“La giungla di asfalto” di William R. Burnett

(Mondadori, 1965)

Il romanzo che fonda e rappresenta perfettamente l’arte del noir americano degli anni ’40 è senza dubbio “La giungla d’asfalto” di William R. Burnett. Uscito nel 1949, questo capolavoro della letteratura criminale riesce ad amalgamare realismo crudo, tensione narrativa e una riflessione profonda sulla natura umana, il tutto senza mai perdere quel tono cupo e disilluso tipico del genere, di cui di fatto riscrive le regole.

Protagonista della vicenda è Doc Riedenschneider, un criminale brillante appena uscito di prigione con un piano perfetto per una rapina in gioielleria. Intorno a lui ruota una galleria di personaggi memorabili: ogni membro della banda è un ritratto vivido di umanità ai margini, con le proprie motivazioni, i propri sogni e le proprie debolezze. Da qui prende il via una storia dove nulla è come sembra e dove il destino gioca con le vite dei protagonisti come in una partita a scacchi già scritta.

Burnett è magistrale nel costruire i suoi personaggi: non ci sono buoni o cattivi limpidi, ma solo donne e uomini che lottano contro un sistema che li schiaccia. È impossibile non empatizzare con loro, mentre si muovono in una città ostile che li divora poco a poco. La vera protagonista è proprio la “giungla d’asfalto” del titolo: un ambiente urbano spietato dove la legge della sopravvivenza regna sovrana.

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il modo in cui Burnett tratta il tema del destino. Il piano perfetto esiste solo sulla carta: nella realtà, sono le debolezze umane, le coincidenze e l’imprevedibilità della vita a determinare il corso degli eventi. Il tono è sempre duro e realistico, eppure c’è una vena di tragedia greca che attraversa tutta la vicenda, specialmente quando i personaggi si rendono conto di essere intrappolati in un meccanismo più grande di loro.

Dal punto di vista stilistico, Burnett non ha bisogno di artifici letterari per creare tensione. La sua prosa è asciutta, precisa, chirurgica. E in questo sta la forza del romanzo: non servono fronzoli per raccontare una storia così potente e universale.

“La giungla d’asfalto” è uno di quei romanzi che, pur datati, conservano una modernità e una capacità di coinvolgere che li rendono dei classici intramontabili. Il suo realismo spietato, la sua visione cinica e la sua riflessione sulla natura umana ne fanno un’opera che merita di essere riscoperta.

Un noir che, nonostante i settantacinque anni trascorsi dalla sua pubblicazione, continua a emozionare e far riflettere. Un capolavoro da leggere o rileggere per chi ama la grande letteratura.

Nel 1950 John Huston firma il memorabile adattamento cinematografico “Giunga d’asfalto” con Sterling Hayden, Sam Jaffe e una giovane Marilyn Monroe. La pellicola, fedele allo spirito del romanzo, è considerata uno dei capolavori del cinema noir americano e ha contribuito a rendere il libro un classico immortale del genere.

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“L’inafferrabile signor Jordan” di Alexander Hall

(USA, 1941)

Se c’è un film che rappresenta perfettamente l’arte della commedia fantastica degli anni ’40, quello è “L’inafferrabile signor Jordan” di Alexander Hall. Uscito nel 1941 e tratto dalla commedia teatrale “Heaven Can Wait” di Harry Segall, questo piccolo gioiello cinematografico riesce a fondere umorismo leggero, romanticismo e una riflessione sottile su temi profondi come la vita e la morte, il tutto senza mai perdere il tono spensierato e divertente tipico delle commedie dell’epoca.

Protagonista della vicenda è Joe Pendleton, un pugile di buon cuore interpretato da Robert Montgomery. Per un errore del suo angelo custode (Edward Everett Horton, caratterista fra i preferiti del grande Ernst Lubitsch), Joe viene “prelevato” troppo presto dall’aldilà, nonostante non fosse il momento giusto per lasciare il mondo terreno. Da qui, prende il via una serie di situazioni surreali, con il Signor Jordan, interpretato da uno straordinario Claude Rains, che cerca di rimediare all’errore trovando un nuovo corpo per Joe, affinché possa continuare a vivere e realizzare il suo sogno di diventare campione del mondo dei pesi massimi.

Montgomery è perfetto nel ruolo di Joe: il suo pugile è un uomo semplice, sincero, ma anche determinato e pronto a tutto pur di ottenere ciò che desidera. È impossibile non simpatizzare con lui, mentre si trova catapultato in un mondo che non comprende, dove la logica terrena si scontra con le regole dell’aldilà. Claude Rains, con la sua eleganza e il suo fascino britannico, è il perfetto contraltare a Montgomery: il suo Signor Jordan è saggio, pacato e vagamente ironico, capace di gestire le anime con disinvoltura, ma anche con una punta di compassione per le loro vicende terrene.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è proprio il modo in cui Hall tratta il tema della morte. L’aldilà non è un luogo spaventoso o oscuro, ma una sorta di dimensione parallela dove l’anima trova una guida nel Signor Jordan. Il tono è sempre leggero, eppure c’è una malinconia sottile che attraversa tutta la vicenda, specialmente quando Joe si rende conto di quanto sia preziosa la vita e quanto sia importante vivere appieno ogni momento.

Dal punto di vista registico, Alexander Hall non ha bisogno di effetti speciali spettacolari per rappresentare il passaggio tra la vita e la morte. Tutto è reso con un’eleganza sobria, lasciando che siano gli attori e i dialoghi a creare la magia. E in questo sta la forza del film: non servono grandi artifici per raccontare una storia così umana e universale.

“L’inafferrabile signor Jordan” è uno di quei film che, pur datati, conservano una freschezza e una capacità di coinvolgere che lo rendono un classico intramontabile. Il suo umorismo garbato, la sua leggerezza e la sua riflessione sui temi del destino e della seconda possibilità ne fanno una pellicola che merita di essere riscoperta.

Una commedia che, nonostante gli oltre ottant’anni trascorsi dalla sua uscita, continua a far sorridere e riflettere, dimostrando che le storie ben raccontate, anche se calate in un contesto fantastico, hanno il potere di parlare al cuore di ogni spettatore. Un piccolo capolavoro da vedere o rivedere per chi ama le storie senza tempo.

Nel 1978 Warren Beatty, assieme a Buck Henry, dirige il remake che anche nel nostro Paese prende il titolo originale della commedia: “Il paradiso può attendere”. Scritto dallo stesso Beatty assieme ad Elaine May, nel cast spiccano lo stesso regista nei panni di Joe Pendleton – che però è un giocatore di football e non un boxer -, James Mason che impersona il signor Jordan e Julie Christie.

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“Il mistero di Sleepy Hollow” di Tim Burton

(USA, 1999)

Quando si pensa a Tim Burton, il pensiero va immediatamente a un mondo fatto di atmosfere gotiche, personaggi stralunati e scenografie che sembrano provenire direttamente da un incubo. E con “Il mistero di Sleepy Hollow”, il regista statunitense non fa eccezione, portando sul grande schermo una rivisitazione personale e affascinante della celebre novella “La leggenda di Sleepy Hollow” di Washington Irving, fra i pilastri fondanti della cultura americana.

Il film, ambientato alla fine del Settecento, segue le indagini di Ichabod Crane, un investigatore proveniente dalla città di New York e interpretato da Johnny Depp, inviato nel villaggio di Sleepy Hollow per fare luce su una serie di omicidi cruenti e misteriosi. La leggenda locale parla di un terribile Cavaliere senza testa che terrorizza il villaggio, e Ichabod, con il suo spirito scientifico e razionalista, si trova presto a dover fare i conti con una realtà molto più oscura e pericolosa di quanto si aspettasse.

Dal punto di vista visivo, Burton è come sempre impeccabile. Ogni fotogramma è un capolavoro di composizione, con colori desaturati e un uso sapiente delle ombre che creano un’atmosfera sinistra e onirica. Il villaggio di Sleepy Hollow sembra un luogo sospeso nel tempo, intrappolato in una nebbia eterna, popolato da figure che sembrano uscite da un incubo, e non si può non apprezzare la cura maniacale con cui il regista costruisce questo mondo.

Johnny Depp, con la sua tipica vena eccentrica, dà vita a un Ichabod Crane un po’ goffo, ma al tempo stesso intelligente e determinato, un personaggio che si muove con difficoltà tra il mondo della scienza e quello della superstizione. Il suo viaggio nel cuore oscuro del villaggio lo costringe a mettere in discussione le sue convinzioni più profonde, in una sorta di metafora dell’eterna lotta tra ragione e irrazionalità, tipica della poetica burtoniana. Lo stesso Depp, in una intervista, ha dichiarato di essersi ispirato a tre grandi attori per incarnare il detective: Roddy McDowall, Angela Lansbury e Basil Rahtbone.

Se il primo è stato uno dei più famosi caratteristi americani del grande e del piccolo schermo a partire dagli anni Quaranta e fino alla sua morte avvenuta nel 1998, gli altri due hanno impersonato, con grande successo, per la televisione Lansbury e per il cinema Rathbone, due fra i più iconici investigatori di sempre: Jessica Fletcher e Sherlock Holmes.

Non si può poi non menzionare il Cavaliere senza testa, interpretato con grande carisma da Christopher Walken, che, pur apparendo relativamente poco, lascia un’impronta indelebile. La sua figura, così come rappresentata nel film, è al contempo minacciosa e tragica, incarnando perfettamente il concetto di vendetta che non conosce pace. Come lo stesso Walken ha ricordato in più di un’occasione, in questa pellicola, nonostante la lunga carriera, ha girato la sua prima scena con un bacio …molto particolare, ma sempre bacio.

Tuttavia, nonostante la magnificenza visiva e le performance attoriali di alto livello, la sceneggiatura a volte sembra cedere il passo all’estetica, rallentando forse il ritmo e privando la trama, a tratti, di quella ficcante tensione narrativa che ci si aspetterebbe da un thriller gotico.

Ma queste piccole imperfezioni non tolgono nulla al valore complessivo dell’opera. “Il mistero di Sleepy Hollow” rimane uno dei film più rappresentativi della filmografia di Tim Burton, un racconto oscuro che mescola sapientemente horror e ironia, con un occhio sempre attento alla dimensione visiva. È un film che non si dimentica facilmente, capace di trasportare lo spettatore in un mondo lontano e misterioso, dove la linea tra il sogno e l’incubo è labile, e dove l’oscurità sembra avere sempre l’ultima parola.

Un’opera da vedere e rivedere, soprattutto per chi ama perdersi nelle atmosfere gotiche e nelle inquietudini che Tim Burton sa così bene rappresentare.

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“Conversazioni su di me e tutto il resto” di Woody Allen con Eric Lax 

(La Nave di Teseo, 2024)

Con “Conversazioni su di me e tutto il resto”, il grande regista, sceneggiatore e attore Woody Allen apre una finestra sulla sua vita e la sua carriera, offrendoci uno sguardo unico e intimo sui suoi pensieri più personali. In questo libro, frutto di un lungo dialogo – durato circa trent’anni – con il suo amico e biografo Eric Lax, Allen racconta con il suo stile inconfondibile, fatto di ironia e sagacia, le esperienze che lo hanno formato come artista e come uomo.

Il libro, strutturato come una serie di conversazioni, si sviluppa in un tono colloquiale e rilassato, dove Allen ripercorre la sua carriera dagli inizi come scrittore di battute per programmi televisivi fino a diventare una delle voci più riconoscibili e rispettate del cinema mondiale. Ciò che emerge è un ritratto complesso di un uomo perennemente in bilico tra il desiderio di fare cinema d’autore e la consapevolezza del suo status di intrattenitore.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è la schiettezza con cui Allen parla del suo lavoro. Lungi dall’idealizzare la creazione artistica, l’autore si confessa insoddisfatto di molti dei suoi film, sottolineando quanto spesso i risultati sullo schermo non corrispondano alle sue intenzioni originali. È una riflessione affascinante, che ci permette di vedere oltre la superficie dell’artista apparentemente sicuro di sé, rivelando un uomo che, come tutti, lotta contro le proprie insicurezze.

Allen parla anche dei suoi idoli cinematografici e delle influenze che hanno plasmato la sua visione. Le pagine dedicate ai suoi amori cinematografici, da Ingmar Bergman a Federico Fellini, sono un atto d’amore per il cinema d’autore europeo, che ha profondamente segnato il suo stile e la sua poetica. Non manca, inoltre, l’autoironia: Allen scherza su alcuni dei suoi film meno riusciti, accettando con umorismo anche i flop al botteghino, così come si stupisce del grande successo di altri, come “Io e Annie”, “Manhattan” e “Match Point”.

Eric Lax, che lo conosce da anni, guida la conversazione con intelligenza, riuscendo a far emergere non solo la figura dell’artista, ma anche quella dell’uomo dietro la cinepresa. Le riflessioni sulla vita, la morte, l’amore e la ricerca di senso, temi centrali nei film di Allen, qui vengono esplorati in maniera più diretta, con una sincerità che sorprende.

Non mancano, ovviamente, i riferimenti alla travagliata vita personale di Allen, in particolare alle controversie che hanno segnato la sua vita privata negli ultimi decenni. Senza mai scendere nel sensazionalismo, il regista spiega schiettamente la sua versione dei fatti, mantenendo sempre quel tono disincantato che lo caratterizza.

“Conversazioni su di me e tutto il resto” non è solo un libro per appassionati di Woody Allen, ma anche un’opera che offre una visione unica sul processo creativo e sulle sfide che affronta un autore nel corso della sua carriera. È una lettura scorrevole, ricca di aneddoti divertenti e momenti di riflessione più profondi, che dipinge il ritratto di un uomo complesso, che con umorismo e intelligenza continua a interrogarsi su se stesso, sul mondo e, soprattutto, sul suo inspiegabile – …a suo modo di vedere – successo.

In definitiva, il libro è una deliziosa immersione nel mondo di Woody Allen, tra cinema, vita e riflessioni personali. Perfetto per chi è incuriosito dall’artista e dalla sua visione del mondo, ma anche per chi vuole capire di più su cosa significhi creare un film con tutte le incertezze e le frustrazioni che ne derivano. Una lettura che scorre veloce, ma lascia spazio per pensare a lungo dopo averla finita.

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“Infedelmente tua” di Preston Sturges

(USA, 1948)

Quando si parla di Preston Sturges, si tocca una delle vette più alte della commedia americana del cinema classico perché, non a caso, è stato il primo grande sceneggiatore di Hollywood a passare direttamente dietro la macchina da presa. Con il suo stile inconfondibile, caratterizzato da dialoghi brillanti, personaggi esuberanti e trame che oscillano tra il comico e il surreale, Sturges ha firmato alcune delle pellicole più originali e spiazzanti degli anni Quaranta. E “Infedelmente tua”, realizzato nel 1948, non fa eccezione.

Il film racconta la storia di Alfred de Carter, un celebre direttore d’orchestra inglese interpretato da un magnifico Rex Harrison, che si trova travolto da una gelosia devastante verso la giovane e affascinante moglie Daphne (Linda Darnell). Il tarlo della gelosia nasce da un sospetto instillato da un investigatore privato, ma la grande trovata di Sturges sta nel trasformare questo classico spunto drammatico in una commedia sofisticata e a tratti geniale.

Alfred, durante un’esecuzione musicale, inizia a fantasticare su tre diversi modi di vendicarsi della presunta infedeltà della moglie. Ogni fantasia si sviluppa durante l’esecuzione di un pezzo musicale, e qui Sturges mostra tutto il suo talento nel fondere immaginazione e realtà, trasformando la musica in un pretesto per svelare la follia dei pensieri del protagonista. Harrison, con la sua eleganza innata e il suo sottile umorismo britannico, è perfetto nel dare vita a un uomo che si destreggia tra il contegno formale e l’assurdità dei suoi piani vendicativi.

Ma come spesso accade nelle commedie di Sturges, niente va come previsto. Ogni piano ideato da Alfred si rivela un disastro totale, esponendo la goffaggine della natura umana e ridicolizzando l’ossessione della gelosia. Ed è proprio questo l’aspetto più affascinante del film: sotto la patina di commedia leggera si nasconde una riflessione più profonda sui limiti dell’immaginazione e sulle trappole mentali in cui spesso ci cacciamo.

Nonostante il film non ebbe un grande successo al botteghino alla sua uscita, “Infedelmente tua” è una delle opere più raffinate e sottili di Sturges. Il suo humor nero e il suo modo di giocare con le aspettative dello spettatore lo rendono ancora oggi una commedia che, per chi ama il genere, merita di essere riscoperta.

Rex Harrison, che poi avrebbe vinto l’Oscar per la sua interpretazione in “My Fair Lady” di George Cukor, dimostra qui tutta la sua classe, passando con disinvoltura da momenti di intensa gravità a situazioni di puro slapstick. E Linda Darnell, con il suo fascino enigmatico, aggiunge una dimensione ulteriore al mistero che circonda la sua presunta infedeltà.

“Infedelmente tua” è una di quelle pellicole che non ti aspetti: una commedia brillante e sofisticata che, sotto la superficie, racconta con intelligenza e umorismo la fragilità delle relazioni umane. Sturges, ancora una volta, riesce a orchestrare una sinfonia perfetta di risate e riflessioni.

Un film da vedere e apprezzare, soprattutto per chi è alla ricerca di una commedia che non si limita a far sorridere, ma che sa anche far pensare.

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 “Ombre e nebbia” di Woody Allen

(USA, 1991)

Con “Ombre e nebbia” Woody Allen ci porta in un territorio inusuale per il suo stile, ma non per il suo spirito irrequieto e curioso. Questo film del 1991, girato interamente in un bianco e nero meravigliosamente espressionista, è una sorta di omaggio al genio di Franz Kafka e al cinema muto, ai thriller noir degli anni ’30 e a quel mondo visionario che registi come Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau hanno saputo creare. Per girarlo, la produzione ha realizzato un set di oltre 2.000 metri quadrati, uno dei più grandi mai creati a New York.

Tratto dal racconto “Morte” che lo stesso Allen pubblicò nel 1972 nella raccolta “Citarsi addosso” – poi ripubblicata nel nostro Paese col titolo “Senza piume” nel 2023 – la trama del film segue Kleinman, interpretato dallo stesso Allen, un uomo qualsiasi che si trova, suo malgrado, coinvolto in una caccia a un misterioso assassino che terrorizza una città avvolta dalla nebbia. Sembra quasi una fiaba, ma di quelle oscure, dove il protagonista si muove senza una vera direzione, perso in un mondo popolato da figure eccentriche, tutte in qualche modo distaccate dalla realtà. La caccia all’assassino, in fondo, è solo una scusa per esplorare i grandi temi che Allen ama affrontare: la paura, l’incertezza, il significato (…o la mancanza di significato) dell’esistenza.

L’atmosfera onirica è resa perfettamente grazie a una regia che non ha paura di prendersi i suoi tempi e un cast di altissimo livello: oltre a Mia Farrow, ci sono John Malkovich, Jodie Foster, Kathy Bates, John C. Reilly, Madonna e tanti altri come John Cusack, che poi interpreterà il delizioso “Pallottole su Broadway” diretto dallo stesso Allen nel 1995. Ognuno dei personaggi interpreta una piccola parte di questo strano mosaico umano. Ciascuno è alla ricerca di qualcosa, e come spesso accade nei film di Allen, alla fine non trovano molto, se non ulteriori domande.

“Ombre e nebbia” è un film che non offre risposte semplici né confortanti. È un’opera che ti lascia con la sensazione che tutto sia effimero e fugace, come la nebbia che copre e scopre le strade della città senza nome, fotografata superbamente da Carlo Di Palma. Allen non ci risparmia il suo umorismo sottile e intellettuale, ma qui è più cupo, quasi cinico, come se volesse ricordarci che la vita, alla fine, è solo una lunga serie di tentativi di sfuggire alle nostre paure.

Non è un film facile o convenzionale. Chi ama il Woody Allen più leggero e spensierato, quello delle commedie romantiche o dei dialoghi fulminanti, potrebbe trovare questo lavoro troppo distante dai suoi gusti. Ma per chi è disposto a seguire Allen in questa incursione nel crepuscolo, “Ombre e nebbia” è un’esperienza affascinante, che riflette sul cinema, sulla filosofia e sulla nostra fragile condizione umana.

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“La voce della tortora” di Irving Rapper

(USA, 1948)

Tratto dall’omonima commedia teatrale di John Van Druten (i cui diritti la produzione, visto il successo a Broadway, pagò ben 500.000 dollari) “La voce della tortora”, diretto da Irving Rapper, è una leggera e piacevole commedia romantica che si inserisce perfettamente nella Hollywood del dopoguerra. Con protagonisti Eleanor Parker e Ronald Reagan, il film riesce a intrattenere e divertire, ma è Eve Arden a rubare la scena con una performance brillante e irresistibile.

New York, 1945, la guerra in Europa, come l’inverno, sembra non finire più. Sally Middleton (Eleanor Parker), un’attrice di New York delusa dall’amore, accetta di ospitare per un weekend il sergente Bill Page (Ronald Reagan), rimasto senza appuntamento dopo essere stato scaricato all’ultimo minuto da Olive, amica e collega di palcoscenico della stessa Sally. Tra incomprensioni, battute romantiche e momenti di tenerezza, il legame tra i due protagonisti cresce lentamente, ma ciò che realmente dà al film la sua energia è la presenza di Eve Arden nei panni di Olive Lashbrooke, l’amica sarcastica e cinica della protagonista.

Arden, con il suo inimitabile tempismo comico, riesce a far risaltare ogni battuta che le viene affidata. Il suo personaggio è la perfetta incarnazione della sagacia disincantata: ogni suo commento è una freccia lanciata con precisione contro le ingenuità romantiche di Sally e le goffaggini di Bill. È lei, con il suo cinismo e la sua ironia, a bilanciare i toni dolci e sentimentali del film, evitando che scivoli nel melenso. In un’epoca in cui le spalle comiche femminili erano spesso relegate a ruoli minori, Eve Arden dimostra tutto il suo talento, trasformando Olive in un personaggio che resta impresso nella memoria dello spettatore.

La sua interpretazione è brillante, leggera ma al tempo stesso incisiva, e rende evidente come il talento di Arden sia stato spesso sottovalutato. Mentre Eleanor Parker e Ronald Reagan portano avanti la trama principale con grazia e dolcezza, è la saggezza cinica e divertente di Arden a dare alla pellicola un sapore unico, facendoci sorridere e ridere di cuore.

Irving Rapper (che all’inizio aveva cercato di scritturare Cary Grant per la parte di Bill e che era restio alla scelta di Reagan che reputava un attore mediocre), regista dallo stile sobrio e funzionale, lascia giustamente spazio ai suoi attori, permettendo loro di brillare nei rispettivi ruoli. Ma se Parker e Reagan seguono un percorso prevedibile e ben battuto nella commedia romantica classica, Arden si muove su un altro livello, con un’energia e un’intelligenza che elevano ogni scena in cui compare. Le generazioni successive, come la mia, possono apprezzare la Arden anche in pellicole più recenti, come l’intramontabile “Grease”, in cui l’attrice interpreta la professoressa McGee, la preside della Rydell High School.

In conclusione, “La voce della tortora” è una commedia piacevole, che scorre via in maniera leggera, senza troppe pretese. Ma se c’è un motivo per cui vale davvero la pena guardarlo, questo è senza dubbio la straordinaria interpretazione di Eve Arden – attrice molto amata da Woody Allen che considera questa pellicola una delle sue preferita del tempo – che con il suo sarcasmo arguto e la sua presenza scenica magnetica riesce a trasformare un film altrimenti ordinario in una piccola gemma di intrattenimento.

Nella nostra versione, fatta quando la pellicola uscì nella nostre sale, da ricordare l’immortale Rina Morelli che dona la voce a Eleanor Parker e Clelia Bernacchi a Eve Arden.

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“Happiness” di Todd Solondz

(USA, 1998)

Todd Solondz non è certo un regista che gira intorno alle cose. Anzi, le affronta di petto e lo fa sempre senza paura di sporcarsi le mani, anzi, le sprofonda direttamente nel fango dell’animo umano. “Happiness”, il suo terzo lungometraggio, non fa eccezione, ed è forse il film che più di tutti ha segnato la sua carriera. Un’opera che ha fatto discutere e continua a dividere, grazie (o a causa) della sua capacità di portare sullo schermo le parti più nascoste e inquietanti della società americana, e non solo.

La storia ruota attorno alla famiglia Jordan, il cui patriarca è Lenny (interpretato fa Ben Gazzara) sposato da molti decenni con Mona (Louise Lasser). Le loro tre figlie Trish, Helen e Joy sono l’emblema di un’apparente normalità che nasconde profondi abissi emotivi e segreti inconfessabili. La bella e ricca Helen (Lara Flynn Boyle), scrittrice di successo, è intrappolata in una vita in cui tutto le sembra troppo facile e banale. Sua sorella minore Joy (Jane Adams), invece, è l’eterna perdente, una donna fragile e insicura alla ricerca di un posto nel mondo, che sembra sfuggirle ogni volta che pensa di averlo trovato.

Ma se i drammi di queste due sorelle già mettono in evidenza le contraddizioni della vita borghese, è con i personaggi maschili che Solondz spinge davvero sull’acceleratore. Allen (un grande Philip Seymour Hoffman) è un uomo solitario e socialmente inetto, ossessionato da fantasie sessuali che lo rendono incapace di qualsiasi forma di interazione normale con l’altro sesso. L’altro volto oscuro è Bill (Dylan Baker), marito di Trish (Cynthia Stevenson) padre di famiglia e stimato psichiatra, che nasconde terribili pulsioni dietro la sua facciata rispettabile.

Ciò che colpisce di “Happiness” è come Solondz riesca a trattare temi tabù – la pedofilia, la perversione sessuale, la solitudine e l’alienazione – senza mai cedere alla provocazione fine a se stessa o alla morbosità gratuita. Ogni personaggio, per quanto moralmente discutibile o repellente, è tratteggiato con una tale umanità che diventa difficile giudicarlo con superficialità. Anzi, il regista ci obbliga a guardarli da vicino, costringendoci a confrontarci con le nostre stesse ipocrisie e debolezze.

Il cast è straordinario: Lara Flynn Boyle è perfetta nel ruolo della glaciale Helen, mentre Philip Seymour Hoffman regala una delle sue interpretazioni più intense e scomode, così come sono taglienti i dialoghi fra Lenny e Mona che si ritrovano sull’orlo del divorzio. Ma è Dylan Baker a sorprendere: il suo Bill è un personaggio che lascia un segno indelebile, grazie alla sua capacità di incarnare il male più subdolo sotto le sembianze della normalità quotidiana.

Nonostante la durezza dei temi trattati, Solondz mantiene uno stile narrativo asciutto e freddo, alternando momenti di crudo realismo a sprazzi di humor nero, talmente sottile da risultare quasi impercettibile. È proprio questa miscela a rendere “Happiness” un film così disturbante: lo spettatore si ritrova a ridere di situazioni tragiche o a sentirsi a disagio di fronte a scene che normalmente dovrebbe rifiutare senza esitazione.

Non è un film per tutti. Solondz non fa sconti, non offre redenzione o vie d’uscita. Chi guarda “Happiness” deve essere disposto a confrontarsi con una visione del mondo che mette a nudo le peggiori fragilità umane. Ma per chi è disposto a intraprendere questo viaggio scomodo, il film regala una riflessione profonda e sconvolgente sulla natura della felicità e sul prezzo che siamo disposti a pagare per ottenerla.

Un’opera d’arte nel vero senso del termine, che non lascia indifferenti e che, a più di vent’anni dalla sua uscita, continua a essere un punto di riferimento per il cinema indipendente e per tutti coloro che cercano qualcosa di più di una semplice evasione dalla realtà. Da ricordare anche la colonna sonora, curata da Robby Kondor, che volutamente commenta le scene con musica opposta agli eventi e alle emozioni che provano i personaggi.

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“Una relazione privata” di Frédéric Fonteyne

(Francia/Svizzera/Belgio/Lussemburgo, 1999)

Se una volta tanto i distributori italiani ci hanno azzeccato con il titolo del film, qualcosa vorrà pur dire.

Il regista belga Frédéric Fonteyne, infatti, con questa pellicola del 1999 – il cui titolo originale è “Une liaison pornographique”, dove il pornografico è intenso come qualcosa di intimo che viene reso pubblico – ci racconta la storia fra un uomo e una donna, entrambi senza nome, che si incontrano per dare vita a una relazione puramente fisica, senza coinvolgimenti emotivi né complicazioni sentimentali. Almeno nelle loro intenzioni.

Interpretati magistralmente da Nathalie Baye (attrice di vari film del maestro François Truffaut come “Effetto notte”, “L’uomo che amava le donne” e “La camera verde”) e Sergi López (che poi vestirà i panni del crudele e sanguinario capitano Vidal nello struggente “Il labirinto del fauno” di Guillermo Del Toro) i due protagonisti si sono conosciuti tramite un annuncio e hanno stabilito delle regole ferree per il loro rapporto: nessun contatto al di fuori delle loro “sessioni” e nessuna curiosità sulle rispettive vite private. Ma, come sappiamo, mettere delle barriere ai sentimenti, quelli veri, è spesso un’impresa vana e fuori da ogni possibilità umana.

La storia è raccontata in modo singolare: il film alterna le scene del loro rapporto clandestino a interviste postume dei due protagonisti, che rivelano il loro punto di vista sugli eventi, dopo che la relazione è ormai giunta al termine. Questo espediente non solo aggiunge una dimensione riflessiva alla narrazione, ma ci permette anche di conoscere a fondo i pensieri più intimi dei due, che forse non avrebbero mai osato confessare l’una all’altro.

Fonteyne riesce, con una regia asciutta e mai invadente, a costruire un racconto dove il non detto ha lo stesso peso delle parole pronunciate. Le scene di intimità, sebbene presenti, non scivolano mai nel voyeurismo o nella volgarità, e sono sempre al servizio della trama e dello sviluppo psicologico dei personaggi. La camera si sofferma sui loro volti, sui gesti e sui silenzi, restituendo allo spettatore un senso di autenticità e fragilità che rende la loro storia tanto comune quanto unica.

Il film ci interroga su quanto sia possibile tenere separati i sentimenti dal desiderio fisico. I protagonisti, pur cercando di vivere una relazione priva di complicazioni emotive, scoprono che il coinvolgimento personale è inevitabile, e che il contatto fisico è spesso l’anticamera di qualcosa di più profondo e difficile da gestire.

Nathalie Baye, con la sua interpretazione misurata ma intensa, dona al suo personaggio una complessità che si svela piano piano, mentre Sergi López riesce a trasmettere con straordinaria naturalezza il conflitto interiore del suo protagonista. Entrambi si ritrovano coinvolti in una rete di sentimenti dalla quale non sanno – …e forse non vogliono – più fuggire.

“Una relazione privata”, scritto da Philippe Blasband, è un piccolo gioiello del cinema europeo, che con pochi elementi e tanta sensibilità ci racconta una storia che tocca corde profonde. Non cerca mai di sorprendere con colpi di scena o trovate narrative, ma ci avvolge lentamente in un’atmosfera intima e malinconica, dove le parole non dette pesano più di quelle pronunciate.

Un film da vedere per chi ama le storie d’amore non convenzionali e il cinema che sa indagare con discrezione nell’animo umano.

“Your Sister’s Sister” di Lynn Shelton

(USA, 2011)

Ci sono film che riescono a toccare corde profonde con una delicatezza disarmante, e “Your Sister’s Sister” di Lynn Shelton (1965-2020) è uno di questi. Questo gioiellino indipendente, infatti, dimostra come la semplicità possa essere il veicolo ideale per esplorare le complessità delle relazioni umane, attraverso una narrazione intima e autentica.

La storia ruota attorno a Jack (Mark Duplass), un uomo ancora devastato dalla recente morte del fratello. La sua migliore amica, Iris (Emily Blunt), lo convince a prendersi una pausa dalla vita quotidiana, invitandolo a trascorrere qualche giorno di isolamento nella casa di famiglia su un’isola del Pacifico nord-occidentale. Quello che dovrebbe essere un rifugio tranquillo si trasforma in qualcosa di molto diverso quando Jack scopre che la casa è già occupata dalla sorella di Iris, Hannah (Rosemarie DeWitt), che si sta riprendendo dalla fine di una lunga relazione.

L’incontro tra Jack e Hannah dà il via a una serie di eventi imprevedibili che coinvolgono segreti, rivelazioni e dinamiche familiari complesse. Il film si snoda tra momenti di intenso dramma e situazioni di sottile umorismo, mantenendo sempre una tonalità sincera e profondamente umana. Shelton, che ha anche scritto la sceneggiatura, riesce a creare personaggi incredibilmente realistici, con dialoghi che sembrano emergere spontaneamente, come conversazioni reali tra persone che conosciamo da sempre.

Uno degli aspetti più affascinanti di “Your Sister’s Sister” è la sua capacità di esplorare le sfumature dell’intimità e del legame fraterno. La relazione tra Iris e Hannah è centrale al film, e l’alchimia tra Emily Blunt e Rosemarie DeWitt è palpabile, rendendo credibile ogni interazione. La loro dinamica è complicata, a tratti conflittuale, ma sempre intrisa di un profondo affetto, che risuona con una verità universale.

Mark Duplass, con la sua interpretazione naturale e non forzata, incarna perfettamente l’antieroe moderno: imperfetto, vulnerabile e, in fin dei conti, straordinariamente umano. Jack è un personaggio con cui è facile identificarsi, qualcuno che lotta con il dolore e la confusione, ma che trova anche momenti di leggerezza e conforto nelle connessioni che stabilisce.

La regia di Shelton è discreta, quasi invisibile, lasciando che siano i personaggi e la storia a guidare l’esperienza dello spettatore. Il film è stato girato con un budget modesto e con un approccio quasi documentaristico, il che contribuisce a creare un’atmosfera intima e immediata. I paesaggi dell’isola, fotografati con una luce naturale, aggiungono un ulteriore strato di bellezza e isolamento, rispecchiando lo stato d’animo dei personaggi.

“Your Sister’s Sister” è un film che non ha bisogno di grandi colpi di scena o di effetti speciali per catturare l’attenzione. È una storia semplice ma profondamente risonante, che parla di dolore, amore, e del complicato groviglio di emozioni che spesso accompagna le nostre relazioni più strette. È un’opera che lascia spazio alla riflessione e che invita lo spettatore a confrontarsi con le proprie esperienze e i propri sentimenti.

In un’epoca in cui il cinema sembra spesso puntare su spettacoli grandiosi e trame complesse, “Your Sister’s Sister” ci ricorda che la forza di un film può risiedere nella sua semplicità e nella sua capacità di raccontare storie che toccano il cuore. Lynn Shelton, con la sua sensibilità unica, ha creato una pellicola che rimane impressa nella memoria, offrendo un’esperienza cinematografica tanto intima quanto universale. Una volta, anche la nostra cinematografia, era capace di sfornare pietre preziose a basso costo come questa.

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