E’ uscito il mio nuovo romanzo “Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

In un viaggio di novant’anni, che si incrocia con gli eventi storici e i progressi sociali del nostro Paese, la protagonista ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti pregiudizi da superare.

Ma Sperandina, spesso rassegnata e disillusa, la speranza non la perde mai davvero, e l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

“La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories vol. 5”

(BAO Publishing, 2022)

Torniamo per la quinta volta nella Taverna più originale e saporita di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” e “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories Vol.4” è arrivato il quinto volume del manga più gustoso degli ultimi tempi.

Nel quartiere di Shinjoku, nei pressi del nodo ferroviario più importante del Giappone, da mezzanotte alle sette del mattino è aperto il piccolo ristorante dove le vite del clienti si intrecciano indissolubilmente coi piatti che il cuoco e proprietario prepara loro.

Attraverso queste nuove trenta ricette entriamo nella vita, così come nello stomaco ma soprattutto nell’anima, di vecchi e nuovi personaggi che almeno una volta nella vita si fermano una notte a mangiare nella Taverna.

E come dice Mayumi, personaggio ricorrente della serie di Yaro Abe, che apre questo quinto volume: “…Ma una vita senza la Taverna sarebbe di una noia mortale!”

Buon appetito e buona lettura!

“Il fiuto di Sherlock Holmes” di Marco Pagot e Gi Pagot

(Italia/Giappone, 1984)

Da un’idea di Gi Pagot e Marco Pagot, grande cartoonist italiano nonché figlio di Nino Pagot – fondatore dello Studio Pagot creatore di numerosi e indimenticabili cortometraggi d’animazione come “Grisù il draghetto” e spot pubblicitari che hanno segnato la nostra cultura nazionale come quello che vedeva quale protagonista il pulcino Calimero – la RAI decide di realizzare una serie d’animazione composta da 26 episodi di circa 30 minuti ciascuno.

Il concept si ispira al mitico e inossidabile Sherlock Holmes creato da Arthur Conan Doyle quasi cento anni prima, ma per rendere il cartone più adatto ai piccoli telespettatori i personaggi hanno le sembianze di cani antropomorfi, a partire dal grande investigatore che ha i colori e le fattezze che ricordano quelle di una volpe, mentre il famigerato Professòr Moriarty quelle di un perfido lupo viola. A dirigere buona parte degli episodi viene chiamato il maestro Hayao Miyazaki che insieme a uno staff italo-giapponese realizza una delle migliore serie per ragazzi di sempre.

Viviamo così ventisei avventure nella Londra e nell’Inghilterra vittoriana – che spesso ha i colori della nostra splendida campagna – dove Holmes riesce inesorabilmente a sconfiggere il malefico Professòr costringendolo sempre alla fuga finale. Indimenticabili e geniali sono i piani dello stesso Moriarty che – ovviamente non è un caso – ricordano quelli che mette a punto e finalizza l’ineffabile pronipote di Arsenio Lupin nella mitica serie “Le avventure di Lupin III”, di cui qualche anno prima lo stesso Miyazaki fu regista. Ci troviamo però dall’altra parte della barricata a tifare per la Legge e non per i manigoldi, anche se tanto simpatici e accattivanti come Lupin.

Nonostante i numerosi anni trascorsi dalla sua prima messa in onda questa serie possiede ancora tutto il suo fascino e la sua magia, ennesima dimostrazione della grande arte e genialità dei suoi autori. Nella nostra edizione devono essere ricordati gli ottimi attori che prestano la voce ai protagonisti come gli indimenticabili Elio Pandolfi e Riccardo Garrone nei panni rispettivamente di Sherlock Holmes e il Dottor Watson; così come il bravissimo Mauro Bosco in quelli del perfido Moriarty con un divertente accento torinese, nonché Maurizio Mattioli che doppia Todd, uno dei due scagnozzi del Professòr. 

Ma un motivo in più per rivedere questa serie è per cogliere al meglio l’influenza del nostro Paese nella grande arte del maestro Miyazaki, nei cui film molto spesso paesaggi e atmosfere sono spesso riconducibili alla nostra Penisola. Non è un caso quindi che il protagonista dello splendido “Porco Rosso” che Miyazaki realizzerà nel 1992 guarda caso si chiami …Marco Pagot. 

Indimenticabile è anche la sigla, fra le migliori in assoluto degli anni Ottanta.

Da vedere.

“The Cleanse” di Bobby Miller

(USA, 2016)

Paul (Johnny Galecki) è un trentenne triste e solitario, che passa le nottate sul divano guardando la televisione. La sua desolante situazione sentimentale è legata al suo modo troppo asfissiante e oppressivo di rapportarsi con le proprie partner. Così come nel lavoro Paul è stato sempre debole e remissivo tanto da farsi rubare idee e posto. Ma proprio una notte, sonnecchiando sul suo divano, Paul vede lo spot della singolare SPA creata e diretta dal dottor Ken Roberts (Oliver Platt) che grazie ai suoi unici e particolari ritrovati medici riesce a rigenerare la mente e il fisico delle persone, soprattutto quelle più moralmente rassegnate.

Grazie a una incredibile e irripetibile promozione, la SPA del dottor Roberts ospiterà gratuitamente alcuni clienti per un trattamento, che però dovranno presentarsi a una selezione il giorno dopo. Paul, disperato e visto che il soggiorno è gratis, si presenta alla valutazione e nel gruppo nota l’affascinante Maggie (Anna Friel). Superato il primo colloquio a Paul viene chiesto un prelievo di sangue, cosa che lo lascia alquanto perplesso. Dubbi che diventano sempre più consistenti anche quando, dopo essere stato chiamato per aver passato la selezione, a Paul viene chiesto di firmare una liberatoria alquanto particolare e dettagliata. Perplessità che però crollano quando viene a sapere che anche Maggie parteciperà al soggiorno.

L’uomo arriva così in un piccolo cottage nel bosco non lontano a quello di Maggie, che però sembra volerlo tenere sempre a distanza. Insieme agli altri ospiti l’uomo inizia il trattamento sotto le indicazioni di Lily (Anjelica Huston) la volitiva assistente del dottor Roberts. Oltre a un percorso emotivo e di rilassamento mentale, agli ospiti vengono offerti dei particolari bibitoni, creati appositamente per ciascuno di loro direttamente dalle mani di Roberts. Lily è tassativa: affinché il trattamento funzioni, ognuno di loro deve terminare la propria dose nel tempo stabilito e soprattutto ogni cocktail è stato assemblato ad hoc per ognuno, ed è quindi severamente proibito bere quello degli altri.

Se tutti gli ospiti, compresa Maggie, rimangono dubbiosi sulla loro strana bevanda, Paul invece ligio la beve tutta seguendo scrupolosamente le indicazioni di Lily. Poche ore dopo l’uomo viene colto da terribili conati che lo portano a vomitare nel lavandino del suo piccolo cottage. In breve lo scarico si ottura e per sturarlo Paul smonta il sifone dove trova, con stupore e all’inizio non poco ribrezzo, uno strano essere evidentemente prodotto ed espulso dalle sue viscere. Il piccolo e strano verme, anche se non ha un bell’aspetto, non sembra minaccioso e Paul istintivamente inizia a coccolarlo per poi nasconderlo. Poco dopo però scopre che anche Maggie, come quasi tutti gli altri ospiti, hanno “vomitato” un essere simile al suo anche se con caratteristiche differenti.

Lily e il dottor Roberts in persona comunicano a tutti che quello è il fulcro del trattamento, infatti il piccolo essere che hanno espulso ha sintetizzato in se stesso tutti i difetti e le debolezze di ognuno di loro – che sono in sostanza le cose che rendono la loro esistenza triste e irrisolta – e quindi ciascuno dovrà occuparsene, nel bene e nel male, prima di lasciare la SPA. Ma non tutti sono disposti ad abbandonare i propri difetti, soprattutto quelli dietro i quali ci si nasconde da tanto tempo…

Scritto e diretto da Bobby Miller, questo originale “The Cleanse” ci parla in maniera davvero singolare – e a volte anche cruda – di come e perché dobbiamo affrontare le nostre debolezze per poter vivere meglio.

Con accenti surreali e grotteschi che ricordano “The Lobster” di Yorgos Lanthimos, anche se con alcuni piccoli difetti nella sceneggiatura, questo film merita comunque di essere visto.                 

“La camera azzurra” di Georges Simenon

(Adelphi, 1963/2008)

Tony Falcone è figlio di un immigrato italiano stabilitosi in Francia per trovare una vita migliore. Cresciuto assieme al fratello minore e senza la madre morta poco dopo l’arrivo oltralpe, Tony ha imparato a lavorare sodo fin da bambino, soprattutto per superare tutti i pregiudizi che la sua “identità” di figlio di immigrati comportavano.

Anche quando si è trattato di metter su famiglia, Tony ha scelto Gisèle, una donna solida e pragmatica come lui, e come lui grande lavoratrice. Anche con la loro unica figlia, Marianne, Giséle è sempre stata una madre presente e amorevole, accettando inoltre con silenzio e rassegnazione i suoi discreti e saltuari flirt, anche perché la solidità della sua famiglia gli ha consentito di avviare una piccola attività di vendita e assistenza di macchine agricole, che lo porta a girare nella regione per buona parte della settimana.

Ma una sera, tornado a casa, sulla sua strada Tony incappa di Andrée Despierre, sua vecchia compagna di scuola, figlia di una aristocratica famiglia del posto decaduta, che ha sposato Nicolas Despierre, anche lui ex compagno di scuola, la cui madre oltre ha possedere la drogheria più importante della zona, è proprietaria di buona parte della regione. Se dall’infanzia Tony ha sempre considerato Andrée una figura altera, distaccata e soprattutto irraggiungibile – nella sua testa sempre paragonata a una statua – quella sera l’uomo realizza che invece la donna è stata sempre innamorata e attratta da lui. Inizia così una relazione estremamente fisica e clandestina, che dopo i primi incontri in luoghi occasionali, si consuma sempre in una stanza dell’albergo che il fratello di Tony gestisce in una delle località vicine, e che riserva loro sempre la stessa camera. Ed è proprio lì, nella camera azzurra, che inizia la scesa agli inferi di un uomo così solido e concreto, ma che fra quelle quattro mura per la prima volta in vita sua diventa passivo, remissivo e forse anche un pò vigliacco…

Scritto dal maestro Simenon nel 1963, questo “La camera azzurra” è forse uno dei suoi romanzi più carnali e viscerali. La caduta di Tony Falcone, che ha sempre basato la sua esistenza sulla lucidità del suo cervello e la forza delle sue braccia, avviene per colpa delle sue viscere, così vicine e legate ai suoi genitali, ma che inaspettatamente sono tanto lontane dalla sua mente. Non a caso il romanzo si apre con la descrizione del sesso di Andrée appena terminato un amplesso, con Tony che lo osserva fiero e soddisfatto.

Ancora un grande e doloroso viaggio nell’animo – …e nel ventre – di un uomo apparentemente tanto comune, firmato dell’inarrivabile maestro belga.  

“Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2004)

Reduce dal successo planetario dello splendido “La città incantata” il maestro Hayao Miyazaki decide di realizzare un adattamento animato del romanzo “Il castello errante di Howl” pubblicato dalla scrittrice inglese Diana Wynne Jones (1934-2011) nel 1986, primo di una trilogia che comprende anche “Il castello in aria” (1990) e “La casa per Ognidove” (2008). Dalla stessa autrice, Goro Miyazaki realizzerà nel 2020 “Earwig e la strega“.

Approdiamo così in una cittadina delle Alpi, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, dove vive Sophie Hatter, una diciottenne che preferisce passare tutto il tempo a lavorare nella prestigiosa cappelleria di famiglia che vivere a pieno la propria esistenza.

L’incontro casuale con Howl e il successivo arrivo nel suo negozio della famigerata Strega delle Lande Desolate cambieranno per sempre l’esistenza di Sophie. Perché proprio la strega, per punirla della sua alterigia, le scaglierà una maledizione che la renderà nell’aspetto un’anziana signora, sortilegio che non potrà mai rivelare a nessuno.

Rassegnata, la ragazza lascerà la cittadina per raggiungere le montagne dove incontrerà Howl, il suo castello e il suo arcano segreto…

Splendida pellicola onirica e magica che conferma l’arte unica di Miyazaki e che lo consacra definitivamente fra i grandi cineasti del Pianeta. Così come per le sua altre opere, Miyazaki ci racconta una storia che ci parla di come bisognerebbe affrontare la propria esistenza, indipendentemente da quali sono le nostre origini, e ci ricorda che il peccato più grande è sempre quello di scegliere di non “viverla” aspettando che passi.

Da vedere, come tutte le altre opere del maestro giapponese.

“I ragazzi del massacro” di Fernando Di Leo

(Italia, 1969)

Nel 1969 Fernando Di Leo realizza il primo adattamento cinematografico di un romanzo del grande Giorgio Scerbanenco. Si tratta de “I ragazzi del massacro”, pubblicato l’anno precedente, e terzo libro della quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, un poliziotto con un passato da medico, radiato dall’Ordine per aver procurato l’eutanasia a una paziente terminale.

Ma Di Leo cambia i toni e alcuni snodi narrativi del romanzo – come ad esempio il movente e il colpevole che naturalmente non svelerò – realizzando il suo primo noir e dando il via a un filone cinematografico prolifico, crudo e violento di cui lui stesso sarà considerato un maestro imitato e omaggiato anche dalle generazioni successive di cineasti, che vede per esempio in Quentin Tarantino uno dei suoi più grandi fan. Al tempo stesso però, il regista riesce ad essere fedele all’anima dura del romanzo di Scerbanenco.

Già dai titoli di testa entriamo violentemente nella storia: su una musica pesante e ossessiva assistiamo allo stupro e alle sevizie che un gruppo di ragazzi compie ai danni della loro insegnate che alla fine muore quasi completamente nuda sulla cattedra.

La Polizia in breve tempo ricostruisce la dinamica di una così efferata e inaudita violenza, che è stata accesa senza dubbio da dell’anice lattescente – noto anche come assenzio – visto che una bottiglia vuota con ancora dei residui del distillato è stata rinvenuta accanto al corpo. Le Forze dell’Ordine in poche ore arrestano tutti i presenti che, ancora con i postumi dell’assenzio, ammettono di ricordare poco dell’evento scaricandosi la colpa l’uno conto l’altro.

Le indagini sono affidate al Commissario Lamberti (Pier Paolo Capponi) che dopo le prime tornate di interrogatori comincia a intravedere una figura dietro all’omicidio, che appare sempre più il frutto di una macchinazione e non di un gesto impulsivo…

Duro e crudo poliziottesco D.O.C. a tutti gli effetti in cui si evincono già le grandi doti narrative e visive di Di Leo che – come ricordò in più di un’intervista – scelse l’opera di Scerbanenco perché era la prima nel panorama contemporaneo del noir che denunciava una società come la nostra capace di rendere le nuove generazioni, soprattutto quella nata alle soglie del famigerato Boom economico, prive di principi e tutele sociali nonché statali e per questo spesso preda della più spietata e famelica criminalità.

Non a caso i volti dei “ragazzi del massacro” hanno chiari ed espliciti riferimenti a quelli che Pier Paolo Pasolini dipinge e descrive nei suoi romanzi come “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, o nei suoi film come lo splendido “Mamma Roma” su tutti.

La sequenza iniziale oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza e nonostante tutto quello che è stato girato nel frattempo, ancora turba e ferisce e ce la dice lunga sulle doti cinematografiche del regista capace di creare un’opera ispirata ma allo stesso tempo nettamente separata da quella di Scerbanenco. Esempio molto simile a quello fra Stanley Kubrick e Stephen King per il film “Shining”. Il regista americano, infatti, dopo aver ottenuto diritti del romanzo del Re, già scrivendo la sceneggiatura attuò numerosi cambiamenti sia alla storia che nei personaggi e per chiarirlo bene agli spettatori inserì una sequenza esplicativa nella scena in cui Dick Hallorann, chiamato attraverso la luccicanza dal piccolo Danny Torrance, torna all’Overlook Hotel.     

Mentre l’uomo al volante della sua auto percorre una statale sotto la neve, deve rallentare a causa di un incidente. E quando raggiunge il luogo dello scontro si nota benissimo che l’auto coinvolta è un vecchio maggiolino rosso cappottato, con accanto un ambulanza e il personale sanitario che ci fa intendere che il guidatore è morto. Non è un caso, anche se la sequenza dura davvero pochi secondi, visto che è rosso il maggiolino che guida Jack Torrance nel romanzo, mentre Kubrick ne fa guidare uno giallo al suo Jack Torrance/Jack Nicholson sottolineando il fatto che il suo film e il suo personaggio sono “un’altra cosa” rispetto a quelli creati da King, il cui Jack nella pellicola “muore” ben lontano dalle vicende dell’Overlook Hotel.    

Cosa simile accade in questo “I ragazzi del massacro” dove Di Leo, che scrive la sceneggiatura assieme a Nino Latino e Andrea Maggiore, ci sottolinea che i suoi personaggi sono “altra cosa” rispetto a quelli creati da Scerbanenco e ce lo dice anche col particolare della targhetta che svetta sulla scrivania del Lamberti su cui c’è scritto “Dott. Luca Lamberti” e non “Dott. Duca Lamberti” come il personaggio originale creato dallo scrittore.

Gli unici segni del tempo che riporta la pellicola sono quelli legati all’ipocrita e perbenista visione della società italiana che la parte più bigotta della nostra cultura voleva mostrare. Alla fine degli anni Sessanta, nel nostro Paese, dove alti uomini di Stato dichiaravano pubblicamente che la Mafia non esisteva, i nostri costumi e la nostra “morale” erano fortemente legati alla Chiesa Cattolica Romana ed era così molto difficile parlare di violenza, abusi sulle donne o sui minori, sotto proletariato, omosessualità e tutti i temi che stavano esplodendo soprattutto nelle nostre metropoli ma che spesso venivano volutamente ignorati e insabbiati.

Così, per passare i famigerati visti di censura, gli omosessuali venivano chiamati barbaramente “invertiti”, termine seguito sempre da qualche sorriso da parte di tutti gli uomini che così ostentavano la loro indiscutibili virilità. Ma Scerbanenco prima e Di Leo poi squarciano il velo dell’ipocrisia e raccontano storie tragiche, violente e soprattutto vere. Basta ricordare bene cosa è stato e cosa ha significato sotto questo punto di vista, nella storia del nostro Paese, il decennio successivo segnato indiscutibilmente da tanta sanguinaria violenza sociale. 

Una fotografia nitida e dura della nostra storia recente.

Questo film è il primo della trilogia cinematografica che in quegli anni verrà realizzata dalle opere di Scerbanenco. Gli altri due sono l’ottimo “La morte risale a ieri era” di Duccio Tessari e – …purtroppo – il trash “Il caso ‘Venere privata’” di Yves Boisset.

“Scritto col sangue” di Andrew Garve

(Mondadori, 1961)

Peter Rennie è un giornalista d’inchiesta e lavora per il quotidiano britannico “Post”, che lo manda a Jersey, una delle isole sul canale della Manica, ad intervistare un ex “pesce grosso” della finanza ormai in pensione, visto che ha da poco pubblicato un libro di memorie con alcuni caustici giudizi su altri pesci grossi al momento ancora in azione.

La trasferta capita proprio durante i giorni di Pasqua e così Rennie passa alcuni giorni in vacanza sull’isola dove incontra casualmente l’avvenente e assai intrigante Mary Smith. Fra i due nasce una tenera amicizia ma, la mattina dell’ultimo giorno che avrebbero dovuto passare insieme, la ragazza sparisce senza lasciare traccia e soprattutto una spiegazione.

Rennie, mesto e sconsolato, torna a casa ma la sua natura di segugio gli impone di rintracciare Mary e soprattutto di capire il perché di un gesto tanto definitivo e apparentemente così immotivato. Grazie al suo lavoro e agli archivi del “Post” Rennie riesce, non senza difficoltà e dopo non poche settimane, a rintracciare Mary che gli confessa il motivo della sua fuga: suo padre è Francis Noel Smith, noto a in tutti con lo pseudonimo di John Galloway, fra i più famosi scrittori del Paese. Basta questo per far comprendere tutto a Peter. Infatti Galloway/Smith è in prigione dove deve scontare un ergastolo per aver ucciso Robert Shaw, un anonimo bibliotecario con la passione della scrittura.

Il processo appena conclusosi ha stabilito che Galloway, dopo aver copiato il libro che Shaw gli aveva sottoposto, lo ha pubblicato come se fosse suo, per poi ucciderlo durante un alterco. Rennie, dopo aver studiato gli atti processuali, non può che concordare con la condanna finale, ma lo sguardo fiero di Mary, che tenta in ogni modo di convincerlo dell’innocenza del padre, lo porta a fare delle nuove e personali indagini…

Sfiziosissimo giallo nella grande tradizione britannica, ambientato nel mondo del giornalismo e dell’editoria. L’inglese Paul Winterton (1908-2001) nella sua lunga e prolifica carriera di scrittore, oltre a Andrew Garve, usò gli pseudonimi di Roger Bax e Paul Somers. Autore di numerosi gialli, molto famosi soprattutto in Gran Bretagna, Winterton ambienta questo suo piacevole thriller in un mondo che conosce molto bene: quello dell’editoria dove le invidie, i plagi e gli “sgambetti” sono all’ordine del giorno.

Godibile davvero fino all’ultima pagina.

Purtroppo questo “Scritto col sangue” il cui titolo originale è “The Galloway Case” – pubblicato per la prima volta nel 1958 – è fuori catalogo da decenni e praticamente introvabile nel nostro Paese se non nel mondo del vecchio usato.

“Lo sbarbato” di Umberto Simonetta

(Baldini & Castoldi – La Nave di Teseo, 2021)

Pubblicato per la prima volta nel 1967 questo “Lo sbarbato” rappresenta l’esordio letterario di Umberto Simonetta (1926-1998) tra le figure più rilevanti della nostra cultura del secondo Novecento. Nato in Svizzera, dove il padre esule antifascista si era trasferito, Umberto Simonetta dopo la fine del conflitto mondiale diventa milanese d’adozione e approda nel mondo della rivista e, assieme a Guglielmo Zucconi, scrive numerose commedie per i divi dell’epoca come Gino Bramieri e Tino Scotti.

Inizia anche a collaborare con “I due Corsari”, il duo formato da Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, e proprio insieme a quest’ultimo nel 1960 scrive la canzone “La ballata del Cerutti” che racconta con sagacia e ironia le fortune e le sfortune di chi nasce e vive nell’immensa periferia milanese, allora in pieno e incontrollato sviluppo.        

Sette anni dopo Simonetta col suo “Lo sbarbato” torna a raccontare la fauna che popola i famigerati bar nella periferia meneghina, dove passano la maggior parte delle loro giornate gli appartenenti al sottobosco della piccola criminalità cittadina.

Ma i tempi sono cambiati e all’orizzonte si staglia quel famigerato ’68 – anno che lo stesso Simonetta prenderà deliziosamente in giro in alcune delle sue commedie più caustiche – che porterà con sé oltre a giusti e intramontabili ideali – la stragrande maggior parte dei quali però rimarrà solo nelle idee ma non nei fatti… – anche il lato più oscuro della violenza urbana.

Così assistiamo a circa un anno nell’esistenza del sedicenne Mario Mereghetti, figlio della ricca borghesia milanese che ha preso a frequentare uno dei classici bar di periferia. Nonostante suo padre sia un alto dirigente di una famosa fabbrica di automobili meneghina e lui frequenti uno dei licei più aristocratici della città, Mario non si sente a proprio agio nel suo ambiente.

Un pomeriggio a un biliardo, per caso, incappa in un diciannovenne dall’ottima stecca che tutti chiamano “Mangia” (che non a caso ricorda tanto quel Cerutti Gino de “La ballata del Cerutti”). Fra i due nasce una particolare amicizia e per Mario diventare complice del Mangia nei piccoli furti che questo compie per sopravvivere diventa vera e propria ragione di orgoglio. Lui certo non ha problemi economici, con tanto di cameriera fissa a casa, ma sogna lo stesso di comprarsi una Lambretta – forse la stessa che qualche anno prima ha tentato di rubare il Cerutti Gino… – che suo padre, il volitivo e “nostalgico” Ingegner Mereghetti, si guarda bene da regalargli.   

Ma se il Mangia, nonostante l’età, si rifà alla vecchia e casalinga tradizione della storica “mala” milanese, Mario invece vuole di più, e così riesce a rimediare oltre che un coltello a serramanico anche un “cannone”…

Amaro e bellissimo romanzo di formazione di un appartenente a quella generazione che qualche decennio dopo verrà battezzata “Boomer”. Ma soprattutto “Lo sbarbato” è un lucido, calzante e inquietante ritratto antesignano di quello che qualche anno dopo sarebbe potuto diventare un terrorista.   

Come con l’indimenticabile “I viaggiatori della sera”, anche ne “Lo sbarbato” Simonetta ci narra con tagliente e a volte feroce ironia i lati più spinosi e oscuri della nostra società.


“Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1988)

Pellicola pilastro della cinematografia del maestro Hayao Miyazaki e del cinema d’animazione planetario, fra le mie preferite in assoluto, nonché icona e simbolo di tutta la produzione del mitico Studio Ghibli.

Il genio assoluto di Miyazaki ci porta a Tokorozawa, una piccola località rurale nei pressi di Tokyo, in un momento non ben definito degli anni Cinquanta del secolo scorso. Lì, almeno, gli orrori e le tragedie della Seconda Guerra mondiale non hanno lasciato alcun segno fisico, elemento assai particolare rispetto a quasi tutti gli altri film del regista che hanno sempre un chiaro ed esplicito riferimento all’olocausto atomico subito dal suo Paese.

Tatsuo Kusakabe e le sue due piccole figlie Satsuki e Mei prendono possesso di una vecchia casa nelle cui vicinanze c’è un imponente e maestoso albero di canfora. Tatsuko insegna archeologia all’Università Imperiale, mentre Yasuko, sua moglie nonché madre delle due, è ricoverata per una lunga degenza in un ospedale nella vicinanze, e per questo la famiglia si è trasferita lì proprio per esserle più vicina.  

Se Satsuki è alle soglie dell’adolescenza Mei è ancora una bambina, e sarà lei la prima a entrare in contatto con le straordinarie e fantastiche creature che popolano la vegetazione nei dintorni e soprattutto il grande albero di canfora, nel quale vive lo spirito del bosco che Mei battezza Totoro, storpiando il termine giapponese “toruro” – che si traduce “troll” – essere mitologico che lei ha visto qualche tempo prima su un libro.

Anche Satsuki incontrerà Totoro e sarà proprio a lui che la piccola chiederà aiuto quando Mei si perderà nel tentativo di andare a trovare la madre in ospedale…

Splendida e immortale pellicola da portare con sé nella famigerata “isola deserta”, metafora meravigliosa di come è – o come dovrebbe essere – il mondo dei bambini anche in una situazione di disagio come quella di dover crescere con la propria madre in ospedale. Proprio per questo, nella pellicola, non è presente un vero e proprio “cattivo”, o quantomeno un antagonista, ma solo la paura della lontananza, della solitudine e della mancanza.

Non è un caso quindi che lo stesso Miyazaki, durante l’infanzia, passò molti anni lontano dalla madre che, afflitta da una grave forma di tubercolosi, trascorse lunghi periodi ricoverata appunto in ospedale.

Chi, dopo averlo visto, non ha sognato di dormire anche solo per un pomeriggio sulla enorme e soffice pancia di Totoro?  

Da vedere e rivedere a intervalli regolari per riconciliarsi con se stessi e con il mondo.       

Ancora oggi continuamente citato e copiato.