“Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger

(USA, 1959)

“Anatomia di un omicidio” rappresenta un capolavoro cinematografico che supera i confini del tradizionale film giudiziario – o courtroom drama – trasformandosi in una profonda indagine psicologica e sociale. La pellicola, con la sua straordinaria capacità di analisi, scardinava nel 1959 i consolidati pregiudizi sulla violenza di genere e sul funzionamento della giustizia.

La regia di Preminger costruisce una narrazione complessa dove nulla è scontato: il processo diventa uno specchio lucido delle contraddizioni sociali, con l’avvocato Paul Biegler (James Stewart) che disseziona con precisione chirurgica ogni aspetto del caso. La vicenda ruota attorno allo stupro di Laura Manion (Lee Remick) e all’omicidio del suo presunto aggressore, tracciando un affresco impietoso dei meccanismi giudiziari.

Il processo diventa una vera e propria analisi critica dei meccanismi culturali che tendono a colpevolizzare la vittima: l’abbigliamento di Laura e i suoi atteggiamenti vengono sottoposti a un processo morale tanto quanto l’imputato per l’omicidio, suo marito Frederick Manion (Ben Gazzara).

La rappresentazione della violenza sessuale è rivoluzionaria: Laura non è né una santa né una dannata, ma una donna con le sue contraddizioni, che rifiuta di essere etichettata o ridotta a stereotipo. L’avvocato difensore Biegler utilizza una strategia difensiva che mette in discussione non solo i fatti, ma l’intera costruzione sociale intorno al concetto di stupro, dimostrando come il sistema giuridico dell’epoca fosse profondamente discriminatorio, costringendo la vittima a una seconda violenza “processuale”.

La pellicola – basata sul romanzo di Robert Traver pubblicato nel 1958 – sovverte continuamente le aspettative: le vittime non sono archetipi astratti ma esseri umani complessi, i colpevoli non sono mostri ma individui sfaccettati. Preminger rifiuta qualsiasi moralismo superficiale, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la difficile ambiguità della condizione umana. Così, anche il pubblico ministero Claude Dancer (interpretato in maniera superba e tagliente da una bravissimo George C. Scott) mostra luci e ombre sulla sua etica e sui mezzi che vuole usare pur di vincere.

La musica di Duke Ellington non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio commento sonoro che arricchisce la narrazione, introducendo sfumature di libertà interpretativa nel rigido contesto processuale. Il suo jazz diventa metafora di una verità mai definitiva, sempre in movimento.

Per la chicca: a vestire i panni del giudice che presiede il processo è il vero avvocato Joseph N. Welch che divenne famoso qualche anno prima per aver difeso numerose vittime del cosiddetto maccartismo e che durante una delle sedute presso il Senato degli Stati Uniti, zittì lo stesso senatore McCarthy.

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“La maledizione dello scorpione di giada” di Woody Allen

(USA, 2001)

Gli anni Quaranta sono stati per Woody Allen quelli dell’infanzia, che ha magnificamente raccontato nel delizioso “Radio Days“. In questa sua opera, invece, li usa come ambientazione per narrare una storia su uno degli argomenti più affascinanti ed esotici di quel momento: l’ipnotismo.

Negli anni della definitiva esplosione della jazz – musica non a caso tanto amata dallo stesso Allen – la società era incantata da alcuni sedicenti maghi che riuscivano in pochi istanti ad ipnotizzare le persone davanti a un pubblico sempre più numeroso.

Da questo spunto il genio newyorkese scrive dirige e interpreta una deliziosa pellicola in pieno stile hollywoodiano da sophisticated comedy – in cui ha brillato, per esempio, la coppia Katharine Hepburn e Cary Grant – e i cui due ingredienti principali sono l’amore e il mistero. Non è un caso, quindi, se la colonna sonora del film è centrata su alcuni pezzi storici dell’epoca fra cui “Sophisticated Lady” firmata ed eseguita da Duke Ellington, con testo di Irving Mills.

1940, CW Briggs (lo stesso Allen) è l’investigatore più esperto – …e più anziano – di una grande compagnia di assicurazioni di New York. Nonostante i suoi metodi elementari e poco ortodossi, Briggs riesce sempre a smascherare le truffe e a ritrovare i pezzi trafugati e assicurati dalla sua società.

I problemi arrivano quando Chris Magruder (Dan Aykroyd), presidente delle assicurazioni nonché figlio del fondatore, assume Betty Ann Fitzgerald (una bravissima Helen Hunt) per rinnovare e svecchiare la compagnia.

Fra Briggs e Fitzgerald scoppiano però subito delle acredini e delle scintille, e a complicare tutto ci si mette un prestigiatore che una sera, nel locale dove i due assieme a Magruder e ad altri colleghi cenano, li ipnotizza con un ciondolo di giada a forma di scorpione ordinandogli di essere per alcuni momenti due felici innamorati. Intanto, nella città che non dorme mai, iniziano ad essere messi a segno clamorosi furti che hanno come obiettivo gioielli assicurati proprio dalla compagnia di Magruder…

Deliziosa ed esilarante commedia con dei dialoghi irresistibili, grazie anche alla bravura della Hunt che riesce davvero a tenere testa ad Allen come poche altri attrici hanno saputo fare. Un grande omaggio ai film di quegli anni, su cui già calava inesorabile la terribile ombra del secondo conflitto mondiale, che con una risata riuscivano a far sopravvivere gli spettatori alla “orribile realtà”, come la chiama Briggs/Allen in una delle ultime scene.

Nel cast anche una prorompente e fascinosa Charlize Theron e Wallace Shan, quest’ultimo uno degli attori preferiti in assoluto da Allen.