“Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

A cavallo tra due secoli le drammatiche vicende del nostro Paese, dalla seconda guerra mondiale al terrorismo, sino alla pandemia, scandiscono il trascorrere di una vita, nel cui inesorabile dipanarsi per nove decenni, emerge la dolorosa consapevolezza di un prezioso ”durante”.

Sperandina, soprattutto, ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti, troppi, pregiudizi da superare, ma l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere comunque del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Sperandina, che dopo aver lasciato Roma, rassegnata e disillusa, decide di vivere definitivamente a Perugia, la speranza non la perde mai davvero. Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

Parabola umana di una straordinaria figura femminile, delineata con estrema sensibilità e delicatezza in un quadro sociologico, storico e familiare destinato a suscitare profonde emozioni.

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“I misteri del giardino di Compton House” di Peter Greenaway

(UK, 1982)

Nel 1982 arriva nelle sale cinematografiche britanniche, e poi in quelle di tutto il mondo, la seconda pellicola scritta e diretta dal poliedrico e geniale autore gallese Peter Greenaway, che riscuote in breve tempo un successo planetario.

1694, nella campagna inglese si erge l’imponente tenuta di Compton House di proprietà di Mr. Herbert, tenuta che faceva parte della dote di sua moglie. Mrs. Herbert (Janet Suzman, attrice e registra teatrale sudafricana, che nel 1974 è fra gli interpreti de “Il caso Drabble” di Don Siegel) per omaggiare il coniuge, che sta partendo per un viaggio di affari, decide di commissionare al giovane pittore Mr. Neville (Anthony Higgins che solo qualche mese prima aveva partecipato a “I predatori dell’arca perduta” di Steven Spielberg e nel 1985 diventerà il cattivo nel delizioso “Piramide di paura” diretto da Barry Levinson e prodotto sempre da Spielberg) 12 disegni della tenuta.

Per accettare la commessa, oltre che il compenso in denaro, Neville esige che nel contratto, redatto in presenza del notaio di fiducia degli Herbert, venga inserita una clausola grazie alla quale lui possa ottenere a proprio piacimento i favori sessuali, incondizionati, di Mrs. Herbert.

Il pittore inizia così le sue opere per le quali pretende che la tenuta venga lasciata libera il più possibile, cosa che incide direttamente sulle numerose attività di servitù e giardinieri, e soprattutto indispone non poco Mr. Talmann (Hugh Fraser) di “imperdonabili” origini tedesche e marito dell’unica figlia degli Herbert.

Mr. e Mrs. Talmann (Anne Louise Lambert, che qualche anno prima aveva partecipato, nel ruolo di una studentessa, al bellissimo “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir), infatti, vivono a Compton House che, insieme agli altri beni di Mr. Herbert, andrà a loro in eredità solo quando questi avranno un erede; erede che però stenta ad arrivare a causa dell’indolenza e della pigrizia sessuale dello stesso Mr. Talmann.

Mentre le dodici tavole prendono corpo, Mr. Neville nota dei piccoli particolari insoliti sparsi nelle vedute, come una scala per raccogliere la frutta appoggiata alla finestra di Mrs. Talmann, un paio di stivali abbandonati nei pressi del fossato allagato della tenuta, o una camicia da uomo impigliata fra i rami di un albero.

Il suo carattere, che ovviamente si riflette nella sua arte, impone a Neville di riprodurre fedelmente la realtà anche nei particolari che sembrano incongruenti o stonare con l’ambiente circostante. Mentre il pittore sta per terminare le sue opere, il cadavere di Mr. Herbert viene ritrovato nel fossato allagato di Compton House…

Il termine visionario spesso è inflazionato quando si parla di registi cinematografici, ma nel caso di Peter Greenaway, così come in quello di Tim Burton, è senza dubbio il più adatto. Ispirandosi alle opere immortali di Caravaggio, Rembrandt e Vermeer, il regista gallese riesce a creare una potenza visiva sanguigna, carnale e allo stesso tempo elegante e raffinata ancora oggi, ad oltre quarant’anni di distanza.

Sull’interpretazione della pellicola è stato detto e scritto molto, ma lo stesso autore ha sempre avallato quella che si riferisce alle invalicabili differenze fra le classi sociali. La classe dominante, più facoltosa e opulenta, può anche fingere di accogliere il frutto di una “inferiore”, come in questo caso è Neville, e subirne il fascino, ma alla fine se lo fa è solo per il proprio interesse; è perché ne ha bisogno in quel determinato momento per i propri scopi, anche i più segreti ed infidi, e certo non si fa troppi scrupoli alla fine nell’usarlo e poi masticarlo.     

Lo stesso Greenaway, in una intervista sul film, disse: “Neville ritrae ciò che vede e non ciò che sa”.

Altra chiave di lettura è indubbiamente il cinema nel cinema, il racconto nel racconto, il quadro in un quadro, che ci riportano, per esempio, allo straordinario “Blow-Up” del maestro Michelangelo Antonioni. Come il grande cineasta italiano, Greenaway ci fa riflettere in maniera viscerale e allo stesso tempo sublime sull’arte di narrare, anche per immagini. E così ci chiediamo, per esempio, se una cosa è reale solo perché è stata ritratta, o non lo è se nessuno l’ha riprodotta?      

Da vedere.

“Advantageous” di Jennifer Phang

(USA, 2015)

In un futuro prossimo – ahimè non troppo lontano… – Gwen (una bravissima Jacqueline Kim) è la testimonial principale e venditrice di punta del “Center for Advanced Health and Living”, una società privata che cura l’aspetto delle persone e “combatte” il loro invecchiamento fisico.

Gwen vive da sola con sua figlia Jules (Samantha Kim) appena adolescente che, come lei alla sua età, ha un ottimo rendimento scolastico. Per questo la donna intende mandarla nel più rinomato e all’avanguardia liceo della città, nonostante questo abbia una retta quasi proibitiva, per poterle garantire il futuro migliore.

Il mondo di Jacqueline, però, rischia di andare in frantumi quando Fischer (James Urbaniak), suo diretto superiore – con il quale lei ha avuto una relazione sentimentale – le comunica che il “Center for Advanced Health and Living” ha deciso di cambiare testimonial, volendo una persona più giovane e attraente rispetto a lei, e così più vicina al target di mercato che la società intende conquistare. Fischer le rivela, inoltre, che il suo licenziamento è stato voluto direttamente dal CEO della società Isa Cryer (Jennifer Ehie).

Nonostante la pessima notizia ricevuta, Jacqueline non si lascia prendere dal panico ed inizia a cercare un nuovo lavoro, vista anche la sua grande esperienza. Ma le agenzie di collocamento alle quali si rivolge al massimo le offrono di diventare donatrice a pagamento di ovuli. Col passare delle settimane la donna comprende che qualcuno le ha fatto terra bruciata intorno e che nessuno dei concorrenti del “Center for Advanced Health and Living” ha intenzione di contattarla.

Il suo conto in banca si sta inesorabilmente assottigliando e i termini per iscrivere Jules al liceo si avvicinano. Jacqueline prova a rivolgersi così ai suoi genitori che però le negano l’aiuto economico di cui ha bisogno. Disperata, chiede un incontro con Isa Cryer che la riceve con estrema gentilezza e le fa un’offerta: è disposta a riassumerla, anche con uno stipendio più alto, se accetta di sottoporsi al nuovo e rivoluzionario trattamento di bellezza che il Center sta perfezionando. Si tratta, in pratica, di un trasferimento di cervello in un corpo artificiale molto più giovane e “bello”. Inoltre, fattore determinante, lei possiede già tutto il know-how da abile venditrice necessario per pubblicizzare al meglio la nuova “Gwen 2.0”.

Jaqueline si consulta con Fischer che, categorico, le chiede di non farlo, visto che si tratta di un procedimento sperimentale e assai doloroso. Dopo aver parlato con l’uomo, Jacqueline inizia a prendere in considerazione l’ipotesi che ad isolarla lavorativamente sia stata proprio la Cryer per renderla malleabile e farle accettare la proposta.     

Come ultima carta per ottenere un prestito, ed evitare il trattamento, Jacqueline tenta quella di sua cugina Lily (Jennifer Ikeda) e suo marito Han (Ken Jong) che possiedono un ristorante orientale in città, ma…

Scritto dalla stessa Jacqueline Kim assieme a Jennifer Phang, questo ottimo film indipendente ci parla di un futuro non troppo lontano dove le cose sono fin troppo vicine a quelle che noi stiamo vivendo oggi. Nella migliore tradizione della Fantascienza americana – quella con la F maiuscola, a partire da quella del maestro Philip K. Dick, per esempio – questa pellicola ci racconta di un mondo dove le dinamiche sociali sono dettate in primis dal potere economico, vero discriminante per avere possibilità e, soprattutto, diritti.

In un mondo così – che, ripeto, è tanto vicino al nostro – una donna sola deve alla fine inesorabilmente piegarsi alle becere tradizioni di bellezza e alle ferree leggi del mercato anche solo per poter tentare di garantire alla figlia le possibilità per emergere ed evitare di finire nel suo stesso meccanismo perverso.  

Ma è davvero possibile farlo?  …E soprattutto: chi è in posizione, sempre e comunque, di “vantaggio”?

“Foglie al vento” di Aki Kaurismäki

(Finlandia/Germania, 2023)

Ansa (una bravissima Alma Pöysti) lavora come cassiera e commessa in un supermercato di Helsinki. Vive sola nell’appartamento che le ha lasciato la matrigna. Come molti suoi connazionali, non senza difficoltà, a stento arriva a fine mese, questo a causa anche dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe.

Per rimediare, la donna spesso si porta a casa alimenti scaduti che altrimenti andrebbero nella spazzatura. La cosa però è contro le regole e così Ansa, alla fine, viene licenziata.

Holappa (Jussi Vatanen) è un manovale che vive nella baracca del cantiere in cui lavora. E’ un uomo solitario e triste, e per questo è diventato un alcolista. Una sera un suo collega, con la passione del canto, lo convince a seguirlo in un locale di karaoke. Lì i due prendono un drink assieme a una coppia di amiche, una delle quali è Ansa che prova immediatamente un’attrazione, ricambiata, per Holappa.

L’uomo fa di tutto per rincontrarla e finalmente, incrociandola in strada, la invita al cinema. Dopo il film Ansa gli scrive il suo numero su un foglietto e se ne va sorridendo. Ma Holappa non si accorge che il biglietto gli vola via dalla tasca quando, soddisfatto, si incammina verso il posto in cui dorme.

Poco dopo, a causa del malfunzionamento di un macchinario, Holappa è vittima di un piccolo incidente nel cantiere, e quando arriva l’ambulanza i sanitari, fra le altre cose, gli fanno il test dell’alcol. L’uomo così viene licenziato in tronco senza alcun risarcimento. Holappa passa da un cantiere all’altro, sempre in forma clandestina a causa del suo stato ufficiale di alcolista, ma in ogni momento libero cerca Ansa, soprattutto passando numerose volte al giorno davanti al cinema dove sono stati insieme.

Finalmente i due si rincontrano, proprio davanti al locale e lei, venuta a sapere del biglietto perduto, lo invita a cena per la sera successiva. Holappa si assicura di non perdere l’indirizzo della donna e il giorno dopo si presenta a casa sua con un mazzo di fiori. La serata sembra perfetta ma l’uomo, dopo il dessert, manifesta l’esigenza di bere alcol, cosa che sconvolge Ansa: proprio a causa del bere ha perso prima il padre e poi il fratello e così non ha la minima intenzione di frequentare un alcolista. Holappa, indignato, se ne va…

Kaurismäki, che scrive e dirige il film, come sempre tocca corde e vicende legate soprattutto al proletariato, cosa che lo rende uno dei veri e pochi eredi del grande Neorealismo italiano.

Non è un caso, quindi, che come nelle sue altre pellicole, il regista finlandese, omaggi e citi direttamente il grande cinema classico, soprattutto quello europeo della Nouvelle Vague – nel suo delizioso “Ha affittato un killer” ha voluto come protagonista Jean-Pierre Léaud, attore simbolo del maestro Francois Truffaut – con le locandine dei film di Jean-Luc Godard e Robert Bresson, oltre che di “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti.

Ma, soprattutto, nella scena in cui Ansa e Holappa parlano di rincontrarsi per la cena, troneggia quella dello splendido “Breve incontro” di David Lean, la cui trama ha certamente ispirato quella di questo film.

Da vedere.

Per questa pellicola, fra i numerosi riconoscimenti internazionali, Aki Kaurismäki si aggiudica il premio della Giuria al Festival di Cannes.

“La signora di Shangai” di Orson Welles

(USA, 1947)

Orson Welles decide di portare sul grande schermo il romanzo noir “Se muoio prima di svegliarmi” pubblicato da Sherwood King per la prima volta nel 1938.

Welles sceglie di dirigere sua moglie Rita Hayworth, fresca del successo planetario del film “Gilda”, in cui incarna una delle figure più sensuali della storia del cinema con la sua fluente chioma rossa. Non è un caso, quindi, che molti decenni dopo le forme e i colori di Jessica Rabbit dello strepitoso “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” di Robert Zemeckis, siano proprio le sue.

Ma Welles ha una visione tutta sua della protagonista del film e così, senza avvisare la produzione, fa tagliare e tingere di biondo platino i capelli della Hayworth. Il film venne terminato nel 1946, ma approdò nelle sale solo due anni dopo – quado Welles e Hayworth avevano già divorziato – perché Harry Cohn, responsabile della Columbia Pictures, non riusciva a tollerare il drastico cambiamento d’aspetto della sua star più famosa del momento. Tornando alla pellicola, forse anche per questo, venne accolta assai tiepidamente dal pubblico che non gradì la Hayworth nei panni di una delle dark lady più oscure del cinema.

Passeggiando per Central Park il giovane marinaio irlandese Michael O’Hara (Orson Welles) incappa casualmente nell’affascinante Elsa Bannister (Rita Hayworth, che con i capelli corti e biondi mantiene integro tutto il suo fascino) e quando questa viene assalita da tre malintenzionati, la salva grazie all’uso ruvido delle sue mani.

La donna ne rimane affascinata e gli propone di lavorare per lei, ma Michael rifiuta. Il giorno dopo, al porto, mentre O’Hara è in attesa di un nuovo imbarco gli si presenta davanti il famoso e ricco avvocato Arthur Bannister (Everett Sloane) che, mandato da sua moglie, lo ingaggia sul suo yacht privato per una crociera sulla coste del Messico.

L’attrazione fra Michael ed Elsa è palpabile e visibile da tutti, ma l’avvocato Bannister sembra non curarsene, anche se…

Indimenticabile noir d’antologia con un potenza narrativa e, soprattutto, visiva davvero incredibile. Il film fu molto criticato alla sua uscita, ma a distanza di tanti anni invece risulta essere uno dei migliori del suo genere in assoluto, con sequenze che ancora oggi vengono imitate e citate. La scena finale del delizioso “Misterioso Omicidio a Manhattan” di Woody Allen è solo uno dei numerosi esempi.

Quando Orson Welles morì nel 1985, già da molto tempo non riusciva più a trovare chi fosse disposto a produrre i suoi film. Ma il tempo è il miglior giudice e così oggi, giustamente, questo film come tutti gli altri firmati da lui sono stati rivalutati e apprezzati come avrebbero dovuto essere fin da subito.

Fra i pochi che lo apprezzarono in vita ci furono – e certo questo non è un caso perché si dice giustamente che ci voglia un genio per riconoscere un altro genio – il maestro Pier Paolo Pasolini che lo volle nel suo “La ricotta”, splendido episodio del film “Ro.Go.Pa.G.” del 1963, proprio nel ruolo del regista del film in cui Stracci (Mario Ciprani) – la comparsa personaggio principale del cortometraggio – lavora.

Il compenso richiesto da Welles fu esorbitante, e la produzione minacciò di annullare l’episodio, ma Pasolini fu irremovibile pur di dirigerlo. Un altro grande autore che apprezzava Welles è stato il grande Rod Serling che tentò di averlo come presentatore nella sua mitica serie “Ai confini della realtà“, ma la CBS reputò inaccettabile il budget richiesto dallo stesso Welles.

“La signora di Shangai” è indubbiamente uno dei migliori noir – e non solo – della storia del cinema che deve essere visto da chi ama il cinema.

“Harry a pezzi” di Woody Allen

(USA, 1997)

Dopo le vicende che hanno sancito la fine, con alcuni pesanti strascichi legali, del rapporto decennale con Mia Farrow – che lo stesso Allen ha poi raccontato dettagliatamente nel suo delizioso “A proposito di niente” – il genio newyorkese ci dipinge la storia personale di Harry Bloch – suo alter ego, tanto che è lui stesso ad impersonarlo – superbo scrittore ma che nella vita personale è un disastro emotivo per chi ha la “sfortuna” di incontrarlo, soprattutto le donne, sua incontenibile e morbosa ossessione.

Come ogni grande artista, anche Harry Bloch si ispira alla propria vita privata per prendere spunto per le sue opere. Caravaggio, usando come modelle le prostitute che frequentava quotidianamente per dare il volto alla Madonna o ad altre figure sacre che dipingeva nei suoi capolavori immortali, al massimo suscitava lo sdegno degli altri prelati che glieli avevano commissionati.

Harry Bloch, invece, pubblicando i suoi racconti e i suoi romanzi, travolge senza il minimo scrupolo la vita delle persone – e ancora una volta soprattutto quella delle donne… – che ha frequentato o frequenta, mettendone in piazza le debolezze, le miserie e i tradimenti.

Nessuno riesce a perdonare Harry, che con il suo egoismo pretende che il mondo si adatti a lui e non il contrario. Autoreferenziale e viziato, Harry è destinato sempre a rimanere solo. E così, alla fine, gli unici che gli staranno accanto, devoti e fedeli, saranno solo i suoi personaggi.

Naturalmente “Harry a pezzi” non ha nulla a che vedere con le vicende personali e legali – ormai definitivamente chiuse – con il matrimonio fra Allen e Farrow, ma è invece una “semplice” confessione personale del regista che alla realtà preferisce sempre e comunque la – …propria – fantasia, dove le cose funzionano e vanno inesorabilmente in linea con il suo – …assai complicato ed irrisolto – essere.

Con un cast stellare fra cui spiccano Judy Davis, Billy Crystal, Richard Benjamin, Julia Louis-Dreyfus, Kristie Alley ed Elisabeth Shue; e con dei camei davvero eccezionali come quello strepitoso di Robin Williams e Julie Kavner, o di Demi Moore e Stanley Tucci, di Eric Bogosian, Mariel Hemingway, Tobey Maguire e Paul Giamatti, “Harry a pezzi” è senza dubbio fra le migliori pellicole in assoluto di Woody Allen.

Da vedere ad intervalli regolari.

“Il mangione” di Tonino Benacquista e Jacques Ferrandez

(Q Press, 2006)

Pubblicato in Francia nel 1998 con il titolo originale “L’outremangeur”, questo breve romanzo grafico è senza dubbio fra i più originali e insoliti del panorama europeo, e non solo.

L’integerrimo ed efficientissimo commissario Richard Selena ha un doloroso segreto che lo opprime ogni giorno. L’unico modo per riuscire ad andare avanti è quello di mangiare, mangiare tutto quello che il suo stomaco può contenere.

Così, col passare del tempo, ha raggiunto i 160 chili di peso. Ma se il cibo gli ha reso la vita apparentemente più sopportabile, ormai ogni boccone gliela sta accorciando. Il suo cardiologo, infatti, dopo l’ultima visita gli ha dato al massimo due anni di vita a causa proprio del suo peso e della sua condotta quotidiana.

Nel gruppo di supporto per obesi che frequenta, Selena è l’unico che non vuole parlare mai, ma ascolta attentamente i racconti dolorosi degli altri.

Sulla sua scrivania arriva il caso dell’omicidio di Victor Lachaume, dirigente di una nota ditta del porto, trovato morto nel suo appartamento. Mentre tutti gli altri investigatori pensano ad un movente legato agli affari marittimi dell’uomo, Selena si concentra su Elsa, la bella e giovane nipote dell’armatore, figlia del fratello defunto in un incidente automobilistico qualche anno prima.

Dopo alcuni riscontri, fra cui quello di un capello ritrovato sul luogo del delitto e uno che lo stesso commissario ha prelevato direttamente dalla testa della giovane, non sembrano esserci più dubbi: Elsa ha ucciso suo zio.

Ma Selena non la denuncia anzi, contravvenendo a come si è sempre comportato durante tutta la sua carriera, la ricatta: per non finire in prigione lei dovrà passare a casa sua tutte le sere per un anno, fra le ventuno e le ventitré, per cenare con lui.

La giovane rimane allibita, ma è costretta ad assecondare il commissario pur di non finire in galera. Certa che la cena si trasformerà in qualcosa di molto più materiale e sessuale, Elsa si presenta la sera a casa Selena dove, invece, trova la tavola imbandita. Alle ventitré, appena finito di desinare e senza che ci sia stato il minimo contatto fisico, Selena la congeda.

Gli incontri quotidiani provocano in Elsa stupore e confusione, mentre per Selena sono il motivo per trovare tutto il coraggio necessario per cambiare e non vivere più il momento del pasto come qualcosa di violento e vergognoso. Così, col passare del tempo, le cene fra Elsa e Richard diventano sempre più piacevoli e intime, ed il commissario inizia a sensibilmente a perdere peso. Ma…

Storia insolita di un amore molto particolare, che nasce da quello che un uomo, davanti al bivio più inesorabile, sceglie di ritrovare verso se stesso, che per fin troppo tempo ha punito e umiliato.

I testi di questo romanzo grafico sono di Tonino Benacquista (1961), figlio di immigrati italiani che, dopo aver fatto numerosi e diversi mestieri come il cameriere in pizzeria o il cuccettista sulla linea Parigi-Roma, esordisce negli anni Ottanta nella narrativa noir francese. In relazione a questa storia ha dichiarato che: “necessitava assolutamente di essere raccontata con le immagini”.

I disegni, invece, sono di Jacques Ferrandez (1955) che è noto, fra le altre, per le storie grafiche della serie “Gente di paese”. 

Nel 2003 Thierry Binisti dirige lo sfizioso adattamento cinematografico “L’outremangeur” con, nei panni di Selena, l’ex calciatore Eric Cantona.    

“Marco – Dagli Appennini alle Ande” di Isao Takahata e Hayao Miyazaki

(Giappone, 1976)

La Nippon Animation, sulla scia del successo che nel resto del mondo – e soprattutto in Europa – riscuotono gli anime giapponesi, sia al cinema ma soprattutto in televisione, decide di realizzare una serie ispirata al racconto “Dagli Appennini alle Ande”, che fa parte del libro “Cuore”, pubblicato da Edmondo De Amicis nel 1886.

La regia viene affidata a Isao Takahata mentre a curare il layout è il maestro Hayao Miyazaki. I personaggi sono firmati da Yōichi Kotabe – che li aveva già creati per la serie “Heidi” del 1974 – e la sceneggiatura è di Takamura Mukuo che amplia di molto il racconto originale di De Amicis, per consentire lo sviluppo di 52 puntate da circa 22 minuti ciascuna.

Il piccolo Marco Rossi vive a Genova con il padre e il fratello maggiore. Sua madre, Anna, è stata costretta ad emigrare in Argentina per trovare un lavoro che le consentisse di poter mantenere i figli in maniera più dignitosa. Il padre di Marco, insieme al fratello, gestisce un ospedale per poveri che gli assorbe tutte le energie e tutte le risorse.

Col passare del tempo e l’interruzione inspiegabile delle periodiche lettere di sua madre, Marco inizia a preoccuparsi e decide di partire per il sud America, non senza difficoltà e il parere sfavorevole dei suoi parenti.

Finalmente il giovane si imbarca sul battello “Folgore”, che prima fa scalo a Marsiglia e poi lo porta a Rio De Janeiro. Da Rio, con un piroscafo, il piccolo genovese arriva a Buenos Aires dove inizia il suo viaggio via terra per Bahia Blanca all’inseguimento delle ultime tracce di sua madre, che sembra svanita nel nulla.

Sulla sua strada Marco incontrerà loschi figuri che tenteranno di raggirarlo, ma anche persone oneste come lui che lo aiuteranno, come la famiglia di burattinai fra cui c’è la piccola Violetta, sua coetanea, con la quale intreccerà una tenera amicizia.

Quando Marco, dopo numerose peripezie, rincontrerà sua madre, la troverà gravemente malata e in attesa di essere operata per salvarsi la vita…

Al di là del finale, che chi ha letto “Cuore” già conosce, questa serie è sempre piacevole da guardare non tanto per le vicende narrate, ma soprattutto per le atmosfere e le immagini che il magico connubio Takahata- Miyazaki sanno creare e trasmettere, nonostante la sceneggiatura sia tipica di una lunga serialità con, per esempio, numerose ripetizioni degli snodi narrativi avvenuti.

Per amanti del genere.

“Inside Out 2” di Kelsey Mann

(USA, 2024)

A quasi dieci anni di distanza arriva il sequel dello splendido “Inside Out” diretto da Pete Docter e Ronaldo Del Carmen nel 2015. Come nella migliore tradizione delle sue maestranze, la Pixar si è presa tutto il tempo per scrivere prima e realizzare poi un nuovo ottimo film, che rispetta lo spirito del primo, aggiungendo nuove tematiche e provocazioni.

Riley ormai si è ambientata a San Francisco e, rimanendo sempre fedele a se stessa, l’hockey è una parte centrale della sua vita. Assieme alle sue due migliori amiche sta per finire le scuole medie, ed entrare nella squadra di hockey del liceo che ha scelto, significherebbe molto per il suo avvenire sociale e quindi emotivo.

Ma proprio mentre si appresta a partecipare ad un campo estivo propedeutico all’hockey delle superiori, nel suo “interno” arriva, devastante come un uragano, l’adolescenza.

Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia saranno costretti a condividere lo spazio ed il lavoro con nuove e incontenibili emozioni: Noia, Imbarazzo, Invidia, Nostalgia e soprattutto Ansia che, convinta di aiutare Riley, sarà disposta a radere al suolo tutta l’emotività costruita in tredici anni dalla ragazzina…

Delizioso racconto di quello che è, senza dubbio, uno dei periodi più difficili della vita di ciascun essere umano. Il dolore, l’angoscia e il disorientamento del crescere spesso ci travolgono, ma alla fine, come ci sottolinea questo film, non dovranno essere l’emozioni a determinare quello che siamo noi, ma è la nostra essenza che dovrà influenzare le nostre scelte. Facile da dire, passati gli …anta, diranno giustamente gli adolescenti!

Scritto superbamente da Kelsey Mann assieme a Meg LaFauve (che aveva collaborato anche alla sceneggiatura del primo) e Dave Holstein, “Inside Out 2” ci riconcilia con noi stessi e non solo per quelli che l’adolescenza l’hanno superata leccandosi ancora le ferite, ma anche per coloro che stanno affrontano – …sob – quella dei loro figli. Perché come dice giustamente il Boss: “…Baby, we were born tu run!”.

Per la chicca: solo alla fine dei titoli di coda si può conoscere …l’Oscuro Segreto di Riley!

“L’Outremangeur” di Thierry Binisti

(Francia, 2003)

Tratto dall’omonimo graphic novel che i francesi Tonino Benacquista e Jacques Ferrandez hanno pubblicato nel 1998 – e che dai noi è stato tradotto “Il mangione” – questo singolare film, centrato sul genere noir, in realtà ne sfiora anche altri, risultando alla fine assai originale e allo stesso tempo molto difficile da classificare, a partire dall’attore che incarna – è proprio il caso di dirlo… – il suo protagonista: l’ex calciatore di fama internazionale Eric Cantona.

In una splendida, ma al tempo stesso scontrosa – come lo sono magicamente tutte le località di mare – cittadina della costa atlantica francese, vive il commissario Richard Séléna (un tenebroso Cantona). Nonostante il suo acume e il suo coraggio, quello che tutti subito notano del poliziotto è senza dubbio il suo peso, che supera i 160 chili.

Anche per questo Séléna è un uomo solitario, e vive da solo nella sua grande casa a strapiombo sul mare. Da oltre venticinque anni poi, il commissario, mangia in assoluta solitudine sia in casa, dove ama cucinarsi prelibati manicaretti, che al ristorante, dove trincera il suo tavolo colmo di pietanza categoricamente dietro un separè.      

L’incolmabile vuoto che cerca inutilmente di riempire col cibo parte da un duro trauma che ha subito da bambino, ma che non ha la minima intenzione di affrontare, neanche quando, dopo l’ennesimo problema di salute, il medico non gli dà al massimo 12 mesi di vita.

Le cose cambieranno quando dovrà indagare sull’omicidio del ricco armatore Lachaume, trovato senza vita nell’appartamento sopra i suoi uffici. La principale sospetta è Elsa (Rachida Brakni, compagna nella vita di Cantona) figlia di Émile (Richard Bohringer) fratello del morto, ragazza che il commissario comprende essere stata l’amante dell’armatore.

Invece di consegnare al giudice istruttore le prove per inchiodarla, decide di ricattarla: se non vuole finire in prigione Elsa dovrà passare tutte le sere dei successivi 12 mesi a casa Séléna per cenare al tavolo davanti al commissario.

Furiosa, sdegnata e all’inizio anche schifata la giovane è costretta ad accettare, ma…

Originalissima pellicola che tratta di un argomento molto complicato e non semplice – ma certo non impossibile – da trattare. Il mondo anglosassone, come mi è già capitato di ricordare, è anni luce davanti a noi italiani nel trattare e raccontare la disabilità fisica o mentale che sia, e questo film ci sottolinea che anche i nostri cugini d’oltralpe sono molto più avanti di noi.

Penso a pellicole come “Amore a prima svista” dei fratelli Farrelly – che ha toni certamente più leggeri anche se tanto graffianti – per quanto riguarda il cinema d’oltreoceano, o lo splendido “La mia vita da zucchina” di Claude Barras in relazione al cinema francese. Alla lista di film, forse più noti e blasonati, quindi, si deve aggiungere anche questo.

“You Like It Darker – Salto nel buio” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2024)

Eccoci davanti a nuovi racconti firmati dal grande Stephen King.

Questa raccolta ne contiene dodici, di cui due, “L’incubo di Danny Coughlin” e “Serpenti a sonagli” più lunghi degli altri. Forse non è un caso che proprio questi due, assieme a “Laurie” e a “L’Uomo delle Risposte”, siano fra i miei preferiti.

Il libro si apre con “Due bastardi di talento” in cui il Re ci racconta la storia – assai …particolare – di uno scrittore e di un pittore di successo planetario, nati e cresciuti nello stesso piccolo paesino fra i monti americani che, superati i quarant’anni, hanno iniziato a produrre opere che sono diventate fra le più lette e le più pagate del panorama artistico americano.

“Il quinto passo” e “Willy lo Strambo” sono due racconti brevi nella classica e tagliente tradizione del Re, che ci sa narrare come pochi dei mostri più pericolosi di tutti: gli esseri umani. Riassumere anche la solo trama sarebbe un’inutile anticipazione, sia nel rispetto di chi li ha scritti, sia soprattutto, per chi li vuole leggere: vanno assaporati e basta.

“L’incubo di Danny Coughlin”, che è il primo dei due lunghi, ci racconta lo stesso King, che gli è venuto in mente mentre si stava vestendo e si osservava allo specchio allacciarsi la camicia. Danny Coughlin è il custode di una scuola nella sconfinata provincia americana. Ha un passato da alcolista, che gli è costato il matrimonio e una diffida che la sua ex moglie ha chiesto dopo che una sera è stato a strillare sbronzo sotto la sua finestra. Una notte Danny “sogna” i resti del corpo di una ragazza, resti che stanno per essere divorati da un randagio. Il corpo è presso una vecchia stazione di servizio Texaco abbandonata, non lontano da una piccola località in un altro stato, luogo che riconosce, ma dove non ha mai messo piede in vita sua. La curiosità è incontenibile e così Danny, in un giorno di riposo, decide di andare a vedere se quel corpo esiste davvero…

“Finn” è forse il più ironico fra i dodici, ed il protagonista è un ragazzo da sempre sfortunato, tanto da finire nelle mani di una gang criminale e sanguinaria, per un banale quanto inesorabile scambio di persona. 

In “Lungo Slide Inn Road” l’intera famiglia Brown – Frank il padre, Corinne la madre e i due piccoli Billy di undici e Mary di nove anni – stanno accompagnando il padre di Frank a Derry, per salutare la sorella Nan, afflitta da un cancro allo stato terminale. Per fare prima Frank decide di assecondare il desiderio del padre e prendere la vecchia Slide Inn Road, una scorciatoia che deve il suo nome all’albergo Slide Inn che molti anni prima venne distrutto da un incendio. Proprio nei pressi dei ruderi solitari dell’hotel l’auto frana in un piccolo fosso e i due bambini ne approfittano per andare a vedere di persona le vecchie rovine…

“Lo schermo rosso” e “L’esperto di turbolenze” potrebbero essere tranquillamente i soggetti per altrettanti episodi cult dell’indimenticabile serie tv “Ai confini della realtà” di Rod Serling e, come per “Il quinto passo” e “Willy lo Strambo”, accennare anche solo la trama toglierebbe senza dubbio il gusto della prima lettura.

“Laurie” è la storia del rapporto profondo fra Lloyd Sunderland e il suo giovane cane Laurie. Lloyd è rimasto vedovo da circa sei mesi, dopo oltre quarant’anni di matrimonio, e così sua sorella Beth gli porta un cucciolo preso in un canile, dove sarebbe destinato alla soppressione. Si tratta di una femmina nata dall’incrocio fra un terrier e un mudi. All’inizio Lloyd non ne vuole sapere di tenerla, ma col passare dei giorni… In questo breve racconto il Re ci parla in maniera molto dolce e sincera del rapporto fra un essere umano e il suo cane, come sa fare solo un grande scrittore, vero amante del suo amico fedele a quattro zampe.    

Nel 1981 il pubblico americano – e poi quello mondiale – venne terrorizzato dal romanzo di King “Cujo”, in cui un placido e giocherellone cane sanbernardo di oltre settanta chili, dopo essere stato morso da un pipistrello, diventa un rabbioso e feroce assassino che assedia senza tregua Donna Trenton e il suo piccolo figlio Tad, bloccati in una automobile in panne sotto il sole torrido estivo. “Serpenti a sonagli” ci porta oltre quattro decenni dopo da Vic Trenton, padre di Tad e marito di Donna, che sta passando qualche settimana ospite nella lussuosa villa del suo amico Greg a Rattlesnake Key, una delle Florida Keys. Greg era, come Vic, un pubblicitario di successo prima di andare in pensione. In quel periodo dell’anno – l’estate – la piccola isola è quasi disabitata dato il clima torrido e umido, così solo un’altra villa è abitata da una persona. Si tratta di Allie Bell, poco più giovane di Vic, che ha la peculiarità di girare sempre spingendo un passeggino per gemelli vuoto. O meglio, senza alcun bambino sopra, ma con degli indumenti da bambini appoggiati sulle sedute. Vic è stato avvertito in precedenza da Greg di quella “stranezza” della donna, legata al trauma per la morte dei suoi due figli gemelli, avvenuta oltre quarant’anni prima, proprio su quell’isola che allora era infestata dai serpenti a sonagli…  Una bellissima e dolorosissima riflessione sulla vita che inesorabilmente passa, sui suoi drammi, sulle sue tragedie e, soprattutto, sulla capacità – fondamentale per proseguire con più dignità possibile la propria esistenza – di lasciarle andare, che non vuol dire certo però dimenticarle.

“I sognatori”, ambientato agli inizi degli anni Settanta, ha come protagonista il veterano del Vietnam William Davis, e possiede più di un riferimento, non solo d’atmosfera, al romanzo “L’incendiaria” che King scrisse nel 1980.

La prima parte de “L’Uomo delle Risposte” King la scrisse molti anni fa, e solo di recente suo nipote ne trovò la bozza originale e, considerandola valida, gli propose di terminarla. Così ci troviamo nel 1939 quando Phil Parker deve prendere una decisione che sicuramente segnerà la sua vita: accettare il posto sicuro nello studio legale di suo padre e del suo futuro suocero, o seguire il suo istinto e aprirne uno nuovo nella piccola cittadina agricola di Curry, forse destinata ad espandersi. Mentre guida la sua vecchia auto, che ospita nel sedile posteriore la sua laurea nuova di zecca appena presa ad Harvard, Phil nota, sul ciglio della strada di campagna che sta percorrendo, un cartello che avverte che: “L’Uomo delle Risposte è a sole tre miglia di distanza”. Poi ne scorge uno con la scritta “1,5 miglia” e finalmente quello con solo “L’Uomo delle Risposte” sotto il quale è seduto un anonimo tizio di mezz’età all’ombra di un ombrellone. Dopo qualche istante di incertezza Phil decide di concedersi il lusso di questa sorta di “illusione” e, scettico, si siede al tavolo pronto a pagare per avere a disposizione 5 minuti in cui fare tutte le domande che vuole. Ma l’Uomo delle Risposte lo avverte: attenzione a cosa si chiede, se non si è sicuri di voler ascoltare davvero le risposte…    

Dodici racconti che parlano di dolore, di perdita e di scelte definitive, con la classe e la potenza narrativa che solo il maestro Stephen King è capace di regalarci. Da leggere, ricordandosi sempre che i racconti hanno pari dignità dei romanzi, almeno fuori dai confini letterari del nostro Paese.  

Per la chicca: il titolo originale della raccolta è ispirato alla canzone di Leonard Cohen “You Want It Darker”.