
(Mondadori, 2013)
Arriva un momento, ogni anno, in cui l’aria cambia. Le giornate si accorciano, le foglie diventano color ruggine e verso sera si ha la sensazione che stia per succedere qualcosa. Gli adulti la chiamano malinconia. I ragazzini, che sono più sinceri, la chiamano paura. Ray Bradbury quella sensazione la conosceva bene come pochi altri, e ci ha costruito sopra un romanzo che, ben oltre sessant’anni dopo, è ancora capace di mettere i brividi.
Una precisazione da lettore pignolo: lo si trova spesso catalogato come fantascienza, ma qui di scientifico non c’è nulla, o quasi. Il popolo dell’autunno (il cui titolo originale è Something Wicked This Way Comes, che arriva dritto dal Macbeth di William Shakespeare dove la frase è pronunciata, non a caso, da una strega) è un racconto fantastico e nerissimo, che punta tutto sull’atmosfera e sulle paure dell’infanzia, ma non solo. Al posto del castello c’è una piccola cittadina americana, al posto delle streghe un oscuro luna park. Ma classificatelo come volete, purché lo leggiate.
La storia, senza rovinare nulla: siamo a Green Town, Illinois, a fine ottobre. Jim Nightshade e Will Halloway hanno circa tredici anni, sono nati a un minuto di distanza l’uno dall’altro e sono inseparabili, anche se più diversi non potrebbero essere: Jim è inquieto, affamato di tutto ciò che non ha, Will è il bravo ragazzo che vorrebbe solo restare com’è. Una notte, un treno porta in città un tendone: il Pandemonium Shadow Show di Cooger e Dark. Nessuno l’aspettava, nessuno sa da dove venga. Basta poco per capire che lì dentro i desideri si esaudiscono. E basta pochissimo di più per capire a quale prezzo.
Bradbury non ha fretta di spiegare, e fa benissimo. Un carosello che sembra girare nel verso sbagliato, un uomo coperto di tatuaggi che si muove come se la città gli appartenesse, una veggente non vedente che annusa l’aria in cerca di ragazzini: sono immagini che una volta entrate in testa non se ne vanno più. Il male, qui, non si presenta con zanne e artigli. Arriva con la musica e le luci, e soprattutto con la promessa di darti ciò che ti manca. È un’idea terribilmente semplice, e proprio per questo funziona.
Quanto allo stile, Bradbury scrive come un poeta ubriaco di metafore. È un pregio enorme e, ammettiamolo, a tratti anche un limite: ci sono pagine in cui la lingua si avvita su se stessa, e chi cerca una prosa asciutta potrebbe sentirsi un po’ soffocare. Personalmente lo perdono volentieri, perché è proprio quell’eccesso a restituire la febbre di certe sere d’autunno, quando a tredici anni ogni ombra sembra avere un nome ben preciso.
Il vero cuore del romanzo, però, non sono i due ragazzi, ma Charles Halloway, il padre di Will. Custode della biblioteca cittadina, ormai oltre la mezza età, è un uomo convinto di essere arrivato tardi a tutto, e il luna park di Mr. Dark sa benissimo dove colpire chi è fatto così. Il libro diventa allora una storia di padri e figli, di tempo che scappa e di rimpianti, più che di mostri. Il vero nemico è la paura di aver vissuto poco o male, e a spezzare l’incantesimo servirà qualcosa di sorprendentemente semplice, che naturalmente non rivelerò. Vi dico solo che mi ha commosso più di quanto mi aspettassi.
Impossibile, poi, non pensare al maestro Stephen King, che non ha mai nascosto il proprio debito verso Bradbury. Qui c’è già tutto ciò che troveremo nei suoi libri migliori: la cittadina di provincia dove tutti si conoscono e nessuno vede, un gruppo di ragazzini che si accorge per primo del pericolo e un male che si traveste da divertimento. Leggendolo, il pensiero va dritto all’intramontabile It, con la sua banda di sbandati e il suo clown, e a quel modo, tipicamente kinghiano, di raccontare l’infanzia come un territorio di confine tra la luce e il buio più profondo, per non parlare poi di qualcuno nascosto in un tombino… Ma anche a Fairy Tale, con il suo ragazzo e il suo vecchio che scivolano in un mondo parallelo, bellissimo e crudele insieme. Bradbury ha aperto la strada, King l’ha percorsa fino in fondo, con più sangue e meno poesia. Nessuno dei due, va detto, ci perde.
Nel 1983 – oltre vent’anni dopo la sua prima pubblicazione – è stato tratto Qualcosa di sinistro sta per accadere, a mio parere il migliore adattamento cinematografico del romanzo, il cui titolo in italiano ripercorre quello originale, diretto da Jack Clayton con la sceneggiatura dello stesso Bradbury e Jason Robards (lo stesso grande attore di cui parlo a proposito di: Magnolia, Una volta ho incontrato un miliardario, Il lungo viaggio verso la notte, Giulia e Tutti i mercoledì) nei panni di Charles Halloway, mentre Jonathan Pryce veste quelli oscuri di Mr. Dark. È un adattamento più garbato che spaventoso, ma ha il merito però di non tradire lo spirito del romanzo, grazie soprattutto allo script di Bradbury.
Tornando al libro, se proprio devo trovare un difetto, è che la seconda metà, più concitata, perde un po’ del fascino sospeso della prima, quella in cui il tendone è ancora un mistero e il lettore trattiene il fiato. Ma è un peccato veniale, quasi ingeneroso da sottolineare davanti a un libro così.
Il popolo dell’autunno è un romanzo da leggere proprio ora, tra la fine di ottobre e Halloween, quando fuori c’è già quell’aria lì. Con la luce accesa, naturalmente, e magari lasciando un orecchio teso verso la strada. Non si sa mai che, a notte fonda, arrivi un treno…
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