“La coscienza di Zeno” di Sandro Bolchi

(Italia, 1988)

Nel 1988, Sandro Bolchi si cimenta con una delle sfide più ardue della trasposizione televisiva: portare sullo schermo il capolavoro assoluto “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, romanzo che per sua natura sembra refrattario a qualsiasi adattamento audiovisivo. Il risultato è uno sceneggiato, andato in onda in quattro puntate, che rappresenta non solo uno dei vertici della produzione televisiva italiana, ma anche un esempio magistrale di come si possa rispettare l’integrità letteraria di un’opera senza rinunciare alle specificità del linguaggio televisivo.

La scelta di Johnny Dorelli per il ruolo di Zeno Cosini poteva apparire, all’epoca, azzardata se non addirittura provocatoria. L’artista, noto per le sue indiscusse doti canore e conosciuto prevalentemente per le sue performance nei varietà televisivi e nelle commedie musicali, si trova qui a confrontarsi con uno dei personaggi più complessi della letteratura italiana e non solo del Novecento. Ma è proprio questa apparente incongruenza a rivelarsi geniale: Dorelli porta in scena un Zeno dalla superficie borghese e rassicurante che nasconde abissi di nevrosi e autoanalisi spietata.

La sua interpretazione è un capolavoro di sottintesi e sfumature. Dorelli riesce magistralmente a incarnare la contraddittorietà fondamentale del protagonista sveviano: l’uomo che si racconta mentendo a se stesso, che costruisce la propria identità attraverso una serie di autoinganni consapevoli. L’attore trova il giusto equilibrio tra il comico e il drammatico, restituendo quella dimensione tragicomica che è l’essenza stessa del personaggio di Zeno.

Particolarmente efficace è il modo in cui Dorelli gestisce i monologhi interiori, elemento centrale del romanzo che Bolchi traduce cinematograficamente attraverso una voce narrante che accompagna costantemente l’azione. La sua dizione, mai enfatica, conferisce al testo sveviano una naturalezza che lo rende immediatamente accessibile al pubblico televisivo senza tradirne la complessità psicologica.

Sandro Bolchi dimostra una sensibilità rara nel tradurre in immagini il flusso di coscienza sveviano. Il regista, forte della sua grande esperienza nella televisione culturale (pietra miliare delle televisione e parte integrante della cultura italiana del secondo dopoguerra è lo sceneggiato “I promessi sposi” tratto dall’opera di Manzoni e da lui diretto nel 1967), sviluppa un linguaggio filmico che rispetta la struttura del romanzo mantenendone intatta la dimensione introspettiva. La scelta di strutturare lo sceneggiato in quattro episodi permette di seguire fedelmente l’articolazione del romanzo nei suoi capitoli fondamentali: l’ultima sigaretta, la morte del padre, la storia del matrimonio, la moglie e l’amante, e infine la psicoanalisi.

La regia di Bolchi si caratterizza per una sapiente alternanza tra momenti di intimità domestica e sequenze più ampie che restituiscono l’atmosfera della Trieste borghese di inizio Novecento. La macchina da presa si muove con discrezione negli ambienti, mai invasiva, costruendo un ritratto d’epoca che va oltre la semplice ricostruzione scenografica per diventare elemento narrativo essenziale.

Particolarmente riuscite sono le sequenze che traducono visivamente i flashback e i ricordi di Zeno. Bolchi utilizza una tecnica di montaggio fluida che permette di passare dal presente al passato senza stacchi bruschi, mantenendo quella continuità temporale che rispecchia il funzionamento della memoria nevrotica del protagonista.

Accanto all’interpretazione di Dorelli, lo sceneggiato può contare su un cast di supporto di grande qualità a partire da Sergio Fantoni nel ruolo de Dottor S, Ottavia Piccolo in quello di Augusta, Andrea Giordana nei panni di Guido Speier, Mario Maranzana in quelli di Malfenti padre di Augusta, Alain Cuny in quelli di Alfio Cosini padre di Zeno ed Eleonora Brigliadori in quelli di Ada Malfenti. Ogni figura viene tratteggiata con precisione psicologica, evitando la tentazione della caricatura.

Ciò che colpisce maggiormente in questo adattamento è la fedeltà non letterale ma spirituale al testo sveviano. Bolchi e i suoi sceneggiatori – Tullio Kezich e Dante Guardamagna – compiono scelte coraggiose nel mantenere la complessità narrativa del romanzo. Non si limitano a una trasposizione superficiale degli eventi, ma si interrogano costantemente su come rendere cinematograficamente, o se preferite “televisivamente”, i procedimenti narrativi del romanzo.

La dimensione autoironica del protagonista, elemento centrale dell’opera sveviana, viene preservata attraverso un uso sapiente del contrappunto tra immagine e voce narrante. Zeno si mostra allo spettatore mentre si racconta, e la distanza critica che il romanzo stabilisce tra il personaggio e il lettore viene mantenuta nella trasposizione televisiva attraverso questo gioco di specchi tra narrazione e rappresentazione.

“La coscienza di Zeno” di Bolchi rappresenta un esempio luminoso di come la televisione italiana sapesse, negli anni Ottanta, farsi carico di operazioni culturali di grande respiro. In un’epoca in cui il mezzo televisivo iniziava la sua trasformazione verso soprattutto l’intrattenimento commerciale, questo sceneggiato testimonia la possibilità di coniugare alta qualità artistica e accessibilità comunicativa.

L’operazione di Bolchi va oltre la semplice divulgazione: si tratta di una vera e propria creazione artistica che dialoga alla pari con il testo letterario, arricchendolo di suggestioni visive e interpretative senza mai tradirne lo spirito. Il risultato è un’opera che funziona sia per chi conosce il romanzo sia per chi vi si avvicina per la prima volta, dimostrando come un adattamento riuscito possa essere anche un’introduzione privilegiata alla lettura dell’opera originale e immortale.

A distanza di oltre trent’anni dalla sua messa in onda, “La coscienza di Zeno” di Sandro Bolchi conserva intatta la sua forza evocativa e la sua rilevanza artistica. L’interpretazione di Johnny Dorelli rimane una delle più convincenti incarnazioni del personaggio di Zeno mai portate sullo schermo, grande o piccolo che sia, mentre la regia di Bolchi continua a essere un modello di riferimento per chiunque si cimenti nell’adattamento di testi letterari complessi.

Questo sceneggiato rappresenta non solo uno dei picchi della produzione televisiva italiana, ma anche una testimonianza preziosa di come il nostro Paese sapesse, nel suo momento d’oro televisivo, affrontare con intelligenza e sensibilità le grandi opere della letteratura nazionale. Un’eredità che continua a parlare al presente, ricordandoci quale sia il vero valore del servizio pubblico televisivo quando si pone al servizio della cultura e dell’arte.

Memorabile è anche la scena finale che si consuma davanti al mare che guarda Trieste, mentre Zeno ipotizza quell’olocausto atomico che segnerà il Novecento, e purtroppo non solo, camminando a poca distanza dalla splendida piazza sulla quale, il 18 settembre del 1938, Mussolini annunciò per la prima volta le infami leggi razziali fasciste.

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“Fiore di cactus” di Gene Saks

(USA, 1969)

L’8 dicembre del 1965 debutta a Broadway la commedia “Fiore di cactus” interpretata da Lauren Bacall e Barry Nelson. Il successo è notevole e lo spettacolo va in scena per oltre 1200 repliche. L’autore Abe Burrows ha adattato “Fleur de cactus”, una commedia leggera scritta dai francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, e andata in scena per la prima volta a Parigi nel dicembre del 1964.

Nel cast originale di quella prima rappresentazione ad impersonare il protagonista maschile Julien è Jean Poiret, che qualche anno dopo firmerà ed interpreterà in teatro assieme a Michel Serrault una commedia/farsa che riscuoterà un successo planetario: “La cage aux folles”, che nel 1978 Eduard Molinaro porterà per la prima volta sul grande schermo nel film “Il vizietto“, con lo stesso Serrault ma con al posto di Poiret uno stratosferico Ugo Tognazzi.

Tornando alla commedia di Burrows, visto il successo in teatro, Hollywood decide di portarla sul grande schermo ed affida la regia a un grande esperto del genere: Gene Saks, prima attore e poi regista teatrale e cinematografico al quale, per esempio, si deve la regia di “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, o di “La strana coppia” con Jack Lemmon e Walter Matthau.

Il ruolo del dentista sornione e scapolo impenitente Julian Winston viene affidato al grande Matthau, mentre quello della sua efficientissima segretaria Stephanie Dickinson sancisce il ritorno a Hollywood di Ingrid Bergman, che dagli anni Quaranta si era trasferita in Europa. Ad interpretare Toni Simmons è Goldie Hawn che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Jack Weston, ottimo caratterista di Hollywood.

L’insolito triangolo amoroso fra Julian, Toni e Stephanie è uno dei più famosi e divertenti del cinema americano degli anni Sessanta e rappresenta, forse un pò ingenuamente, il conflitto generazionale che in quegli anni infiamma la società in tutto l’Occidente.

D’altronde l’intenzione di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy era solo quella di scrivere una pièce leggera senza affrontare nessun problema fondamentale nella vita di un essere umano, con il solo scopo di far divertire allegramente il pubblico. Ma a distanza di tanti anni “Fiore di cactus” è una pellicola ancora godibile fino all’ultima scena, grazie soprattutto alla bravura dei suoi due grandi protagonisti: Bergman e Matthau.

A doppiare Matthau nella nostra versione è un bravissimo Renzo Palmer, Gemma Griarotti doppia splendidamente la Bergman, mentre Mario Maranzana dona in maniera irresistibile la voce a Weston.

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