“La donna della domenica” di Luigi Comencini

(Italia, 1975)

Ci sono film che non invecchiano. Non perché siano stati restaurati o rimasterizzati, non perché qualcuno li abbia spolverati e rimessi in circolazione con una bella campagna social. No, non invecchiano perché dentro hanno qualcosa che il tempo non riesce a consumare: atmosfera, classe e ironia. E soprattutto attori che quando entrano in scena fanno capire immediatamente perché il cinema esiste.

“La donna della domenica” è uno di questi film. Luigi Comencini, nel 1975, prende l’omonimo romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini – un giallo ambientato nella Torino borghese, nebbiosa ed elegantemente cinica – e ne fa qualcosa che va oltre il genere. Non è solo un thriller. È un ritratto di un’Italia che in quel momento stava cambiando pelle, con le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, i suoi salotti profumati dove sotto la lacca dei capelli e la seta degli abiti si nascondevano segreti tutt’altro che presentabili.

La storia ruota attorno a un omicidio, naturalmente. Un certo Garrone (impersonato da un bravo quanto odioso Claudio Gora) viene trovato con il cranio sfondato da un fallo di pietra, sì, avete letto bene. Questo dettaglio, che in mani meno sicure sarebbe diventato una macchietta, diventa invece la chiave di lettura di tutto: un simbolo grottesco in una commedia nera che sa essere seria quando serve e leggera quando occorre.

Marcello Mastroianni è il commissario Santamaria, un funzionario di polizia meridionale trapiantato nella Torino nebbiosa, leggermente fuori posto come un fiore di campo in un giardino all’italiana. Mastroianni fa quello che Mastroianni sa fare meglio di chiunque altro: essere completamente naturale in ogni situazione. Non recita, abita il personaggio. Santamaria è stanco ma curioso, un po’ melanconico, con quella capacità tutta sua di osservare le persone come se le capisse prima ancora che aprano bocca. È un personaggio che funziona perché Mastroianni gli dà una umanità discreta, mai sopra le righe, sempre vera.

Poi c’è lei. Jacqueline Bisset. Lì dove il film avrebbe potuto accontentarsi di una bella presenza decorativa, Bisset costruisce invece una donna ambigua, sfaccettata, capace di essere affascinante e sfuggente nello stesso respiro. Il suo personaggio, Anna Carla Dosio, appartiene a quella borghesia torinese che sorride sempre con la bocca ma non sempre con gli occhi. E Bisset questo lo sa rendere benissimo: c’è qualcosa nel modo in cui guarda, nel modo in cui tace, che racconta più di qualsiasi dialogo.

Jean-Louis Trintignant completa questo triumvirato con la precisione di un orologio svizzero. Il suo Massimo Campi è un personaggio che gioca a fare il dandy disinvolto, ma sotto la superficie liscia nasconde qualcosa di più complesso e inquieto. Trintignant è uno di quegli attori che riesce a comunicare mille cose tenendo il viso quasi immobile: lavora per sottrazione, toglie invece di aggiungere, e il risultato è una presenza scenica che rimane impressa anche nelle scene in cui dice poco o nulla.

Ma c’è un quarto protagonista in questo film, e non compare nei titoli di testa: la città. Torino, con i suoi portici lunghi come pensieri, i suoi palazzi che sembrano tenere il segreto come un’abitudine ancestrale, i suoi viali dove la nebbia non è mai solo meteorologica. Comencini la fotografa con affetto e distanza insieme, come si guarda una persona cara di cui non ci si fida del tutto.

E poi, come un filo d’oro che attraversa tutto, c’è la colonna sonora di Ennio Morricone. Non quella fragorosa dei western, non quella che ti entra nelle orecchie e non se ne va più. Qui il Maestro sceglie toni più sospesi, eleganti, quasi rarefatti. Una musica che accompagna senza sopraffare, che sottolinea senza spiegare, che lascia allo spettatore lo spazio per sentire. Come sempre, Morricone capisce prima degli altri di cosa ha bisogno il film. E glielo dà.

“La donna della domenica” è un film che merita di essere (ri)scoperto. Per la storia gialla ben congegnata, per l’ironia pungente che scorre sotto ogni scena come un fiume sotterraneo, per la regia di Comencini che non spreca mai un’inquadratura. Ma soprattutto per quei tre interpreti straordinari che si muovono sullo schermo come sanno fare solo i grandissimi: senza sforzo apparente, con quella grazia che è la firma inconfondibile del talento vero.

C’è un momento, verso la fine, in cui tutto si chiarisce. E in quel momento si capisce perché questo film, oltre cinquant’anni dopo, non ha perso un grammo della sua attualità e della sua eleganza.

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“Diabolik” di Mario Bava

(Italia/Francia, 1968)

Ci sono registi che, pur lavorando con mezzi limitati, riescono a trasformare ogni scena in un’opera d’arte, spingendo i confini del possibile con l’immaginazione e l’ingegno. Mario Bava è senza dubbio uno di questi, e il suo Diabolik del 1968 è la prova tangibile del suo straordinario talento visionario.

Adattare un fenomeno di culto come il fumetto di Diabolik, nato dalla brillante intuizione delle sorelle Angela e Luciana Giussani, era una sfida tutt’altro che semplice. Bava, però, non si limita a tradurre le vignette sul grande schermo: le reinventa, le rielabora, le immerge in un universo visivo ipnotico che, ancora oggi, lascia a bocca aperta, trasformando ogni scena in un tripudio di colori e forme, costruendo un mondo che sembra uscito da un sogno a occhi aperti.

Bava riesce a catturare il fascino oscuro del personaggio senza snaturarlo, regalandoci un Diabolik che è tanto affascinante quanto inquietante, un eroe-antieroe che non cerca mai di piacere, ma che ci conquista comunque. E poi c’è lui, John Phillip Law, perfetto nel ruolo del glaciale Diabolik. Con quello sguardo magnetico e i suoi movimenti felini, incarna alla perfezione il ladro mascherato che ha conquistato generazioni di lettori. Al suo fianco, Marisa Mell è un’Eva Kant impeccabile: seducente, elegante e, soprattutto, complice perfetta del nostro antieroe. Il loro rapporto, basato su un’intesa assoluta, è uno degli elementi più riusciti del film.

Un insolito Michel Piccoli veste i panni dell’ispettore Ginko, doppiato da un grande e volitivo Gigi Proietti. Nel cast, anche se in ruoli secondari che però sanno rendere davvero indimenticabili: Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer e Terry Thomas.

Il film si muove tra scenografie pop e psichedeliche, con un uso magistrale dei colori saturi e dei contrasti. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, ogni movimento della macchina da presa è pensato per amplificare la sensazione di trovarsi dentro una vignetta vivente. Ma la vera magia sta nel fatto che tutto questo non sembra mai artificioso: è naturale, fluido, coinvolgente.

Ma un’opera come questa non sarebbe completa senza la colonna sonora di Ennio Morricone. Le sue musiche accompagnano ogni scena con una precisione millimetrica, sottolineando i momenti di tensione, azione e ironia. È un matrimonio perfetto tra suono e immagine, che rende il film ancora più affascinante.

Guardare Diabolik oggi significa immergersi in un’esperienza visiva che non ha perso nulla del suo fascino. È un viaggio nell’immaginazione di Mario Bava, un regista che ha saputo anticipare i tempi e dimostrare che la vera arte non ha bisogno di grandi budget, ma solo di una visione chiara e coraggiosa.

Un film imprescindibile per chiunque ami il cinema e la capacità di osare di chi sa trasformare una storia in mito.

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“Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli

(Italia, 1961)

Questa commedia fantasy racchiude alcuni fra i più importanti pilastri del nostro grande cinema. Il soggetto, infatti, è firmato dal padre del nostro Neorealismo: Sergio Amidei, mentre la sceneggiatura è scritta da mostri sacri come Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Ettore Scola e lo stesso Antonio Pietrangeli, che poi lo dirige.

Per non parlare degli interpreti, fra cui spiccano un fascinosissimo Marcello Mastroianni, un grande Eduardo De Filippo e un coriaceo Vittorio Gassman. Da ricordare anche i bravissimi Tino Buazzelli (purtroppo doppiato), Claudio Gora che incarna sempre superbamente l’antipatico per eccellenza, e Lilla Brignone in quello struggente di Regina.

Il genere fantasy, nel nostro Paese e in quegli anni, aveva un ambito alquanto ristretto e poco seguito (“Omicron” diretto da Ugo Gregoretti nel 1963, è forse l’unico esempio del genere che ebbe un certo riscontro di pubblico e critica). Così questo film, dopo l’uscita nelle sale, venne rapidamente – e ingiustamente – dimenticato. Ma ancora oggi rappresenta uno dei picchi della nostra grande commedia.

Anche nella struttura “Fantasmi a Roma” si distingue dal genere classico. Infatti, il suo protagonista scompare a metà del film, per riapparire solo marginalmente alla fine. Fra i pochissimi altri esempi riusciti con una dinamica simile c’è “Psyco” del maestro Hitchcock, tanto per dire.

Ma tornando alla pellicola di Pietrangeli, ancora oggi seguiamo con trasporto e nostalgia la vita grama che conduce Don Annibale (De Filippo), principe di Roviano, che pur di non vendere l’antico palazzo di famiglia soffre la fame e il freddo. Così come assistiamo al salvataggio dello stesso storico edificio e dei fantasmi che lo abitano dalle scellerate ambizioni dell’ultimo erede Federico (Mastroianni, in uno dei suoi tre ruoli).

Poco è cambiato nella nostra mentalità, che aspira ad ottenere la vil pecunia nel modo più rapido e becero possibile. Peccato che Pietrangeli scomparve prematuramente solo pochi anni dopo, senza avere il tempo di donarci altri grandi film come questo o come “Adua e le compagne” o “Io la conoscevo bene”.

“I giovedì della signora Giulia” di Paolo Nuzzi e Massimo Scaglione

(Italia, 1970)

Chiamatemi pure un nostalgico del bianco e nero (anche se questo nello specifico è a colori), ma mi fanno impazzire e mi intrigano come pochi i vecchi sceneggiati della nostra – sparita e compianta – grande televisione.

Questo si ispira al romanzo omonimo di Piero Chiara – scrittore che personalmente apprezzo molto – grande narratore e castigatore dei vizi della ricca provincia italiana del nord, e ci porta nello specifico dentro la magione dell’avvocato Tommaso Esengrini (impersonato da un bravissimo e antipaticissimo Claudio Gora), che un giovedì sera chiama il suo “amico-nemico” di tribunale, l’ispettore Sciancalepre (che ha il viso del vero investigatore privato Tom Ponzi), per chiedergli un supporto morale e logistico visto che la moglie Giulia è scappata di casa.

Ricostruendo gli ultimi giorni prima della scomparsa, Sciancalepre viene a sapere che la signora era usa ogni giovedì andare a Milano per trovare la figlia adolescente, ospite di un rinomato collegio della città. E, soprattutto, l’ispettore scopre che la signora Esengrini aveva una relazione con tale Luciano Barsanti, che era pronto a iniziare una nuova vita con lei a Roma.

Ma nessuno, nemmeno lui, ha notizie della signora che alla fine viene classificata come persona scomparsa.

L’anno successivo, durante i lavori per costruire una piscina nel giardino di villa Esengrini, viene scoperto il corpo della signora Giulia all’interno di una vecchia cisterna che uno smottamento ha riportato alla luce.

L’indiziato principale del delitto diventa subito l’avvocato Esengrini, che però nega tutto portando l’attenzione del PM prima sul Barsanti e poi su Demetrio, il suo tuttofare e assistente personale di studio, abitante anche lui a Villa Esengrini e conoscente fin da bambino della signora Giulia…

La conclusione dello sceneggiato (prodotto da Pietro Germi, e si vede!) si discosta non poco da quella del romanzo – tranquilli non anticipo nessuna delle due – ma mantiene inalterata l’atmosfera cupa e inquietante dello scritto di Chiara.

Per amanti e fini intenditori.

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