di confine affascinante, a metà strada tra la sofisticata eleganza hollywoodiana e la tradizione più popolare della nostra commedia dell’arte.

Camerini, maestro indiscusso del cinema italiano – tra i suoi lavori più celebri “Gli uomini, che mascalzoni!” del 1932 con Vittorio De Sica – chiama a raccolta un cast stellare che oggi definiremmo semplicemente irripetibile: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Silvana Mangano, Franca Valeri e Dorian Gray. Sette stelle – considerando anche il supremo Bernard Blier nel ruolo del commissario, doppiato nella nostra versione da un grande Romolo Valli – che il regista dirige con la maestria di un direttore d’orchestra che sa perfettamente quando dare spazio ai solisti e quando far prevalere l’armonia d’insieme.

La trama prende spunto da un fatto di cronaca nera realmente accaduto nel 1907 a Marsiglia: il ritrovamento di un cadavere smembrato in un baule proveniente da Montecarlo. Camerini e il suo team di sceneggiatori – Rodolfo Sonego su tutti, ma anche Luciano Vincenzoni, Oreste Biancoli, Stefano Strucchi e Giorgio Arlorio – trasformano questo macabro episodio in una commedia degli equivoci dove cinque italiani, tutti diretti a Montecarlo sul medesimo treno, si ritrovano improvvisamente invischiati nelle indagini per l’omicidio di un’anziana milionaria olandese.

Ciò che rende “Crimen” straordinariamente moderno è la sua capacità di costruire un meccanismo narrativo perfetto, una macchina a orologeria dove ogni personaggio nasconde qualcosa, dove ogni bugia genera altre bugie, dove l’innocenza viene progressivamente soffocata dall’accumulo di coincidenze sospette e comportamenti ambigui. È un teorema narrativo talmente efficace che lo stesso produttore Dino De Laurentiis sentirà il bisogno di riproporlo per ben due volte: nel 1971 con il remake italiano “Io non vedo, tu non parli, lui non sente” sempre diretto da Camerini, e nel 1992 con la fallimentare versione americana “7 criminali e un bassotto”.

Alberto Sordi, nella parte del commendator Franzetti, offre una delle sue interpretazioni più smaglianti. Il suo personaggio è un condensato perfetto di tutte le nevrosi borghesi dell’italiano medio: la spocchia sociale che nasconde insicurezze profonde, l’arroganza che maschera la paura, la millanteria che copre inadeguatezze. Sordi, con il suo perturbante istrionismo, riesce a rendere questo personaggio insieme odioso e compassionevole, ridicolo e terribilmente umano.

Vittorio Gassman e Silvana Mangano compongono la coppia di velleitari che vorrebbero ascendere socialmente ma non ne hanno i mezzi, mentre Nino Manfredi e Franca Valeri rappresentano il proletariato romano più genuino. La battuta di Manfredi “Se volevo ammazza’ qualcuno ammazzavo mi’ moje! So’ dieci anni che sto’ co’ lei: te pare che ammazzavo un’altra!” seguita dalla fulminea replica della Valeri “Ci ha ragione mi’ marito!” è entrata di diritto nell’antologia delle grandi frasi del cinema italiano.

La regia di Camerini dimostra una maturità straordinaria. Il regista veterano, ormai sessantacinquenne, riesce a fondere elementi apparentemente inconciliabili: l’eleganza visiva delle produzioni internazionali – il film era pensato anche per il mercato estero – con il ritmo serrato della commedia popolare italiana. La fotografia in bianco e nero restituisce una Montecarlo lucente e corrotta, dove il lusso nasconde miserie morali profonde.

Quello che più affascina di “Crimen” è la sua natura di commedia esistenziale mascherata da giallo leggero. Sotto la superficie delle gag e degli equivoci, il film racconta la fragilità della condizione borghese, l’illusione del riscatto sociale attraverso il denaro facile, la facilità con cui l’innocenza può essere trasformata in colpevolezza quando le circostanze cospirano contro. È una riflessione amara sugli ascensori sociali e sulla lotta di classe, mascherata da intrattenimento sofisticato.

“Crimen” rappresenta un momento particolare nella storia della commedia italiana, un esperimento di contaminazione stilistica che rimane caso quasi isolato nel panorama cinematografico nostrano. È un film che bilancia pochade francese e commedia dell’arte, eleganza internazionale e verve popolare, creando un prodotto unico che anticipa certe derive della commedia all’italiana più matura.

A distanza di oltre sessant’anni, la pellicola conserva intatta la sua capacità di divertire e far riflettere. Il suo meccanismo narrativo funziona ancora perfettamente, i suoi personaggi rimangono riconoscibili e attuali. Un piccolo gioiello del nostro cinema che dimostra come, quando convergono talenti straordinari guidati da una regia sapiente, anche un semplice giallo può trasformarsi in un ritratto spietato e affettuoso di un’intera nazione in cerca della propria identità.

Alla fine di una proiezione celebrativa di questa pellicola, qualche decennio fa, qualcuno disse: “Oggi con questo film ne farebbero dieci”. Ed è vero. Purtroppo. Anzi, al momento anche cento…

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Nell’anno del Signore” di Luigi Magni

(Italia, 1969)

Nel 1969, mentre il cinema italiano attraversava una delle sue stagioni più fertili e sperimentali, Luigi Magni firma quello che probabilmente rappresenta il suo capolavoro assoluto: “Nell’anno del Signore”. Un film che, a distanza di oltre cinquant’anni, conserva intatta la sua forza dirompente e la sua capacità di leggere il presente attraverso le lenti deformanti della Storia, confermando come la grande arte sappia sempre parlare al proprio tempo pur raccontando epoche remote.

Ambientato nella Roma papalina del 1825, durante i moti carbonari contro il potere temporale di Papa Leone XII, il film di Magni non è una semplice ricostruzione storica, ma un’opera di straordinaria attualità politica e sociale. Il regista romano costruisce un affresco che è insieme commedia amara e dramma civile, utilizzando il passato come specchio impietoso del presente.

L’aspetto più straordinario di “Nell’anno del Signore” risiede nella sua capacità di trasformare quello che poteva essere un film in costume di maniera in una riflessione profonda sui meccanismi del potere, sulla natura della giustizia e sui rapporti tra Stato e Chiesa. Magni, con una lucidità politica che ricorda il miglior Rossellini di “Roma città aperta”, sa che per raccontare l’Italia del miracolo economico e delle tensioni sociali degli anni Sessanta, a volte è necessario tornare indietro di un secolo e mezzo.

Il cast stellare orchestrato dal regista rappresenta uno dei vertici assoluti del cinema italiano. Nino Manfredi, nei panni dell’umile ciabattino Cornacchia – dietro il quale si nasconde il pungente Pasquino – offre una delle sue interpretazioni più complete e sfaccettate. Claudia Cardinale, unica presenza femminile di rilievo nel cast, interpreta Giuditta, amante di Cornacchia e simbolo di una femminilità da sempre schiacciata dal patriarcato cattolico ma non per questo doma. L’attrice, reduce dal successo internazionale de “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, qui si misura con un registro più popolare ma non meno impegnativo, costruendo un personaggio che incarna la saggezza istintiva del popolo romano.

Da ricordare anche la straordinaria interpretazione del grande Ugo Tognazzi, nei panni dell’implacabile cardinale Agostino Rivarola, vero braccio esecutivo e armato della Chiesa Cattolica Romana del tempo. Anche se le scene con il grande attore cremonese non sono molte, ancora oggi ci confermano la sua grande arte, soprattutto nei duetti “sul filo del rasoio” con lo stesso Cornacchia/Manfredi. L’unicità di Tognazzi ce la evidenzia – se davvero ce ne fosse ancora bisogno – anche la deliziosa commedia ironica “Straziami ma di baci saziami” diretta da Dino Risi solo l’anno prima, in cui lo stesso attore di Cremona recita accanto a Manfredi in un ruolo completamente diverso ma sempre efficace e irresistibile.

Nel cast devono essere ricordati anche Robert Hossein nel ruolo di Leonida Montanari, Enrico Maria Salerno in quello del capitano Nardoni e Britt Ekland in quello della principessa Spada. Nei panni del frate che vuole convertire Montanari e Targhini prima dell’esecuzione, c’è un bravissimo Alberto Sordi che, nonostante le scene limitate, lascia un segno indelebile nella pellicola rappresentando la parte sincera, e al tempo stesso ingenua, del clero romano dell’epoca. Questa è l’ultima pellicola in cui appaiono lui e Manfredi, anche se non recitano mai nella stessa scena. Il motivo è forse legato alle incolmabili divergenze personali che si crearono durante le riprese de “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” diretto da Ettore Scola l’anno precedente.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Magni, rappresenta un esempio di scrittura cinematografica di altissimo livello. I dialoghi, pur rimanendo fedeli al parlato romanesco dell’epoca, non scivolano mai nel pittoresco fine a se stesso, ma servono sempre la caratterizzazione dei personaggi e lo sviluppo dell’azione. Ogni battuta sembra spontanea eppure è perfettamente calibrata per servire il disegno narrativo complessivo. Memorabile è anche la colonna sonora firmata dal maestro Armando Trovajoli, che collaborerà ancora splendidamente con Magni ne “La Tosca” che il regista romano realizzerà nel 1973.

Ciò che rende “Nell’anno del Signore” un’opera ancora oggi rilevante è la sua spietata analisi della natura umana di fronte al potere. Magni non si limita a condannare il sistema repressivo dello Stato Pontificio, ma scava nelle motivazioni profonde che spingono donne e uomini a diventare complici o vittime del sistema. Il film diventa così una meditazione sulla responsabilità individuale e collettiva, sui compromessi morali che ogni società impone ai suoi membri.

La pellicola si inserisce perfettamente nel filone del cinema politico italiano degli anni Sessanta e Settanta, dialogando idealmente con opere come “Le mani sulla città” di Francesco Rosi o “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri. Come questi registi, Magni utilizza il cinema come strumento di denuncia e di riflessione civile, dimostrando come l’arte possa essere forma di resistenza intellettuale.

Luigi Magni ci ha regalato con questa pellicola non solo uno dei capolavori del cinema italiano, ma anche una lezione di civiltà che ogni generazione deve riscoprire e fare propria. “Nell’anno del Signore” è più di un film storico: è un manifesto di libertà che continua a interrogarci sulla nostra responsabilità di cittadine e cittadini e di esseri umani.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Nella città l’inferno” di Renato Castellani

(Italia, 1959)

Isa Mari (1910-1992), pseudonimo di Luisa Rodriguez, pubblica nel 1953 il romanzo “Roma, Via delle Mantellate” in cui racconta la sua esperienza di detenuta nel carcere femminile di Regina Coeli, che si trovava allora nella storica via delle Mantellate, a Trastevere.

La Mari aveva passato 8 mesi lì per motivi politici, e lì aveva conosciuto l’universo terribile del carcere femminile. Qualche anno dopo lo storico produttore Giuseppe Amato – primo finanziatore nel 1945 del film scritto da Sergio Amidei e diretto da Roberto Rossellini che poi prenderà il titolo di “Roma città aperta”, nonché de “La dolce vita” di Federico Fellini, e che diventerà successivamente il suocero di Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer – ne compra i diritti per fare un film la cui protagonista sarà Anna Magnani.

Come regista Amato sceglie Renato Castellani, che ha già firmato ottime pellicole come lo splendido “Due soldi di speranza” nel 1952. Per la sceneggiatura il produttore si rivolge a una delle colonne portanti del nostro cinema: Suso Cecchi D’Amico, che proprio con Castellani firmò il suo primo script nel secondo dopoguerra.

Per scrivere la sceneggiatura e i dialoghi Cecchi D’Amico, accompagnata da Castellani, si reca numerose volte a Regina Coeli e parla sia con le detenute che con le suore che allora provvedevano alla loro gestione. Nasce così il film che vede, assieme a “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini e “Risate di gioia” di Mario Monicelli, una delle più grandi interpretazioni cinematografiche di Anna Magnani.

L’ingenua Lina (una bravissima Giulietta Masina) dentro un furgone della Questura viene condotta nel Carcere Giudiziario di Regina Coeli. Mentre le altre sono evidentemente consumate alla trafila, lei non riesce a trattenere i singhiozzi dicendo a tutti di essere innocente del furto con scasso di cui è stata accusata.

Le suore, che si occupano delle recluse, la portano nella grande cella che ospita, fra le altre, Egle (una stratosferica e prorompente Anna Magnani che recita per quasi tutto il film in una memorabile sottoveste nera) alla sua ennesima condanna. L’impatto per Lina è devastante ma lentamente la donna, grazie anche proprio ad Egle, riesce ad ambientarsi e a confidare alle compagne di cella il raggiro che ha subito dal suo presunto fidanzato Adone (Alberto Sordi) che la circuita per svaligiare la casa in cui prestava servizio.

Ma la storia di Lina è come quella di molte altre che, vittime degli uomini, non hanno avuto più una scelta, reiette ed escluse dalla società “perbene” che non concede loro una seconda possibilità, in quanto donne peccatrici. Ma alla fine, anche il cuore duro di Egle si addolcirà per aiutare la giovanissima Marietta (Cristina Gajoni) a non finire come lei…

Bellissima pellicola, fiore all’occhiello del nostro grande cinema d’autore, che ci racconta meglio di mille saggi o articoli la società italiana del tempo. Una società profondamente maschilista e patriarcale dove una donna macchiata dalla prigione, una volta uscita, per sopravvivere aveva quasi sempre solo una strada: il marciapiede.

E così invece che redimere la cella, per una donna degli anni Cinquanta, era una vera e propria condanna senza appello trasformandole in facili prede che finivano inesorabilmente in bocca alla bassa criminalità.

Non si possono paragonare le interpretazioni delle due protagoniste, così caratterialmente differenti e al tempo stesso così straordinarie. Ma la bravura e la sensualità della Magnani svettano, e donano a Egle una carnalità tragica e al tempo stesso euforica quasi unica nel nostro cinema del tempo e raggiunta, forse, solo decenni dopo.

Nel film, oltre a quello di Sordi, ci sono numerosi e godibilissimi camei come quelli di Renato Salvatori nei panni di Piero il fidanzato di Marietta, Sergio Fantoni in quello del Giudice Istruttore e Saro Urzì nelle vesti del secondino che scheda Lina.

Da vedere.

Per la chicca: Isa Mari, qualche tempo dopo aver pubblicato “Roma, Via delle Mantellate” (che è stato ripubblicato successivamente col titolo “Nella città l’inferno”) ha scritto un altro romanzo adattato poi per il grande schermo: “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” diretto da Luigi Zampa nel 1971 con, nuovamente, Alberto Sordi e una bellissima Claudia Cardinale.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“Il segno di Venere” di Dino Risi

(Italia, 1955)

La sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale non a caso è stata scritta da alcuni dei più grandi cineasti del Novecento come: Franca Valeri, Edoardo Anton, Luigi Comencini, Ennio Flaiano, Dino Risi e Cesare Zavattini. La stessa Valeri, assieme ad Anton e a Comencini, è l’autrice del soggetto.

Siamo nel mezzo degli anni Cinquanta e l’Italia si sta rialzando dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Si respira aria nuova per le strade: sta esplodendo il famigerato Boom. Ma l’aria nuova, come accade da millenni, non è certo per le donne. O quantomeno le possibilità delle donne, rispetto a prima del conflitto in cui non avevano il diritto al voto e alle quali Mussolini con un Decreto Legge del 10 gennaio 1927 dimezzò il salario rispetto a quello degli uomini, sono da nulle a poco più che scarse.

Ne sono un esempio le cugine Cesira (una grandissima Franca Valeri) e Agnese (una prorompente Sophia Loren) che vivono a Roma in viale Libia, nel quartiere detto Africano. Cesira, che da Milano si è trasferita a Roma a casa dello zio (Virgilio Riento) dove vive anche l’altra zia (Tina Pica) e appunto la cugina ventenne, è una grande sognatrice con ambizioni da gran lady, ma che desidera più di ogni altro cosa il massimo a cui le donne possono aspirare in quegli anni: il matrimonio.

Lavora come dattilografa presso i Bagni Diurni della stazione Termini dove da tempo è timidamente corteggiata dal fotografo Mario (Peppino De Filippo). Per il suo aspetto però Cesira è poco considerata dagli uomini e anche Mario stenta a proporsi seriamente. Le cose peggiorano quando Cesira esce insieme ad Agnese che invece non riesce a tenere lontani gli uomini, proprio per il suo aspetto e le sue curve generose. Agnese, infatti, non può prendere un autobus senza essere palpata e molestata.

Con un cast stellare, fra i più completi di quegli anni, “Il segno di Venere” è una pietra miliare della commedia all’italiana, e non solo. Accanto alle due protagoniste ci sono grandissimi interpreti anche nei ruoli secondari come quello del poeta squattrinato Alessio Spano interpretato in maniera sublime dal grande Vittorio De Sica, o quello del goffo ladro di macchine mammone Romolo Proietti impersonato da Alberto Sordi ancora non completamente esploso come mostro sacro della commedia.

Questa immortale pellicola va rivista non solo per i suoi grandi interpreti, ma anche perché ci racconta in maniera amara e tagliente come una donna in Italia, in quegli anni, molto poco poteva scegliere o decidere. Che fosse una “intellettuale” o una “maggiorata”: erano sempre e comunque gli uomini a dettare le regole. Solo se sapeva giocare bene le sue carte avrebbe potuto raggiungere il famigerato altare, il massimo consentitole dalla società.

Sono passati sessantacinque anni da questa straordinaria pellicola e fortunatamente molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. Siamo ancora il Paese del femminicidio, dove le vittime si contano come in un bollettino di guerra.

Attualissimo …purtroppo.

“Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders

(Germania Est/Francia, 1987)

Come quasi tutti i film realizzati dai fondatori del Nuovo cinema tedesco, anche questa bellissima pellicola di Wim Wenders è colma del senso di colpa e di disperazione figli dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, dove la Germania di Hitler ebbe un ruolo – insieme al Regno d’Italia di Mussolini, ovviamente – cruciale e drammaticamente attivo.

Così la Berlino che ci racconta Wenders è prima di tutto la città tagliata in due dal muro, muro che è presente in quasi ogni scena (e che viene ricostruito dove non è possibile girare per motivi di sicurezza). Dopo otto anni passati negli Stati Uniti, Wenders torna a Berlino il cui cielo è pieno di angeli, che hanno il compito soprattutto di ricordare. Uno di questi, Damiel (Bruno Ganz), innamoratosi di Marion (una felliniana artista circense interpretata da Solveig Dommartin) decide di abbandonare i suoi celestiali abiti e diventare umano per amarla. A convincerlo è l’attore Peter Falk (che veste i panni di se stesso) a Berlino per girare un film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, e che gli rivela di essere stato, trent’anni prima, anche lui un angelo…

Una indimenticabile e struggente metafora della vita e soprattutto della voglia di vivere.        

Fra i personaggi memorabili che anche l’anziano Homer, interpretato dall’attore tedesco Curt Bois, anziano poeta non vendete che vaga per la città in cerca di Potsdamer Platz, una delle piazze più belle della città prima del conflitto, ed ora divenuta solo un grande spazio vuoto attraversato da alcune superstrade.  

Bois è stato uno dei più longevi artisti tedeschi che recitò per la prima volta davanti ad una macchina da presa a soli sette anni, arrivando a essere diretto anche dal maestro Ernst Lubitsch nel suo indimenticabile “La principessa delle ostriche”. Nel 1934, a causa delle leggi razziali imposte da Hitler, Bois di religione ebraica lasciò la Germania per gli Stati Uniti dove continuò la sua carriera e nel 1942 recitò in “Casablanca” di Michael Curtiz, interpretando un elegante borseggiatore che nella nostra versione venne doppiato da un giovane Alberto Sordi.

Per scrivere il film Wenders si è consultato durante le riprese con Peter Handke, suo vecchio amico, nonché (contestato) Premio Nobel per la Letteratura nel 2019. Come per “Paris, Texas” anche per questo film Wenders prima di iniziare le riprese non aveva una vera e propria sceneggiatura, ma solo un’idea.

Per la chicca: nel 1998 venne prodotto a Hollywood il remake “City of Angels – La città degli angeli” diretto da Brad Silberling e interpretato da Nicholas Cage e Meg Ryan che ha davvero molto poco a che fare con l’opera di Wenders, e di cui i posteri ricorderanno soprattutto la canzone “Iris” interpretata dai Goo Goo Dolls, tratta dalla colonna sonora.

La confezione contiene due dvd, uno col film e la versione in italiano con il grande Riccardo Cucciolla che dona la voce a Damiel, e l’altro con una ricca sezione di contenuti extra contenente un divertente spot con lo stesso Wenders che insieme a Curt Bois presenta una retrospettiva a lui dedicata; le scene tagliate e commentate dal regista; un’intervista a Wenders e alla Dommartin (scomparsa prematuramente nel 2007) fatta sull’Intercity Roma-Bologna da Mario Canale nel dicembre del 1987; un’intervista a Peter Falk fatta durante il Festival di Cannes del 1987 in cui parla del suo rapporto col cineasta tedesco; il trailer originale e quello in italiano; e il breve ma imperdibile documentario con le riprese a colori effettuate dalle truppe Alleate nel luglio del 1945 che ci raccontano di una Berlino quasi rasa al suolo, ancora senza muro, e le cui riprese aeree ricordano molto quelle del film.    

“Il medico e lo stregone” di Mario Monicelli

(Italia, 1957)

Questa deliziosa pellicola, nonostante il suo ricco cast, è una delle meno conosciute e ricordate del maestro Mario Monicelli. Siamo in pieno Boom economico e l’Italia sta rapidamente cambiando aspetto: da rurale e agricola ora punta su quell’industrializzazione che la porterà a diventare, in pochi anni, una delle prime potenze economiche del pianeta.

Ma tutto a un costo, ci ricordano Monicelli, Age, Furio Scarpelli, Ennio De Concini e Luigi Emmanuele autori della sceneggiatura. Tema che verrà poi affrontato in maniera più cruda da Dino Risi nel monumentale “Il sorpasso” del 1962. Nel 1957 invece si respira ancora un’aria di speranza e futuro per il Boom, che ha il volto splendido di Marcello Mastroianni.

Pianella è un piccolo paesino arroccato su un cucuzzolo (che nella realtà ha le meravigliose prospettive di Civita di Bagnoregio, dove Sordi tornò a girare con Zampa ne “Contestazione generale” del 1970) nella provincia di Avellino; nonché la nuova sede del giovane medico condotto Francesco Marchetti (Mastroianni appunto), primo vero medico nella storia del paesino. Perché da sempre colui che si occupa della salute fisica e sentimentale dei pianellesi è Don Antonio Locoratolo (uno straordinario Vittorio De Sica), un misto fra un santone e un guaritore.

Marchetti si trova ovviamente tutto il paesino contro, e tutti disertano la vaccinazione di tifo obbligatoria che lui deve compiere secondo quanto indicato dal Ministero. Alla sua porta bussa lo stesso Don Antonio che propone al giovane medico uno scambio proficuo di favori e “pazienti”. Marchetti sdegnato lo caccia e corre dal sindaco che però, visti gli stretti rapporti fra sua sorella Mafalda (una bravissima Marisa Merlini) e lo stesso Don Antonio, cerca in tutti i modi di evitare di schierarsi. Ma…

Sappiamo bene come è andata a finire e chi alla fine ha vinto nel nostro Paese, che però legge quotidianamente gli oroscopi, ammira i santoni – soprattutto quelli in tv – e frequenta i guaritori.

Da vedere e godere ancora oggi i duetti fra De Sica e la Merlini, che certamente ammiccano a quelli di “Pane, amore e fantasia” di qualche anno prima, ma che ci ricordano che grandissimi attori erano entrambi.

E’ impossibile non ricordare anche il cameo di Alberto Sordi che veste i panni di Corrado, l’ex fidanzato di Mafalda disperso in Russia durante la guerra, che già tratteggia mirabilmente i tratti vili e opportunisti di alcuni dei personaggi più famosi da lui poi interpretati.

Deve essere ricordato anche Virgilio Riento, che qui impersona un impiegato comunale complice di Don Antonio, già attore dei film cosiddetti dei “Telefoni bianchi” dove era spesso spalla dello stesso De Sica, nonché nel cast di “Pane, amore e fantasia”; e come ciliegina finale la colonna musicale firmata dal maestro Nino Rota.


“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come la grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo, per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi ne rimangono irresistibili e inarrivabili due su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“Un eroe dei nostri tempi” di Mario Monicelli

(Italia, 1955)

Si possono scrivere interi saggi sullo stile di vita del nuovo Millennio, o sulle generazioni.com, ma i tratti distintivi – anche se è sempre sbagliato fare di tutta l’erba un fascio – di un popolo rimangono sempre gli stessi.

Sono passati esattamente 63 anni dall’uscita nelle sale italiane di questo capolavoro diretto dal maestro Mario Monicelli che rimane uno dei documenti storici e sociali più rilevanti, nonostante siano caduti muri e repubbliche, per capire il nostro Paese di oggi.

Alberto Menichetti, protagonista del film, è uno dei personaggi più feroci, riusciti e veritieri della cultura italiana del Novecento. E con lui tutta quella miriade di piccoli personaggi meschini o ipocriti che popolano il film, dal Direttore alla bella e verace parrucchiera.

Alberto Sordi, la cui modernità recitativa sorprende ancora oggi, ci regala il primo grande ritratto dell’italiano medio disposto a vendere parenti, amici e colleghi pur di primeggiare o quanto meno cavarsela. Memorabili sono anche i duetti con l’immensa Franca Valeri, che ci preparano ad un altro capolavoro che i due gireranno quattro anni dopo, “Il vedovo” di Dino Risi.

Scritto da Rodolfo Sonego assieme allo stesso Monicelli “Un eroe dei nostri tempi” dovrebbe essere visto e studiato nelle scuole con la sua battuta finale: “…Ci sarà pericolo?”.

Per la chicca: nel ruolo dell’integerrimo Direttore di Menichetti – che ha poi per amante la sua procace segretaria – c’è il regista Alberto Lattuada, mentre in quello di Ferdinando, il manesco fidanzato della bella parrucchiera Giovanna Ralli, c’è un gigante dal fisicaccio: Carlo Pedersoli, senza barba e ancora lontano dal prendere lo pseudonimo di Bud Spencer.

“In ordine di sparizione” di Hans Petter Moland

(Norvegia/Svezia, 2014)

Quando questa drammatica commedia nera, scritta da Kim Fupz Aakeson e Finn Gjerdrum, è stata presentata in Italia (da un distributore indipendente, è giusto ricordarlo) sono stati richiamati autori come Tarantino, Kitano o i fratelli Coen, ma nessuno – incredibilmente! – ha parlato di Mario Monicelli o di Alberto Sordi e, soprattutto, del loro strepitoso “Un borghese piccolo piccolo” al quale questo film è palesemente ispirato.

Nils Dickman (un bravo quanto implacabile Stellan Skarsgård) vive una vita tranquilla in un piccolo paesino al nord della Norvegia, nel quale guida lo spazzaneve che libera l’unica strada d’accesso alla località.

Anche se “immigrato” dalla Svezia, Nils è ben voluto da tutta la comunità, tanto che gli viene assegnato il premio “Uomo dell’anno”.

Ma la mattina dopo la sua vita viene stravolta dalla notizia agghiacciante della morte per overdose del suo unico figlio. Il grave lutto compromette anche il suo matrimonio che in breve tempo naufraga con l’abbandono da parte di sua moglie.

In procinto di suicidarsi, Nils scopre casualmente che suo figlio è stato vittima di un complotto, capitando a sua insaputa nelle mani di feroci spacciatori . La vendetta del conducente di spazzaneve sarà implacabile quanto cruenta…

Da ricordare anche l‘interpretazione di Bruno Ganz, nei panni del capo di una famiglia di balcanici al quale per errore viene ucciso il figlio, e che si ritroverà davanti Nils nel momento del giudizio finale.

Fa bene pensare che il nostro grande cinema, anche se passato, ancora è fonte di ispirazione.