“Due spicci” di Zerocalcare

(Italia, 2026)

C’è chi sa bene cosa significa crescere a Rebibbia, perdere gli amici, sentirsi sempre inadeguato, fare i conti con la propria generazione naufragata tra aspettative sbagliate e impieghi precari. A un certo punto, questo qualcuno, decide che disegnare non basta. Che la sua voce — quella vera, quella con l’accento romano anche se di madrelingua francese e che non fa sconti a nessuno — debba uscire anche in un altro modo. Dopo “Strappare lungo i bordi” del 2021 e “Questo mondo non mi renderà cattivo” del 2023, Zerocalcare torna su Netflix con la sua terza serie animata.

Benvenuti in “Due spicci”. Benvenuti nella più recente, e forse più consapevole, opera per il piccolo schermo di Michele Rech, alias Zerocalcare.

La trama, in superficie, è semplice: Zero, ormai autore famoso, arriva alla soglia dei quarant’anni nella sua comfort zone che è Rebibbia, accompagnato sempre dal suo imprescindibile Armadillo (che ha la voce irresistibile di Valerio Mastandrea). Zerocalcare ci racconta la vita, quella sospesa tra i quaranta e qualcosa che non si riesce a identificare con esattezza. E quando prova a fare il punto della situazione scopre che il conto non torna. Esattamente come i due spicci del titolo: ci sono, ma non bastano mai.

Se lui fa di tutto per cercare di resistere ai cambiamenti che il passare degli anni inesorabilmente comporta, i suoi storici amici, invece, no. Da Secco al Cinghiale, tutti hanno seguito il flusso della vita che, in un modo o nell’altro, li ha travolti. E così, anche se all’inizio in maniera indiretta, anche il nostro eroe disegnato verrà coinvolto…

Quello che Zerocalcare fa con questo materiale — costruito, diretto, scritto e in larga parte interpretato da lui stesso, con la complicità di un gruppo di voci e collaboratori che ormai conoscono i suoi ritmi forse meglio di quanto lui conosca i suoi lettori di lunga data — è precisamente quello che sa fare meglio quando è in forma: trasformare il piccolo in enorme senza che te ne accorga. Il disagio economico non è mai gridato, mai illustrato con la povertà esibita come argomento.

È lì, tra le righe e nei silenzi prima di rispondere a un messaggio o a una provocazione fatta da un passante, che Zerocalcare ci racconta il nostro Paese. La fotografia, o meglio il disegno, che ci regala è tanto onesto quanto duro e crudo. Siamo diventati una nazione dove sempre meno pochi eletti riescono ad arrivare a fine mese senza particolari problemi. La stragrande maggioranza delle italiane e degli italiani, invece, deve sottostare a compromessi, soprusi e ingiustizie. E la metafora più efficace di questo abisso è nella desolante forma distorta dei rapporti interpersonali.

Zerocalcare ci ricorda, giustamente, che in Italia il femminicidio, la violenza sulle donne in genere, l’omofobia e il razzismo sono tragicamente all’ordine del giorno. Che trovare un lavoro equo e giustamente remunerato, in una nazione che fa parte del G8, è invece per la maggior parte dei suoi abitanti una chimera sempre più sbiadita. Che lo Stato non riesce a fornire i mezzi per educare prima e recuperare poi le persone che sbagliano, e che quindi sbagliare – come rubare, rapinare o spacciare per esempio – diventa alla fine una delle possibilità più accessibili per la maggior parte dei giovani che non hanno i mezzi per lasciare il nostro Paese e cercare una vera realizzazione altrove. E che le uniche cose al mondo che ci possono far sopravvivere con dignità sono: il rispetto, la tolleranza, l’inclusione e la fiducia.

A poche ore dalla sua messa a disposizione su Netflix, “Due spicci” ha provocato varie e perentorie reazioni da parte di alcuni eminenti voci nazionali che l’hanno accusata di qualunquismo strumentale e di superficialità. Evidentemente tali eminenti e pregevoli voci, nel tragitto fra casa e lavoro, visto che non sono evidentemente loro a guidare, non guardano mai fuori dal finestrino…

La struttura della serie è quella delle sue graphic novel migliori: episodica in superficie, profondamente unitaria nella sostanza. Ogni puntata ha un suo centro di gravità, una sua domanda sospesa, e nessuna delle risposte arriva mai del tutto completa. Zerocalcare non è un autore che risolve. È un autore che osserva, e poi restituisce la stessa domanda con qualche dettaglio in più, come se il solo fatto di averla detta ad alta voce e disegnata cambiasse qualcosa. E, molto spesso, poi in realtà qualcosa lo cambia davvero.

L’animazione è un’evoluzione coerente di quanto già visto nelle serie precedenti: più fluida, meno volutamente grezza, ma ancora fedele a quella grammatica visiva personale e riconoscibile che è la sua firma più autentica. La Roma che appare sullo sfondo non è mai neutra: è quella Roma periferica e ingombra, grigia nei colori e ma calda nei rapporti umani, che Zerocalcare ha sempre saputo disegnare con un affetto quasi intransigente.

Il vero punto di forza, però, è il ritmo della scrittura. I dialoghi hanno quella naturalezza apparente che si ottiene solo lavorando moltissimo, quella scorrevolezza che si comporta come se non ci fosse nessun autore dietro ma che porta, in realtà, la firma di qualcuno che sa esattamente dove vuole arrivare e sceglie la strada più lunga perché sa che è quella più onesta. Ci sono scambi di battute in “Due spicci” che sembrano momenti sottratti a una conversazione vera. E forse lo sono davvero.

“Due spicci” è nel complesso una delle cose più oneste che la serialità italiana – e non solo quella animata – abbia prodotto negli ultimi anni. Un’opera che parla di precarietà senza fare la predica, di amicizia senza fare la retorica, di dolore senza far del pietismo, di Roma senza fare del folklore superficiale.

Da vedere. Possibilmente con qualcuno accanto a cui non riuscite mai a dire certe cose. Magari, dopo averla vista tutta, vi viene più facile.

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“Star Trek” di Gene Roddenberry

(USA, 1966-1969)

Immaginate di presentarvi a un network televisivo nel 1966 con questa idea: una serie ambientata nel futuro, con un’astronave che esplora lo spazio, con un equipaggio misto — fra cui un alieno con le orecchie a punta — il tutto con il budget di una produzione di serie B e la pretesa di parlare di guerra, razzismo, morte e senso della vita. Immaginate la faccia dei dirigenti NBC.

Gene Roddenberry quella faccia l’ha vista davvero. E ha fatto la serie lo stesso.

“Star Trek” nasce nel settembre del 1966 come una scommessa impossibile. Il mondo, e l’America, stanno andando in pezzi: il Vietnam brucia, il movimento per i diritti civili è nel pieno della sua battaglia, la Guerra Fredda disegna ombre lunghe su ogni conversazione. E Roddenberry — ex pilota, ex poliziotto, sceneggiatore con la testa piena di domande — decide di rispondere a tutto questo ambientando la sua storia nel ventitreesimo secolo. Strategia elementare. Risultato straordinario.

La USS Enterprise non è solo un’astronave. È una dichiarazione di intenti. Sul ponte di comando siedono un americano, un russo, una donna afroamericana, un giapponese e – appunto… – un alieno con le orecchie a punta. Nel 1966. Quando in molti stati americani la segregazione era ancora cosa attuale e bruciante. Nichelle Nichols che interpreta l’ufficiale Uhura riceve una telefonata da Martin Luther King Jr. che si complimenta per la serie. Non perché la serie sia bella — anche se lo è — ma perché quella sua presenza conta. Pesa. Dice qualcosa al mondo che il mondo non è ancora pronto ad ascoltare.

Al comando c’è James Tiberius Kirk.

William Shatner porta sullo schermo un personaggio che sarebbe facilissimo sbagliare: il capitano eroico, sicuro di sé, capace di tutto. Eppure Kirk non è mai solo questo. È un uomo che prende decisioni impossibili con la consapevolezza di potersi sbagliare, che ama la sua nave come si ama una persona, che sceglie la diplomazia quando può e la forza solo quando deve. Non è il cowboy dello spazio che i detrattori gli hanno cucito addosso. È qualcosa di più complicato e più interessante.

E poi c’è lui: Spock.

Leonard Nimoy con Spock fa qualcosa di ancora più difficile. Costruisce un personaggio che è la sintesi di tutte le tensioni umane — emozione contro ragione, istinto contro logica, appartenenza contro solitudine — e le impacchetta dentro un essere che tecnicamente non dovrebbe provare nulla. E quando Spock sente, quando quella corazza vulcaniana per un istante si crepa, lo spettatore avverte qualcosa di fisico nel petto. È il miracolo delle grandi interpretazioni: ti fanno dimenticare che stai guardando “solo” uno schermo.

Il terzo vertice del triangolo è Leonard McCoy – impersonato da DeForest Kelley – che è l’anima emotiva dell’Enterprise e la voce di ogni spettatore che guarda l’universo e si chiede cosa ci stiamo a fare. Il dibattito perpetuo tra Kirk, Spock e McCoy non è solo dialogo: è la rappresentazione di tre modi di essere umani che raramente riescono a stare insieme senza ferirsi e che, proprio per questo, non riescono a fare a meno l’uno dell’altro.

Tutto questo con budget risibili. Alieni ottenuti con del trucco e delle maschere grossolane in gomma. Pianeti ricostruiti in cartone su vecchi set usati e strausati in già innumerevoli film o telefilm. Effetti speciali che oggi farebbero ridere uno studente del primo anno di grafica. Ma niente di tutto questo conta, perché Roddenberry aveva capito una cosa che molti produttori di fantascienza hanno impiegato decenni a metabolizzare: le storie non le fa il budget. Le fanno le idee. E lui di idee ne aveva abbastanza da riempire un’intera galassia.

La serie affronta la guerra, i limiti della scienza, il senso della morte, il costo del potere. Non sempre con la mano leggera di un grande romanziere, a volte con la mano pesante di chi sa di avere un messaggio urgente da consegnare. Ma sempre con l’onestà di chi ci crede davvero.

“Star Trek” viene cancellato nel 1969. Troppo costoso, troppo poco seguito. La NBC non ha torto sui numeri. Ha però torto sul resto. Perché quello che sembrava un addio diventa il punto di partenza di qualcosa di più grande: film, spin-off, convention, una fede laica e collettiva che dura ancora oggi.

Roddenberry ci ha dato un futuro in cui valesse la pena arrivare. In tempi in cui sembrava impossibile immaginarne uno, non era poca cosa. Non lo è, purtroppo, ancora adesso.

Imprescindibile. Poi ovviamente anche tutto il resto…

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“Untamed” di Elle Smith e Mark L. Smith

(USA, 2025)

C’è una magia particolare nel cinema – o in questo caso nella serialità televisiva – che sa trasformare i paesaggi più maestosi in teatri dell’animo umano. “Untamed” (che in italiano si traduce “selvaggia” o “selvaggio”), la nuova serie su Netflix creata da Elle Smith e Mark L. Smith, è un esempio perfetto di questo talento: nelle vaste distese del Yosemite National Park, dove la natura sembra aver scritto le sue regole più antiche, gli autori costruiscono un affresco crudo e affascinante della giustizia, del controllo e di chi meriti di essere ricordato e chi no.

La serie – che ha già conquistato il rinnovo per una seconda stagione – vede protagonista Eric Bana nei panni di Kyle Turner, agente dell’Investigative Services Branch del National Parks Service. Un veterano dai tratti scavati, che si trova a indagare su un omicidio in un territorio dove le convenzioni sociali sembrano soccombere di fronte alla vastità della natura incontaminata americana. È questo il primo grande merito della serie: la capacità di utilizzare il paesaggio non come semplice sfondo, ma come elemento narrativo attivo, quasi un personaggio a sua volta.

Nel suo approccio al giallo – o come molti oggi dicono crime o mistery, generi che negli ultimi anni hanno vissuto una proliferazione talvolta forse eccessiva – “Untamed” riesce a distinguersi attraverso una caratterizzazione profonda e sfaccettata.

L’investigazione che Kyle Turner si trova ad affrontare diventa presto qualcosa di più complesso di una semplice indagine poliziesca. È un viaggio dove ogni personaggio porta con sé un bagaglio di ferite non rimarginate e segreti che la vastità del parco nazionale sembra amplificare anziché nascondere. Il cast, che include anche una bravissima Rosemarie DeWitt, Lily Santiago e il “veterano” Sam Neill, riesce a creare un ensemble corale dove ogni presenza ha un peso specifico nella narrazione.

Mark L. Smith – già sceneggiatore del film “The Revenant – Redivivo” con Leonardo Dicaprio e della serie “American Primeval” – dimostra ancora una volta la sua capacità di lavorare con ambientazioni estreme, luoghi dove l’uomo si confronta con forze che lo trascendono. Insieme a Elle Smith (sceneggiatrice del film “La casa del padre”), costruisce una struttura narrativa che riesce a mantenere alta la tensione per tutti i sei episodi della prima stagione, senza mai cedere alla tentazione di soluzioni facili o colpi di scena gratuiti.

Quello che colpisce maggiormente di “Untamed” è la sua capacità di trasformare un thriller in una meditazione più ampia sui temi della memoria, della colpa e della redenzione. Come spesso accade nelle opere più riuscite del genere, l’indagine diventa pretesto per esplorare territori più profondi dell’anima umana, dove le verità più scomode si nascondono dietro paesaggi di una bellezza mozzafiato tra cui spicca naturalmente El Capitano, la montagna immortala magistralmente dal grande Ansel Adams.

La fotografia e la regia sanno valorizzare al massimo gli angoli dello Yosemite, creando un contrasto stridente e efficace tra la purezza della natura e la corruzione dell’animo umano. È questo gioco di opposti – natura selvaggia e civiltà, innocenza e colpevolezza, memoria e oblio – che rende “Untamed” una delle proposte più interessanti del panorama seriale contemporaneo.

In un’epoca in cui la produzione televisiva rischia spesso di perdersi in narrazioni eccessivamente complesse o, al contrario, banalmente lineari, “Untamed” trova una sua strada originale. È una serie che chiede al pubblico di avere pazienza, di lasciarsi guidare attraverso un territorio – fisico e metaforico – dove le certezze si sgretolano lentamente, dove ogni risposta genera nuove domande.

Il risultato è un’opera che non si limita a intrattenere, ma che interroga, che rimane nella mente dello spettatore come un paesaggio visto una volta sola ma che continua a manifestarsi nei ricordi. Proprio come i territori selvaggi che fa da sfondo alla sua narrazione, “Untamed” è una serie che merita di essere esplorata con calma, lasciandosi guidare dai suoi ritmi, dai suoi silenzi e dai suoi spazi vuoti che spesso dicono più di tante parole.

Una serie che conferma ancora una volta come la televisione contemporanea, quando è in mano ad autori consapevoli, può trasformarsi in terreno fertile per narrazioni complesse e mature, capaci di confrontarsi con i grandi temi universali senza perdere mai di vista la necessità di raccontare storie che sappiano emozionare e coinvolgere.

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“La coscienza di Zeno” di Sandro Bolchi

(Italia, 1988)

Nel 1988, Sandro Bolchi si cimenta con una delle sfide più ardue della trasposizione televisiva: portare sullo schermo il capolavoro assoluto “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, romanzo che per sua natura sembra refrattario a qualsiasi adattamento audiovisivo. Il risultato è uno sceneggiato, andato in onda in quattro puntate, che rappresenta non solo uno dei vertici della produzione televisiva italiana, ma anche un esempio magistrale di come si possa rispettare l’integrità letteraria di un’opera senza rinunciare alle specificità del linguaggio televisivo.

La scelta di Johnny Dorelli per il ruolo di Zeno Cosini poteva apparire, all’epoca, azzardata se non addirittura provocatoria. L’artista, noto per le sue indiscusse doti canore e conosciuto prevalentemente per le sue performance nei varietà televisivi e nelle commedie musicali, si trova qui a confrontarsi con uno dei personaggi più complessi della letteratura italiana e non solo del Novecento. Ma è proprio questa apparente incongruenza a rivelarsi geniale: Dorelli porta in scena un Zeno dalla superficie borghese e rassicurante che nasconde abissi di nevrosi e autoanalisi spietata.

La sua interpretazione è un capolavoro di sottintesi e sfumature. Dorelli riesce magistralmente a incarnare la contraddittorietà fondamentale del protagonista sveviano: l’uomo che si racconta mentendo a se stesso, che costruisce la propria identità attraverso una serie di autoinganni consapevoli. L’attore trova il giusto equilibrio tra il comico e il drammatico, restituendo quella dimensione tragicomica che è l’essenza stessa del personaggio di Zeno.

Particolarmente efficace è il modo in cui Dorelli gestisce i monologhi interiori, elemento centrale del romanzo che Bolchi traduce cinematograficamente attraverso una voce narrante che accompagna costantemente l’azione. La sua dizione, mai enfatica, conferisce al testo sveviano una naturalezza che lo rende immediatamente accessibile al pubblico televisivo senza tradirne la complessità psicologica.

Sandro Bolchi dimostra una sensibilità rara nel tradurre in immagini il flusso di coscienza sveviano. Il regista, forte della sua grande esperienza nella televisione culturale (pietra miliare delle televisione e parte integrante della cultura italiana del secondo dopoguerra è lo sceneggiato “I promessi sposi” tratto dall’opera di Manzoni e da lui diretto nel 1967), sviluppa un linguaggio filmico che rispetta la struttura del romanzo mantenendone intatta la dimensione introspettiva. La scelta di strutturare lo sceneggiato in quattro episodi permette di seguire fedelmente l’articolazione del romanzo nei suoi capitoli fondamentali: l’ultima sigaretta, la morte del padre, la storia del matrimonio, la moglie e l’amante, e infine la psicoanalisi.

La regia di Bolchi si caratterizza per una sapiente alternanza tra momenti di intimità domestica e sequenze più ampie che restituiscono l’atmosfera della Trieste borghese di inizio Novecento. La macchina da presa si muove con discrezione negli ambienti, mai invasiva, costruendo un ritratto d’epoca che va oltre la semplice ricostruzione scenografica per diventare elemento narrativo essenziale.

Particolarmente riuscite sono le sequenze che traducono visivamente i flashback e i ricordi di Zeno. Bolchi utilizza una tecnica di montaggio fluida che permette di passare dal presente al passato senza stacchi bruschi, mantenendo quella continuità temporale che rispecchia il funzionamento della memoria nevrotica del protagonista.

Accanto all’interpretazione di Dorelli, lo sceneggiato può contare su un cast di supporto di grande qualità a partire da Sergio Fantoni nel ruolo de Dottor S, Ottavia Piccolo in quello di Augusta, Andrea Giordana nei panni di Guido Speier, Mario Maranzana in quelli di Malfenti padre di Augusta, Alain Cuny in quelli di Alfio Cosini padre di Zeno ed Eleonora Brigliadori in quelli di Ada Malfenti. Ogni figura viene tratteggiata con precisione psicologica, evitando la tentazione della caricatura.

Ciò che colpisce maggiormente in questo adattamento è la fedeltà non letterale ma spirituale al testo sveviano. Bolchi e i suoi sceneggiatori – Tullio Kezich e Dante Guardamagna – compiono scelte coraggiose nel mantenere la complessità narrativa del romanzo. Non si limitano a una trasposizione superficiale degli eventi, ma si interrogano costantemente su come rendere cinematograficamente, o se preferite “televisivamente”, i procedimenti narrativi del romanzo.

La dimensione autoironica del protagonista, elemento centrale dell’opera sveviana, viene preservata attraverso un uso sapiente del contrappunto tra immagine e voce narrante. Zeno si mostra allo spettatore mentre si racconta, e la distanza critica che il romanzo stabilisce tra il personaggio e il lettore viene mantenuta nella trasposizione televisiva attraverso questo gioco di specchi tra narrazione e rappresentazione.

“La coscienza di Zeno” di Bolchi rappresenta un esempio luminoso di come la televisione italiana sapesse, negli anni Ottanta, farsi carico di operazioni culturali di grande respiro. In un’epoca in cui il mezzo televisivo iniziava la sua trasformazione verso soprattutto l’intrattenimento commerciale, questo sceneggiato testimonia la possibilità di coniugare alta qualità artistica e accessibilità comunicativa.

L’operazione di Bolchi va oltre la semplice divulgazione: si tratta di una vera e propria creazione artistica che dialoga alla pari con il testo letterario, arricchendolo di suggestioni visive e interpretative senza mai tradirne lo spirito. Il risultato è un’opera che funziona sia per chi conosce il romanzo sia per chi vi si avvicina per la prima volta, dimostrando come un adattamento riuscito possa essere anche un’introduzione privilegiata alla lettura dell’opera originale e immortale.

A distanza di oltre trent’anni dalla sua messa in onda, “La coscienza di Zeno” di Sandro Bolchi conserva intatta la sua forza evocativa e la sua rilevanza artistica. L’interpretazione di Johnny Dorelli rimane una delle più convincenti incarnazioni del personaggio di Zeno mai portate sullo schermo, grande o piccolo che sia, mentre la regia di Bolchi continua a essere un modello di riferimento per chiunque si cimenti nell’adattamento di testi letterari complessi.

Questo sceneggiato rappresenta non solo uno dei picchi della produzione televisiva italiana, ma anche una testimonianza preziosa di come il nostro Paese sapesse, nel suo momento d’oro televisivo, affrontare con intelligenza e sensibilità le grandi opere della letteratura nazionale. Un’eredità che continua a parlare al presente, ricordandoci quale sia il vero valore del servizio pubblico televisivo quando si pone al servizio della cultura e dell’arte.

Memorabile è anche la scena finale che si consuma davanti al mare che guarda Trieste, mentre Zeno ipotizza quell’olocausto atomico che segnerà il Novecento, e purtroppo non solo, camminando a poca distanza dalla splendida piazza sulla quale, il 18 settembre del 1938, Mussolini annunciò per la prima volta le infami leggi razziali fasciste.

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“Zaffiro & Acciaio” di Peter J. Hammond

(dal 1979 al 1982)

“Zaffiro & Acciaio” (“Sapphire & Steel” nel titolo originale) è una serie televisiva britannica creata da Peter J. Hammond, e andata in onda dal 1979 al 1982. Con 34 episodi divisi in sei avventure, questa produzione ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama della fantascienza televisiva, diventando un vero e proprio cult per gli appassionati del genere.

“Siamo pieni di storie nelle quali i personaggi viaggiano nel tempo, ma nessuna nella quale è il tempo stesso a viaggiare… Questo è il motivo per cui ho scritto Zaffiro & Acciaio” ha affermato lo stesso Hammond. La premessa di “Zaffiro & Acciaio” è tanto semplice quanto affascinante: il tempo è una forza potente e a volte pericolosa che può creare falle e rotture nel tessuto della realtà. Quando ciò accade, misteriosi agenti operativi interdimensionali, con le caratteristiche specifiche di alcuni degli elementi della tavola periodica, vengono inviati a risolvere questi paradossi temporali e a riportare l’ordine.

I protagonisti, Zaffiro (Joanna Lumley) e Acciaio (David McCallum), sono due di questi operatori, ciascuno con abilità speciali: Zaffiro può percepire il passato di oggetti e luoghi tramite il tatto e manipolare il tempo, mentre Acciaio possiede una forza sovrumana e può resistere a temperature estreme.

Ciò che distingue maggiormente “Zaffiro & Acciaio” è la sua atmosfera inquietante e minimale. La serie fa leva sulla tensione piuttosto che sugli effetti speciali (anche per i limitati budget dell’epoca), creando un senso di mistero attraverso dialoghi criptici, situazioni claustrofobiche e un’illuminazione studiata. Gli episodi si svolgono spesso in luoghi isolati – una stazione ferroviaria abbandonata, una casa di campagna, un appartamento – trasformati in trappole temporali dove passato e presente si sovrappongono.

Joanna Lumley e David McCallum formano un duo perfetto, lei eterea e intuitiva, lui freddo e analitico. La loro dinamica è intrigante anche perché i personaggi non sono umani, ma entità con una comprensione diversa della realtà. Peter J. Hammond ha creato una mitologia complessa lasciando molti aspetti deliberatamente vaghi. Gli spettatori non sanno mai completamente e con precisione chi o cosa siano Zaffiro e Acciaio, da dove vengano, o per chi lavorino veramente.

La serie riesce a spaventare attraverso concetti piuttosto che mostri. L’idea che il tempo possa intrappolare, cancellare o sostituire le persone è profondamente inquietante. A destabilizzare ancora di più le spettatrici e gli spettatori è anche che ogni avventura è composta da più episodi, esplorando diverse sfaccettature dei paradossi temporali.

“Zaffiro & Acciaio” ha influenzato molte produzioni successive, dalle serie come “Doctor Who” (nelle sue incarnazioni più recenti) a “Fringe”, e rappresenta un esempio perfetto di fantascienza intellettuale che sfida lo spettatore a pensare. Il finale aperto e non risolto della serie ha contribuito ulteriormente al suo status di cult.

A più di quarant’anni dalla sua prima messa in onda, “Zaffiro & Acciaio” rimane una serie affascinante e sorprendentemente attuale nei temi. Nonostante gli evidenti limiti produttivi dell’epoca, la sua forza risiede nelle idee, nell’atmosfera e nelle interpretazioni. È una serie che richiede pazienza e attenzione, ma che ripaga con concetti stimolanti e momenti di autentica inquietudine.

Un gioiello nascosto della televisione britannica che merita di essere riscoperto dagli appassionati di fantascienza concettuale. Non è un caso, quindi, che i titoli di testa ricordino quelli della storica “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling vent’anni prima.

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“Marco – Dagli Appennini alle Ande” di Isao Takahata e Hayao Miyazaki

(Giappone, 1976)

La Nippon Animation, sulla scia del successo che nel resto del mondo – e soprattutto in Europa – riscuotono gli anime giapponesi, sia al cinema ma soprattutto in televisione, decide di realizzare una serie ispirata al racconto “Dagli Appennini alle Ande”, che fa parte del libro “Cuore”, pubblicato da Edmondo De Amicis nel 1886.

La regia viene affidata a Isao Takahata mentre a curare il layout è il maestro Hayao Miyazaki. I personaggi sono firmati da Yōichi Kotabe – che li aveva già creati per la serie “Heidi” del 1974 – e la sceneggiatura è di Takamura Mukuo che amplia di molto il racconto originale di De Amicis, per consentire lo sviluppo di 52 puntate da circa 22 minuti ciascuna.

Il piccolo Marco Rossi vive a Genova con il padre e il fratello maggiore. Sua madre, Anna, è stata costretta ad emigrare in Argentina per trovare un lavoro che le consentisse di poter mantenere i figli in maniera più dignitosa. Il padre di Marco, insieme al fratello, gestisce un ospedale per poveri che gli assorbe tutte le energie e tutte le risorse.

Col passare del tempo e l’interruzione inspiegabile delle periodiche lettere di sua madre, Marco inizia a preoccuparsi e decide di partire per il sud America, non senza difficoltà e il parere sfavorevole dei suoi parenti.

Finalmente il giovane si imbarca sul battello “Folgore”, che prima fa scalo a Marsiglia e poi lo porta a Rio De Janeiro. Da Rio, con un piroscafo, il piccolo genovese arriva a Buenos Aires dove inizia il suo viaggio via terra per Bahia Blanca all’inseguimento delle ultime tracce di sua madre, che sembra svanita nel nulla.

Sulla sua strada Marco incontrerà loschi figuri che tenteranno di raggirarlo, ma anche persone oneste come lui che lo aiuteranno, come la famiglia di burattinai fra cui c’è la piccola Violetta, sua coetanea, con la quale intreccerà una tenera amicizia.

Quando Marco, dopo numerose peripezie, rincontrerà sua madre, la troverà gravemente malata e in attesa di essere operata per salvarsi la vita…

Al di là del finale, che chi ha letto “Cuore” già conosce, questa serie è sempre piacevole da guardare non tanto per le vicende narrate, ma soprattutto per le atmosfere e le immagini che il magico connubio Takahata- Miyazaki sanno creare e trasmettere, nonostante la sceneggiatura sia tipica di una lunga serialità con, per esempio, numerose ripetizioni degli snodi narrativi avvenuti.

Per amanti del genere.

“Vasco Rossi – Il Supervissuto” di Pepsy Romanoff

(Italia, 2023)

Che Vasco Rossi sia uno dei più grandi artisti italiani, e non solo, degli ultimi quattro decenni è ormai un dato di fatto. E non sono certo il primo né l’unico a sottolineare che geniale musicista ed interprete sia, visto che le sue canzoni attraversano gli anni e le epoche a cavallo di due secoli – …e due millenni – rimanendo sempre fresche, struggenti e attuali.

Ma con questa docuserie scritta da Igor Artibani, Guglielmo Arie e lo stesso Pepsy Romanoff (Giuseppe Domingo Romano) in cinque puntate da circa 50 minuti ciascuna, Vasco ci racconta, forse come non è mai accaduto prima, la sua storia artistica e personale, grazie anche a filmati originali che appartengono al suo archivio privato. Nato a Zocca agli inizi degli anni Cinquanta, un ridente comune dell’Emilia-Romagna in provincia di Modena, già nel 1960 il piccolo Vasco sale su un palco per cantare. Nel minuscolo cine-teatro della cittadina, infatti, fa tappa un concorso musicale per giovani talenti molto simile allo Zecchino d’Oro.

A neanche dieci anni Vasco vince il concorso itinerante e inizia ufficialmente la sua carriera artistica. Sua madre, una giovane casalinga, e suo padre che di mestiere fa il camionista assecondano senza remore le inclinazioni del figlio, e così Vasco può vivere al meglio il suo amore incondizionato per la musica.

Negli anni Sessanta, sulla scia della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, anche in Italia si formano numerosissime band, e Vasco ne crea diverse fino ad approdare, agli inizi degli anni Settanta, nel mass media che segnerà la cultura contemporanea: la radio. Anche se nel nostro Paese solo la RAI poteva trasmettere in modulazione di frequenza, nascono piccole radio private quasi ovunque e Vasco, insieme a un manipolo di storici amici, ne crea una che in breve tempo diventa il “punto” di riferimento delle nuove generazioni della zona.

Visto il successo della piccola emittente, Vasco viene chiamato come DJ nei locali più “in” della regione, ma la sua passione per la musica da scrivere e poi da interpretare aumenta fino a portarlo ad incidere il primo disco, prodotto da uno storico impresario del liscio. Oltre al vinile, per Vasco diventa sempre più importante esibirsi su un palco assieme alla sua band, e così nel 1978 inizia – in piccoli locali e piazze cittadine – la carriera professionistica del più grande e longevo rocker italiano che passa però anche per momenti duri e senza sconti, come la tossicodipendenza o il carcere per possesso di cocaina.

Ma nel corso delle cinque puntate Vasco ci racconta bene come abbia saputo sempre rialzarsi e affrontare la vita a viso aperto, rimanendo sempre fedele a se stesso e al suo pubblico, passando spesso momenti terribili fra lutti, depressioni e malattie.

Bellissimo e sincero ritratto di un fenomenale artista musicale che è anche un grandissimo maestro della parola cantata, che forse non trova paragoni neanche fra gli scrittori “ufficiali” suoi contemporanei per la maniera in cui riesce a raccontare se stesso e la nostra società, le nostre paure, i nostri sogni e i nostri miseri difetti.

Un grande autore che ha fra i suoi amici più cari Valentino Rossi come don Luigi Ciotti, e che come pochi disegna superbamente il nostro Paese e che, sapendolo, ci canta ironico e sornione: “…e menomale che non mi chiamo Mario”.

Da vedere, così come è da ascoltare tutta la sua musica.

“Racconti fantastici” di Daniele D’Anza e Biagio Proietti

(Italia, 1979)

Sulla scia del grande successo di numerosi sceneggiati televisivi realizzati – fra cui spicca senza dubbio lo storico “Il segno del comando” – Daniele D’Anza (1922-1984), insieme al suo collaboratore Biagio Proietti (1940-2022) propone alla RAI uno vero e proprio omaggio al grande Edgar Allan Poe, anche per farlo conoscere meglio alle nuove generazioni.

Ispirandosi liberamente ai suoi racconti più famosi, D’Anza e Proietti scrivono, attualizzandoli, quattro episodi che ruotano intorno e dentro alla gotica e oscura casa Usher – e allo splendido racconto “La caduta della casa degli Usher” – il cui padrone di casa, Roderick Usher (interpretato da Philippe Leroy) è il filo conduttore e unico personaggio ricorrente in tutti gli episodi.

Nel primo “Notte in casa Usher” – ispirato soprattutto ai racconti “Ritratto ovale” e “Il cuore rivelatore”, con un palese riferimento anche a “Manoscritto trovato in una bottiglia” – un giudice (Gastone Moschin) e un assassino (Vittorio Mezzogiorno) persi nella nebbia arrivano a casa Usher chiedendo ospitalità. Roderick la offre loro, ma la casa, così come il suo padrone, nascondono un terribile segreto che riguarda la compianta signora Usher (Maria Rosaria Omaggio). L’atmosfera e l’opprimente presenza della defunta costringeranno i due ospiti ad affrontare il lato più oscuro di loro stessi…

Nel secondo “Ligeia forever” – tratto dal racconto “Ligeia” con chiari richiami anche al romanzo “Rebecca, la prima moglie” di Daphne du Maurier – Roderick, osservando un vecchio grammofono abbandonato in un’ala della casa chiusa da decenni, con la mente torna indietro ai tempi in cui era suo padre Robert Usher (Umberto Orsini) il padrone della grande casa, nella quale aveva organizzato una festa in onore del debutto nel cinema sonoro della grande Ligeia (Dagmar Lassander) stella di prima grandezza della Hollywood del muto, che lui segretamente aveva sposato. Ma la voce originale della donna proprio non piacque al pubblico che sghignazzò rumorosamente alla prima. Ligeia, saputolo, si avvelenò morendo fra le braccia del marito. Sei anni dopo Robert torna a casa Usher con la sua nuova e giovane moglie Morella (Silvia Dionisio) che però deve scontrarsi con il ricordo ingombrante, opprimente e molto concreto della prima signora Usher…

Il terzo è “Il delirio di William Wilson” – tratto dal quasi omonimo “William Wilson” – in cui il protagonista (impersonato da Nino Castelnuovo) che è un pilota di automobili collaudatore di prototipi, arriva disperato a casa Usher dove confessa a Roderick di essere inseguito da un essere implacabile. Il padrone di casa lo ospita, vista poi la relazione che Wilson ha da anni con sua sorella Eleanor Usher (Janet Agren). A braccare il pilota è …William Wilson (Giorgio Biavati) un suo omonimo, anche lui pilota automobilistico, che da circa un anno lo perseguita mandandogli a monte tutti i progetti…

L’ultimo episodio è “La caduta di casa Usher” che oltre al racconto omonimo – o quasi – si ispira anche al grande “Il pozzo e il pendolo”, “La maschera della morte rossa” e “Il genio della perversione”. Mentre in casa Usher si tiene una festa danzante, Eleanor inizia a mostrare i segni di una grave quanto rapida e fulminea malattia che in poco tempo la conduce alla morte. Roderick chiede ai suoi ospiti di lasciare la casa ma, poco dopo, alcuni di questi tornano sconvolti e terrorizzati: una minacciosa nube nera sta avvolgendo tutto uccidendo chiunque ci finisca dentro. Chiusi fra le mura della grande casa gli ospiti, omaggiando anche il grande Boccaccio, iniziano a raccontare i loro più profondi e indicibili segreti. Berthe (Paola Gassman), per esempio, narra ridendo come sia stata molto vicina dall’uccidere volontariamente il marito mentre questo placidamente dormiva. Ma la secolare maledizione inizia ad abbattersi implacabilmente sulla casa degli Usher…

Naturalmente i tempi narrativi televisivi, rispetto a quelli di oggi, sono infinitamente più dilatati, visto anche che nel 1979 la pubblicità non ha ancora quel peso commerciale nel palinsesto che poi assumerà negli anni successivi. E poi, nonostante la grande maestria di D’Anza dietro la macchina da presa, sono evidenti i non pochi limiti produttivi dello sceneggiato, in cui gli effetti speciali sono fatti “a mano”, spesso sottolineati con frenetici zoom o fumogeni di vari colori.

Ma proprio per questo oggi è lampante ancora di più la bravura non solo delle attrici e degli attori, ma anche quella di tutti i tecnici e i componenti della troupe che con mezzi limitati – e nonostante tutto quello che è passato sul grande e sul piccolo schermo di genere fantasy o horror in questi ultimi quattro decenni – riescono ancora a regalarci momenti autentici di ansia e sorpresa. E proprio per sottolineare l’angoscia che percorre ogni storia raccontata, D’Anza sceglie di affidare le musiche ai Pooh che accompagnano quasi ogni fotogramma con assoli alla tastiera e alla chitarra elettrica efficaci e assai insoliti per gli standard televisivi del tempo.

Nonostante i suoi limiti, questo sceneggiato rimane un originale omaggio al grande Allan Poe fatto dalla nostra televisione in uno dei periodi più prolifici e al tempo stesso di qualità della sua storia.

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“Deadloch- Uno strano genere di delitti” di Kate McCartney e Kate McLennan

(Australia, 2023)

La violenza sulle donne è una delle piaghe della civiltà umana, indipendentemente dalla latitudine in cui ci si trova.

Così anche nell’amena e bucolica località di Deadloch, in Tasmania, la comunità è stata segnata da atti terribili contro alcune donne. Ma, nella più oscura e terribile tradizione patriarcale, i delitti ai danni delle donne vengono lasciati sotto traccia, anche se molti ne sono a conoscenza. Specie quelli accaduti qualche tempo prima.

Ad aprire il famigerato vaso di Pandora è il corpo senza vita di Trent Latham, rinvenuto senza abiti indosso da due ragazze su una spiaggia di Deadloch, il grande specchio d’acqua che dona il nome alla cittadina.

La stazione di Polizia è affidata al sergente maggiore Dulcie Collins (Kate Box), con un passato di detective a Sidney, che ha preferito la tranquilla località della Tasmania alla frenetica metropoli, soprattutto per salvaguardare il suo matrimonio con Cath (Alicia Gardiner), che nella vita fa la veterinaria.

L’autopsia rivela che Trent è stato ucciso, ma prima gli è stata asportata la lingua. Collins è costretta così a chiamare il responsabile della regione, il commissario Shane Hastings (Hayden Spencer), che invia sul posto il detective Eddie Redcliffe (Madeleine Sami). La donna, che presta servizio normalmente a Darwin, non vede l’ora di tornaci e così cerca in ogni modo di chiudere il prima possibile l’inchiesta.

Il carattere irascibile e i metodi frettolosi della Redcliffe sono agli antipodi da quelli pacati e accurati della Collins, ma la gerarchia prevede che la seconda debba ubbidire inesorabilmente alla prima, che in pochi minuti si convince che l’assassinio sia Gavin Latham, il fratello del morto. Ma quando anche lui viene trovato ucciso, e senza la lingua come Trent, la Redcliffe è costretta a rivedere tutta la sua indagine…

Deliziosa e irriverente serie noir in otto episodi, grottesca e senza esclusione di colpi di scena e di battute senza sconti per nessuno, “Deadloch – Uno strano genere di delitti” è per gli amanti dei misteri, dell’ironia e del sarcasmo.

Non è un caso che una serie come questa, fuori da molte regole del famigerato “politically correct”, sia stata prodotta e realizzata in Australia, dove i diritti civili e la lotta alla discriminazione sono molto più avanti rispetto, ad esempio, al nostro Paese. Il delizioso “Priscilla – La regina del deserto” diretto da Stepehn Elliot ce lo ricorda dal 1994.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare

(Italia, 2023)

Su Netflix è approdata la seconda serie animata creata, scritta e diretta da Zerocalcare.

Dopo “Strappare lungo i bordi” del 2021, torniamo nel quartiere di Rebibbia a Roma, dove vive e lavora Zerocalcare. Fra quelle strade e quei grandi palazzi popolari “Calcare” è cresciuto accanto a persone con le quali ha stretto una profonda amicizia, come con Secco o Sara, e con altre, come Cesare, che col passare del tempo ha perso di vista.

Quando Cesare torna nella zona, dopo aver passato alcuni anni in una comunità per il recupero dalla sua tossicodipendenza, l’incontro con Zerocalcare è formale e molto freddo. Perché Cesare ha affrontato i propri mostri da solo, lontano da tutti – Zerocalcare compreso – e quando è tornato a casa ha trovato il deserto emotivo.

Come tutto il Paese, anche Rebibbia sta vivendo la netta frattura della nostra società che si divide in tolleranti e intolleranti, in accoglienti e sovranisti, in sinistrorsi e nazisti che, come ci spiega l’autore, comprendono anche i fascisti che ormai sono stati fin troppo facilmente sdoganati. Ma se per Zerocalcare fino a quel momento la divisione è sempre stata netta, adesso scopre – come molti altri suoi connazionali… – che fra il bianco e il nero ci sono milioni di sfumature. E così “Calcare” deve imparare a convivere con le numerose tonalità di grigio.

Se i nazisti rimangono e rimarranno sempre dei nazisti, Zerocalcare ci racconta – non senza sublimi citazioni e battute esilaranti – come il mancato riconoscimento delle tante sfumature non fa altro che fomentare i nazisti e chi li manipola e li usa a proprio tornaconto.

Come nella serie precedente, anche in questa è Valerio Mastandrea a doppiare l’Armadillo, la coscienza ingombrante di Zerocalcare, mentre Silvio Orlando dona la voce ad un dirigente della Digos.

Zerocalcare è sempre lui.