“La grande abbuffata” di Marco Ferreri

(Francia/Italia, 1973)

Ci sono film che si guardano, e ci sono film che si subiscono. La grande abbuffata appartiene senza dubbio alla seconda categoria, ed è proprio in questa distinzione che risiede il suo genio disturbante. Marco Ferreri, nel 1973, firma un’opera che ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, continua a scandalizzare, disgustare e — cosa più importante — a far riflettere su cosa significhi davvero l’eccesso in una società che si nutre di se stessa fino all’autodistruzione.

La trama, se così si può chiamare, è tanto semplice quanto folle: quattro uomini di mezza età, un magistrato (Philippe Noiret), un pilota d’aereo (Marcello Mastroianni), un cuoco (Ugo Tognazzi) e un produttore televisivo (Michel Piccoli), si ritirano in una villa isolata alle porte di Parigi con un unico, dichiarato proposito: mangiare fino alla morte. Non c’è metafora nascosta da scovare, non c’è sottotesto da interpretare tra le righe. Il progetto suicida è esplicito fin dai primi minuti, e Ferreri non fa nulla per addolcirlo o renderlo più digeribile allo spettatore.

Quello che sorprende, guardando il film oggi, è la freddezza quasi clinica con cui viene messa in scena questa lenta agonia gastronomica. Ferreri filma le portate di cibo con la stessa attenzione compositiva che un pittore fiammingo dedicherebbe a una natura morta, ma è una natura morta che sa già di essere una lapide. Ogni piatto che arriva in tavola è un passo verso la fine, ogni boccone un piccolo atto di autoannientamento consapevole. E gli attori — tutti straordinari, va detto senza mezzi termini — si gettano in questa danza macabra con un coraggio interpretativo che pochi altri avrebbero avuto.

Tognazzi, in particolare, offre una delle prove più intense della sua carriera. Il suo cuoco, professionalmente ossessionato dalla perfezione culinaria fino all’ultimo respiro, diventa il simbolo perfetto di un’epoca — quella del boom economico ormai esaurito — che ha trasformato il piacere della tavola in un rito vuoto, ripetuto meccanicamente senza più alcuna gioia autentica. Mastroianni, dal suo canto, incarna la seduzione borghese che si consuma insieme al corpo, mentre Noiret regala al magistrato Philippe una dignità paradossale, quella di chi affronta la propria fine con un’eleganza quasi giudiziaria. Piccoli, infine, con il suo dirigente televisivo Michel, è forse il più inquietante dei quattro: un uomo abituato a mostrare tutto e a nascondere ancora di più, che qui si spoglia — letteralmente e metaforicamente — di ogni pudore residuo.

Ferreri inserisce nel quartetto anche alcune prostitute e, soprattutto, la maestra Andréa (una splendida Andréa Ferréol), figura che rappresenta forse l’unico elemento di autentica umanità in un film altrimenti popolato da corpi che si trasformano progressivamente in materia inerte. Andréa mangia con gli uomini, fa l’amore con loro, li accompagna fino alla fine, ma lo fa con una naturalezza che stride terribilmente con l’artificiosità mortifera del progetto maschile. È lei, alla fine, l’unica sopravvissuta, ed è difficile non leggere in questo una dichiarazione di intenti da parte del regista milanese.

Non si può parlare di questo film senza affrontare la questione dello scandalo che lo accompagnò alla sua uscita, quando fu presentato al Festival di Cannes tra fischi, insulti e — pare — persino qualche conato di vomito in sala. Reazioni che oggi possono far sorridere, ma che testimoniano quanto Ferreri avesse colpito un nervo scoperto della borghesia europea del dopoguerra: quella incapacità di riconoscere i propri eccessi se non quando vengono portati alle estreme, insopportabili conseguenze. La grande abbuffata è, in questo senso, una satira feroce del consumismo occidentale, ma è anche — e forse soprattutto — una meditazione sulla morte volontaria come ultima forma di libertà rimasta a uomini che hanno tutto tranne un senso.

La fotografia di Mario Vulpiani accompagna questa discesa con tonalità calde, quasi rassicuranti, che contrastano volutamente con l’orrore di ciò che viene mostrato. Non c’è mai un compiacimento splatter, non c’è mai la ricerca del disgusto per il disgusto: tutto è filmato con una compostezza formale che rende l’esperienza ancora più perturbante. È cinema che non urla, ma che scava, lentamente, fino a raggiungere quelle zone dell’animo che preferiremmo lasciare intatte.

Cinquant’anni dopo, La grande abbuffata – scritto dallo stesso Ferreri insieme a Rafael Azcona e Francis Blanche – resta un’opera capace di dividere, di respingere, di provocare reazioni viscerali. Ma è proprio in questa sua capacità di non lasciare indifferenti che risiede la sua grandezza. Ferreri non voleva fare un film piacevole, voleva fare un film necessario, e in questo è riuscito perfettamente.

Un’esperienza cinematografica che non si dimentica, anche quando si vorrebbe farlo. Da vedere, magari non subito dopo pranzo.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.

“La famiglia” di Ettore Scola

(Italia/Francia, 1986)

Ettore Scola, con il suo capolavoro “La famiglia” del 1986, si conferma non solo come uno dei più grandi registi di sempre, ma anche come un autentico maestro nel raccontare lo scorrere inesorabile del tempo. Il film rappresenta uno dei vertici della sua carriera, un’opera che attraversa ben ottant’anni di storia italiana attraverso la lente intima di una famiglia borghese romana.

L’espediente narrativo è geniale nella sua semplicità: la macchina da presa non abbandona mai l’appartamento dove vive la famiglia del protagonista Carlo, interpretato magistralmente da Vittorio Gassman e da giovane da Andrea Occhipinti. È l’Italia che cambia fuori dalla finestra, mentre dentro quelle stanze assistiamo al passaggio delle generazioni, ai cambiamenti nei costumi e nelle relazioni familiari.

Scola dimostra una sensibilità unica nel rappresentare il trascorrere degli anni. Non utilizza effetti speciali o soluzioni elaborate: sono i dettagli, i cambiamenti nell’arredamento, negli abiti, nelle musiche di sottofondo, nei comportamenti e nei dialoghi a scandire il passaggio delle epoche. Dal 1906, con la nascita di Carlo, fino agli anni ’80, ogni transizione temporale è fluida, naturale, quasi impercettibile eppure profondamente evidente.

Il regista riesce magistralmente a rappresentare come il tempo trasformi non solo i corpi, ma anche le anime dei suoi personaggi. Vittorio Gassman e gli altri interpreti invecchiano davanti ai nostri occhi senza strappi, con una continuità sorprendente, passando dall’esuberanza giovanile alla saggezza – o talvolta all’amarezza – della vecchiaia.

Particolarmente toccante è il modo in cui Scola affronta il rapporto tra Carlo e Adriana – interpretata da Fanny Ardant – sorella di Beatrice incarnata da una straordinaria Stefania Sandrelli, moglie dello stesso Carlo. La loro è una storia d’amore mai vissuta, un sentimento che attraversa i decenni rimanendo sempre sullo sfondo, come opportunità mancata che il tempo non cancella ma trasforma. L’apice del loro rapporto irrisolto è forse nella scena in cui Carlo/Gassman litiga con il promesso sposo di Adriana, interpretato da un monumentale Philippe Noiret che recita oltretutto anche in italiano.

La regia di Scola è precisa, meticolosa, quasi maniacale nella cura dei dettagli. La sua macchina da presa si muove all’interno dell’appartamento come un membro silenzioso della famiglia, osservando senza giudicare, registrando i piccoli e grandi eventi che compongono l’esistenza umana.

Scritto dallo stesso Scola assieme a Ruggero Maccari e Furio Scarpelli, “La famiglia” non è solo un film sul tempo che passa, ma anche un affresco storico dell’Italia del Novecento. Attraverso le vicende personali dei protagonisti, Scola racconta la Grande Guerra, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, il boom economico, fino agli anni di piombo e agli anni ’80, senza mai trasformare il film in un documentario o in una lezione di storia.

Ciò che rende “La famiglia” un’opera straordinaria è la capacità di Scola di bilanciare il particolare e l’universale. Quella che vediamo è una famiglia specifica, con le sue peculiarità e le sue dinamiche uniche, ma è anche, simbolicamente, la famiglia italiana, con le sue tradizioni, le sue contraddizioni e la sua evoluzione nel tempo.

Il tempo, in questo film, non è solo un tema narrativo ma diventa quasi un personaggio invisibile che condiziona tutti gli altri. Scola lo rappresenta nella sua duplice natura: quella distruttrice, che consuma vite e relazioni, e quella creatrice, che permette nuovi inizi e trasformazioni inaspettate. Sublime è anche la visualizzazione dei passaggi temporali che Scola incarna in una lenta ma inesorabile carrellata nel grande corridoio vuoto della casa.

Nel cast, in personaggi secondari ma allo stesso tempo portanti, vanno ricordate le interpretazione di Ottavia Piccolo, Alessandra Panelli, Monica Schettini, Athina Cenci, Massimo Dapporto, Carlo Dapporto, Renzo Palmer, Giuseppe Cederna e Sergio Castellitto.

A distanza di quarant’anni dalla sua uscita, “La famiglia” conserva intatta la sua potenza emotiva e la sua rilevanza artistica, confermandosi come una delle opere più mature e compiute di Ettore Scola, un regista che ha saputo raccontare come pochi altri l’Italia e gli italiani, e soprattutto, il misterioso, inesorabile scorrere del tempo nelle nostre vite.

Un capolavoro assoluto.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Dimenticare Palermo” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1990)

Alla fine del decennio che ha segnato il definitivo arrivo tragico e implacabile della droga nella nostra società, il maestro Francesco Rosi ci regala una pellicola che fotografa i poteri forti che ci sono dietro agli enormi guadagni che il traffico illegale di stupefacenti produce giornalmente.

Ispirandosi all’omonimo romanzo della francese Edmonde Charles-Roux (1920-2016) pubblicato nel 1967, Rosi scrive la sceneggiatura assieme ai suoi amici personali Tonino Guerra e Gore Vidal, attualizzandola e disegnando un profilo della mafia molto più limpido fedele e duro.

Così ci troviamo a New York dove Carmine Bonavia (un bravo James Belushi), figlio di immigranti palermitani, è un consigliere del Municipio di New York che sfida il sindaco uscente. Fra i suoi cavalli di battaglia ci sono i centri per la tossicodipendenza che ha creato in alcuni quartieri.

E proprio durante l’inaugurazione di uno di questi Bonavia incontra Gianna Magnardi (Carolina Rosi) una giornalista siciliana che vive a New York e lavora per la televisione italiana, che gli chiede, una volta eletto, cosa avrà davvero il coraggio di fare per sconfiggere la piaga della droga. Bonavia prende spunto dalle domande della donna e inizia una nuova campagna a favore della legalizzazione della droga – non della liberalizzazione – cosa che di fatto farebbe perdere i clamorosi introiti quotidiani alla criminalità organizzata.

Decide poi di spostare la meta del suo imminente viaggio di nozze con Carrie (Mimi Rogers) da Venezia proprio a Palermo, la terra dei suoi genitori che lui non ha mai visto. L’unico che si oppone alla cosa è suo padre che tenta in ogni modo e inutilmente di fargli cambiare idea.

Così Carmine e Carrie Bonavia arrivano nel grande e lussuoso albergo di Palermo dove vengono accolti da un cortese quanto ambiguo direttore Gianni Mucci (Philippe Noiret). Il primo impatto con il capoluogo siciliano è magico e pieno di arte millenaria, odori e profumi incredibili. Ma anche di originali e strani personaggi come il Principe (Vittorio Gassman) che da oltre quarant’anni vive nell’albergo senza mai uscire dal portone.

Ma la campagna di Bonavia a favore della legalizzazione delle sostanze stupefacenti non può non attirare la calda attenzione della grande e multinazionale criminalità organizzata che conosce bene le origini, il sangue e l’anima di Carmine incapace di …dimenticare Palermo.

Splendida e dura pellicola di Rosi che, come tutte le altre sue opere, ha il merito di fotografare e testimoniare in maniera lucida e schietta la nostra società nel momento in cui viene realizzata, rimanendo al tempo stesso efficace e – …purtroppo – sempre attuale. Dopo oltre trent’anni, infatti, questo film ancora colpisce al cuore lasciandoci confusi e amareggiati sulle note della bellissima colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

“Dimenticare Palermo” nel nostro Paese, pagò un prezzo molto alto visto che chi sedeva allora a Palazzo Chigi riteneva che l’unica arma possibile da usare contro la droga fosse la massima e implacabile repressione, soprattutto sui tossicodipendenti, discostandosi non poco dagli ideali del Bonavia.

Da vedere e da far vedere a scuola.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Tre fratelli” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1980)

Liberamente ispirato al racconto “Il terzo figlio” di Andrej Platonovič Platonov e scritto dallo stesso Rosi assieme a Tonino Guerra, “Tre fratelli” ci racconta in maniera davvero splendida e dolorosa l’Italia nel duro passaggio fra gli anni Settanta e Ottanta.

Nella profonda e meravigliosa campagna pugliese l’anziano Donato Giuranna (Charles Vanel) lascia la sua masseria per raggiungere il paese più vicino dove, dall’ufficio postale, manda tre telegrammi ai suoi tre figli per avvisarli che la loro madre è appena morta.

Il primo arriva a Napoli dove, in un carcere minorile, come maestro lavora Rocco Giuranna (Vittorio Mezzogiorno). Il secondo viene recapitato a Roma, nella quale vive e svolge la sua attività di magistrato Raffaele Giuranna (un bravissimo Philippe Noiret doppiato in maniera sublime da Paolo Bonacelli). Il terzo raggiunge Torino dove Nicola Giuranna (Michele Placido) è un attivista sindacale nonché operaio in una grande fabbrica di automobili.

I tre, ricevuta la notizia, partono subito per la loro casa d’origine lasciando, chi i propri ragazzi come Rocco, chi moglie (Andréa Ferréol) e figlio adolescente come Raffaele, e chi un matrimonio naufragato come Nicola, che ha rotto con la moglie (Maddalena Crippa) e porta con sé la piccola figlia Marta.

Il triste ritorno nella grande masseria, dove sono nati e cresciuti, diventa l’occasione per un nuovo e profondo confronto fra i tre fratelli che hanno preso strade molto diverse. Se Rocco ha dedicato la sua vita agli altri, Raffaele e Nicola rappresentano invece i due lati che si scontrano più violentemente in quegli anni nella nostra società. Se il primo è un giudice che, sapendo di poter essere ammazzato in qualsiasi momento, accetta di presiedere un processo contro alcuni terroristi, il secondo da operaio e attivista, ne appoggia non i mezzi ma certo gli ideali.

Sullo sfondo la piccola Marta osserva sia la vita contadina, che per lei nata e cresciuta in città è un “gioco” da fare nella vecchia casa paterna, sia l’inconsolabile dolore del nonno Donato a cui rimangono solo gli umili ma al tempo stesso splendidi ricordi del suo lungo matrimonio.

L’incontro-scontro fra i tre fratelli rappresenta in maniera efficace e tagliente tutta la nostra società che proprio in quegli anni stava cambiando pelle, anche con drammatiche conseguenze, abbandonando definitivamente la sua anima contadina per quella industriale e cittadina.

Se alla fine Nicola è quello che si preoccupa meno delle nuove generazioni, Raffaele invece, nonostante le armi dei terroristi ancora falcino i suoi colleghi, si preoccupa per l’avvenire proprio delle giovani generazioni, come profetizzando che la fine delle ideologie porterà inesorabilmente a una generazione “televisiva”. 

Rocco, che ha rinunciato ad avere una propria famiglia per dedicarsi totalmente ai ragazzi più sbandati, compie un sogno che ancora oggi commuove dove i ragazzi del riformatorio dove lavora ripuliscono la loro città spazzando prima e bruciando poi tutte le armi e le siringhe che la insozzano, il tutto sulle note della splendida “Je’ so pazzo” di Pino Daniele.       

Questa bellissima pellicola vince 5 David di Donatello, tra cui miglior regista e la miglior sceneggiatura (ad oggi lo stesso Rosi è il cineasta che ha vinto più David nella categoria miglior regista con ben 5 statuette) e riceve la candidatura come miglior film straniero agli Oscar del 1982.

Per la chicca: nei panni di un terrorista che tormenta in un incubo Raffaele c’è un giovane e allora sconosciuto Sergio Castellitto.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Zazie nel metrò” di Louis Malle

(Francia/Italia, 1960)

In piena Nouvelle Vague, quando il cinema francese stava reinventando il linguaggio cinematografico attraverso le sperimentazioni di Truffaut, Godard e compagni, Louis Malle decide di portare sul grande schermo uno dei romanzi più irriverenti e sperimentali della letteratura francese: “Zazie nel metrò” di Raymond Queneau. Per la sceneggiatura si affida a Jean-Paul Rappeneau, che trent’anni dopo dirigerà lo splendido “Cyrano de Bergerac” con Gérard Depardieu, confezionando insieme un’opera che ancora oggi lascia senza fiato per la sua modernità e audacia visionaria.

Il risultato è un film spettacolare e anarchico che anticipa di decenni linguaggi cinematografici, metafore visive e soluzioni narrative che verranno riprese da registi del calibro di Michel Gondry, Terry Gilliam e persino dagli stessi Monty Python. Malle crea un universo dove la realtà si mescola al sogno, dove i tempi narrativi si dilatano e si comprimono, dove i personaggi sono maschere grottesche che popolano un mondo onirico e surreale. È cinema puro, libero, svincolato da ogni convenzione.

La trama è apparentemente semplice: una madre vedova, desiderosa di passare del tempo con il suo nuovo amante, porta sua figlia Zazie, una ragazzina di dieci anni dalla lingua tagliente e dall’indole ribelle, a Parigi per qualche giorno. La affida allo zio Gabriel, interpretato da un sornione e strambo Philippe Noiret che dimostra ancora una volta il suo straordinario talento nel creare personaggi memorabili. Gabriel, che di mestiere fa la drag queen (cosa che negli anni Sessanta rappresentava già di per sé una scelta coraggiosa e provocatoria), diventa la guida di Zazie in questa esplorazione della capitale francese.

La piccola protagonista ha un sogno apparentemente modesto: andare in metropolitana. Ma un improvviso sciopero dei trasporti pubblici le impedisce di realizzare questo desiderio, trasformando Parigi in un labirinto da attraversare a piedi, dove ogni angolo nasconde incontri bizzarri e situazioni surreali. Incontrando e canzonando con la sua sfacciataggine una galleria di personaggi strani e inquietanti, Zazie attraversa la città come Alice nel paese delle meraviglie, tra venditori ambulanti, turisti sprovveduti e figure ambigue.

Tra questi spicca il personaggio interpretato da Vittorio Caprioli, un satiro che oggi chiameremmo giustamente pedofilo, presenza minacciosa che Malle non edulcora ma rappresenta con lucida crudezza, testimonianza di come il cinema francese dell’epoca sapesse affrontare temi scomodi senza censure ipocrite. L’interpretazione di Caprioli è inquietante e memorabile, perfettamente calibrata nel suo essere repellente.

Dal punto di vista formale, “Zazie nel metrò” è una continua esplosione di invenzioni visive: accelerazioni improvvise del montaggio, scene riprese al rallentatore alternate a sequenze frenetiche, inquadrature impossibili, dialoghi doppiati in modo volutamente innaturale, effetti speciali artigianali ma efficacissimi. Malle gioca con il mezzo cinematografico come un bambino con un giocattolo nuovo, sperimentando ogni possibilità espressiva. Il risultato è un film che non invecchia, perché la sua modernità non è legata alla tecnologia ma all’immaginazione pura.

Philippe Noiret è semplicemente sublime nel ruolo dello zio Gabriel, creando un personaggio tenero e ambiguo, protettivo ma eccentrico, capace di muoversi tra diverse identità con naturalezza disarmante. È una delle sue interpretazioni meno celebrate ma certamente tra le più interessanti, testimonianza della sua incredibile versatilità d’attore.

Quando, alla fine della sua vacanza parigina, la madre viene a riprendere Zazie, la bambina finalmente potrà salire sul metrò. Ma sarà troppo stanca per l’avventura vissuta e finirà per addormentarsi proprio sul più bello, in un finale malinconico e ironico che suggella perfettamente questo viaggio iniziatico. Alla domanda della madre su cosa abbia fatto a Parigi, Zazie risponderà con una frase che racchiude tutto il senso del film: “Sono invecchiata”. Perché “Zazie nel metrò” è questo: un’esplorazione del mondo adulto attraverso gli occhi di una bambina che perde l’innocenza scoprendo la complessità e la follia del reale.

Spettacolare, visionario, imperdibile. Un capolavoro misconosciuto che merita di essere riscoperto.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

“Amici miei” di Mario Monicelli

(Italia, 1975)

Nella storia del cinema italiano arrivano momenti in cui la commedia smette di essere semplice intrattenimento e diventa specchio spietato di un’Italia che cambia pelle, che abbandona le macerie del dopoguerra per tuffarsi nel benessere economico senza però riuscire mai a scrollarsi di dosso quella malinconia di fondo, quel senso di vuoto esistenziale mascherato dalle risate. Uno di questi momenti è senza dubbio “Amici miei”, diretto nel 1975 da Mario Monicelli su un’idea geniale di Pietro Germi, che purtroppo morirà prima di vedere realizzato il suo progetto.

Ormai è impossibile separare la parola “Zingarata” dai nomi di Lello Mascetti, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi che qui raggiunge uno dei vertici assoluti della sua carriera, Rambaldo Melandri nella pelle di un perfetto Gastone Moschin, Giorgio Perozzi affidato all’eleganza malinconica di Philippe Noiret, il Necchi di Duilio Del Prete e il professor Sassaroli incarnato magistralmente da Adolfo Celi. Cinque uomini di mezza età, fiorentini fino al midollo, che si aggrappano disperatamente alle loro burle sempre più crudeli e gratuite per non affrontare la realtà che li circonda: vite insoddisfatte, carriere in declino, giovinezza irrimediabilmente perduta.

A dimostrazione della grandezza e dell’immortalità di questo film che Monicelli ha saputo plasmare con quella sua capacità unica di mescolare riso e lacrime senza mai scadere nel melodramma, nessuno può negare che il termine “Supercazzola” appartiene ormai di diritto al nostro vocabolario quotidiano. È entrata nel linguaggio comune, nelle conversazioni tra amici, persino nel gergo politico. La “Supercazzola” – quel flusso di parole apparentemente sensate ma in realtà completamente prive di significato con cui il Conte Mascetti riesce a confondere e sottomettere i malcapitati di turno – è diventata metafora perfetta di quella comunicazione vuota che pervade la nostra società.

Ispirato alle vere zingarate di Scarnicci & Tarabusi, fiorentini doc, autori di molte riviste teatrali che interpretò Ugo Tognazzi nella prima parte della sua carriera artistica, “Amici miei” va ben oltre il semplice film comico. È un’opera che ha saputo fotografare con lucidità spietata un’Italia in trasformazione, quella degli anni Settanta dove il boom economico ha ormai fatto il suo corso lasciando dietro di sé non solo benessere materiale ma anche un profondo senso di spaesamento esistenziale.

Oltre ad avere un cast davvero stratosferico – e come potremmo dimenticare Bernard Blier nel ruolo memorabile del Righi, un pensionato arraffone e per questo vittima perfetta delle loro zingarate – il film rimane sempre tremendamente attuale. Continua a farci ridere con quella comicità sofisticata, intelligente e al tempo stesso spietata che oggi sembra quasi scomparsa dagli schermi; a farci piangere quando sotto la maschera della goliardia emerge il dolore autentico di uomini che hanno perso la bussola, e soprattutto a farci riflettere con la sua lucida cattiveria mascherata da gioco.

In un’intervista che è rimasta celebre, Monicelli raccontò con quel suo piglio da maestro artigiano del cinema che, oltre agli stessi Scarnicci e Tarabusi, i personaggi principali erano ispirati ad altri autentici fiorentini dell’epoca. E lo stesso grande regista narrava entusiasta, con quella sua capacità di rendere vivo ogni aneddoto, come questi illustri cittadini in realtà sapessero fare la “Supercazzola” anche meglio dei grandi attori che lui aveva diretto. Fra tutti c’era il luminare nonché famosissimo primario d’ospedale al quale gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, assieme allo stesso Monicelli, si ispirarono per creare il personaggio dell’implacabile Sassaroli, medico che nella realtà qualche anno prima della realizzazione della pellicola venne addirittura considerato per il Premio Nobel per la Medicina.

Questo aneddoto ci fa capire quanto il film sia radicato nella realtà fiorentina, in quel particolare modo di vivere e di rapportarsi al mondo che ha reso questa città unica nel panorama italiano e mondiale. Le zingarate non sono semplici scherzi goliardici, ma un vero e proprio stile di vita, una filosofia dell’esistenza che permette di sopportare il peso della quotidianità attraverso la trasgressione e il riso liberatorio.

Ma c’è dell’altro. Perché “Amici miei” è anche un film sulla fine di un’epoca, sull’impossibilità di restare giovani per sempre, sul tradimento reciproco che inevitabilmente corrompe anche l’amicizia più salda quando ci si trova di fronte alla propria mortalità. La sequenza finale del funerale, con quella processione grottesca e commovente insieme, rappresenta uno dei momenti più alti del cinema italiano: i quattro amici rimasti che accompagnano il trapassato con quella mescolanza di irriverenza e tenerezza che solo Monicelli sapeva orchestrare.

La fotografia di Luigi Kuveiller cattura perfettamente l’atmosfera di una Firenze invernale e notturna, lontana dalle cartoline patinate per turisti. È una città di nebbie, di caffè deserti, di strade buie dove questi eterni adolescenti giocano le loro ultime partite contro il tempo e la morte. E la colonna sonora di Carlo Rustichelli, con quel suo tono malinconico e ironico insieme, accompagna perfettamente il procedere della narrazione.

Quello che rende “Amici miei” un’opera immortale è proprio questa capacità di essere contemporaneamente comico e tragico, leggero e profondo, divertente e straziante. Monicelli non giudica mai i suoi personaggi, non li condanna per la loro immaturità o per la crudeltà delle loro burle. Li osserva con uno sguardo che è insieme complice e distaccato, affettuoso e lucido. Ci fa ridere delle loro prodezze sempre più assurde, ma ci costringe anche a vedere il vuoto che cercano disperatamente di riempire.

Da vedere ad intervalli regolari, come si ritorna periodicamente in certi luoghi dell’anima che non possiamo permetterci di dimenticare. Perché “Amici miei” non è solo un film, è un pezzo della nostra identità culturale, un’opera che continua a parlarci di chi siamo stati e di chi siamo diventati, di quella commedia umana che si ripete eternamente uguale e sempre diversa.

Un capolavoro assoluto che ha segnato indelebilmente la storia del cinema italiano e che merita di essere tramandato alle generazioni future come testimonianza di un’epoca irripetibile e di un modo di fare cinema che oggi appare quasi impossibile da replicare.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.