
(Einaudi, 1975)
Quando Italo Calvino pubblica “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città” nel 1963, composto da 20 novelle legate al passare delle quattro stagioni, non poteva sapere quanto le vicende di questo goffo e tenero personaggio sarebbero state attuali anche oggi, in un mondo sempre più invaso dal cemento e soffocato dall’inquinamento. Marcovaldo, un manovale semplice e sognatore, è un Don Chisciotte moderno che combatte contro mulini a vento ben più reali: l’inquinamento, la mancanza di spazi verdi, e una società urbana che sacrifica tutto in nome del progresso.
Calvino racconta la vita di Marcovaldo con ironia, ma in realtà costruisce una critica serrata alla scellerata urbanizzazione che soffoca ogni tentativo dell’uomo di avvicinarsi alla natura. Marcovaldo rappresenta ognuno di noi: brama uno spazio di libertà, un angolo di verde dove poter respirare e riappropriarsi della bellezza, ma la città industriale – con le sue fabbriche, i suoi gas di scarico e il grigiore opprimente – sembra volerlo risucchiare nella sua morsa ogni volta che lui tenta di scappare. È il conflitto eterno tra natura e civiltà, tra il desiderio di un’esistenza più autentica e la fredda meccanicità di una città che tutto ingloba e fagocita.
Calvino, con uno stile apparentemente leggero e fiabesco, ci offre uno specchio spietato della modernità. Ogni piccolo racconto è una parabola sulla distruzione dell’ambiente, sull’avidità umana e su una società che, nell’ossessione per il progresso, ha perso il contatto con le sue radici. Nei suoi tentativi di trovare funghi in mezzo allo smog o di catturare pesci nel fiume inquinato, Marcovaldo ci mostra l’assurdità di una civiltà che costruisce i suoi grattacieli proprio lì dove, un tempo, c’era un prato.
Scritto dal 1952 al 1963, “Marcovaldo” è un monito che resta intatto anche oggi: la nostra spinta verso la modernità e il consumo ha un prezzo salato, che rischia di diventare irreversibile. Calvino, come un profeta malinconico, ci invita a non perdere quel legame fragile con la natura, perché la perdita di questo equilibrio non porta solo a cieli sempre più grigi, ma ci priva anche della nostra umanità.
In un’epoca in cui il cambiamento climatico è all’ordine del giorno, rileggere Marcovaldo è un atto quasi necessario, per riscoprire nelle sue pagine una critica che va ben oltre il suo tempo e che ci costringe a riflettere su quanto la “città” di Marcovaldo ci appartenga, nel bene e – …ahimè – soprattutto nel male.
Nella prima edizione i racconti sono accompagnati dalle splendide illustrazioni di Sergio Tofano.
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