“Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

A cavallo tra due secoli le drammatiche vicende del nostro Paese, dalla seconda guerra mondiale al terrorismo, sino alla pandemia, scandiscono il trascorrere di una vita, nel cui inesorabile dipanarsi per nove decenni, emerge la dolorosa consapevolezza di un prezioso ”durante”.

Sperandina, soprattutto, ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti, troppi, pregiudizi da superare, ma l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere comunque del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Sperandina, che dopo aver lasciato Roma, rassegnata e disillusa, decide di vivere definitivamente a Perugia, la speranza non la perde mai davvero. Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

Parabola umana di una straordinaria figura femminile, delineata con estrema sensibilità e delicatezza in un quadro sociologico, storico e familiare destinato a suscitare profonde emozioni.

“Mercoledì” di Alfred Gough e Miles Millar

(USA, 2022)

Basata sulle strisce di Charles Addams (1912-1988), questa serie tv in otto puntate ci racconta in maniera molto originale il periodo più oscuro e “gotico” della nostra esistenza che è la perfida adolescenza.

I creatori Alfred Gough e Miles Millar si sono ispirati, oltre che all’opera di Addams, anche ai vari precedenti adattamenti di questa sia per la televisione, come la mitica serie “La famiglia Addams” che andò in onda dal 1964 al 1966 per poi venire replicata ad intervalli regolari nei decenni successivi; sia per il cinema dove a partire dal 1991 si sono susseguiti vari adattamenti fra cui spiccano la prima, in cui a vestire i panni di Mercoledì era una giovanissima ed esordiente Christina Ricci, fino a “La famiglia Addams” del 2019, realizzata in animazione 3D – che ha avuto un sequel non all’altezza nel 2021 – in cui la protagonista e fulcro del plot è proprio Mercoledì.

Così ci troviamo al cospetto di Mercoledì Addams (Jenna Ortega), la dark teenagers per eccellenza, che fa un’estrema fatica ad ambientarsi nella propria famiglia fra gli enormi attriti che ha con sua madre Morticia (Catherine Zeta-Jones) e l’incolmabile lontananza emotiva con suo padre Gomez (Luis Guzmán). Dopo l’ennesima espulsione Mercoledì viene mandata alla Nevermore Academy, la scuola per “reietti” il cui più illustre studente è stato il grande Edgar Allan Poe, e che ha avuto fra i propri banchi anche Morticia e Gomez Addams, che proprio lì hanno iniziato la loro duratura relazione.

A dirigere l’istituto è la preside Larissa Weems (Gwendoline Christie) che è stata compagna di stanza di Morticia, che per le fredde inesorabili e micidiali reazioni a chi la infastidisce obbliga Mercoledì a frequentare delle seduta di analisi presso la dottoressa Kinbott (Riki Lindhome). Ma la cittadina nei pressi della quale sorge la Nevermore Academy, nonostante questa sia alla base della propria economia, mal sopporta la vicinanza coi “reietti” che hanno poteri che i “normali” esseri umani non possiedono. La situazione rischia di degenerare quando lo sceriffo inizia a trovare, nei boschi che circondano la Nevermore, alcuni cadaveri fatti a pezzi…

Godibilissima e sfiziosa serie dark per eccellenza, con una protagonista che tutti avremmo voluto avere come compagna di classe durante la nostra adolescenza. Colma di deliziose citazioni del più classico cinema horror o di suspense, questa “Mercoledì” è da vedere, e non solo per gli amanti del genere.

Fedele nello spirito all’opera originale di Charles Addams, che con le sue strisce quotidiane punzecchiava la scintillante way of life americana centrata soprattutto sull’apparenza e non sulla sostanza, “Mercoledì” ci ricorda che i mostri più crudeli spesso si celano sotto l’aspetto più presentabile e innocente.

I primi quattro episodi sono diretti dal maestro Tim Burton, che dona alla serie una strepitosa luce gotica e assai inquietante. Non è un caso, per esempio, che Burton abbia diretto in precedenza Christina Ricci ne “Il mistero di Sleepy Hollow“.

“Botteghe di Tokyo” di Mateusz Urbanowicz

(Ippocampo, 2021)

Mateusz Urbanowicz è nato in Slesia, Polonia, nel 1986. Mentre studiava Ingegneria Elettronica ha iniziato a collaborare con l’Istituto Polacco Giapponese di Tecnologia dell’Informazione. Successivamente ha vinto una borsa di studio finanziata dal Governo Giapponese grazie alla quale si è trasferito a Kobe, dove ha iniziato a studiare animazione e fumetti. Dopo essersi laureato alla Kobe Design University ha cominciato a lavorare nell’ambito dell’animazione presso la Comix Wave Films di Tokyo.

Proprio nei primi tempi in cui si è stabilito a Tokyo, Urbanowicz ha iniziato a studiare e girare per il quartiere dove aveva trovato alloggio. E’ subito rimasto affascinato dalle numerose piccole botteghe che incontrava nelle vie. Alcune erano, e sono ancora oggi, famose in tutta la città, altre invece nel corso del tempo sono state trasformate in abitazioni private o sono state demolite.

Affascinato dai loro angoli e dalle loro peculiarità Urbanowicz ha deciso di immortalarle su un foglio di carta, dopo averle fotografate attentamente. I suoi bellissimi disegni ricordano molto gli angoli e gli sfondi dei più famosi film d’animazione giapponese contemporanei, a partire da quelli realizzati dal maestro Hayao Miyazaki e dal suo Studio Ghibli.

Per ogni bottega ritratta, della quale l’artista ci fornisce la precisa localizzazione nella mappa della città, ci sono riassunte brevemente le caratteristiche che lo hanno colpito e una breve storia dell’attività. Un viaggio delizioso diviso per quartieri che ci racconta di una Tokyo così diversa da quella che noi occidentali di solito conosciamo.

Quasi tutte le botteghe scelte dall’artista polacco appartengono all’era Shōwa, che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, e cioè realizzate fra il 1926 e il 1989. Così come ha fatto Nanni Moretti nel suo “Caro diario”, anche Urbanowicz ci racconta una città attraverso le facciate di alcuni dei suoi edifici, molti dei quali poco conosciuti e fuori dai canonici tour turistici.

Un libro originale che ci ricorda come forse l’arte ancestrale del disegno, così profondamente radicata nel Paese del Sol Levante, sia una delle migliori chiavi per comprendere a fondo la cultura giapponese.

Nella parte finale del libro, Urbanowicz ci mostra, con l’ausilio dei suoi bellissimi disegni ma anche di alcune fotografie, tutti gli strumenti del suo lavoro – compreso il suo atelier – nonché le tecniche cha ha usato per realizzare i disegni.

Un viaggio bellissimo tra l’arte, la fantasia e le strade di Tokyo.

“Raymond & Ray” di Rodrigo García

(USA, 2022)

Raymond (Ewan McGregor) e Ray (Ethan Hawke) sono due fratellastri che hanno superato la cinquantina ma che ormai si sono persi di vista da un pò. Da bambini hanno diviso la stanza in cui sono cresciuti con due madri differenti e lo stesso padre, Harris. La madre di Raymond era la moglie ufficiale mentre quella di Ray l’amante, che alla fine hanno formato un’unica famiglia allargata.

Una sera Raymond si presenta a casa di Ray comunicandogli che il loro padre è morto e che ha lasciato come disposizione testamentaria che siano loro due, materialmente, a scavargli la fossa e seppellirlo. Entrambi portano incisi a fuoco nell’anima i segni esteriori e interiori che ha lasciato loro Harris, un padre non solo assente, ma soprattutto nocivo, egoista e prepotente.

Se Raymond è più conciliante, Ray si rifiuta categoricamente di fare anche solo un’ultima cosa per l’uomo che gli ha: “…rovinato la vita”. Ma siccome al fratello è stata sospesa la patente Ray è costretto ad accompagnarlo nella cittadina dove Harris ha passato circa gli ultimi dieci dei suoi ottant’anni vissuti.

Così i due arrivano nella piccola cittadina dove Harris ha vissuto prima di essere stroncato da un tumore. I due fratellastri si recano nella casa dove è spirato e incontrano la proprietaria Lucia (Maribel Verdù), loro coetanea, che scoprono poi essere stata fra le ultimi amanti di loro padre. Anche da morto Harris pesa come un macigno sulle loro esistenze ma forse, accettando di convivere con tutti i suoi limiti e le sue gravi mancanze, ma soprattutto con il profondo rancore che provano per lui, potranno salvarsi…

Deliziosa e amara commedia dedicata al rapporto conflittuale padre/figlio che da Edipo, passando per Amleto, è uno dei temi più trattati dalla cultura umana e, nonostante i secoli e i millenni passati, è ancora troppo spesso – …dolorosamente – irrisolto.

Scritta dallo stesso Rodrigo García, ha fra i produttori anche Alfonso Cuarón regista di pellicole come “Roma” o “Y tu mamá también – Anche tua madre”, quest’ultima interpretata da Maribel Verdú.

“ONI: la leggenda del dio del tuono” di Daisuke ‘Dice’ Tsutsumi

(USA/Giappone, 2022)

La feroce urbanizzazione che, ormai da molti decenni, in Giappone sta riducendo inesorabilmente la vegetazione selvatica è una triste realtà che il cinema d’animazione del Sol Levante denuncia da tempo.

Oltre ai numerosi ed espliciti richiami che il maestro Hayao Miyazaki ha fatto in tutte le sue opere, il film “Pom Poko” di Isao Takahata, storico collaboratore di Miyazaki, prodotto dalla Studio Ghibli nel 1994 centra la sua storia sull’indiscriminata urbanizzazione raccontandola dal punto di vista dei Tanuki, creature mitiche della cultura orientale, protagonisti di numerosi miti e leggende.

Questa deliziosa mini serie d’animazione in stop motion, in quattro episodi da circa 50 minuti l’uno, riprende il tema portandoci nel cuore del Monte dei Kami, dove vivono gli spiriti più antichi della tradizione giapponese.

Fra i più piccoli c’è Onari, una bambina dalle piccole corna, figlia di Naridon, un grande e imponente spirito rosso con una folta chioma nera, che si prende cura di lei con amore sconfinato. Si avvicina però la fatidica notte della Luna Demoniaca – la luna rossa – che segna il terribile attacco da parte dei famigerati Oni ai danni del villaggio.

Tutti si preparano, anche i più piccoli che cercano di far sbocciare il più rapidamente possibile il loro potere di spirito. L’unica che non riesce a capire quale sia il suo è proprio Onari, che inizia così ad entrare in crisi. Inoltre, la piccola tenta in ogni modo di capire chi sia sua madre, della quale Naridon ha sempre rifiutato di parlare.

Nel suo doloroso ma indimenticabile viaggio Onari scoprirà molte cose, soprattutto che il mondo, che possa essere freddamente reale o magnificamente fantastico, non è inesorabilmente tutto bianco o tutto nero. E la contaminazione non è detto che sia sempre nociva e negativa…

Frutto di una coproduzione fra i due Paesi leader nella produzione mondiale di cartoni animati, questa serie “ONI: la leggenda del dio del tuono” merita di essere vista per la sua poesia che ci riconcilia col mondo frenetico e rumoroso in cui viviamo.

“Wendell & Wild” di Henry Selick

(USA, 2022)

Dopo oltre dieci anni torna Henry Selick con un delizioso film d’animazione in stop motion. Dopo “Coraline e la porta magica” del 2009 e lo splendido “Nightmare Before Christmas” del 1996, Selick firma un’altra pellicola gotica e indimenticabile.

“Ognuno ha i propri demoni, e i miei si chiamano Wendell e Wild…” ci dice all’inizio Kat, la giovane protagonista del film, messa alla prova dalla vita… e dalla morte.

Solo pochi anni prima, infatti, Kat viveva felice e serena assieme ai suoi genitori Delroy e Wilma Elliot, possessori di un’artigianale fabbrica di birra a Rust Bank, una piccola ma florida città nella provincia americana.

Un brutto giorno però, proprio dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di cedere la loro attività alla famelica Klaxon Korp, sul ponte che attraversa il grande fiume di Rust Bank il fuoristrada su cui viaggiano gli Elliot sbanda e precipita nelle gelide acque. A salvarsi è solo Kat che, annichilita dai terribili quanto ingiustificati sensi di colpa, diventa in pochi mesi una ragazza ribelle e contro ogni regola, finendo poi in un carcere minorile.

Alcuni anni dopo Kat, ormai adolescente, viene mandata presso la scuola cattolica femminile di Rust Bank, guidata dall’avido sacerdote padre Bests. Abituata ad ambienti molto più ostili, Kat rimane sorpresa dal clima sereno che si respira nella scuola, dove alcune ragazze hanno formato un gruppo la cui leader è Siobhan Klaxon, figlia dei proprietari della Klaxon Korp.

Ma la Rust Bank che Kat ritrova è praticamente una città fantasma, abbandonata da tutti e di proprietà ormai di Lane e Irmagard Klaxon, titolari della Klaxon Korp, che hanno intenzione di radere tutto al suolo per costruire uno dei loro costosissimi e assai remunerativi carceri di massima sicurezza. Anche la fabbrica di birra dei suoi genitori è andata quasi completamente distrutta in un incendio, poco dopo la morte di Delroy e Wilma.

Intanto, negli inferi, Buffalo Belzer manda avanti, come fa da tempo immemore, il suo luna park per torturare la anime dei peccatori defunti che vengono vessati su giostre, montagne russe e case degli orrori sistemate sulla sua gigantesca pancia. I suoi due figli, Wendell e Wild, vorrebbero aprire un luna park tutto loro, ma il padre li costringe a compiere lavori umili, come spargergli la crema sulla testa per far ricrescere i capelli, non avendo la minima intenzione di lasciarli andare visto che tutti i suoi altri figli, una volta raggiunta la superficie, non sono mai più tornati.

Ma Wendell e Wild non si arrendono, e così appaiono in sogno a Kat promettendole che se lei li invocherà, loro potranno far resuscitare i suoi genitori, ma…

Tratto dai personaggi creati dallo stesso Selick assieme a Clay McLeod Chapman nel loro omonimo libro, “Wendell & Wild” – la cui sceneggiatura è firmata da Selick e Jordan Peele – è un nuovo gioiello dell’animazione, con scene e sequenze fantastiche, in tutti i sensi.

La particolare pettinatura di Lane Klaxon non può non far tornare alla mente quella dell’ex Presidente Donald Trump…

“Scompartimento per lettori e taciturni. Articoli, ritratti, interviste” di Grazia Cherchi

(Minimun Fax, 2017)

Grazia Cherchi (1937-1995) è stata una delle figure più rilevanti della nostra editoria del Novecento. Oltre ad essere una delle migliori, se non la migliore in assoluto, collaboratrice e curatrice editoriale – termine che può voler dire tutto e niente, ma che oggi si traduce al meglio in editor – è stata una formidabile talent scout, scoprendo scrittori come Stefano Benni, Alessandro Baricco e Massimo Carlotto.

I suoi consigli, i suoi suggerimenti e i suoi scritti hanno inciso profondamente nella storia della nostra editoria a partire dai primi anni Sessanta con la fondazione e la direzione – assieme a Piergiorgio Bellocchio – della rivista “Quaderni piacentini”, passando poi per numerosi articoli pubblicati su alcune delle riviste e dei giornali più rilevanti del nostro panorama editoriale, nonché con la stretta collaborazione con le case editrici più agili e illuminate dell’epoca. Attività che ha svolto fino a quasi la sua morte in maniera lucida e sempre all’avanguardia perché, a differenza di alcuni nostri contemporanei sedicenti editor, Grazia Cherchi non era una scrittrice mancata: ma una lettrice implacabile, famelica e soprattutto onesta.

Ma allora perché oggi, ai più, il suo nome è praticamente sconosciuto?

Io che sono uno scrittore che si autopubblica, e quindi non ha alcun contatto con la nostra editoria canonica, non posso affermarlo con certezza. Certo fanno riflettere gli scritti della Cherchi, soprattutto quelli in cui si scaglia contro il “patriarcato” dell’editoria – che allora naturalmente era solo quella classica – e aborriva ogni tipo di premio letterario, dallo “Strega” al “Campiello”, considerandoli una patetica replica dei “migliori” salotti che l’intellighenzia italica offriva e che erano uno dei carburanti principali dello stesso patriarcato.

Così questo prezioso tomo, a cura di Roberto Rossi, ci racconta lucidamente le radici della grave crisi della nostra editoria che, qualche anno dopo la morte della stessa Cherchi, sfocerà in quella sempre più profonda che oggi noi stiamo vivendo da tempo. Con i suoi articoli per riviste e giornali come “Linea d’ombra”, “Linus”, “Panorama” o “L’Unità”, la Cherchi punta il dito sulla metamorfosi che l’editoria – e non i libri, attenzione! – in quegli anni sta iniziando.

Ci racconta di un ambiente fatto di “mafie e mischie” dove fin troppo spesso vengono spinti e pubblicizzati libri di autori cari all’establishment e non quelli di valore. Le pubblicità e la recensioni dei libri, ci sottolinea, sono ormai a uso e consumo dell’editore e a volte dello scrittore, ma mai per il lettore. Tanto che lei sovente è in quelli poco conosciuti o che spariscono subito dagli scaffali delle librerie che trova perle e chicche, come ad esempio “Le streghe” di Roald Dahl o il racconto “La gente delle dieci” di Stephen King. Per questo, con almeno trent’anni di anticipo sulla storia, la Cherchi ipotizza e sogna che ogni lettore possa poter mettere lui personalmente una breve recensione, magari anche sintetizzata da un pollice giù o uno in su, a favore di tutti gli altri lettori che desiderino avere pareri sinceri e non strumentali sul libro…

Ma non solo, l’acume della Cherchi la porta a parlare sia di romanzi e saggi ma anche di racconti, forma letteraria che lei giustamente pone sullo stesso piano per dignità e interesse alle prime due. E, già a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, inizia a notare un apparente inspiegabile e preoccupante scarto da parte di tutti gli editori nostrani della forma racconto, soprattutto quelli di autori italiani. A distanza di trent’anni la nostra editoria è una delle poche al mondo che ormai ignora di fatto i racconti dei nostri autori – tranne raramente di quelli già famosi – limitandosi a pubblicare al massimo, ogni tanto, quelli di scrittori che siano “tassativamente” stranieri.

Insomma, una raccolta di testi che ci illumina sulla crisi profonda della nostra editoria che non è legata, come qualcuno cerca ancora e in ogni modo di farci credere, all’avvento dei libri digitali, ma sopratutto a scelte commerciali miopi e ottuse che partono da lontano.

Pubblicato per la prima volta nel 1997, “Scompartimento per lettori e taciturni” – il cui titolo si rifà a un articolo in cui la Cherchi auspica che un giorno le Ferrovie dello Stato riservino alcuni scompartimenti appositamente per incalliti viaggiatori lettori che per leggere hanno bisogno di un educato silenzio… – è una preziosa miniera di diamanti per chi, come la sua autrice, ama soprattutto leggere, miniera dove trovare preziosi suggerimenti.

Ma, sopratutto, attraverso articoli, deliziose e pungenti interviste ai nostri maggiori autori dell’epoca come Raffaele La Capria, Oreste Del Buono, Goffredo Fofi, Giuseppe Pontiggia o Michele Serra, nonché ritratti e ricordi, come quello struggente della sua amica personale Elsa Morante da poco scomparsa, Grazia Cherchi ci racconta che cose è stata – …sob! – la nostra grande editoria.

Menomale che, fino ad oggi, almeno nessuno si sia azzardato a dedicarle un premio letterario…

Da leggere, tenere gelosamente nella propria biblioteca e da far studiare a scuola.

“Enola Holmes 2” di Harry Bradbeer

(UK/USA, 2022)

I danni morali e materiali del patriarcato pesano come tossici macigni sulla storia, anche contemporanea, della civiltà umana e sulla salute del nostro pianeta. Indipendentemente da quello che ancora pateticamente – ma allo stesso tempo anche ferocemente – qualcuno oggi cerca di sostenere, dalla cultura alla politica, il modello di società patriarcale è un pericoloso e radioattivo fallimento.

Se grazie ad esso un gruppo sempre più sparuto di persone sta diventando inesorabilmente più ricco mentre un gruppo sempre più ampio si sta tragicamente impoverendo, i sostenitori del patriarcato non possono negare che il nostro vecchio e debole pianeta è gravemente malato soprattutto a causa del modello che loro persistono a difendere a spada tratta. Certo, in realtà si può negare tutto, soprattutto a voce. Io, per esempio, mi ricordo molto bene quando ero piccolo, negli anni Settanta, che noti e integerrimi statisti italici affermavano indignati, anche in sedi ufficiali come quella di un tribunale, che: “…La mafia non esiste!”.

Ma, guarda caso, anche la mafia è un terribile e sanguinario esempio di patriarcato, cioè di prevaricazione con la forza fisica e mentale di un piccolo gruppo di persone su un altro molto più numeroso. E questo può valere naturalmente per nazioni o continenti.

Nel nostro Paese il percorso per le eque pari opportunità – che coinvolgono non solo la differenza di genere legata al sesso, ma anche quelle legate alle debolezze materiali e morali dei diversi individui – è ancora molto lungo.

Se arrivati a questo punto di questo post c’è ancora qualcuno che è convinto che il contrario di “patriarcato” sia il “femminismo” inteso come spostare semplicemente il “potere” dagli uomini alle donne, lo invito con il massimo rispetto e la più sincera cortesia a smettere di leggerlo, per buona pace di tutti, sopratutto della mia. Visto poi che drammaticamente non sono poche, nel nostro Paese, le donne che assecondano e aderiscono totalmente al patriarcato.

Se preferite rimanere chiusi nelle vostre idee obsolete e un tantino ristrette – invece di volere una equilibrata e paritaria collaborazione dei due sessi, che è uno dei cardini del femminismo – buon per voi. Altrimenti, se desiderate sforzarvi un tantino, potete iniziare a leggere, anche in ordine sparso, i libri dei maestri Gianni Rodari e Roald Dahl.

Poi, se proprio non amate leggere, cosa che spiegherebbe di molto la vostra propensione al patriarcato, allora potete rivolgervi al cinema o alla televisione, e vedervi un film avvincente e divertente come questo. Ma occhio, è uno di quelli che fra un colpo di scena e l’altro, fra una battuta e l’altra …un pochino vi fanno pensare. Siete stati avvertiti.

Ispirandosi alla serie di romanzi che a partire dal 2006 ha pubblicato Nancy Springer la cui protagonista è la giovane Enola Holmes, sorella minore di Mycroft e Sherlock Holmes, Harry Bradbeer ha scritto il soggetto e il sempre bravo Jack Thorne la sceneggiatura di questo “Enola Holmes 2”, seguito dell’altrettanto piacevole e intrigante “Enola Holmes” del 2020.

Nell’austera e patriarcale (…eh lo so, ma era davvero così!) Londra vittoriana, la giovane Enola Holmes (Millie Bobby Brown), dopo aver risolto brillantemente il caso della scomparsa del giovane Lord Tewkesbury (Louis Partridge) decide di aprire una sua agenzia investigativa. Ma tutti i clienti, una volta accertatisi con sdegno che lei è “solo” una giovane donna, finiscono per chiederle di intercedere per loro col fratello maggiore Sherlock.

Proprio mentre Enola, rassegnata, sta abbandonando il locale che aveva affittato per la sua agenzia, si presenta alla sua porta una ragazzina che, offrendole alcuni penny in cambio, le chiede di ritrovare la sua sorellastra Sarah Chapman (Hannah Dodd), nonché sua collega nella fabbrica di fiammiferi grazie alla quale riescono miseramente a sopravvivere, scomparsa da qualche giorno.

Enola non ci pensa due volte e accetta il caso, iniziando a investigare proprio nella fabbrica di fiammiferi Lyon, intanto suo fratello maggiore Sherlock Holmes (Henry Cavill) è sotto scacco del misterioso e inafferrabile Moriarty…

Nella parte di Eudoria, la madre di Enola, Sherlock e Mycroft Holmes c’è la bravissima Helena Bonham Carter.

Fra le migliori opere liberamente tratte dagli scritti frutto del genio di Arthur Conan Doyle.

“Gli spostati” di John Huston

(USA, 1961)

Come regalo di San Valentino alla sua compagna Marilyn Monroe, il drammaturgo Arthur Miller scrive la sceneggiatura di un film modellato su di lei, che si distacca dai ruoli classici di prorompente ingenua, avvicinandosi invece alla vera anima tormentata dell’icona di sensualità e bellezza più famosa del cinema.

Per affiancare la Monroe vengono chiamate due altre grandi icone cinematografiche dell’epoca come Clark Gable e Montgomery Clift. Anche nei ruoli secondari la produzione sceglie due ottimi caratteristi del calibro di star come Eli Wallach e Thelma Ritter. La macchina da presa è affidata al maestro John Huston che dirige il cast – non senza problemi soprattutto a causa degli infiniti ritardi della protagonista sul set – in maniera superba.

Approdiamo a Reno, la città del Nevada famosa per i suoi casinò e la rapidità con cui si ottengono i divorzi, dove l’avvenente ma irrisolta Roslyn Tabor (la Monroe) è arrivata apposta per separarsi da suo marito Raymond (Kevin McCarthy). La donna ha preso in affitto una camera dalla signora Isabelle (una bravissima Thelma Ritter), anche lei giunta molti anni prima a Reno per divorziare.

Per brindare alla nuova libertà Roslyn e Isabelle si siedono al tavolo di un casinò dove incontrano Guido (Eli Wallach) il meccanico che la mattina stessa ha rimorchiato l’auto ammaccata della donna. L’uomo presenta alle due il suo amico Gay Langland (Clark Gable), uno degli ultimi veri cowboy del Paese, con il quale decidono di passare qualche ora nella casa che il meccanico possiede fuori città.

Nonostante la differenza d’eta fra Roslyn e Gay scatta la scintilla, anche se l’uomo le confessa essere stato già sposato e avere una figlia pressapoco della sua età. Gay, per sbarcare il lunario e non avere un padrone, periodicamente assieme a Guido sale sui monti per catturare i pochi esemplari di cavalli mustang rimasti a piede libero. Per farlo però ha bisogno di un altro cowboy e lo trova in Perce (Montgomery Clift) un giovane sconsolato che vive partecipando ai rodei in giro per il Paese.

Il gruppo così parte per i monti dove Guido afferma di aver avvistato dal suo vecchio aereo una mandria di almeno quindici mustang. Poco prima di andare a caccia Roslyn scopre che i cavalli che verranno catturati saranno destinati al macello per diventare alimenti per altri animali. La cosa la sconvolge e chiede agli altri di abbandonare l’impresa. Ma Gay non accetta ordini da nessuno e così assieme a Guido e a Perce comincia a catturare i cavalli che in realtà sono solo sei…

Indimenticabile pellicola che anticipa di molto il declino del leggendario West, aprendo il filone del western crepuscolare, come lo sono tutti i personaggi di questo film, e forse proprio per questo alla fine alcuni di loro riusciranno a salvarsi. Oltre alla splendida e visibilmente sofferente Monroe (alla sua ultima pellicola che uscirà nelle sale) Huston non a caso le affianca Gable e Clift, due stelle di prima grandezza che in quel momento però stanno vivendo un momento artistico – e personale – di grande difficoltà.

Se il primo non può più competere col fascino e con la prestanza fisica e scenica del leggendario Rhett Butler che aveva interpretato oltre vent’anni prima (e proprio il rifiuto di avvalersi di una controfigura per girare le scene più pericolose e faticose, oltre al suo incontenibile tabagismo, per molti fu alla base dell’infarto che lo stroncò dodici giorni dopo aver terminato le riprese); il secondo è reduce dal grave incidente automobilistico che nel 1956 gli ha deturpato il volto (fra i primi soccorritori ci furono Elizabeth Taylor assieme allo stesso Kevin McCarthy), facendogli perdere la sensibilità di quasi tutta la parte destra. Ma non solo, Clift deve convivere con l’umiliante dissimulazione della sua omosessualità per poter continuare a lavorare nella Hollywood di quegli anni, ipocrita e bacchettona.

Il maestro Huston riesce a far trasparire questi dolori interni personali degli attori davanti alla macchina da presa creando un’alchimia unica che bilancia alla perfezione i due personaggi attorno a Roslyin. Ma anche il machismo di Gay non è più quello di Ringo/John Wayne in “Ombre rosse”. Così come i mustang, che qualche decennio prima a centinaia popolavano liberi e indomabili le montagne del Nevada, anche i cowboy ormai stanno vivendo i loro crepuscolo esteriore e interiore non potendosi opporre alla società americana che così rapidamente sta cambiando.

Anche a distanza di molti decenni sono palesi però i difetti della sceneggiatura troppo verbosa di Arthur Miller (famosissimo autore di teatro che io però personalmente non amo troppo reputandolo inesorabilmente legato al suo tempo e non riuscendo, soprattutto, a tollerare e separare dalla sua arte la sua meschina vicenda di padre, alla pari di quella di Pablo Neruda) salvata però dal grande Huston che riesce ad alleggerirla grazie anche a delle sequenze con panoramiche ancora oggi avvincenti e memorabili, raccontando superbamente la storia apparentemente “banale” di coloro che vivono ai margini: i disadattati del titolo originale.

Con i suoi pregi e i suoi difetti, una pietra miliare della storia del cinema.

“Avvenne domani” di Renè Clair

(USA, 1944)

L’irlandese Lord Dunsany (1878-1957) – il cui vero nome era Edward John Moreton Drax Plunkett, Barone di Dunsay – è stato uno scrittore e drammaturgo noto per le sue opere fantastiche, che molti paragonano al suo contemporaneo e giustamente più famoso Herbert George Wells.

Il suo atto unico “Jest of Haha Laha” suscita l’interessa del mondo del cinema tanto che anche Frank Capra pensa di adattarlo, ma alla fine arriva sul tavolo di Renè Clair che assieme a Dudley Nichols (autore di script di film come “Ombre rosse” o “Il traditore” diretti dal grande John Ford) scrive la sceneggiatura di quello che diverrà uno dei film più famosi del regista francese realizzati sul suolo americano.

L’opera di Dunsany, come molte del maestro H.G. Wells, pone un quesito ancestrale nella storia dell’essere umano: davvero, potendo, vorremmo conoscere il nostro futuro?

Siamo agli inizi degli anni Quaranta, pronti ad assistere ai festeggiamenti per le nozze d’oro che gli anziani Larry (Dick Powell) e Sylvia (Linda Darnell) vogliono condividere assieme a tutti i loro discendenti. Ma Larry non può fare a meno di raccontare come “incredibilmente” loro due si sono conosciuti qualche decennio prima… quando Lawrence “Larry” Stevens, scapolo impenitente, è solo un modesto scrittore di necrologi per il giornale locale.

Il suo sogno è quello di fare lo scoop dell’anno e poter diventare una firma da prima pagina. Una sera, insieme ad alcuni colleghi, assiste allo spettacolo dell’”incredibile Oscar” (Jack Oakie) un illusionista che assieme alla sua giovane e avvenente nipote Sylvia (Linda Darnell) afferma di poter leggere il futuro.

Tornati in redazione i colleghi lo prendono costantemente in giro perché Larry continua a sognare di poter conoscere il futuro per scrivere un pezzo memorabile e diventare un giornalista famoso. Sentendolo parlare, il vecchio archivista Pop Benson (John Philliber) memoria storica della testata fin dai tempi lontani della sua fondazione, gli chiede a quattrocchi se è davvero disposto a conoscere il futuro e così, senza che gli altri se ne accorgano, gli consegna un copia del giornale …del giorno dopo.

Larry non prende troppo sul serio Pop e afferra distratto il foglio che l’anziano gli pone, ascoltando distrattamente gli avvertimenti che poi gli sussurra sul pericolo mentale e fisico di conoscere il proprio futuro. Solo rientrato nella sua camera in affitto Larry legge attentamente il giornale e scopre che in prima pagina c’è un suo articolo dedicato alla rapina che la mattina successiva verrà commessa al teatro dell’Opera…

Deliziosa commedia fantastica che con garbo e ironia ci parla di uno dei desideri più profondi e al tempo stesso più pericolosi che, almeno una volta nella vita, ogni essere umano ha espresso. Copiata e citata innumerevoli volte, questa pellicola è stata anche di ispirazione di altri capolavori cinematografici, come l’immortale “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, tanto per citarne solo uno.

Da vedere, anche se si è letto prima …il finale!

“Vatican Girl: la scomparsa di Emanuela Orlandi” di Mark Lewis

(UK/Italia, 2022)

Il 22 giugno del 1983 scompare Emanuela Orlandi, una quindicenne romana “come tante”, che inspiegabilmente non rientra a casa. Ma Emanuela è una giovane abitudinaria e così i suoi familiari si allertano subito. Nello stesso giorno Giovanni Paolo II torna per la prima volta da Pontefice in Polonia.

E’ una vista epocale: la Polonia fa parte del blocco sovietico e l’ingombrante viaggio del Santo Padre è un chiaro attacco al regime di Mosca, visto poi che Karol Wojtyła ha chiaramente affermato di voler riportare il cattolicesimo oltre cortina e, soprattutto, appoggia pubblicamente e materialmente “Solidarność”, il sindacato fondato nel 1980 nei cantieri navali di Danzica e guidato da Lech Wałęsa che è diventato una delle più imponenti spine nel fianco del blocco sovietico.

A Roma, intanto, solo il giorno dopo viene fatta redigere la denuncia di scomparsa della giovane Orlandi, che gli inquirenti considerano uno dei numerosi – in quell’epoca – allontanamenti volontari di giovani adolescenti.

La famiglia Orlandi precipita naturalmente nella disperazione perché Emanuela sembra essersi volatilizzata nel nulla, senza lasciare traccia. Pochi giorni dopo, inaspettatamente, anche Giovanni Paolo II rientrato in Vaticano, all’Angelus lancia un appello ai “responsabili” della scomparsa di Emanuela. Ercole Orlandi, disperato, decide di pubblicare un’inserzione su un noto quotidiano romano chiedendo informazioni sulla figlia, mettendoci anche il numero di telefono di casa.

Cosa che fanno anche sui manifesti che stampano a loro spese a che vengono attaccati su quasi tutti i muri di Roma. Manifesti che io personalmente ricordo benissimo, visto che era quasi impossibile non incontrali camminando per la capitale, e che nel bene e nel male hanno segnato l’iconografia sociale di quegli anni. Inizia così un nuovo tormento per gli Orlandi: le continue vessazioni da parte di mitomani e sciacalli.

Ma fra le centinaia di telefonate arriva anche quella anonima di un uomo che possiede notizie attendibili su Emanuela. E in una di queste afferma che la ragazza è stata rapita e sarà rilasciata solo dopo la scarcerazione di Mehmet Ali Ağca, l’autore dell’attentato a Giovanni Paolo II avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio del 1981. La cosa cambia immediatamente la prospettiva della scomparsa di Emanuela che viene prepotentemente messa al centro dell’attenzione di tutti i media, e non solo italiani.

La Orlandi così non è più una ragazza “come tante”, ma è la vittima di un complotto internazionale al centro della guerra fredda fra Occidente e Oriente. A casa sua arrivano gli uomini dei Servizi Segreti italiani che prendono in mano la situazione. Al “Corriere della Sera” è un giovane reporter romano che si occupa del caso: Andrea Purgatori. E’ lui stesso a raccontarci, in questa ottima serie in 4 puntate, il corso delle sue indagini, parallele a quelle degli inquirenti.

Dopo le prime telefonate e l’associazione di Emanuela ad Ağca, l'”americano” – così viene chiamata la persona che le effettua, grazie al suo marcato accento inglese – inizia a contraddirsi e a non seguire una linea precisa. Per questo Purgatori si rivolge a una delle sue fonti, che in quel momento ha un ruolo di rilievo nei nostri Servizi Segreti, la quale gli esprime la massima perplessità sulla tesi che in quel momento va per la maggiore, e cioè che dietro il rapimento di Emanuela ci sia il KGB, l’intelligence sovietica, che non sarebbe assolutamente così vago e contraddittorio.

Allora Purgatori concentra l’attenzione su un’altra pista, una pista legata alla finanza vaticana che attraverso l’Arcivescovo Paul Marcinkus, presidente dello IOR – l’Istituto per le Opere Religiose, la banca del Vaticano – si era legata al Banco Ambrosiano e al suo presidente Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra esattamente un anno prima. E Purgatori ipotizza proprio nelle centinaia di miliardi di lire che lo IOR versa a “Solidarność”, soldi che escono dai vari giri finanziari a cui partecipa anche la criminalità organizzata – che allora a Roma era la famigerata Banda della Magliana – il motivo di scontro che ha portato al rapimento di Emanuela Orlandi, prima cittadina vaticana a scomparire nella storia.

L’articolo non riscuote apparentemente un particolare successo, ma l’allora direttore del Corriere Alberto Cavallari chiede al giornalista di “fare un passo indietro” e occuparsi di altro. Andrea Purgatori così comprende di avere toccato un nervo scoperto e molto delicato, probabilmente assai vicino alla verità.

Passano gli anni ma di Emanuela non si hanno più tracce, e la famiglia Orlandi deve accettare di vivere con l’atroce consapevolezza di non poter portare neanche un fiore sulla sua tomba. La situazione cambia quando nel 2005, pochi mesi dopo la morte di Wojtyła un anonimo, attraverso la trasmissione “Chi l’ha visto?”, pone i riflettori sulla tomba di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, boss indiscusso della Banda della Magliana, freddato in strada nei pressi di Campo de’ Fiori nel 1990, e che risulta tumulato incredibilmente e “inspiegabilmente” presso la Basilica di Sant’Apollinare nel cuore di Roma, edificio adiacente a quello della scuola di musica, ultimo luogo noto dove venne vista Emanuela Orlandi.

Sulla scia di queste nuove rivelazioni venne rintracciata una delle amanti del De Pedis all’epoca del rapimento, che dichiara di avere tenuto lei prigioniera, nella sua casa al mare sul litorale romano, Emanuela Orlandi per qualche giorno su richiesta proprio del suo amante. Secondo la donna, la ragazza era continuamente drogata per non dare problemi. Dopo alcuni spostamenti, fu lei stessa – sempre secondo la sua testimonianza – su incarico del De Pedis a consegnarla a un prelato proprio nei pressi delle mura vaticane.

Le teorie prendono un’altra piega e gli inquirenti cercano nuove conferme e nuove piste, tutte comunque portano inesorabilmente dentro le mura dello Stato più piccolo del mondo. Un nuovo elemento che pone un ulteriore punto di vista è la recente testimonianza di una allora compagna di scuola della Orlandi secondo la quale la stessa, pochi giorni prima di scomparire, le aveva confessato di essere stata gravemente “molestata” durante il suo solito girovagare nei giardini vaticani da un’importante personalità molto vicina al Papa, come ad esempio avrebbe potuto essere Marcinkus.

Purtroppo i casi di pedofilia e molestie sessuali riconducibili al Vaticano e al suo clero fanno ormai parte della storia recente, ma allora non era concepibile neanche sussurrarli. E così chi avrebbe creduto a una ragazzina? …Si chiede in lacrime oggi la donna. Le ipotesi sono molte, come quella di un ricatto da parte del De Pedis al Vaticano tramite proprio la giovane Emanuela vittima suo malgrado di un abuso da parte di un alto prelato.

A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa l’unica cosa certa è che dietro le mura vaticane si nascondono la dinamica e la conclusione – se non tutte almeno una buona parte – del rapimento e della vita di una giovane adolescente romana. Come ci ricorda Purgatori, però, sono duemila anni che la Santa Sede è uno dei più potenti centri di potere mondiali, e quindi allo stesso tempo è anche luogo di complotti e lotte intestine senza esclusioni di colpi. Lotte e scontri che hanno avuto forse come tragico “effetto collaterale” la vita di una giovane e innocente ragazza e di tutta la sua famiglia che ancora oggi vive nello strazio del dubbio e dell’ignoto.

Quello che ancora oggi lascia sconcertati è vedere le immagini di repertorio in cui Giovanni Paolo II, poche settimane dopo la sua scomparsa, si reca a casa Orlandi per consolare i familiari di Emanuela, lui che indiscutibilmente come Papa la verità l’avrebbe dovuta sapere. Ma la Santa Sede non ha mai espresso l’intenzione di collaborare reputando la scomparsa della Orlandi un evento consumatosi sul suolo italiano e non vaticano. Anche con questa serie, per esempio, la Santa Sede non ha voluto collaborare.

Da vedere.