“Casablanca” di Michael Curtiz

(USA, 1942)

Esiste un cinema che trascende la propria epoca per diventare mitologia pura, cristallizzata in immagini e battute che appartengono ormai all’immaginario collettivo più di quanto appartengano davvero alla storia del cinema. “Casablanca” di Michael Curtiz è esattamente questo: un film che ha smesso di essere semplice pellicola per trasformarsi in qualcosa di più grande, un’opera che vive in quella zona indefinibile dove si incontrano perfezione tecnica, magia narrativa e necessità storica.

Siamo nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale. La Warner Bros. assembla con apparente casualità un cast di prim’ordine – Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Claude Rains – per adattare una commedia teatrale mai rappresentata intitolata “Everybody Comes to Rick’s”. Il risultato è un miracolo cinematografico che nessuno, tantomeno gli stessi realizzatori, aveva previsto o programmato. È proprio questa dimensione quasi accidentale del capolavoro che rende “Casablanca” ancora più affascinante: un film che nasce dalle contingenze della produzione hollywoodiana e si eleva a opera d’arte senza apparente sforzo.

Michael Curtiz, regista ungherese dalla carriera prolifica ma non sempre memorabile, trova qui l’ispirazione perfetta. La sua regia è un esempio straordinario di equilibrio: sa quando indugiare sui primi piani di Bogart e di Bergman – lasciando che i loro sguardi raccontino più di qualsiasi dialogo – e quando invece accelerare il ritmo per mantenere alta la tensione narrativa. La macchina da presa si muove con eleganza discreta attraverso gli spazi affollati del locale di Rick, quel microcosmo cosmopolita dove si incrociano destini di profughi, avventurieri, spie e disperati in fuga dalla barbarie nazista.

Humphrey Bogart compone qui il suo personaggio più iconico: Rick Blaine, proprietario del locale più famoso della storia del cinema, è un uomo apparentemente cinico, disilluso, determinato a non schierarsi in un mondo lacerato dalla guerra. Eppure, dietro la maschera di indifferenza, pulsa un’umanità profonda che emergerà gradualmente, rivelando un uomo ferito dall’amore e dalla storia, ma mai definitivamente piegato.

L’interpretazione di Bogart è un capolavoro di controllo emotivo: ogni minima espressione del volto, ogni pausa, ogni inflessione vocale è calibrata con precisione millimetrica per costruire un personaggio complesso, contraddittorio, profondamente umano. Il suo Rick non è l’eroe tradizionale hollywoodiano, ma un uomo costretto dalle circostanze a scegliere tra il proprio desiderio personale e un bene superiore. E quando la scelta arriva, nella celebre scena finale sulla pista dell’aeroporto avvolto dalla nebbia, Bogart riesce a trasmettere contemporaneamente dolore, nobiltà e una malinconica accettazione del proprio destino.

Ingrid Bergman, al suo quarto film americano, offre un’interpretazione di luminosa ambiguità. La sua Ilsa è donna divisa tra l’amore passionale per Rick e il dovere verso il marito Victor Laszlo, eroe della resistenza antinazista interpretato con aristocratica dignità da Paul Henreid. Bergman riesce nell’impresa quasi impossibile di rendere credibile questa lacerazione, di farci comprendere e accettare l’impossibilità di una scelta che non comporti sofferenza. Il suo volto, illuminato dalla magistrale fotografia di Arthur Edeson, diventa specchio di una condizione esistenziale universale: la tragedia di chi è costretto a rinunciare alla felicità personale per non tradire ideali più grandi.

Ma “Casablanca” non sarebbe tale senza il suo straordinario cast di caratteristi. Claude Rains, nei panni del capitano Renault, prefetto di polizia corrotto ma fondamentalmente simpatico, offre una delle interpretazioni più sottili e sfaccettate del cinema classico. Il suo personaggio attraversa un arco di trasformazione parallelo a quello di Rick, passando dall’opportunismo cinico a una forma di eroismo imperfetto ma autentico. La chimica tra Rains e Bogart produce alcuni dei momenti più memorabili del film, compresa quella battuta finale – “Louis, ho l’impressione che questo sia l’inizio di una bellissima amicizia” – che suggella perfettamente il tono di malinconica speranza dell’intera opera.

Peter Lorre e Sydney Greenstreet, veterani del noir hollywoodiano, arricchiscono ulteriormente il tessuto narrativo con le loro interpretazioni di loschi trafficanti e avventurieri, mentre Dooley Wilson, nel ruolo di Sam, il pianista e confidente di Rick, regala al cinema una delle sue icone più indimenticabili. La sua interpretazione di “As Time Goes By” diventa il leitmotiv emotivo dell’intero film, il filo rosso che lega passato e presente, amore perduto e possibile redenzione.

La sceneggiatura, firmata dai fratelli Julius ed Philip Epstein insieme a Howard Koch, è un gioiello di arguzia e profondità. I dialoghi brillano di quella particolare combinazione di cinismo e romanticismo che caratterizza il miglior cinema hollywoodiano degli anni Quaranta. Battute come “Ci resterà sempre Parigi” o “Suonala ancora, Sam” – quest’ultima mai pronunciata in questa forma esatta, ma entrata comunque nell’immaginario collettivo – sono diventate patrimonio della cultura popolare, citazioni che trascendono il film stesso per assumere vita autonoma.

La colonna sonora di Max Steiner, che intreccia “As Time Goes By” con la Marsigliese e altri temi originali, è parte integrante della struttura emotiva del film. La celebre scena in cui i clienti del caffè intonano l’inno francese per sovrastare il canto nazista è uno dei momenti più potenti ed emozionanti del cinema classico, dove la musica diventa strumento di resistenza e affermazione di valori.

Michael Curtiz, Humphrey Bogart, Ingrid Bergman e tutti coloro che contribuirono a creare questo miracolo di celluloide ci hanno lasciato qualcosa di più prezioso di un semplice film: ci hanno regalato un frammento di eternità, un momento di perfezione che nessun tempo potrà scalfire. E mentre l’aereo di Victor Laszlo e Ilsa scompare nella nebbia, portando con sé la promessa di un futuro migliore, noi spettatori restiamo lì, sulla pista dell’aeroporto insieme a Rick e Renault, commossi e arricchiti da un’esperienza che ci ha ricordato cosa può essere il cinema quando raggiunge la sua più alta espressione.

E, comunque, …ci resterà sempre “Casablanca”. Sempre.

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“Fiore di cactus” di Gene Saks

(USA, 1969)

L’8 dicembre del 1965 debutta a Broadway la commedia “Fiore di cactus” interpretata da Lauren Bacall e Barry Nelson. Il successo è notevole e lo spettacolo va in scena per oltre 1200 repliche. L’autore Abe Burrows ha adattato “Fleur de cactus”, una commedia leggera scritta dai francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, e andata in scena per la prima volta a Parigi nel dicembre del 1964.

Nel cast originale di quella prima rappresentazione ad impersonare il protagonista maschile Julien è Jean Poiret, che qualche anno dopo firmerà ed interpreterà in teatro assieme a Michel Serrault una commedia/farsa che riscuoterà un successo planetario: “La cage aux folles”, che nel 1978 Eduard Molinaro porterà per la prima volta sul grande schermo nel film “Il vizietto“, con lo stesso Serrault ma con al posto di Poiret uno stratosferico Ugo Tognazzi.

Tornando alla commedia di Burrows, visto il successo in teatro, Hollywood decide di portarla sul grande schermo ed affida la regia a un grande esperto del genere: Gene Saks, prima attore e poi regista teatrale e cinematografico al quale, per esempio, si deve la regia di “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, o di “La strana coppia” con Jack Lemmon e Walter Matthau.

Il ruolo del dentista sornione e scapolo impenitente Julian Winston viene affidato al grande Matthau, mentre quello della sua efficientissima segretaria Stephanie Dickinson sancisce il ritorno a Hollywood di Ingrid Bergman, che dagli anni Quaranta si era trasferita in Europa. Ad interpretare Toni Simmons è Goldie Hawn che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Jack Weston, ottimo caratterista di Hollywood.

L’insolito triangolo amoroso fra Julian, Toni e Stephanie è uno dei più famosi e divertenti del cinema americano degli anni Sessanta e rappresenta, forse un pò ingenuamente, il conflitto generazionale che in quegli anni infiamma la società in tutto l’Occidente.

D’altronde l’intenzione di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy era solo quella di scrivere una pièce leggera senza affrontare nessun problema fondamentale nella vita di un essere umano, con il solo scopo di far divertire allegramente il pubblico. Ma a distanza di tanti anni “Fiore di cactus” è una pellicola ancora godibile fino all’ultima scena, grazie soprattutto alla bravura dei suoi due grandi protagonisti: Bergman e Matthau.

A doppiare Matthau nella nostra versione è un bravissimo Renzo Palmer, Gemma Griarotti doppia splendidamente la Bergman, mentre Mario Maranzana dona in maniera irresistibile la voce a Weston.

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“Le piace Brahms?” di Anatole Litvak

(Francia/USA, 1961)

Françoise Sagan (al secolo Françoise Quoirez) nel 1955, a soli 19 anni, pubblicando il suo primo romanzo “Buongiorno tristezza” diventa una delle scrittrici più famose d’Europa e una delle rappresentati di punta del movimento letterario degli “Ussari”. Nel 1959 pubblica il suo quarto romanzo “Le piace Brahms?” che due anni dopo il regista Anatole Litvak porta sullo schermo con protagonista una splendida Ingrid Bergman.

Paula Tessier (la Bergman) è un’arredatrice di discreto successo a Parigi. Dopo il fallimento del suo primo matrimonio e compiuti da poco i quarant’anni, frequenta stabilmente l’industriale Roger Damarest (Yves Montand). Il loro rapporto è apparentemente completo, anche se vivono in case differenti. Ma in realtà a rinunciare a molte cose è soprattutto Paula, visto che a Roger non dispiace una certa indipendenza che gli permette frequenti scappatelle, anche di qualche giorno, con giovani ragazze che comunque per lui “…non significano niente”.

Roger riesce sistematicamente ad evitare di parlare di matrimonio; e anche la sera del loro quinto anniversario Paula la passa da sola a casa vista l’improvvisa e improcrastinabile riunione di lavoro di Roger.

Le cose si stravolgono quando Paula viene chiamata ad arredare l’appartamento appena acquistato dalla Signora Van Der Besh (Jessie Royce Landis), una ricca vedova americana da poco stabilitasi nella capitale francese. E proprio durante gli incontri con la sua cliente Paula conosce Philip (Anthony Perkins), il figlio venticinquenne e molto viziato della Van Der Besh.

Il giovane si innamora subito di Paula che però all’inizio cerca in ogni modo di dissuaderlo. Quando Roger l’abbandona per l’ennesima volta per passare il weekend con una sua giovane conquista, la donna cede alla corte di Philip ed inizia con lui una vera e propria relazione.

Relazione che però fa scandalo visti gli abbondanti quindici anni di differenza fra i due, al contrario dei flirt che consuma Roger con ragazze che spesso hanno ben oltre quindici anni di meno. A Philip non importa di che cosa pensi la gente di loro, si è innamorato corrisposto e questa è l’unica cosa che conta. Paula invece non riesce a sopportare più le occhiate di biasimo che ormai riceve da tutti, e quando Roger le implora di tornare con lui e sposarlo accetta…

Questa pellicola, che non è priva di qualche stereotipo sentimentale, oggi apparentemente potrebbe far sorridere. Può sembrare ridicolo che una donna non riesca a tollerare l’ostracismo che le impone la società se è single e sceglie di frequentare un uomo molto più giovane di lei. Ci sono persino rampanti – e spesso volgari… – definizioni come “cougar” o “milf” che identificano donne che frequentano uomini più giovani. Ma allora perché paritarie determinazioni lessicali, o gergali, non esistono per i signori uomini che frequentano donne giovani o molto più giovani di loro?

Perché, potrebbe rispondere qualcuno, è più “normale!” …E allora questo ci film fa sorridere un pò meno e riflettere un pochino di più. Perché Paula Tessier certo non è vittima di feroci violenze fisiche da parte del suo compagno (come lo sono ancora troppe donne anche nel nostro Paese) ma è preda indifesa del basso, subdolo e micidiale perbenismo – che troppo spesso cela anche il più misero maschilismo – della società che vede una donna senza un uomo accanto priva di ogni ruolo o identità sociale.

Sono passati sessant’anni dalla realizzazione di questo film e le cose fortunatamente sono cambiate, ma ancora non del tutto, soprattutto nella testa di sempre troppe persone.

Da ricordare oltre all’interpretazione della Bergman anche quella di Perkins che viene premiato al Festival di Cannes e con il Donatello per la migliore interpretazione maschile.

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