“Una questione d’onore” di Luigi Zampa

(Italia, 1966)

“Una questione d’onore”, diretto da Luigi Zampa, è una brillante commedia all’italiana che, attraverso la satira, mette a nudo i meccanismi arcaici della società sarda – e non solo – degli anni ’60, con particolare attenzione ai codici d’onore e alle tradizioni che governavano i rapporti sociali sull’isola e di riflesso in tutta la nostra penisola.

Al centro della vicenda troviamo Efisio Mulas, interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi in una delle sue interpretazioni più memorabili. Tognazzi incarna perfettamente un anonimo e squattrinato tuttofare di un piccolo paese sardo che, per un equivoco, si ritrova coinvolto in una questione d’onore legata alla sua presunta seduzione di Domenicangela (Nicoletta Machiavelli) per la quale i suoi quattro fratelli lo costringono a non frequentare altre donne né a lasciare la sua casa.

Domenicangela è in prigione, visto che ha colpito con una roncolata Efisio che, visto il suo aspetto non vuole riparare al torto, torto che in realtà non ha nemmeno commesso. Ma un’amnistia libera la ragazza che torna in paese con un aspetto diverso, molto più attraente e carnale. Efisio, così, è disposto finalmente a sposarla ma…

Il film si distingue per la sua caustica e impietosa critica del perbenismo imperante nell’Italia – tutta! – degli anni Sessanta. Zampa punta il dito contro una società che si regge su apparenze e convenzioni, smascherando l’ipocrisia di chi pretende di difendere l’onore mentre persegue i propri interessi personali. La pellicola mette a nudo brutalmente anche il divario tra la moralità proclamata pubblicamente e comportamenti privati, mostrando come le stesse persone che impongono rigide norme morali siano spesso le prime a infrangerle quando conviene loro.

Particolarmente feroce è la rappresentazione delle autorità locali e dei notabili del paese – fra cui spicca don Leandro Sanna interpretato magistralmente da Bernard Blier – dipinti come guardiani di un ordine sociale ingiusto che preserva soprattutto i loro privilegi. La pellicola, scritta da Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Lorenzo Gicca Palli e lo stesso Zampa, mette in ridicolo la loro postura moralista che serve solo a mantenere lo status quo, mentre dietro le quinte prosperano favoritismi, corruzione e bassi compromessi morali.

“Una questione d’onore” costituisce anche una denuncia spietata del sistema patriarcale. Il film evidenzia come il concetto di “onore” sia in realtà uno strumento di controllo sociale, particolarmente oppressivo nei confronti delle donne. Domenicangela viene ridotta alla fine a mero oggetto la cui “purezza” determina il valore sociale dell’intera famiglia. Le donne nel film sono private di autonomia decisionale e sottoposte a un rigido controllo da parte degli uomini della famiglia, responsabili di “vendicare” qualsiasi presunta offesa alla loro “proprietà”, così com’era la nostra società del tempo.

Zampa riesce a farci ridere mentre ci mostra la tragedia di questa condizione femminile, sottolineando l’assurdità di un sistema che considera normale che gli uomini decidano del destino delle donne, arrivando fino a pianificare vendette sanguinose per “lavare l’onta” di comportamenti femminili giudicati inappropriati.

La genialità del film risiede nella sua capacità di usare la comicità come strumento di critica sociale devastante, tipica della grande commedia all’italiana. Mentre ridiamo delle disavventure di Efisio, costretto a seguire codici comportamentali che non comprende pienamente e che lo portano verso situazioni sempre più assurde, Zampa ci costringe a confrontarci con l’irrazionalità di queste tradizioni. La comicità diventa così un potente mezzo di denuncia che, attraverso il riso, permette allo spettatore di prendere le distanze critiche dalle tradizioni rappresentate.

Tognazzi, con la sua straordinaria interpretazione, riesce a incarnare perfettamente il conflitto di un uomo intrappolato tra il desiderio di conformarsi alle aspettative sociali e la crescente consapevolezza dell’assurdità di queste richieste, rendendo il suo personaggio tanto comico quanto profondamente umano nella sua contraddittorietà.

Non a caso “Una questione d’onore” affrontò significativi problemi legali alla sua uscita nelle sale. Il film venne infatti sequestrato in Sardegna poco dopo la sua distribuzione, in seguito alle proteste di numerosi cittadini sardi che lo considerarono offensivo nei confronti delle tradizioni e dei costumi dell’isola.

Le autorità locali accolsero queste lamentele e procedettero al sequestro della pellicola, accusando il film di diffamare il popolo sardo attraverso una rappresentazione caricaturale e denigratoria. In particolare, venne contestata la rappresentazione della vendetta barbaricina e del codice d’onore, temi centrali nella narrazione.

Il sequestro innescò un dibattito significativo sui limiti della libertà artistica e sul diritto di satira. Gli autori e i produttori del film si difesero sostenendo che la pellicola non intendeva offendere la Sardegna, ma piuttosto criticare, attraverso la commedia, tradizioni obsolete che limitavano la libertà individuale.

Il caso legale evidenziò la tensione esistente tra la modernità che avanzava nell’Italia del famigerato Boom economico e le tradizioni culturali ancora fortemente radicate in alcune regioni. Il film, proprio per questa sua capacità di toccare nervi scoperti della società italiana dell’epoca, rimane ancora oggi un documento significativo del cinema italiano degli anni Sessanta, capace di utilizzare la commedia come strumento di analisi sociale.

Con il passare degli anni, “Una questione d’onore” è stato rivalutato e oggi viene considerato giustamente un’opera importante sia per il valore artistico che per la sua rilevanza storica e sociale.

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“Alfredo Alfredo” di Pietro Germi

(Italia/Francia, 1972)

All’indomani dell’entrata in vigore nel nostro Paese del divorzio, il maestro Pietro Germi punta la sua tagliente macchina da presa nella camera da letto degli italiani.

E’ indubbio che la legge sul divorzio, nel Paese che confina con lo Stato che ospita il Santo Padre, sia una enorme ed epocale conquista, soprattutto per le donne. Ma gli italiani, sopratutto gli uomini, sono davvero pronti?

Così entriamo nella vita del ligio impiegato di banca Alfredo Sbisà (interpretato da Dustin Hoffman e doppiato in maniera straordinaria da Ferruccio Amendola) che nonostante la sua laurea in Architettura preferisce la morigerata vita impiegatizia che culmina la sera con la visione di uno sceneggiato televisivo assieme al padre.

L’unico elemento fuori le righe della sua esistenza è Oreste (Duilio Del Prete) impenitente donnaiolo, che riesce ogni tanto a strapparlo dalla sua routine. Ma un giorno Alfredo incrocia per le strade della sua Ascoli un’affascinantissima farmacista che poi scopre chiamarsi Maria Rosa (Stefania Sandrelli) e della quale subito si innamora.

Se il carattere di Alfredo è timoroso e profondamente riflessivo, quello di Maria Rosa, invece, è impulsivo e volitivo, così la loro relazione esplode quasi subito e velocemente arriva al matrimonio. Quando poi la neo signora Sbrisà rimane incinta, in casa si stabiliscono anche i suoceri (con un grande Saro Urzì nel ruolo del padre) e Alfredo viene relegato nella cantina, visto poi che suo padre da tempo ormai era stato “invitato” a trasferirsi nella casa di campagna.

In breve tempo di lui nessuno si cura più e così Alfredo, preso dalla solitudine la sera inizia segretamente a uscire di casa per guardare gli altri “vivere”. Una sera, sempre con lo zampino di Oreste, incontra Carolina (Carla Gravina) donna dal carattere e dalla idee diametralmente opposte a quelle di Maria Rosa, ma…

Scritto dallo stesso Germi assieme a Tullio Pinelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, questo “Alfredo Alfredo” – che sembra a tutti gli effetti un antesignano dello struggente “L’amore fugge” del grande Truffaut – ci sussurra all’orecchio una frase che, parafrasando Massimo D’Azeglio, potrebbe essere: “Fatto il divorzio …ora bisogna fare i coniugi”.

A distanza ormai di cinquant’anni, infatti, e con due generazioni di italiani nati con il divorzio in vigore, siamo poi così sicuri che sappiamo davvero bene il significato di matrimonio? Purtroppo per secoli l’unione di una coppia, nella nostra Terra, è stata rigidamente considerata come un vincolo sacro e un dogma della società. Come se dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, tutto si svolga in maniera “naturale” e senza “particolari” problemi.

Questo, naturalmente, secondo una medievale concezione patriarcale per la quale tutto ruotava intorno all’uomo a cui la donna doveva adattarsi in maniera supina. Ho usato il termine medievale, ma in realtà non dobbiamo andare così lontano nel tempo visto che, per fare un esempio, anche i miei genitori si sono sposati senza che esistesse la legge sul divorzio.

E così, una volta scardinato il secolare sacro vincolo le donne, ma soprattuto gli uomini, sono capaci di avere una relazione equilibrata?

Naturalmente generalizzare è sbagliato, ma Germi ha sempre amato farci ridere facendoci pensare. Se invece non abbiamo voglia di ridere col maestro Germi, basta leggere quel bollettino di guerra che sono i femminicidi ancora oggi nel nostro Paese.

“Amici miei” di Mario Monicelli

(Italia, 1975)

Nella storia del cinema italiano arrivano momenti in cui la commedia smette di essere semplice intrattenimento e diventa specchio spietato di un’Italia che cambia pelle, che abbandona le macerie del dopoguerra per tuffarsi nel benessere economico senza però riuscire mai a scrollarsi di dosso quella malinconia di fondo, quel senso di vuoto esistenziale mascherato dalle risate. Uno di questi momenti è senza dubbio “Amici miei”, diretto nel 1975 da Mario Monicelli su un’idea geniale di Pietro Germi, che purtroppo morirà prima di vedere realizzato il suo progetto.

Ormai è impossibile separare la parola “Zingarata” dai nomi di Lello Mascetti, interpretato da uno straordinario Ugo Tognazzi che qui raggiunge uno dei vertici assoluti della sua carriera, Rambaldo Melandri nella pelle di un perfetto Gastone Moschin, Giorgio Perozzi affidato all’eleganza malinconica di Philippe Noiret, il Necchi di Duilio Del Prete e il professor Sassaroli incarnato magistralmente da Adolfo Celi. Cinque uomini di mezza età, fiorentini fino al midollo, che si aggrappano disperatamente alle loro burle sempre più crudeli e gratuite per non affrontare la realtà che li circonda: vite insoddisfatte, carriere in declino, giovinezza irrimediabilmente perduta.

A dimostrazione della grandezza e dell’immortalità di questo film che Monicelli ha saputo plasmare con quella sua capacità unica di mescolare riso e lacrime senza mai scadere nel melodramma, nessuno può negare che il termine “Supercazzola” appartiene ormai di diritto al nostro vocabolario quotidiano. È entrata nel linguaggio comune, nelle conversazioni tra amici, persino nel gergo politico. La “Supercazzola” – quel flusso di parole apparentemente sensate ma in realtà completamente prive di significato con cui il Conte Mascetti riesce a confondere e sottomettere i malcapitati di turno – è diventata metafora perfetta di quella comunicazione vuota che pervade la nostra società.

Ispirato alle vere zingarate di Scarnicci & Tarabusi, fiorentini doc, autori di molte riviste teatrali che interpretò Ugo Tognazzi nella prima parte della sua carriera artistica, “Amici miei” va ben oltre il semplice film comico. È un’opera che ha saputo fotografare con lucidità spietata un’Italia in trasformazione, quella degli anni Settanta dove il boom economico ha ormai fatto il suo corso lasciando dietro di sé non solo benessere materiale ma anche un profondo senso di spaesamento esistenziale.

Oltre ad avere un cast davvero stratosferico – e come potremmo dimenticare Bernard Blier nel ruolo memorabile del Righi, un pensionato arraffone e per questo vittima perfetta delle loro zingarate – il film rimane sempre tremendamente attuale. Continua a farci ridere con quella comicità sofisticata, intelligente e al tempo stesso spietata che oggi sembra quasi scomparsa dagli schermi; a farci piangere quando sotto la maschera della goliardia emerge il dolore autentico di uomini che hanno perso la bussola, e soprattutto a farci riflettere con la sua lucida cattiveria mascherata da gioco.

In un’intervista che è rimasta celebre, Monicelli raccontò con quel suo piglio da maestro artigiano del cinema che, oltre agli stessi Scarnicci e Tarabusi, i personaggi principali erano ispirati ad altri autentici fiorentini dell’epoca. E lo stesso grande regista narrava entusiasta, con quella sua capacità di rendere vivo ogni aneddoto, come questi illustri cittadini in realtà sapessero fare la “Supercazzola” anche meglio dei grandi attori che lui aveva diretto. Fra tutti c’era il luminare nonché famosissimo primario d’ospedale al quale gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, assieme allo stesso Monicelli, si ispirarono per creare il personaggio dell’implacabile Sassaroli, medico che nella realtà qualche anno prima della realizzazione della pellicola venne addirittura considerato per il Premio Nobel per la Medicina.

Questo aneddoto ci fa capire quanto il film sia radicato nella realtà fiorentina, in quel particolare modo di vivere e di rapportarsi al mondo che ha reso questa città unica nel panorama italiano e mondiale. Le zingarate non sono semplici scherzi goliardici, ma un vero e proprio stile di vita, una filosofia dell’esistenza che permette di sopportare il peso della quotidianità attraverso la trasgressione e il riso liberatorio.

Ma c’è dell’altro. Perché “Amici miei” è anche un film sulla fine di un’epoca, sull’impossibilità di restare giovani per sempre, sul tradimento reciproco che inevitabilmente corrompe anche l’amicizia più salda quando ci si trova di fronte alla propria mortalità. La sequenza finale del funerale, con quella processione grottesca e commovente insieme, rappresenta uno dei momenti più alti del cinema italiano: i quattro amici rimasti che accompagnano il trapassato con quella mescolanza di irriverenza e tenerezza che solo Monicelli sapeva orchestrare.

La fotografia di Luigi Kuveiller cattura perfettamente l’atmosfera di una Firenze invernale e notturna, lontana dalle cartoline patinate per turisti. È una città di nebbie, di caffè deserti, di strade buie dove questi eterni adolescenti giocano le loro ultime partite contro il tempo e la morte. E la colonna sonora di Carlo Rustichelli, con quel suo tono malinconico e ironico insieme, accompagna perfettamente il procedere della narrazione.

Quello che rende “Amici miei” un’opera immortale è proprio questa capacità di essere contemporaneamente comico e tragico, leggero e profondo, divertente e straziante. Monicelli non giudica mai i suoi personaggi, non li condanna per la loro immaturità o per la crudeltà delle loro burle. Li osserva con uno sguardo che è insieme complice e distaccato, affettuoso e lucido. Ci fa ridere delle loro prodezze sempre più assurde, ma ci costringe anche a vedere il vuoto che cercano disperatamente di riempire.

Da vedere ad intervalli regolari, come si ritorna periodicamente in certi luoghi dell’anima che non possiamo permetterci di dimenticare. Perché “Amici miei” non è solo un film, è un pezzo della nostra identità culturale, un’opera che continua a parlarci di chi siamo stati e di chi siamo diventati, di quella commedia umana che si ripete eternamente uguale e sempre diversa.

Un capolavoro assoluto che ha segnato indelebilmente la storia del cinema italiano e che merita di essere tramandato alle generazioni future come testimonianza di un’epoca irripetibile e di un modo di fare cinema che oggi appare quasi impossibile da replicare.

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