“Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica

(Italia, 1948)

Un uomo su una scala, un secchio di pieno di colla, e sopra la sua testa il volto di Rita Hayworth in Gilda. Potrebbe essere l’inizio di una commedia, e invece è l’inizio di una tragedia. Antonio Ricci, disoccupato romano, ha finalmente trovato un lavoro da attacchino presso il Comune, ma gli serve una bicicletta, e la sua è impegnata al Monte di Pietà. Bastano pochi minuti perché De Sica ci faccia capire cosa sia il dopoguerra italiano: la moglie Maria porta al banco dei pegni le lenzuola del letto matrimoniale per riscattare la bici. Il giorno dopo, però, la bici non c’è più.

Tutto qui, e questo “tutto qui” è la lezione di cinema più grande che io conosca. Dall’omonimo romanzo di Luigi Bartolini del 1946 – di tono ben più leggero però – De Sica e una squadra di sceneggiatori da far tremare i polsi (Cesare Zavattini in testa, poi la grandissima Suso Cecchi D’Amico, Oreste Biancoli, Adolfo Franci, Gerardo Guerrieri e Gherardo Gherardi) prendono soltanto lo spunto. Il resto è un’altra cosa: una discesa nella Roma più povera, in cui ogni porta a cui si bussa è una porta che si chiude in faccia.

Antonio e il figlio Bruno (un indimenticabile Enzo Staiola), che di anni ne ha forse otto e cammina con il passo e l’espressione di un uomo di cinquanta, battono la città intera: prima piazza Vittorio; poi il mercato di Porta Portese, dove i pezzi di ricambio rubati si rivendono a pochi passi dai legittimi proprietari; passando per la sezione del partito; per la questura e persino da una santona a cui ci si aggrappa quando non resta più nessun altro. Non c’è il cattivo da punire né il colpo di scena da applaudire, c’è un uomo che lotta contro l’indifferenza, ed è molto peggio.

Il miracolo, e uso la parola senza imbarazzo, sta anche negli interpreti. Lamberto Maggiorani era un vero operaio, scelto quasi per caso, e si vede nel modo in cui porta addosso la fatica e la dignità ferita. Enzo Staiola, il piccolo Bruno, con quel berretto troppo grande e lo sguardo che registra tutto, è uno dei volti infantili più indimenticabili della storia del cinema: basta la sequenza al ristorante, con padre e figlio che si guardano divertiti mangiare in una cornice di agiatezza che non appartiene loro, per capire quanto lavori bene De Sica nel dosare tenerezza e vergogna. Accanto a loro, Lianella Carell è una Maria asciutta e concreta, e il resto del cast, quasi tutto non professionista, regala facce che sembrano uscite direttamente dalla strada.

Il bianco e nero di Carlo Montuori non abbellisce nulla: i palazzoni di periferia, le strade sterrate, le strada asfaltate, le piazze, il cielo grigio, la pioggia improvvisa che costringe a ripararsi sotto un portico mentre la ricerca si fa più disperata. La musica di Alessandro Cicognini accompagna senza mai commentare in modo invadente, e anche questo, per chi ha dimestichezza con il melodramma italiano, non è poco.

Ci tengo a dirlo, perché se ne parla spesso con una certa sufficienza: Ladri di biciclette non è un film “sociale” nel senso didascalico del termine. Non ci sono comizi, non ci sono tesi da dimostrare. È un film morale, che pone una domanda tremenda senza darci il tempo di sfuggirle: che cosa resta a un uomo onesto quando la società gli toglie l’unico strumento per essere onesto? La risposta, nell’ultimo quarto d’ora, mette addosso un disagio che nessun colpo di scena potrebbe produrre (e non vi dico altro, perché chi non l’ha mai visto merita di arrivarci da solo, magari con un fazzoletto in tasca). Fu un successo mondiale, e nel 1950 l’Academy gli assegnò un Oscar speciale come miglior film straniero, prima che la categoria diventasse ufficiale.

E qui veniamo al punto che mi sta più a cuore. Perché rivedere oggi Ladri di biciclette fa un effetto strano, quasi sgradevole nella sua attualità. Il lavoro che c’è solo se hai già il mezzo per farlo, il precario che deve anticipare di tasca propria gli strumenti del mestiere, la fatica di spiegare a chi sta dietro a uno sportello che il tuo problema non è una pratica ma una vita: tutto questo non l’abbiamo certo archiviato nel 1948. Basta guardare i rider che attraversano le nostre città, con una bici o uno scooter come unico capitale e come unica garanzia, per capire che Antonio Ricci – purtroppo – non è un personaggio del passato.

Personalmente credo che la riflessione più amara del film non sia pronunciata da nessuno, ma stia nella sua stessa struttura: in un mondo dove tutti sono in difficoltà, rubare diventa l’ultimo anello di una catena in cui ognuno scarica sul vicino il proprio peso. Siamo ancora, con la crisi economica che ci stringe da anni, un popolo di… ladri di biciclette? Non nel senso del codice penale, naturalmente, ma in quello, più sottile, di un Paese in cui la disperazione dei singoli si trasforma troppo spesso in una guerra tra poveri. Il maestro Vittorio De Sica non ci assolve e non ci condanna, ci mette davanti a uno specchio e ci lascia lì.

Per la chicca: a doppiare un rivenditore di pezzi di bicilette usate dalla provenienza assai ambigua, mentre è intento a riverniciare un telaio, è un giovane e allora ancora sconosciuto Alberto Sordi.

Ladri di biciclette è un capolavoro assoluto, senza esitazioni e senza bisogno di aggettivi di rincalzo: come Roma città aperta di Roberto Rossellini è dove tutto, o quasi, è cominciato. Da vedere e rivedere, e da far vedere ai propri figli, che forse capiranno molto più di quanto crediamo: il piccolo Bruno, del resto, lo ha capito prima di tutti.

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