“Shampoo” di Hal Ashby

(USA, 1975)

Warren Beatty è uno di quegli attori a cui è difficile credere quando fa la vittima. Troppo bello, troppo sicuro di sé – non a caso la cantante Carly Simon gli dedicò la sua canzone graffiante “You’re So Vain”… – troppo consapevole dell’effetto che fa per raccogliere molta compassione. E forse è proprio per questo che è perfetto per interpretare George, il parrucchiere di Beverly Hills al centro di “Shampoo” di Hal Ashby: un uomo che ha tutto e non riesce a tenersi niente, che corre da una donna all’altra su una motocicletta come se la velocità potesse compensare la mancanza di direzione.

Beatty è anche produttore del film — segno che credeva nel progetto con la stessa ostinazione con cui George crede di poter conciliare l’inconciliabile — e nella nostra versione è doppiato superbamente da un sempre bravo Pino Colizzi, capace di trovare esattamente quella misura tra il fascino irresistibile e la leggerezza cronica del personaggio. Non è un risultato scontato, perché George non è un seduttore consapevole nel senso classico del termine: è piuttosto una specie di innocente strutturale, un uomo che distribuisce amore — o quello che scambia per amore — con la stessa generosità disordinata con cui l’America di quegli anni distribuiva promesse.

Il film è ambientato, in buona parte, nella notte tra il 4 e il 5 novembre del 1968, la notte in cui Richard Nixon vinceva la presidenza degli Stati Uniti. Non è un dettaglio scenografico, è la chiave di lettura di tutto: mentre in televisione si contano i voti, George corre da una donna all’altra cercando di tenere in equilibrio vite che non possono coesistere. Due specchi che si guardano, e nessuno dei due riflette niente di particolarmente lusinghiero, visto poi che pochi mesi prima della realizzazione del film Nixon fu costretto a dimettersi per il caso “Watergate”.

Nella vita di George ci sono tre donne contemporaneamente: Jackie, la sua ex fidanzata; Jill, la sua attuale compagna; e Felicia, moglie del suo potenziale mecenate Lester, l’uomo da cui spera di ottenere i fondi per aprire il proprio salone di bellezza. Julie Christie è Jackie, e basta scrivere il suo nome per capire che il film aveva qualcosa di straordinario già in partenza. Christie porta quella miscela inimitabile di bellezza ferita e ironia trattenuta che conosceva bene almeno dal suo “Darling” di Schlesinger di un decennio prima. La sua Jackie sa benissimo come stanno le cose con George, forse lo ha sempre saputo, ed è per questo il personaggio più lucido dell’intera storia, il che lo rende anche il più triste.

Goldie Hawn è Jill, e riesce a fare qualcosa di non banale: rendere credibile e umana una ragazza che in mani meno capaci sarebbe rimasta un contorno decorativo. Usa la sua leggerezza, che sembra quasi un dono di natura, per costruire una giovinezza che non è ingenuità ma scelta, e la differenza si vede e si sente.

E poi c’è Lee Grant, la cui Felicia le regala meritatamente l’Oscar come migliore attrice non protagonista. Grant costruisce un personaggio di rara complessità: una donna di mezza età che ha tutto tranne quello che cerca, che usa George con la stessa consapevolezza con cui George usa tutti, e che riesce a essere contemporaneamente ridicola e dignitosa, meschina e comprensibile. È l’interpretazione di chi capisce il proprio personaggio molto più di quanto il personaggio capisca se stesso. Un risultato che solo le grandi attrici e i grandi attori portano in scena senza farlo sembrare uno sforzo.

Jack Warden è Lester, il marito di Felicia. Warden è fra i migliori caratteristi che Hollywood abbia mai prodotto e dimostra ancora una volta di sapere esattamente cosa fare in ogni scena in cui appare. Il suo Lester è un uomo pragmatico che guarda la propria vita con il cinismo bonario di chi si è già fatto le domande importanti e ha smesso da un pezzo di aspettarsi risposte edificanti. Warden aveva quella qualità rara dei grandi attori di supporto: rendeva centrale ogni personaggio che interpretava, anche quando la storia lo metteva ai margini.

E se si parla di margini, vale la pena fermarsi un istante su un piccolo cameo che la storia del cinema ricorderà sempre con un sorriso: una giovanissima Carrie Fisher, in quello che è praticamente il suo debutto cinematografico, incarando la figlia adolescente di Felica e Lester. Ha diciassette anni, una presenza già magnetica, e nessuno poteva ancora immaginare cosa sarebbe diventata due anni dopo. Uno di quei dettagli che si scoprono, o si riscoprono, e che fanno sembrare il cinema un posto molto piccolo e meraviglioso.

Hal Ashby — lo stesso che ci avrebbe dato “Tornando a casa” nel 1978 e il magnifico “Oltre il giardino” nel 1979 — gira con una mano che sa essere leggera anche quando racconta cose pesanti. Non giudica George, non assolve nessuno, non distribuisce verdetti morali. Osserva, con quella macchina da presa discreta che sa stare un passo indietro rispetto ai personaggi senza perderne nessun dettaglio.

La colonna sonora porta la firma di Paul Simon — sì, quell’inconfondibile Paul Simon — che sceglie per il film un registro intimo e malinconico. Non c’è trionfo nella sua musica, c’è qualcosa di più sottile: la sensazione di qualcosa che finisce, di una stagione che si chiude, di un’America che quella notte del novembre 1968 stava voltando una pagina senza sapere ancora cosa c’era scritto su quella successiva.

“Shampoo” non è un film moralista, e questa è la sua virtù più grande e più rara. Non vuole insegnarci niente. Ci mostra soltanto George che corre da una parte all’altra di Beverly Hills cercando di tenere in equilibrio vite che non possono stare insieme. Alla fine si ferma. Guarda quello che ha. E capisce, forse per la prima volta davvero, che non gli è rimasto niente.

Ma è difficile, lo stesso, smettere di guardare.

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“Fiore di cactus” di Gene Saks

(USA, 1969)

L’8 dicembre del 1965 debutta a Broadway la commedia “Fiore di cactus” interpretata da Lauren Bacall e Barry Nelson. Il successo è notevole e lo spettacolo va in scena per oltre 1200 repliche. L’autore Abe Burrows ha adattato “Fleur de cactus”, una commedia leggera scritta dai francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, e andata in scena per la prima volta a Parigi nel dicembre del 1964.

Nel cast originale di quella prima rappresentazione ad impersonare il protagonista maschile Julien è Jean Poiret, che qualche anno dopo firmerà ed interpreterà in teatro assieme a Michel Serrault una commedia/farsa che riscuoterà un successo planetario: “La cage aux folles”, che nel 1978 Eduard Molinaro porterà per la prima volta sul grande schermo nel film “Il vizietto“, con lo stesso Serrault ma con al posto di Poiret uno stratosferico Ugo Tognazzi.

Tornando alla commedia di Burrows, visto il successo in teatro, Hollywood decide di portarla sul grande schermo ed affida la regia a un grande esperto del genere: Gene Saks, prima attore e poi regista teatrale e cinematografico al quale, per esempio, si deve la regia di “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, o di “La strana coppia” con Jack Lemmon e Walter Matthau.

Il ruolo del dentista sornione e scapolo impenitente Julian Winston viene affidato al grande Matthau, mentre quello della sua efficientissima segretaria Stephanie Dickinson sancisce il ritorno a Hollywood di Ingrid Bergman, che dagli anni Quaranta si era trasferita in Europa. Ad interpretare Toni Simmons è Goldie Hawn che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Jack Weston, ottimo caratterista di Hollywood.

L’insolito triangolo amoroso fra Julian, Toni e Stephanie è uno dei più famosi e divertenti del cinema americano degli anni Sessanta e rappresenta, forse un pò ingenuamente, il conflitto generazionale che in quegli anni infiamma la società in tutto l’Occidente.

D’altronde l’intenzione di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy era solo quella di scrivere una pièce leggera senza affrontare nessun problema fondamentale nella vita di un essere umano, con il solo scopo di far divertire allegramente il pubblico. Ma a distanza di tanti anni “Fiore di cactus” è una pellicola ancora godibile fino all’ultima scena, grazie soprattutto alla bravura dei suoi due grandi protagonisti: Bergman e Matthau.

A doppiare Matthau nella nostra versione è un bravissimo Renzo Palmer, Gemma Griarotti doppia splendidamente la Bergman, mentre Mario Maranzana dona in maniera irresistibile la voce a Weston.

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“Sugarland Express” di Steven Spielberg

(USA, 1974)

C’è un film di Steven Spielberg che, stranamente, quasi nessuno cita quando si parla del grande regista di Cincinnati. Si preferisce ricordare lo squalo meccanico di “Lo squalo”, i camion dell’esercito che sfilano davanti all’hangar nei vari Indiana Jones, il T-Rex che sbuca dalla pioggia in “Jurassic Park”. Tutto legittimo, tutto meraviglioso. Ma c’è un piccolo gioiello del 1974 che merita davvero di essere riscoperto, e che forse dice più di qualsiasi blockbuster sulla vera natura di questo regista straordinario: si tratta di “Sugarland Express”.

Spielberg aveva ventotto anni quando lo girò. Ventotto. L’età in cui molti, io per primo, stavano ancora cercando di capire cosa fare della propria vita. Lui stava già definendo il linguaggio del cinema contemporaneo. È bene ricordarlo anche perché “Sugarland Express” è il suo vero esordio sul grande schermo: “Duel”, il magnifico film-inseguimento del 1971 con Dennis Weaver alle prese con un camion assassino, nacque come produzione televisiva, per quanto la sua qualità fosse già siderale. “Sugarland Express” è invece cinema tout court, dalla prima all’ultima inquadratura.

La storia è tratta da un fatto di cronaca realmente accaduto in Texas nel 1969. Lou Jean Poplin — interpretata da una straordinaria, luminosa, dolente Goldie Hawn, all’epoca poco più che una stella nascente dopo “Fiore di Cactus” — è una giovane donna ai margini della società che costringe il marito Clovis (William Atherton, bravo e credibile nella sua inadeguatezza) a evadere dalla prigione dove stava scontando l’ultimo mese di una pena relativamente breve. Il movente? Riprendersi il loro piccolo figlio Baby Langston, affidato dai servizi sociali a una famiglia adottiva. Un atto d’amore disperato, irrazionale, destinato a trasformarsi in una fuga senza possibilità di redenzione.

Quello che rende “Sugarland Express” un film così speciale — e così commovente — è la sua capacità di vivere contemporaneamente su più livelli. È un road-movie, prima di tutto: una di quelle pellicole in cui la strada non è solo sfondo ma destino, in cui il paesaggio americano diventa specchio di un’America che stava cambiando, che stava perdendo qualcosa di essenziale. Siamo in pieno post-Sessanta, in quel momento di sospensione malinconico in cui il sogno della controcultura si stava sgretolando sotto i colpi implacabili della realtà. Lou Jean e Clovis sono figli di quell’epoca: ingenui, vitali, inesorabilmente impreparati alla durezza del mondo che li circonda. Non sono criminali nel senso classico del termine. Sono due ragazzi che non sanno come funziona la vita adulta, e che pagheranno questo non-sapere con un prezzo altissimo.

Spielberg costruisce attorno a loro una narrazione che ha l’andamento di una ballata triste. La macchina da presa — già in pieno possesso di quel talento visionario che esploderà negli anni successivi — accompagna la coppia con sequenze di inseguimento spettacolari, in cui decine di auto della polizia seguono il veicolo dei fuggitivi come una processione grottesca e surreale. È cinema dell’assurdo, ma mai gratuito. Ogni scena spinge in avanti la tragedia con la logica implacabile delle favole nere: si ride, ci si incanta, e poi all’improvviso si sente lo stomaco stringersi.

Hawn è semplicemente bravissima. Riesce a fare qualcosa di difficilissimo: rendere simpatica, anzi adorabile, una donna che oggettivamente sta facendo una serie di scelte sbagliate a causa della sua immaturità e della sua superficialità. C’è una disperazione luminosa nel suo sguardo, una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo. È un personaggio che porta addosso tutto il peso di chi è nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con gli strumenti sbagliati per affrontare il mondo. E lo fa senza lamentarsi, anzi: con una vitalità quasi commovente.

È impossibile, guardando “Sugarland Express” oggi, non pensare a “Thelma & Louise” di Ridley Scott, uscito quasi vent’anni dopo, nel 1991. Il film di Scott è un capolavoro a tutti gli effetti, ma deve moltissimo a questa pellicola: l’idea della fuga come atto di libertà, la coppia in viaggio verso un orizzonte impossibile, la società che non comprende e non perdona. Senza Lou Jean e Clovis che sfrecciano sulle strade del Texas, probabilmente Thelma e Louise non sarebbero mai salite su quella Thunderbird.

“Sugarland Express” è uno di quei film che il cinema americano sa fare in certi momenti irripetibili: popolare nella forma, profondo nella sostanza, capace di parlare a tutti senza rinunciare a dire qualcosa di vero. Spielberg non sarebbe diventato Spielberg senza questo film. E noi faremmo bene a ricordarlo.

Da rivedere, assolutamente.

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