“Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

A cavallo tra due secoli le drammatiche vicende del nostro Paese, dalla seconda guerra mondiale al terrorismo, sino alla pandemia, scandiscono il trascorrere di una vita, nel cui inesorabile dipanarsi per nove decenni, emerge la dolorosa consapevolezza di un prezioso ”durante”.

Sperandina, soprattutto, ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti, troppi, pregiudizi da superare, ma l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere comunque del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Sperandina, che dopo aver lasciato Roma, rassegnata e disillusa, decide di vivere definitivamente a Perugia, la speranza non la perde mai davvero. Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

Parabola umana di una straordinaria figura femminile, delineata con estrema sensibilità e delicatezza in un quadro sociologico, storico e familiare destinato a suscitare profonde emozioni.

“Quando soffia il vento” di Raymond Briggs

(Orient Express, 1984)

I coniugi Hilda e James Bloggs vivono in un piccolo cottage nella campagna inglese. I loro due figli Beryl e Ron, con le rispettive famiglie, risiedono da anni a Londra. I Bloggs hanno una vita molto semplice e spartana: James va tutti i giorni nel paese a pochi chilometri da casa a leggere il giornali in biblioteca e a fare quattro chiacchiere mentre fa la spesa.

Hilda, invece, pensa soprattutto alla casa e al piccolo giardino che la circonda. La loro tranquilla routine viene interrotta dalle drammatiche notizie che giungono da radio e carta stampata: la crisi internazionale è al collasso e si teme un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica.

Seguendo scrupolosamente i dettami dell’opuscolo governativo che ha trovato in paese James, con delle porte e dei cuscini, costruisce un piccolo rifugio antiatomico dentro casa, dove il Governo consiglia di passare almeno 14 giorni dopo l’attacco nucleare.

Ai due anziani non può non tornare in mente quando, circa quarant’anni prima, insieme affrontarono la Seconda Guerra Mondiale e i devastanti bombardamenti di Londra. Ma l’olocausto atomico, purtroppo, è ancora più terrificante…

Pubblicato per la prima volta nel 1982, questo romanzo grafico, è una delle opere antimilitariste più taglienti ed efficaci realizzate negli anni Ottanta. Raymond Briggs (1934-2022), per parlare di uno degli incubi planetari più oscuri della guerra fredda, prende spunto dalla storia dei suoi veri genitori ai quali poi dedicherà nel 1999 il bellissimo romanzo grafico “Ethel & Ernest” (da cui Roger Mainwood ha tratto il lungometraggio animato “Ethel & Ernest – Una storia vera“), che si conobbero nel 1928 e rimasero insieme fino al 1971, anno in cui entrambi scomparvero.

Per molti anni abbiamo vissuto ingenuamente convinti che il pericolo di un olocausto atomico fosse stato scongiurato per sempre alla fine degli anni Ottanta. Ma la storia ci sta sbattendo in faccia che, purtroppo, non è così.

Drammaticamente attuale.

“In caso di disgrazia” di George Simenon

(Adelphi, 2014)

L’avvocato Lucien Gobillot è uno dei più famosi di Parigi. E’ il penalista più noto del foro della capitale francese, e nel corso della sua lunga carriera non ha rinunciato a difendere anche rei moralmente ambigui.

Il suo studio – forse per questo – è uno dei più ambiti, e averlo dalla propria parte è una garanzia molto spesso di successo. Fra i suoi clienti ci sono nomi illustri e aziende internazionali, visto che il suo cognome è conosciuto anche all’estero.

Molto del suo successo Gobillot lo deve a sua moglie Viviane, fra le personalità più rilevanti dei salotti parigini. La donna era la giovane moglie di un altrettanto noto principe del foro, presso il quale lo stesso Gobillot iniziò la sua carriera.

Ma Viviane, con grande stupore dello stesso Gobillot, scelse lui e lasciò l’ansiano avvocato per il suo giovane e assai promettente assistente. Grazie a Viviane e alle sue pubbliche e private relazioni personali, lo studio del nuovo marito in poco tempo prese quota e il nome Gobillot divenne uno dei più citati e ricercati al Palazzo di Giustizia.

Ma la sera dello scorso 6 novembre Lucien Gobillot ha iniziato a scrivere un vero e proprio memoriale che inserisce in un fascicolo, in carta di Lione beige, esattamente uguale a quelli che redige per i suoi casi. Ciò che lo spinge a farlo è il timore, o forse la certezza, che quelle pagine possano diventare utili …in caso di disgrazia.

Circa un anno prima Gobillot ha conosciuto la ventenne Yvette, una giovane prostituta implicata nel furto di alcuni orologi in un negozio, e che proprio da lui è andata per essere difesa. L’avvocato, incuriosito dal carattere e dall’aspetto della giovane, l’ha fatta parlare e al momento delle garanzie per pagare la parcella la giovane, come se fosse la cosa più naturale, gli si è offerta sessualmente.

Gabillot ha declinato l’invito, ma ha lo stesso deciso di diventare il suo legale Pro Bono. Il caso, e soprattutto il difensore, hanno suscitato non poco l’interesse della stampa e degli addetti ai lavori. Solo dopo l’assoluzione Gobillot è diventato l’amante di Yvette.

Il rapporto con la sua ormai ex cliente, per l’avvocato è diventato sempre più possessivo e morboso, soprattutto da quando Yvette gli ha confessato di aver incontrato un giovane, tale Mazetti, intenzionato a sposarla. Per GobiIlot il nuovo amore rischia però di rallentare le frenetiche attività del suo studio, ma la stessa Viviane ne è a conoscenza e lo tollera purché il marito rispetti gli impegni ufficiali che lei programma. Ma…

Finito di scrivere nel 1955 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo “In caso di disgrazia” ci parla degli uomini che vogliono trattenere e stringere le donne ma che in realtà alla fine e nel profondo proprio non le comprendono. E forse per questo non riescono ad afferrarne la vera essenza.

Il maestro Simenon, che invece le capiva molto bene, tratteggia superbamente ancora una volta il ritratto di alcune donne indimenticabili e, in un modo o nell’altro, vittime loro malgrado dell’ottusità degli uomini. E non è solo quello della giovane e affamata di vita Yvette, ma anche quello indimenticabile di Viviane, donna matura e razionale.

Un altro viaggio intimo e carnale nel rapporto fra uomini troppi miopi e immaturi e donne troppo libere ed emancipate.

“Blankets” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2010)

Come sottolinea anche Zerocalcare: il fumetto non è un genere ma un vero e proprio linguaggio narrativo. Se nel resto del mondo questo concetto è ormai assodato e riconosciuto, solo nel nostro Paese sembra scontrarsi con una barriera di polverosi e ottusi pregiudizi.

Basta leggere però questo splendido romanzo grafico per abbandonare ogni indugio e considerare il fumetto alla pari del più classico dei romanzi.

Pubblicato per la prima volta nel 2003 questo “Blankets” di Craig Thompson (classe 1975) – che aveva debuttato con “Addio Chunky Rice” nel 1999 – ci racconta la storia autobiografica e poco semplice dell’adolescenza del suo autore. Nato nel Michigan, Thompson è cresciuto nella Contea di Marathon nel Wisconsin settentrionale, in una comunità prettamente agricola.

I suoi genitori appartenevano ai Cristiani Rinati, protestanti molto ortodossi, che fin da piccolo lo hanno cresciuto, assieme al fratello minore Phil, in maniera molto spartana e religiosa. Se fra le mura di casa Craig ha Phil come riferimento, fuori la vita è molto più dura, sia a scuola che in chiesa.

Ma durante una vacanza in un campo religioso Craig conosce Raina, una sua coetanea che vive a Marquette, nel Michigan. Fra i due nasce subito un’amicizia molto particolare che non naufraga alla fine della vacanza. Dopo mesi di telefonate e lettere, Raina lo invita per due settimane a casa sua approfittando delle vacanze invernali.

L’impatto con la famiglia di Raina sarà per Craig profondamente catartico, visto che per la sua educazione, soprattutto quella religiosa, il senso di colpa non lo ha mai abbandonato da quando ha memoria. E con dolore affronterà anche il distacco dai suoi genitori e dalla loro scelta di vita.

La presenza del freddo e della neve è una costante del libro, metafora geniale e profonda dell’adolescenza che è spesso uno dei momenti più “freddi” della nostra esistenza, in cui cerchiamo più di ogni altra cosa la coperta – che in inglese si dice appunto blanket – più adatta a noi per tenerci al caldo.

Bellissimo romanzo – grafico – di formazione che ci parla direttamente al cuore con dei disegni e delle atmosfere struggenti ed emozionanti. Non è un caso quindi che “Blankets” abbia fatto incetta dei premi americani più prestigiosi per autori di fumetti come gli Eisner Awards, gli Harvey Awards e gli Ignatz Awards, premi che hanno consacrato giustamente Thompson come autore di spicco del romanzo grafico contemporaneo.

Da leggere.

“Sunshine Cleaning” di Christine Jeffs

(USA, 2008)

L’eredità che i genitori lasciano ai proprio figli molto spesso incide in maniera determinante nella loro vita. Questo vale per le cose materiali ma, soprattutto, per quelle immateriali che riguardano la sfera sentimentale ed emotiva.

E l’eredità di un genitore può essere trasmessa ai figli anche prima di morire. Come nel caso di Rose (una bravissima Amy Adams) e sua sorella minore Norah (Emily Blunt) nate e cresciute ad Albuquerque da Joe (un sempre grande Alan Arkin) alla ricerca perenne dell’affare del secolo, e dalla loro madre che però, quando erano ancora due bambine, si è tolta la vita.

Se Rose al liceo era la stella delle cheerleader nonché fidanzata col quoterback della squadra di football, una volta preso il diploma la sua vita ha iniziato inesorabilmente a franare. Madre single di Oscar, sbarca il lunario facendo le pulizie per una ditta locale e non riesce a smettere di essere l’amante di Mac (Steve Zahn), il suo fidanzatino del liceo che ora fa il poliziotto, che però è felicemente sposato con un’altra donna.

Anche sua sorella Norah non riesce a mantenere un lavoro per più di una settimana, come non riesce ad avere una relazione stabile e soddisfacente. Proprio durante uno dei settimanali incontri clandestini con Mac, a Rose viene l’idea di creare una società per la pulizia dei luoghi scene di un crimine o di una morte violenta, nicchia di mercato assai redditizia e poco sfruttata.

Ma Rose, assieme a Norah che suo malgrado l’aiuta, scoprirà che si tratta di un lavoro molto duro e faticoso, che comprende anche il ripulire le case di persone morte suicide o da molto tempo prima che qualcuno le abbia ritrovate.

Grazie anche a Winston (Clifton Collins Jr.), il commesso dell’emporio che vende i prodotti professionali per le pulizie, Rose inizia per la prima volta, dopo tanto tempo, ad avere fiducia in se stessa, ma…

Non si possono scegliere i propri genitori, ma si può scegliere di prendere distacco da loro, soprattutto dalle loro scelte più funeste o egoiste.

Scritto da Megan Holley, questo “Sunshine Cleaning” – il cui titolo richiama forse alla pulizia del proprio essere dalle tossine che qualcun altro vi ha lasciato… – ci ricorda quanto possa essere delizioso il cinema indipendente americano.

“Brittany non si ferma più” di Paul Downs Colaizzo

(USA/Canada, 2019)

Brittany Forgleris (una brava Jillian Bell, nota soprattutto negli Stati Uniti come comica e autrice di vari show televisivi tra cui il mitico “Saturday Night Live”) è una 27enne che vive e lavora a New York.

Sbarca il lunario alla reception di un piccolo cinema/teatro Off Broadway, e vive in affitto dalla sua amica Gretchen (Alice Lee) che, a differenza di lei, ha un certo seguito fra gli uomini e sui social. Ma quando Brittany era arrivata nella Grande Mela, solo qualche anno prima, le premesse erano assai diverse.

Era stata scelta per uno stage presso una delle più rinomate agenzie pubblicitarie della città, ma le sue insicurezze hanno fatto naufragare quella incredibile possibilità e Brittany si è lasciata andare. Così ha imparato ad accontentarsi, rinunciando a molti sogni. Per arginare la tristezza e quell’insopportabile senso di vuoto che inesorabilmente l’ha assalita, Brittany ha iniziato a bere e mangiare senza freno.

Il suo carattere gioviale e accomodante l’ha resa l’amica ideale del sabato sera, quella che con una battuta – spesso su se stessa e sul suo aspetto – fa sempre ridere. Insomma, una compagna ideale per far divertire tutti, tranne se stessa. E più il vuoto aumenta e più Brittany mangia e beve. Fino a un pomeriggio quando il medico dal quale è andata per farsi prescrivere dei sonniferi, non solo si rifiuta di farlo ma le apre gli occhi sulla sua situazione medica. Anche se ha solo 27 anni soffre già di ipertensione e l’obesità rischia di compromettere le sue funzioni vitali nonché le sue capacità motorie.

L’unica soluzione è quella di cambiare stile di vita, alimentazione e, soprattutto, fare quotidianamente del moto. Brittany cade nello sconforto buttandosi disperatamente e ancora più voracemente sul cibo. Mentre è preda di una crisi di pianto alla sua porta bussa Catherine (Michaela Watkins) che fa la fotografa e che ha il suo studio alla porta accanto. Brittany l’ha sempre considerata una ricca viziata arrogante e così rimane stupita e perplessa del suo interesse, anche se alla fine bruscamente la caccia via.

Combattendo strenuamente contro tutte le sue insicurezze e scalando tutti i suoi alibi Brittany inizia a fare footing intorno al palazzo. Dopo le prime devastanti e dolorosissime volte, la ragazza riesce a trovare una certa stabilità e così accetta l’invito di Catherine che fa parte di un gruppo di corsa che si vede regolarmente ogni sabato mattina per fare una mini maratona da pochi chilometri.

Lì Brittany incontra Terrence (Dan Bittner) anche lui un neofita della corsa, che ha deciso di unirsi al gruppo perché suo figlio di pochi anni lo ha preso in giro per il suo fiato corto mentre giocavano. Gli appuntamenti del sabato diventano un punto fisso e irrinunciabile per Brittany che gli altri giorni, compatibilmente col suo lavoro, si allena appena può.

I vestiti iniziano a essere sempre più larghi e la bilancia comincia incredibilmente a tornare indietro così Brittany è sempre più motivata e decisa, e le rinunce di cibo o alcol pesano sempre meno. All’orizzonte si staglia l’evento che ogni corridore sogna: la Maratona di New York; e così Catherine, Terrence e Brittany decidono di parteciparvi insieme.

La tassa d’iscrizione è molto alta e così Brittany decide di fare un secondo lavoro e casualmente trova un posto come dogsitter presso una lussuosa abitazione di Park Avenue. Nelle dodici ore del giorno deve provvedere al cane e alla casa, la notte il suo stesso compito spetta a Jern (Utkarsh Ambudkar) che però, per risparmiare e approfittando della lunga assenza dei proprietari, si è clandestinamente trasferito nella grande casa.

Il drastico cambio di stile di vita così come quello della considerazione che lei ha di se stessa portano inesorabilmente Brittany a dover affrontare il mondo che la circonda non potendo più accettare le persone che si approfittano di lei e delle sue debolezze. Il giorno della maratona si avvicina, ma…

Struggente commedia che ci racconta la piccola storia di una grande ragazza che affronta con coraggio e dolore la parte più oscura di se stessa, e ci riesce grazie anche all’aiuto di amici sinceri e leali. Scritta e diretta da Paul Downs Colaizzo, e prodotta anche da Tobey Maguire, la pellicola ci racconta la vera storia di Brittany O’Neill, che appare nelle sequenze finali.

“Brittany Runs a Marathon”, nel titolo originale, è un ottimo esempio del cinema indipendente statunitense, non a caso premiato al Sundance Film Festival. Consigliato a tutti ma soprattutto a chi, come me, ha scalato impervie montagne e guadato mari sconfinati per trovare se stesso.

“Pigiama computer biscotti” di Alberto Madrigal

(Bao Edizioni, 2019)

E’ semplice conciliare la propria vena artistica e creativa con la vita quotidiana centrata sulla famiglia e col lavoro fatto solo per sbarcare il lunario? …Assolutamente no, ma non è impossibile e quando ci si riesce è bellissimo, ci risponde Alberto Madrigal con questo delizioso graphic novel.

Madrigal ci racconta la storia della sua vita personale da quando, insieme alla sua compagna, ha deciso di diventare genitore. E con acquarelli in bianco e nero, davvero molto belli e d’atmosfera, l’artista ci parla di come una cosa così grande come un figlio può mettere in crisi il rapporto che abbiamo con la nostra creatività.

Per fare i genitori bisogna essere onesti e sinceri col proprio figlio, e così anche per realizzare un’opera d’arte bisogna essere onesti e sinceri con se stessi. Un ruolo fondamentale ce l’ha, ovviamente, la persona con cui si decide di iniziare un viaggio così importante e che non finirà più. Anche gli amici possiedono un’influenza rilevante e fra quelli di Madrigal spicca Michele Reich – al secolo Zerocalcare – col quale lui ha collaborato per le copertine e i toni di grigio di libri come “Macerie prime” o “No Sleep Till Shengal“.

Naturalmente il processo creativo ognuno lo deve trovare dentro se stesso, come ci ricorda anche il Re Stephen King nel suo fondamentale “On Writing – Autobiografia di un mestiere“, che anche Madrigal cita in questo tomo. E ci si riesce, repetita iuvant, soprattutto quando si è onesti con se stessi e con le proprie emozioni.

Godibile conforto e spunto di riflessione per chi ama creare usando una matita, una penna o un computer.

“Casa d’altri e altri racconti” di Silvio D’Arzo

(Einaudi, 2007)

Ezio Comparoni nacque a Reggio Emilia il 6 febbraio del 1920. Sua madre, Rosalinda Comparoni, nonostante le difficoltà materiali e morali che in quel contesto storico comportava crescere un figlio da sola, riuscì a farlo laureare in Lettere presso l’Università di Bologna a soli ventuno anni.

Ma già adolescente il piccolo Ezio aveva iniziato a scrivere racconti e storie legate soprattutto alle tradizioni e alla cultura della sua terra. Non a caso discuterà la tesi di glottologia sui dialetti di Montericco e di Albinea, comuni compresi nella provincia di Reggio Emilia.

Già dalle prime pubblicazioni Comparoni predilige usare vari pseudonimi ed è con quello di Silvio D’Arzo che viene pubblicata la sua opera più famosa: il racconto “Casa d’altri”, che uscirà però postumo nel 1953, visto che il suo autore verrà stroncato dalla leucemia nel gennaio del 1952 a soli 32 anni.

“Casa d’altri” ci racconta in maniera struggente l’ultimo periodo di sacerdozio di un anziano prete di montagna, che da giovane veniva chiamato “Doctor Ironicus” per la sua sottile intelligenza, ma che col passare del tempo è divenuto un “Prete da sagre”, abituato a vivere fra rocce e case diroccate dove la vita è molto dura e povera. Un giorno l’anziano prete scorge una “vecchia” che sola lava i panni nel ruscello ai piedi del paese.

Preso da una inspiegabile curiosità il prelato chiede informazioni e viene a sapere che l’anziana, che si chiama Zelinda, ha circa sessant’anni e vive da sola in un rudere nei dintorni. Ogni giorno macina a piedi svariati chilometri per lavare a pagamento i panni e poi torna a casa. L’unica compagna che ha nella vita è una vecchia capra che si porta appresso legata con una corda.

L’uomo poco dopo, inaspettatamente, viene avvicinato da Zelinda che, non senza difficoltà, gli pone una domanda cruciale e al tempo stesso ingenua alla quale il prelato però, per la prima volta nella sua vita, non ha il coraggio di rispondere. “Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo”, la definisce lo stesso protagonista, ma in realtà una delle vette più alte della letteratura del nostro Novecento.

Gli altri racconti contenuti nel volume sono: “Alla giornata”, “Una fasciatura ben fatta”, “L’aria della sera”, il bellissimo “Elegia alla signora Nodier”, il malinconico “Due vecchi” e “Un minuto così”, oltre alla prefazione a “Nostro lunedì” in cui Comparoni dichiara i suoi principi di scrittore e lettore.

Quasi tutti i racconti sono permeati e intrisi della tragedia della guerra, alla quale lo stesso autore prese parte e in qualità di ufficiale ebbe anche un ruolo di rilievo. Finì poi prigioniero in un campo inglese alla falde dell’Himalaya dal quale tornò, come tutti, profondamente turbato e cambiato. E i suoi sono i racconti di una generazione spezzata dal conflitto mondiale per la quale nulla sarà mai più come prima.

Comparoni per vivere insegnava lettere nelle scuole superiori reggiane e contemporaneamente aveva molti contatti stretti con altri scrittori, editori e critici anche se molti dei quali li considerava “Sottufficiali della cultura anche loro”.

“Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa” scrive nella prefazione a “Nostro lunedì”. Il poeta Attilio Bertolucci, padre del regista Bernardo, scrisse di Comparoni: “La sua figura dolce e fiera, sognatrice e temeraria è rimasta a turbare la coscienza di quanti credono in una letteratura non effimera”.

Nel 1954 Giorgio Bassani scrive l’adattamento del racconto “Casa d’altri” che Alessandro Blasetti dirige inserendolo nel film “Tempi nostri – Zibaldone n.2”. La potenza narrativa rimane fedele a quella del racconto di Comparoni, ma per ovvie ragioni politiche e sociali legate al periodo irrequieto della nostra Repubblica in cui il film approda nelle sale, Bassani e Blasetti ne cambiano leggermente il finale.

Da leggere, assolutamente.

“Ai confini della realtà” di John Landis, Steven Spielberg, George Miller e Joe Dante

(USA, 1983)

Un’intera generazione di cineasti americani – e non solo, parliamo anche di scrittori, come il Re Stephen King, tanto per citarne uno – è stata influenzata in maniera determinante da quella che molti, me per primo, considerano una delle serie televisive migliori di sempre: “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling nel 1959 e andata in onda per quattro indimenticabili stagioni fino al 1964.

Così, agli inizi degli anni Ottanta, la nuova Hollywood decide di rendergli omaggio riportando e riadattando al cinema tre degli episodi più famosi. A prendere in mano l’idea è John Landis, reduce di gradi successi al botteghino come “Animal House“, “Un lupo mannaro americano a Londra”, “The Blues Brothers” o “Una poltrona per due“.

Nel progetto, sia come regista che come produttore, viene coinvolto anche l’amico Steven Spielberg – che proprio in “The Blue Brothers” aveva fatto un piccolo cameo – che sceglie di dirigere il segmento “Calcia il barattolo”, il cui episodio originale andò in onda nel 1962. Gli altri registi sono Joe Dante che dirige “Un piccolo mostro” – episodio originale della terza stagione e andato in onda nel 1961- e l’australiano George Miller, reduce dal successo dei film della serie “Interceptor” con Mel Gibson, che firma “Incubo a 20.000 piedi” il cui episodio originale passò per la prima volta in televisione nel 1963 e venne diretto da un giovane Richard Donner che poi passerà al cinema dirigendo film come “Superman”, “Arma letale” e, non a caso, il mitico “I Goonies“.

Tutto il film è pregno di citazioni e riferimenti diretti alla serie originale tanto che la voce narrante – che nella serie storica apparteneva allo stesso Serling – è quella di Burgess Meredith (che molti ricorderanno per sempre come l’allenatore sordo in “Rocky”) che fu il protagonista del famosissimo episodio “Tempo di leggere”, andato in onda nel 1959.

Landis dirige il prologo e l’epilogo del film interpretati dall’amico Dan Aykroyd con un cameo di Albert Books, e scrive un nuovo e originale episodio dal titolo “Time Out”. Bill Connor (Vic Morrow) è un uomo di mezz’età deluso e incattivito dalla vita. Così una sera, in un locale seduto assieme a due suoi amici, inizia a sfogarsi col mondo diventando ferocemente razzista e prendendosela con il collega ebreo che secondo lui ha avuto la promozione al suo posto, e poi con tutte le persone di religione ebraica, con quelle di colore e con gli asiatici visto che da giovane ha servito il suo Paese in Corea contro i “musi gialli”.

Ma appena Bill esce dal locale per fumarsi una sigaretta si ritrova nella Parigi occupata dalle truppe naziste nei panni di un ebreo braccato. Quando i tedeschi lo colpiscono a morte Bill si risveglia fra le mani di feroci membri del Ku Klux Klan che lo vogliono impiccare solo perché è di colore. L’uomo riesce a fuggire ma si ritrova in una foresta del Vietnam nei panni di un vietcong, inseguito dalle truppe americane. Colpito a morte si ritrova in loop nella Parigi occupata. Il suo ultimo contatto col mondo al quale apparteneva sarà da un treno piombato, diretto ai campi di sterminio nazisti, dal quale vedrà i suoi amici cercarlo fuori dal locale.

In “Calcia il barattolo” Mr. Bloom (Scatman Crothers) propone agli altri ospiti della casa di riposo in cui vive di giocare con un barattolo nel cuore della notte. Ma solo quelli che avranno il coraggio di mettersi in gioco accettando al tempo stesso la loro età potranno davvero divertirsi…

“Un piccolo mostro” ci racconta la storia dell’insegnante Helen Foley (Kathleen Quinlan) che durante il viaggio verso la città in cui comincerà una nuova esistenza incappa nel piccolo Anthony, che la porterà a casa sua dove scoprirà un terribile segreto. Nel cast, nei panni di zio Walt, appare Kevin McCarthy, protagonista di un altro episodio storico della serie originale: “Lunga vita a Walter Jameson”, andato in onda nel marzo del 1960.

“Incubo a 20.000 piedi” ha come protagonista l’esperto programmatore di computer John Valentine (John Lithgow) che ha il terrore di volare ma che per lavoro è costretto a farlo. Cercando in ogni modo di calmarsi si mette a guardare fuori dal finestrino e scorge un essere mostruoso intento a sabotare i motori dell’aereo su cui sta volando.

Tutti e quattro gli episodi e le loro atmosfere mantengono fede allo spirito dell’opera originale di Serling e a rivederli oggi, anche a distanza di quasi quarant’anni, si prova sempre un certo gusto e piacere. Ma, purtroppo, durante la lavorazione del film si consumò un terribile e mortale incidente che influì sulla sua riuscita globale. Durante le riprese della scena finale dell’episodio “Time Out” l’elicottero che inseguiva Bill Connor nei panni di un vietcong con in braccio due piccoli vietnamiti rovinò al suolo investendo e uccidendo sul colpo Vic Morrow – padre dell’attrice Jennifer Jason Leigh – e i due attori bambini che erano con lui.

Sull’elicottero viaggiava Landis che dirigeva la scena, dando indicazioni al pilota. L’incidente, stabilirono gli inquirenti, venne causato dai numerosi fuochi d’artificio usati per riprodurre un bombardamento nella giungla, fuochi che abbagliarono il pilota facendogli perdere il controllo del mezzo.

Il processo durò circa dieci anni e ridimensionò inesorabilmente la carriera e il prestigio di Landis che molti considerarono colposamente e soprattutto moralmente responsabile in gran parte dell’accaduto. Spielberg troncò l’amicizia con lui e poi produsse da solo una serie televisiva chiaramente ispirata a quella di Serling – di cui però non possedeva i diritti – dal titolo “Storie incredibili” che andò in onda quasi in contemporanea alla nuova serie “Ai confini della realtà” prodotta dalla CBS e andata in onda dal 1985 al 1989.

Dal giorno dell’incidente e dopo l’esito dell’inchiesta, Hollywood cambiò drasticamente le normative per girare scene anche lontanamente pericolose per artisti e tecnici.

“Ho servito il re d’Inghilterra” di Bohumil Hrabal

(Edizioni e/o, 2017)

Pubblicato per la prima volta nel 1971, questo romanzo è arrivato nelle nostre librerie solo nel 1986, riscuotendo poi un notevole successo. Il suo autore Bohumil Hrabal (1914-1997) nacque a Brno in Moravia, nell’attuale Repubblica Ceca, e iniziò a scrivere già dagli anni Trenta, soprattutto poesie, e solo agli inizi degli anni Sessanta esordì come romanziere.

Nella Cecoslovacchia del primo e del secondo dopoguerra Hrabal fece numerosi mestieri fra cui il magazziniere, il birraio, l’assicuratore e il capo stazione. Questo ampio ventaglio di esperienze quotidiane influì in maniera determinante nelle sue opere. Il suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” del 1965, ambientato nella Seconda Guerra Mondiale e il cui protagonista è un giovane vice capo stazione, viene accolto anche all’estero con notevole entusiasmo e diventa un film che nel 1967 vince l’Oscar come migliore pellicola straniera. Il suo successivo romanzo “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” diventa il film pluripremiato “Allodole sul filo” diretto da Jirí Menzel nel 1969.

Nel 1971 Hrabal pubblica “Ho servito il re d’Inghilterra” che però ha una distribuzione clandestina vista la feroce censura del regime comunista che lo considera, giustamente, una tagliente critica alla società cecoslovacca contemporanea.

Jan Dite è un giovane e minuto apprendista cameriere che inizia a lavorare presso il ristorante dell’hotel Alla Città d’Oro di Praga. Il suo ruolo è del tutto marginale, ma Jan impara presto a conoscere e studiare l’umanità che passa ai tavoli che serve.

Col passare del tempo il giovane diventa sempre più bravo e scaltro, e viene assunto presso l’hotel La Quiete, un albergo più esclusivo. A fargli da mentore saranno i capo camerieri che lo dirigeranno fra cui Zdenek e il signor Skrivànek il cui blasone è rappresentato dal fatto di avere servito una volta, personalmente, il re d’Inghilterra. Il destino e la sua bravura offriranno anche a Jan un blasone altrettanto prestigioso.

Ma la storia del suo Paese influirà direttamente sulla sua vita e sulle sue aspirazioni, soprattutto con l’occupazione da parte delle truppe del III Reich della Cecoslovacchia. Jan, che frequenta Elizabetha, una maestra di ginnastica tedesca, viene cacciato dall’albergo come infame collaborazionista. Il matrimonio con la giovane “ariana” e un attento esame medico, però, lo portano a diventare un cittadino tedesco a tutti gli effetti. Il suo sogno di possedere e dirigere un albergo tutto suo diventa sempre più vicino, ma lo scoppio della guerra cambierà tutto.

A conflitto terminato a salvare Jan dalla feroce epurazione c’è Zdenek che nel frattempo è diventato un alto membro del Partito Comunista cecoslovacco. Ma le desolazione e le disparità del regime comunista non sembrano essere così lontane da quelle precedenti lo scoppio del conflitto…

Romanzo carnale e decadente che ci racconta in maniera cruda e al tempo stesso barocca una parte della società mitteleuropea che così tanta responsabilità ebbe nell’escalation che portò al secondo conflitto planetario. Ma Bohumil Hrabal ci racconta che alla tragedia della guerra ne seguì un’altra, meno sanguinaria e catastrofica forse, ma certamente profonda e incisiva soprattutto nella vita e nella cultura del suo Paese come il regime totalitario comunista.

Nel 2007, sempre il regista Jirí Menzel, realizza l’adattamento cinematografico.