“Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

A cavallo tra due secoli le drammatiche vicende del nostro Paese, dalla seconda guerra mondiale al terrorismo, sino alla pandemia, scandiscono il trascorrere di una vita, nel cui inesorabile dipanarsi per nove decenni, emerge la dolorosa consapevolezza di un prezioso ”durante”.

Sperandina, soprattutto, ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti, troppi, pregiudizi da superare, ma l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere comunque del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Sperandina, che dopo aver lasciato Roma, rassegnata e disillusa, decide di vivere definitivamente a Perugia, la speranza non la perde mai davvero. Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

Parabola umana di una straordinaria figura femminile, delineata con estrema sensibilità e delicatezza in un quadro sociologico, storico e familiare destinato a suscitare profonde emozioni.

“MOR – Storia per le mie madri” di Sara Garagnani

(ADD Editore, 2022)

E’ indiscutibile che la famiglia è spesso uno dei pilastri della società, ma è doveroso riconoscere allo stesso tempo come questa possa essere, fin troppo spesso, il focolaio di dolori e traumi profondi. Al di là della mera definizione di famiglia, che ormai fortunatamente è andata ben oltre a quella arcaica e oppressivamente limitante dettata da dogmi e condizionamenti religiosi, l’ambiente in cui cresciamo e impariamo a convivere con noi stessi ci segnerà in maniera indelebile nel bene come nel male.

Già dal titolo è chiaro che la Garagnani ci racconta la storia delle donne delle sua famiglia, donne con le quali è cresciuta o con le quali sono cresciute le donne con cui lei ha vissuto. Il racconto di questo bel graphic novel è al tempo stesso bello, drammatico e crudo. Inizia dall’infanzia di sua madre Annette, cresciuta assieme al fratello gemello Christer sotto l’ombra della madre Inger, una donna tanto avvenente quanto dura e preda sovente di terribili crisi d’ira, soprattuto quando il marito era assente.

I continui abusi emotivi e morali – e probabilmente anche fisici – portano i due piccoli bambini a crescere in un mondo il cui lato oscuro diventa sempre più ingombrante. Raggiunta la maggiore età Annette abbandona la casa della madre, che dopo aver lasciato il marito frequenta altri uomini alcuni dei quali assai ambigui, e dalla Svezia si trasferisce in Italia dove incontra Agostino col quale decide di creare una famiglia.

Inizia così la seconda parte della vita di Annette che diventa la madre di Sara. Ma quell’enorme vuoto nero è sempre più difficile da arginare, viste poi le frequenti ingerenze di Inger nella vita della neomamma. Se Inger, per sopravvivere al suo di vuoto, replica “l’educazione” ricevuta sulla figlia, Annette tenta in ogni modo di lasciare lontano Sara dalle dinamiche tragiche della sua infanzia. Ma il prezzo sarà, purtroppo, altissimo…

La Garagnani ci ricorda come il ruolo della madre, in una società inesorabilmente patriarcale, è schiacciato e oppresso visto che lo stesso ruolo deve essere sempre e comunque complementare a quello degli uomini, mariti o figli che siano. Che si tratti dell’Italia – dove negli anni dell’infanzia di Annette erano ancora in vigore tragicamente il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” – o della più “progredita” Svezia, le donne dovevano sempre e comunque adeguarsi, stritolate da arcaici dogmi culturali e religiosi. Tema che il maestro Ingmar Bergman ci ha raccontato in maniera sublime in molti dei suoi film, fra cui spiccano “Fanny & Alexander” o “Con le migliori intenzioni”, da lui scritto e diretto da Bille August nel 1992.

Quello che Garagnani ci sottolinea in maniera molto efficace è poi l’assordante silenzio di molti degli uomini della sua vita, a partire dal nonno, il padre di Annette.

Da leggere.

“Anno 2118: Progetto X” di William Castle

(USA, 1968)

Tratto dal romanzo “The Artificial Man” (1965) firmato da L. P. Davies (1914-1988) – scrittore britannico che molti paragonano al grande Philip K. Dick per il suo stile e soprattutto per l’ambientazioni e le atmosfere claustrofobiche e ossessivamente oniriche – e scritto da Edmund Morris, questo “Anno 2118: progetto X” è un piccolo gioiellino incastonato nel grande cinema di fantascienza degli anni Sessanta.

Anno 2118 (…naturalmente), il globo è diviso in due grandi blocchi geopolitici: l’Occidente e l’Australasia. Entrambi hanno lo stesso grande problema: le risorse. Il sovrappopolamento del pianeta, infatti, sta consumando inesorabilmente tutte le fonti e le riserve di alimenti ed energia. Per capire se l’Australasia stia preparando qualche drastica e nascosta contromisura viene inviato l’agente segreto Hagan Arnold (Christopher George) che però al suo rientro, prima di cadere in uno stato di incoscienza, è riuscito solo a inviare un inquietante quanto criptico messaggio: “…l’Occidente verrà distrutto fra quattordici giorni!”.

Lo Stato Maggiore dell’Occidente, rappresentato dal colonnello Holt (Harold Gould), come da protocollo mette in sospensione criogenica Arnold e affida al dottor Crowther (Henry Jones) il compito di risvegliarlo e soprattutto di fargli ricordare il motivo del suo terrificante messaggio, perché la memoria di Arnold è stata oscurata da un farmaco “antitortura” che lui stesso ha assunto quando, scoperto, è caduto nelle mani delle Forze Armate dell’Australasia.

Viene così ripercorsa la vita di Arnold e Crower assieme al suo staff si concentra sulla laurea in storia che lo stesso agente ha ottenuto qualche anno prima scrivendo la tesi sugli anni Sessanta del Novecento. Per sbloccare la memoria dell’uomo, dopo averlo riportato cosciente, lo si trasferisce in un edificio apposta ricostruito come una classica fattoria degli anni Sessanta con la speranza che il periodo tanto studiato e amato da Arnold possa sbloccargli la memoria, ma…

I limiti economici della produzione ricordano quelli della mitica serie televisiva contemporanea “Star Trek” – nata come di serie B e che spesso adattava le sceneggiature ai set disponibili per mantenere i costi bassi – e non a caso il cast è composto da attori che poi diverranno molto noti in televisione in ruoli da caratteristi come Harold Gould e Henry Jones.

Ma oltre all’ambientazione e al cast, così come “Star Trek”, questo film possiede una sceneggiatura davvero originale, non senza qualche pecca, ma colma di colpi di scena e che ci parla di problemi fin troppo contemporanei e attuali. Ingiustamente dimenticato e sottovalutato.

Per la chicca: nei panni di Sen Chiu, il perfido leader dell’Australasia, c’è Keye Luke attore americano di origini cinesi, divenuto famoso negli anni Trenta e Quaranta per aver interpretato il ruolo del “figlio numero uno” in numerosi film il cui protagonista era il detective Charlie Chan, nonché il Maestro Po nella serie televisiva “Kung Fu”. Proprio per quest’ultima interpretazione George Lucas lo considerò fino all’ultimo per il ruolo di Obi Wan Kenobi in “Guerre stellari: Una nuova speranza” ruolo che poi, ci racconta la storia, andò ad Alec Guinness.

“Zucchero amaro” di Daniel Kraus

(Bompiani, 2022)

Jody è un ragazzino che ha avuto un’infanzia difficile così come lo è l’adolescenza appena cominciata. Nel suo mondo gli adulti sono soprattutto prepotenti, arroganti ed egoisti. Tutti tranne sua madre e Robbie. Da quando il padre li ha abbandonati, infatti, Jody e sua madre hanno sempre vissuto da soli fino al giorno in cui la donna ha smesso di alzarsi dal letto per guardare ininterrottamente la televisione, tanto da avere ormai il corpo pieno di piaghe da decubito.

Nel momento in cui i soldi hanno iniziato a finire la madre di Jody ha fatto richiesta per l’affido di Midget, una bambina che, nonostante la tenera età, era già passata in numerose case famiglia o fra le mani di pessimi genitori affidatari. I soldi che lo Stato passa loro per la piccola permettono a Jody e a sua madre di tirare avanti. Così il piccolo è diventato improvvisamente il fratello maggiore di una ragazzina che non parla con nessuno, se non con gli insetti che incontra.

L’altro adulto per il quale Jody ha un certo rispetto è Robbie, un uomo alle soglie dei trent’anni che vive in fondo a Yellow Street, in una casa ormai diventata una catapecchia. I suoi genitori, circa dieci anni prima, lo hanno abbandonato e lui è rimasto solo, riuscendo a sopravvivere spacciando o facendo piccoli lavoretti che nessun altro vuole fare. Eppure da adolescente Robbie era la promessa dei “Knights”, la squadra di football del liceo locale. Nel gruppo c’è anche Dag, una coetanea di Jody che vive invece in un quartiere molto chic della città. Anche lei però, nonostante il benessere e l’opulenza, è stata vittima dei suoi genitori.

Halloween si avvicina all’orizzonte e i quattro decidono di approfittarne per vendicarsi della cittadina e della società che fisicamente e moralmente li ha presi sempre a calci in bocca. Ma dal male può nascere solo il male, come loro stessi incarnano…

Pubblicato per la prima volta nel 2019 col titolo originale “Blood Sugar”, questo “Zucchero amaro” è un romanzo che ricorda stile e argomenti degli scritti più famosi dello scozzese Irvine Welsh che raccontano in maniera dura e cruda coloro che vivono ai margini, che sono stati masticati e poi sputati dalla società.

Yellow Street, infatti, potrebbe far parte tranquillamente di Leith, il sobborgo di Edimburgo nel quale Welsh è nato e cresciuto, e dove ha ambientato i suoi romanzi più famosi. Anche se “Zucchero amaro” non tocca le vette degli scritti di Welsh merita comunque di essere letto.

“La tempesta del secolo” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2000)

Little Tall Island è una delle isole sparse davanti alla costa del Maine. I suoi circa quattrocento abitanti si conoscono tutti, visto poi che sono quasi tutti parenti. Anche se l’estate l’isola ospita numerosi turisti e villeggianti, il cuore della comunità è composto dagli stessi cognomi da ormai molte generazioni.

E’ per questo che da decenni sull’isola non si consuma nessun delitto, a parte quello presunto di Joe St. George, passato ufficialmente come incidente. St. George, infatti, è stato ritrovato in un vecchio pozzo morto per le ferite subite durante la caduta, ma tutti sull’isola sanno che nella dinamica della sua morte c’è entrata senza dubbio sua moglie, Dolores Claiborne. Ma è stato un “fatto” privato che riguardava esclusivamente le dinamiche e gli abitanti dell’isola, solo loro. A Little Tall Island tutti sanno tutto – o quasi – di tutti e per questo non si commettono delitti. Almeno fino al terribile inverno del 1989.

A raccontarci, nove anni dopo, gli eventi agghiaccianti di quell’inverno è Mike Anderson, che allora sull’isola era il proprietario dell’unico emporio e, “a tempo perso”, lo sceriffo. Il suo secondo lavoro, infatti, prevedeva al massimo il fermo per una notte di qualche suo concittadino ubriaco o molesto, ma niente di più. Il reo veniva ospitato nella cella realizzata dal fabbro alla meno peggio nel retro del suo emporio e la mattina seguente tornava a casa dopo un perentorio rimbrotto.

L’inverno del 1989 era iniziano come tanti altri, ma al suo culmine l’incontro di alcuni fronti freddi provenienti dal continente e dall’oceano aveva dato il via a una tempesta molto forte. Col passare delle ore i meteorologi avevano cominciato a intuire che l’evento sarebbe stato quasi senza precedenti e la sua furia si sarebbe scatenata soprattutto sulle coste del Maine.

Dei circa quattrocento abitanti di Little Tall Island la metà si fermò sulla costa dove c’erano le scuole superiori e fabbriche, mentre gli altri, soprattutto anziani e i bambini in età d’asilo, rimasero sull’isola. Fu lo stesso Anderson a chiedere al Sindaco Robbie Beals di organizzare letti e cibo per tutti gli isolani rimasti sull’isola nei sotterranei del Municipio.

Mentre il mare iniziava ad agitarsi e la neve a fioccare con vigore, alla porta dell’anziana Martha Clarendon bussò André Linoge, un essere molto cattivo che in pochi secondi la uccise colpendola violentemente col suo bastone dalla testa in argento a forma di lupo. Col sangue della sua vittima scrisse sul muro “Datemi quello che voglio e io me ne andrò” e poi si sedette nella poltrona della padrona di casa aspettando l’arrivo dello sceriffo. Ma chi era Andre Linoge? …E soprattutto cosa voleva dagli abitanti di Little Tall Island?

Il Re ci racconta superbamente, ancora una volta, una storia agghiacciante dove il mostro più terribile forse non è l’essere sovrannaturale che uccide e abusa gli abitanti di una piccola comunità, ma il lato oscuro della stessa comunità messa con le spalle al muro.

Nella prefazione King ci racconta la genesi e la struttura di questa sua opera. L’idea gli è venuta semplicemente osservando una vecchia foto che ritraeva uno sconosciuto seduto su una branda dietro le sbarre di una cella. Dall’espressione e soprattutto dagli occhi l’uomo doveva essere una persona cattiva, molto cattiva. Al Re è bastato questo per liberare la sua fantasia che col passare del tempo ha elaborato la spina dorsale della storia che si è andata a intrecciare con la vera tempesta di neve che a metà degli anni Settanta colpì duramente gli Stati Uniti del nord.

La scelta poi di ambientarla nella stessa isola immaginaria dove qualche tempo prima aveva fatto consumare le vicende del suo splendido “Dolores Claiborne” – da cui Taylor Hackford ha diretto l’ottimo adattamento “L’ultima eclissi” nel 1995 – gli forniva nuove e numerose possibilità narrative in un ambito conosciuto e già ampliamente rodato.

Per quanto concerne la struttura King ci spiega come fin dalla stesura delle prime pagine gli sia stato chiaro che non si trattava di un romanzo classico ma di un: “autentico romanzo per la televisione”. “E’ sempre l’idea a dettare la forma” ci sottolinea il Re che ha scritto quindi direttamente una vera e propria sceneggiatura. Lo sviluppo della storia non poteva essere contenuto in un normale film e per questo King, una volta finita, la propose direttamente a un nertwork nazionale. La miniserie suddivisa in tre puntate andò in onda sulla Abc a partire dal febbraio del 1999 e solo dopo venne pubblicato questo libro che contiene perciò la sceneggiatura originale firmata dal Re.

Non si può parlare perciò di un adattamento televisivo di un’opera del maestro del terrore, come ad esempio “L’ombra dello Scorpione”, ma di un’opera scritta e pensata proprio per la TV. La serie, diretta da Craig R. Baxley, rispecchia fedelmente l’opera originale e le pochissime modifiche, ci racconta sempre King nella prefazione, hanno toccato solo le scene più cruenti o hanno riguardato i tempi per l’inserimento degli spot pubblicitari.

Per la chicca: Stephen King recita un brevissimo cameo nei panni di un conduttore televisivo che appare per qualche secondo sulla televisione rotta della povera Martha Clarendon.

“Misera e nobiltà” di Eduardo Scarpetta

(Italia, 2009)

La notte di Natale del 1888 andava in scena al Teatro del Fondo, a Napoli, la prima della commedia “Miseria e nobiltà” scritta, diretta e interpretata da Eduardo Scarpetta. Il successo fu subito immediato tanto da diventare l’opera e l’interpretazione più famosa del suo autore. Autore che aveva scritto il testo creando il personaggio del piccolo Peppeniello per “battezzare” sul palcoscenico il suo secondogenito Vincenzo, destinato a diventare il suo erede artistico ufficiale.

Ma il tema dello scontro fra la miseria e la nobiltà, fra la fame e l’opulenza rende la commedia inossidabile e immortale così da essere rappresentata nel corso del tempo quasi senza sosta diretta e interpretata da grandi artisti come, ad esempio, Raffaele Viviani . Nel ruolo di Peppeniello così vengono battezzati tutti gli eredi dello stesso autore come accadrà qualche decennio dopo allo stesso Eduardo De Filippo e a suo fratello Peppino.

A partire dalla notte di Natale del 1931, quando va in scena la prima assoluta di “Natale in casa Cupiello” sarà definitivamente Eduardo ad essere considerato il suo vero erede artistico tanto da creare, qualche anno dopo, la compagnia stabile “La Scarpettiana” che rappresenterà molte delle opere del padre.

Nel 1953, per il centenario della nascita di Scarpetta, Eduardo riporta in teatro “Miseria e nobiltà”, e le celebrazioni approdano anche al cinema dove Mario Mattoli dirige gli irresistibili adattamenti “Un turco napoletano” e la stesso “Miseria e nobiltà” dove a interpretare il protagonista Felice Sciosciammocca c’è uno stratosferico Totò.

Ma in Italia è appena sbarcato un nuovo mezzo di comunicazione di massa che molti snobbano o guardano addirittura con disprezzo, ignorando completamente il suo vero potenziale e la sua ricaduta sociale e culturale: la televisione. Eduardo De Filippo, invece, da genio indiscusso quale era, intuisce subito la grande rivoluzione che quell’ingombrante e rumorosa scatola rappresenta e così, come il suo fratellastro Vincenzo Scarpetta che fu uno dei pionieri del cinema italiano degli inizi del Novecento, gli si avvicina curioso e ricco di aspettative.

Così, la sera del 30 dicembre 1955 dal Teatro Odeon di Milano, mette in scena in diretta per la Rai Radiotelevisione Italiana “Miseria e nobiltà”. Inizia così un connubio con la nostra televisione di Stato che di fatto durerà circa trent’anni e grazie al quale le generazioni future possono godere della sua immensa arte, non solo leggendola, ma assaporandola interpretata da lui stesso.

La diretta rappresenta anche il debutto ufficiale di suo figlio Luca che, naturalmente, veste i panni di Peppeniello. Nel cast ci sono anche Dolores Palumbo, che con Eduardo aveva esordito agli inizi degli anni Trenta, Ugo D’Alessio attore stabile nella compagnia De Filippo – nonché grande caratterista al cinema dove, per esempio, interpreta magistralmente l’italo-americano arricchito Decio Cavallo al quale Totò “vende” la Fontana di Trevi in “Totòtruffa ’62” e sarà sempre lui a dare il volto a Mastro Ciliegia nello splendido “Le avventure di Pinocchio” diretto, sempre per la RAI, da Luigi Comencini nel 1972 – e Isa Danieli nel ruolo di Gemma.

L’adattamento di Eduardo smorza i toni della farsa e li avvicina a quelli del suo teatro che provoca, più che sghignazzi, risate tristi e amare, proprio sulla scia delle opere di Luigi Pirandello, col quale lui stesso collaborò. E così De Filippo amplia il monologo dedicato alla miseria, sognando – lui, lo squattrinato Felice Sciosciammocca che non riesce a sfamare nemmeno suo figlio – un mondo senza poveri perché la povertà: “…fa schifo!”.

Immortale e preziosissimo documento storico e sociale che ci ricorda l’arte immensa del grande Eduardo De Filippo così come quella irresistibile di suo padre Eduardo Scarpetta.

“L’ultima follia di Mel Brooks” di Mel Brooks

(USA, 1976)

La quinta pellicola diretta da Mel Brooks, dal titolo originale “Silent Movie”, non doveva avere neanche una colonna sonora. Solo la parola “No!” detta dal grande mimo francese Marcel Marceau avrebbe dovuto toccare le orecchie degli spettatori in sala durante la proiezione. Questo proprio per omaggiare i film muti dei primi decenni del Novecento dei quali erano maestri indiscussi Buster Keaton, Mack Sennett (il primo produttore e regista del maestro Charlie Chaplin e di molti altri pionieri della macchina da presa dell’epoca) e Hal Roach, scopritore e storico produttore, tanto per fare due nomi, di Stan Laurel e Oliver Hardy. 

Ma alla fine la 20th Century Fox, che già aveva forti perplessità sul realizzare in pieni anni Settanta un film muto per la grande distribuzione, si impose e Brooks dovette accettare la colonna sonora. Nonostante lo scetticismo il film fu un successo al botteghino ricordando – come fece “The Artist” di Hazanavicius quasi quarant’anni dopo – quanto il sonoro sia “solo” una parte del film, e che a volte può anche mancare ma non per questo la pellicola non esprima forti emozioni o faccia ridere a crepapelle nella grande tradizione della farsa che alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento dominava i teatri di tutto il mondo per poi approdare sul grande schermo, regalandoci dei veri e propri capolavori immortali che, anche a distanza di oltre un secolo, brillano e possiedono intatto tutto il loro fascino.

Ispirandosi alla reale scalata della Paramount Pictures da parte di una grande industria di estrazione, Brooks ci racconta la “redenzione” del regista Mel Spass (interpretato dallo stesso Brooks) caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo che, assieme i suoi fedeli amici Bellocchio (Marty Feldman) e Trippa (Dom DeLuise) propone al capo della Big Picture Studios (Sid Caesar, noto comico e autore televisivo degli anni Cinquanta e Sessanta per il quale lo stesso Brooks, per un periodo anche assieme a Woody Allen, scrisse numerosi sketch televisivi) il suo nuovo progetto per un film muto.

Intanto, la famelica multinazionale “Trangugia & Di Vora” vuole rilevare la Big Pictures Studios e i suoi titolari Trangugia (Harold Gould) e Di Vora (Ron Carey) sono disposti a tutto pur di avere quello che vogliono. Così, quando vengono a sapere del progetto di Spass e del fatto che lui vuole scritturare divi del calibro di Paul Newman, Burt Reynolds, Anne Bancroft, Liza Minnelli e James Caan decidono di usare le maniere forti…

Spassosa pellicola scritta da Brooks assieme ai suoi collaboratori preferiti del periodo quali Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson, colma di gag e scene tipiche dei film basati sulla farsa e la comicità tipica del vaudeville. Spass, Trippa e Bellocchio nelle loro dinamiche richiamano, infatti, ai Tre Marmittoni, trio comico creato da Hal Roach e protagonista di numerosi film dell’epoca.  

Gioiellino delizioso dell’epoca d’oro di Brooks da tenere nella propria videoteca accanto a “Frankenstein Junior“, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Alta tensione“.

“Luv vuol dire amore?” di Clive Donner

(USA, 1967)

Nel 1964 furoreggia a Broadway “Luv”, commedia brillante scritta da Murray Schisgal (1926-2020) e diretta da Mike Nichols, che già aveva portato con successo sul palcoscenico le prime opere scritte dal grande Neil Simon.

Come spesso accade Hollywood decide di farne un film e sceglie un cast davvero di prim’ordine a partire dal Jack Lemmon nei panni di Harry Berlin, Peter Falk in quelli di Milt Manville ed Elaine May nelle vesti di Ellen Manville. Lemmon e Falk tornano a recitare insieme dopo l’esilarante “La grande corsa” diretto da Blake Edwards nel 1965. Per la May, invece, che diventerà nel corso degli anni una delle attrici, sceneggiatrici e registe più rilevanti degli Stati Uniti, rappresenta il primo vero e proprio ruolo da protagonista davanti alla macchina da presa.

Proprio assieme allo stesso Mike Nichols, la May negli anni Cinquanta formò un duo comico e cabarettistico indimenticabile e di enorme successo non solo a Broadway, tanto che le registrazioni dei loro spettacoli ancora sono ascoltate e studiate. Ma l’arte e il genio della May non si limitano solo al brillante: nel 1976, infatti, dirige lo stesso Peter Falk assieme a John Cassavetes nel duro e cupo “Mickey & Nicky” di cui firma anche la sceneggiatura.

Ma torniamo alla pellicola di Donner che si apre su uno dei lunghissimi ponti che collegano Manhattan al resto della città. Lo sconsolato e depresso Harry Berlin cammina senza una meta fino a quando trova una panchina dalla quale sale sul parapetto del ponte con l’intenzione di gettarsi nel fiume Hudson. Ma proprio mentre Harry sta per lanciarsi arriva su uno scooter un uomo che si ferma per osservare un vecchio paralume che qualcuno ha gettato nel cestino dei rifiuti accanto alla panchina dove è salito Harry.

Fortunatamente l’uomo, che si chiama Milt, riconosce in Harry il suo vecchio compagno di college e lo convince a scendere per andare a bere qualcosa assieme. Nel pub Harry racconta al suo vecchio amico di come non creda più in nulla: la sua vita è vuota visto che non ha mai incontrato l’amore. A Milt viene in mente un’idea che risolverebbe i problemi a entrambe: andare a cena da lui e conoscere sua moglie Ellen.

Il loro matrimonio è ormai in crisi e Milt si è innamorato della bella, giovane e assai prosperosa insegnante di ginnastica Linda (Nina Wayne). Se Harry riesce a far innamorare Ellen, questa gli concederà il divorzio permettendogli così finalmente di sposare Linda. Ma, come dice un vecchio detto: i piani (…soprattutto in amore) li rispetta solo l’ascensore…

Divertente commedia sopra le righe nella quale si respira ancora oggi l’aria frizzante dei Sessanta e dove si parla con serenità, senza ipocrisia o falsi moralismi, di sessualità e di omosessualità. Un piccolo gioiellino, forse un pò troppo legato al mondo di allora, che però rimane godibile fino all’ultimo fotogramma soprattutto per il suo splendido cast.

Per la chicca: nei panni di uno scorbutico automobilista che colpisce dritto sul naso il povero Harry c’è un giovane e allora sconosciuto Harrison Ford, che proprio in quel periodo stava facendo i provini col maestro Stanley Kubrick per il ruolo da protagonista di “2001: odissea nello spazio”. Ruolo che poi venne affidato a Keir Dullea.

“I fratelli De Filippo” di Sergio Rubini

(Italia, 2021)

Eduardo De Filippo è il nostro secondo drammaturgo più tradotto e rappresentato al mondo, dopo Luigi Pirandello e prima del Nobel Dario Fo.

Sulle sue opere immortali e “drammaticamente” sempre attuali sono stati scritti numerosi libri e saggi, ma soprattutto le possiamo rivedere e apprezzare tutte le volte che vogliamo visto che lui fu il primo grande autore che comprese l’importanza della televisione sin dai suoi albori, mettendo in scena appositamente per la neonata RAI Radiotelevisione Italiana la commedia “Miseria e nobiltà” proprio per festeggiare i cento anni dalla nascita di Eduardo Scarpetta e poi, nel corso degli anni, registrò quasi tutte le sue opere grazie anche alla collaborazione dell’allora delegato RAI Andrea Camilleri.

Ma sulla sua dura infanzia e sui suoi inizi artistici non sono molte le opere, a parte questo film scritto dallo stesso Rubini assieme a Carla Cavalluzzi (che con Rubini ha scritto “Dobbiamo Parlare”) e Angelo Pasquini, che ci racconta la storia dei tre fratelli De Filippo dal momento della loro unione alla prima assoluta della splendida “Natale in Casa Cupiello” avvenuta proprio la sera del Natale del 1931 a Napoli.

Alla soglia del secondo decennio del secolo scorso il piccolo Peppino De Filippo viene portato dalla balia, con la quale è cresciuto, a casa di sua madre Luisa De Filippo (Susy Del Giudice) dove incontra per la prima volta i suoi fratelli maggiori Titina e Eduardo. I bambini e la loro mamma vivono mantenuti dallo “zio” Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini), il più famoso autore e attore teatrale napoletano del momento.

Anche se durante le festività comandate i tre, assieme alla madre, possono sedersi al tavolo degli Scarpetta, nessuno – compreso lo stesso grande attore – si astiene dal ricordare loro di essere degli estranei di rango “inferiore” appena tollerati.

Quando i piccoli fratelli scopriranno loro malgrado che lo “zio” è in realtà il loro padre naturale la
situazione non cambierà affatto. Se il grande attore non dona loro il suo cognome, passa però ai tre piccoli l’amore e l’arte per il teatro facendoli recitare accanto a lui sul palcoscenico da subito. Ma il nome della compagnia è Scarpetta e col passare degli anni a prenderne le redini è Vincenzo (Biagio Izzo) erede ufficiale di Eduardo, che lo sostituisce quando questo si ritira definitivamente dalle scene.

La parte dell’attor giovane viene quindi affidata a Eduardo De Filippo (Mario Autore) che brilla subito quasi come il padre, cosa che suscita non poche indivie in suo fratello Peppino (Domenico Pinelli) come nel suo fratellastro Vincenzo. Ma Eduardo sente di dovere andare oltre la classica farsa, tipica del teatro leggero dell’Ottocento e di cui suo padre era maestro, soprattutto dopo aver visto “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello.

Così accetta un ingaggio a Milano nel teatro classico, cosa che di fatto apre la porta a Peppino che lo sostituisce nella compagna Scarpetta. Ma l’ambiente e il teatro nel capoluogo lombardo non sono adatti al giovane napoletano che si sente un pesce fuor d’acqua e così, cospargendosi il capo di cenere, chiede al fratellastro di tornare a lavorare nella compagnia di famiglia anche solo come autore. Vincenzo lo accetta a braccia aperte, conoscendo bene il suo talento, ma non gli risparmia umiliazioni e vessazioni pubbliche.

E proprio dopo una di queste, assieme a Peppino, alla sorella Titina (Anna Ferraioli Ravel) e a suo marito Pietro Carloni (Francesco Maccarinelli) decide di fondare la compagnia del “Teatro Umoristico i De Filippo” usando quel cognome da sempre schiacciato e umiliato da quello degli Scarpetta…

Sfiziosa pellicola sulla vita di alcune delle figure più rilevanti del nostro Novecento troppo spesso, tranne naturalmente lo stesso Eduardo, associate solo all’ambito comico come Titina e soprattutto Peppino che forse sul palcoscenico sapeva fare ridere ancora di più del fratello. La colonna sonora è firmata da Nicola Piovani per la quale il musicista ha vinto il David di Donatello.

“Alta tensione” di Mel Brooks

(USA, 1977)

Già nei titoli di testa Mel Brooks dedica questo film a: “The Master of Suspense” Alfred Hitchcock che ha spaventato e continua a spaventare intere generazioni di spettatori.

Così Brooks realizza una parodia omaggio al maestro del brivido impersonando lui stesso il dottor Richard H. Thorndyke (dove la H sta per Harpo, citazione dei mitici fratelli Marx, a loro volta maestri di intere generazioni di comici) che viene nominato direttore sanitario dell'”Istituto Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”.

Il precedente reggente è morto in circostanze misteriose e Throndyke trova un’atmosfera inquieta e tesa. A dirigere la clinica sono Fratella Diesel (Cloris Leachman in ruolo molto simile a quello interpretato nel mitico “Frankenstein Junior“) e il dottor Montague (un sempre bravo Harvey Korman, fra i migliori caratteristi del periodo) legati da una “torbida” relazione amorosa.

Thorndyke vorrebbe prendere in mano la clinica, ma un importante convegno di neuropsichiatria lo chiama a San Francisco, dove incontra casualmente l’avvenente Victoria Brisbane (una irresistibile Madeline Kahn) figlia di un noto industriale che per un esaurimento nervoso è ospite dell'”Istituto “Psico-Neurotico per Individui Molto Molto Nervosi”. Thorndyke capisce così che Fratella Diesel e Montague gli hanno mentito e molto probabilmente sono loro i responsabili della morte del suo precedessore così come di altre considerate strani incidenti. Ma i due (…malvagi!) hanno inviato uno spietato killer per ucciderlo…

Deliziosa commedia diretta e interpretata del Re della parodie nella sua epoca d’oro, che segue pellicole immortali come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”, “Frankenstein Junior” e “L’ultima follia di Mel Brooks”, pellicole che hanno segnato la comicità in maniera profonda e che ancora oggi fanno scuola alle nuove generazioni di comici.

Il successo di questi film è dovuto, oltre alla grande verve comica dello steso Brooks, anche a un’ottima sceneggiatura e a un cast di prim’ordine. Lo script di questo film, infatti, è firmato dallo stesso regista assieme a Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson. Clark e De Luca sono due ottimi comici come Brooks, tanto che nel film rivestono ruoli secondari ma irresistibili, come quello del paziente timoroso/Clark che viene spaventato apposta da Montague, o quello dello spietato serial killer che impersona De Luca. Barry Levinson, tanto per la cronaca, che nel film interpreta il cameriere bizzoso che porta il giornale in camera a Thorndyke creando la strepitosa scena della parodia della doccia di “Psyco”, diventerà poco dopo un apprezzato regista dirigendo pellicole come “Piramide di paura“, “Good Morning, Vietnam”, “Rain Man – L’uomo della pioggia” per la quale vince l’Oscar come migliore regia e lo strepitoso “Sesso & potere” con la coppia De Niro/Hoffman.

Per quanto riguarda il cast, oltre ai numerosi artisti citati, deve essere ricordata senza dubbio Madeline Kahn grande interprete brillante non solo al cinema ma anche in teatro, visto che nella sua purtroppo non troppa lunga carriera (venne stroncata da un tumore nel 1999 a soli 57 anni) vinse un Tony Award e un Emmy Award come migliore attrice, collezionando numerose candidature fra Oscar e Golden Globe.

Le cronache del tempo riportano che lo stesso Hitchcock lesse la sceneggiatura prima delle riprese, ma è ufficiale che dopo aver visto il film completato inviò una cassa di champagne a Mel Brooks come ringraziamento.

Immortale, come i film del grande Hitch.

“Sei giorni di preavviso” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teseo, 2020)

Siamo nel 1940 e la guerra appena iniziata sembra ancora – ingenuamente… – dover durare poco e portare il Regno d’Italia al centro del mondo assieme al III Reich e all’impero del Sol Levante. La dittatura fascista non approva il genere letterario poliziesco, nato e sviluppatosi in Gran Bretagna, ma le centinaia di migliaia di copie di “gialli” vendute ogni giorno nel nostro Paese gli impediscono di metterlo all’indice, come invece accadrà qualche anno più tardi mentre il conflitto mondiale diventerà più tragico e oscuro.

Il giovane Giorgio Scerbanenco dall’editore Rizzoli è passato a Mondadori dove lo stesso Arnoldo in persona chiede a tutti i suoi autori di cimentarsi proprio nel genere più amato dai lettori. Così anche Scerbanenco crea il suo investigatore personale che basa le sue indagini sull’osservazione e sulla deduzione, proprio come il grande Sherlock Holmes.

Ma il regime esige che i cattivi così come i delitti siano esclusivamente stranieri e non sul suolo patrio, meglio anche se su quello “corrotto” dei nemici. Così l’Arthur Jelling di Scerbanenco è un archivista della Polizia di Boston che, dato il suo incredibile acume, viene incaricato di seguire le indagini relative alle minacce di morte che sta subendo Philip Vaton, noto attore di teatro.

L’uomo sta ricevendo biglietti quotidiani che lo avvertono che il prossimo 12 novembre verrà ucciso all’alba a bordo della sua automobile. La Polizia non ha alcun indizio, e allora Jelling inizia a studiare attentamente la situazione proprio come quando legge i rapporti che poi deve classificare nell’Archivio…

Sfizioso giallo che rappresenta anche la prima inchiesta di Jelling, con un’incredibile ambientazione americana anche se Scerbanenco basa tutto il suo racconto su una carta geografica di Boston, città che prima di scrivere questo libro non ha mai visitato. Si tratta di un’indagine “rompicapo” ma senza troppo spargimento di sangue, proprio nel formato che allora andava per la maggiore e i cui maestri indiscussi sono Agatha Christie e Rex Stout. D’altronde nei decenni successivi, con l’avvento della televisione, verranno create delle serie poliziesche con i medesimi toni che riscuoteranno un successo planetario e duraturo come “Il tenente Colombo, “L’ispettore Derrick”, “Ellery Queen”, “La signora in giallo” o “Monk”.

E anche in questo ambito ben delimitato, la penna di Scerbanenco appare sottile e ficcante, soprattutto nel tratteggiare i caratteri e le anime spesso perdute di vittime e carnefici.