“La Tosca” di Luigi Magni

(Italia, 1973)

Questa è un’opera cinematografica che rappresenta perfettamente la capacità del regista Luigi Magni di fondere storia, dramma e commedia in un equilibrio perfetto. Liberamente ispirato all’opera di Giacomo Puccini e ambientato nella Roma papale durante l’occupazione napoleonica, il film riesce a raccontare con ironia e profondità storica le vicende della cantante Floria Tosca.

Il film brilla grazie anche ad un cast eccezionale. Monica Vitti interpreta la protagonista con straordinaria luminosità e intensità emotiva, dimostrando ancora una volta la sua grande versatilità artistica. La sua Tosca è appassionata, gelosa, ma anche ironica e profondamente umana, distaccandosi dalla lettura puramente tragica del personaggio pucciniano.

Gigi Proietti, nei panni del rivoluzionario Cavaradossi, regala un’interpretazione magistrale, alternando momenti di pathos a sequenze di sottile e sornione umorismo. La sua recitazione naturale e al contempo intensa arricchisce il film di sfumature preziose.

Indimenticabile anche Vittorio Gassman nel ruolo del perfido e implacabile Scarpia, che trasforma il cattivo dell’opera in un personaggio più sfaccettato, quasi grottesco nella sua malvagità, ma al tempo stesso non privo di una certa umanità. Nel cast brillano anche Aldo Fabrizi, Fiorenzo Fiorentini e Gianni Bonagura, che alla fine del decennio successivo porterà in teatro lo splendido “I 7 Re di Roma” scritto dallo stesso Magni e interpretato splendidamente da Gigi Proietti. Godibilissimo anche il piccolo cameo di Ninetto Davoli nei panni di un porta ordini.

Luigi Magni conferma con “La Tosca” la sua maestria nel raccontare la Roma papalina con uno sguardo critico ma mai ideologico. La sua regia è essenziale ma ricca di dettagli significativi, capace di muoversi con disinvoltura tra dramma e commedia, creando un’opera che, pur ispirandosi a Puccini, trova una sua originalissima dimensione.

Le riprese nella Roma monumentale esaltano la bellezza della città eterna, trasformandola in un personaggio aggiunto che dialoga con i protagonisti. I costumi e la scenografia ricostruiscono con cura l’epoca storica, immergendo lo spettatore nell’atmosfera della Roma di inizio ‘800.

La colonna sonora firmata dal maestro Armando Trovajoli è un altro elemento fondamentale che contribuisce al successo del film. Trovajoli riesce nell’impresa di creare una partitura originale che dialoga rispettosamente con l’opera di Puccini senza mai tentare di imitarla.

I temi musicali composti da Trovajoli accompagnano perfettamente l’evoluzione narrativa, arricchendo le scene di tensione drammatica e sottolineando con grazia i momenti più leggeri. Particolarmente memorabile è il tema principale, che con le sue atmosfere malinconiche ma mai retoriche, riesce a catturare perfettamente lo spirito del film. Immortale e ormai parte integrante della storia del cinema, e non solo quello italiano, la sequenza con Proietti che canta la splendida “Nun je da retta Roma” camminando fra i muraglioni di Castel Sant’Angelo.

La scelta di inserire anche canzoni popolari romanesche contribuisce a creare quel particolare clima in bilico tra storia e leggenda che è la cifra stilistica di Magni.

“La Tosca” rappresenta uno dei vertici della filmografia di Luigi Magni e un esempio brillante di come il cinema italiano degli anni ’70 sapesse raccontare la storia con intelligenza e profondità, senza rinunciare all’intrattenimento.

La combinazione di una regia sapiente, interpretazioni straordinarie e una colonna sonora indimenticabile rende questo film un’opera che, a distanza di anni, conserva intatta la sua forza espressiva e la sua capacità di emozionare e far riflettere anche sulla società contemporanea.

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“Diabolik” di Mario Bava

(Italia/Francia, 1968)

Ci sono registi che, pur lavorando con mezzi limitati, riescono a trasformare ogni scena in un’opera d’arte, spingendo i confini del possibile con l’immaginazione e l’ingegno. Mario Bava è senza dubbio uno di questi, e il suo Diabolik del 1968 è la prova tangibile del suo straordinario talento visionario.

Adattare un fenomeno di culto come il fumetto di Diabolik, nato dalla brillante intuizione delle sorelle Angela e Luciana Giussani, era una sfida tutt’altro che semplice. Bava, però, non si limita a tradurre le vignette sul grande schermo: le reinventa, le rielabora, le immerge in un universo visivo ipnotico che, ancora oggi, lascia a bocca aperta, trasformando ogni scena in un tripudio di colori e forme, costruendo un mondo che sembra uscito da un sogno a occhi aperti.

Bava riesce a catturare il fascino oscuro del personaggio senza snaturarlo, regalandoci un Diabolik che è tanto affascinante quanto inquietante, un eroe-antieroe che non cerca mai di piacere, ma che ci conquista comunque. E poi c’è lui, John Phillip Law, perfetto nel ruolo del glaciale Diabolik. Con quello sguardo magnetico e i suoi movimenti felini, incarna alla perfezione il ladro mascherato che ha conquistato generazioni di lettori. Al suo fianco, Marisa Mell è un’Eva Kant impeccabile: seducente, elegante e, soprattutto, complice perfetta del nostro antieroe. Il loro rapporto, basato su un’intesa assoluta, è uno degli elementi più riusciti del film.

Un insolito Michel Piccoli veste i panni dell’ispettore Ginko, doppiato da un grande e volitivo Gigi Proietti. Nel cast, anche se in ruoli secondari che però sanno rendere davvero indimenticabili: Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer e Terry Thomas.

Il film si muove tra scenografie pop e psichedeliche, con un uso magistrale dei colori saturi e dei contrasti. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, ogni movimento della macchina da presa è pensato per amplificare la sensazione di trovarsi dentro una vignetta vivente. Ma la vera magia sta nel fatto che tutto questo non sembra mai artificioso: è naturale, fluido, coinvolgente.

Ma un’opera come questa non sarebbe completa senza la colonna sonora di Ennio Morricone. Le sue musiche accompagnano ogni scena con una precisione millimetrica, sottolineando i momenti di tensione, azione e ironia. È un matrimonio perfetto tra suono e immagine, che rende il film ancora più affascinante.

Guardare Diabolik oggi significa immergersi in un’esperienza visiva che non ha perso nulla del suo fascino. È un viaggio nell’immaginazione di Mario Bava, un regista che ha saputo anticipare i tempi e dimostrare che la vera arte non ha bisogno di grandi budget, ma solo di una visione chiara e coraggiosa.

Un film imprescindibile per chiunque ami il cinema e la capacità di osare di chi sa trasformare una storia in mito.

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“Gli ordini sono ordini” di Franco Giraldi

(Italia/Francia, 1972)

Tratto dall’omonimo racconto di Alberto Moravia, questo film ci racconta la storia di una donna italiana che, come tante, è ingabbiata nel suo matrimonio patriarcale.

Giorgia (Monica Vitti) è “felicemente” sposata con Amedeo (Orazio Orlando), direttore di banca. Hanno una bella casa e una routine ben stabilita dove lui esce di casa per andare in banca, e lei si occupa della casa, per poi accudirlo quando torna la sera.

Tutta l’esistenza della donna ruota intorno ai bisogni, anche quelli più banali, del marito ma lei, apparentemente, non sembra soffrirne. Un giorno, però, nella testa di Giorgia risuona una voce maschile decisa e al tempo stesso suadente, che le ordina di compiere degli atti impensabili per lei, come prendere l’auto e fermarsi sulla spiaggia per fare l’amore con un ragazzo che sta ridipingendo le cabine di uno stabilimento balneare.

Sconvolta, Giorgia torna a casa e racconta tutto a Amedeo, che però non le crede. La voce torna insistente nella sua testa e la costringe a lasciare la tanto “amata” casa. La donna torna così della madre, una delle sensali più famose della zona, che le ricorda però l’importanza del matrimonio: senza il quale una donna non ha di fatto alcuna rilevanza sociale.

Rassegnata, la donna si allontana e, mentre vaga incerta, incontra Nancy (Claudine Auger) una studiosa di tradizioni vocali che gira la regione registrando canzoni, poesie e filastrocche tradizionali. Le due decidono di convivere e Giorgia diviene la sua assistente. Casualmente le due assistono ad una performance pubblica dell’artista Mario Pasini (Gigi Proietti) di cui subito Giorgia si innamora.

La donna decide così di convivere con l’artista. Se il primo periodo sembra idilliaco, lentamente però lei si ritrova in un meccanismo sentimentale e materiale del tutto simile a quello che aveva con Amedeo, e così quella vocina torna a farsi sentire…

Bisogna riconoscere che, nonostante il grande cast artistico e gli autori della sceneggiatura che sono nientemeno che Tonino Guerra e Ruggero Maccari, questa pellicola ha dei limiti strutturali che la rendono meno graffiante e pungente di quello che avrebbe potuto essere.

Ma è giusto ricordarla perché, oltre cinquant’anni fa, quando il nostro Paese aveva appena introdotto la legge sul Divorzio (1970) la nostra società e, soprattutto la maggior parte delle donne italiane, non erano preparate. Perché dopo secoli di educazione patriarcale, poche sapevano esattamente affermare le proprie esigenze e i propri diritti, pubblici e privati.

Così, rivedendo questo film, apprezziamo sempre di più quel “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi che ci racconta una storia che sembra lontana nel tempo, ma che in realtà non lo è. Nonostante una regia e una trama un pò troppo legate al momento storico in cui venne realizzato, “Gli ordini sono ordini” rimane un originale e prezioso documento storico dell’evoluzione e dei cambiamenti del nostro Paese.

Nel cast anche Corrado Pani, nella parte di un malvivente che accetta di dare un passaggio a Giorgia.

“I 7 Re di Roma” di Luigi Magni

(Italia, 1989)

Per ricordare un grande artista come Luigi Proietti voglio parlare di una delle sue interpretazioni più indimenticabili, piuttosto che ricordarne semplicemente la vita o elencare il suo, seppur lungo e incredibile, curriculum artistico.

Nella grande tradizione italiana della commedia musicale, firmata soprattutto dallo storica “ditta” Garinei & Giovannini, debutta il giorno di San Valentino del 1989, ovviamente al teatro Sistina, “I 7 Re di Roma”.

Anche se siamo nella più classica commedia, sul cartellone il suo autore Luigi Magni la chiama “Leggenda musicale”. E per le musiche Pietro Garinei – che ne cura anche la regia – e lo stesso Magni si rivolgono al giovane Nicola Piovani che, poco più che quarantenne, ha già lavorato con registi del calibro di Marco Bellocchio, Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Nanni Moretti e Federico Fellini.

Magni, da sempre fra i più bravi e ironici narratori della storia di Roma soprattutto quella papalina, stavolta vuole raccontare la fondazione della città Eterna. Basandosi sull’opera “Ab Urbe condita” di Tito Livio, ma anche compiendo ricerche personali su documenti e tradizioni, ci racconta fra miti e leggende la nascita di Roma e la storia dei suoi primi sette Re, che posero le basi di quella che sarebbe diventata il centro di un’impero durato millenni, e che sarebbe morta e risorta più splendente di prima innumerevoli volte. Insomma, i sette che gettarono le basi di un mito, ma che molti troppo spesso non ricordano tutti e nel giusto ordine.

Per interpretare Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Seperbo, ma anche Tiberino, Enea e il fauno Luperco, non poteva bastare un attore “normale”. Ci voleva un genio, un istrione ironico ed irresistibile, un classico e raro “animale” da palcoscenico come se ne vedono pochi: uno come Gigi Proietti.

Così, per oltre due ore e mezza, ripercorriamo la storia antica di Roma che trasformò un manipolo di pastori nei fondatori della città che più di ogni altra nel modo e nel tempo ha segnato la storia. E lo facciamo ridendo di gusto all’arte suprema di Proietti, alle battute di Magni – che ci ricorda giustamente come le donne, anche a quei tempi, erano schiacciate in ruoli marginali e stereotipati, del tutto funzionali agli uomini sia nei loro trionfi che nei loro fallimenti – e rapiti dalle splendide musiche di Piovani.

Reputo la canzone “E’ bello pende al filo” una delle più belle della nostra recente tradizione musicale, davvero indimenticabile, così come l’immenso Proietti.

Da vedere.

“Lenny” di Bob Fosse

(USA, 1974)

Quando nell’ottobre del 2018 parlai del libro “Come parlare sporco e influenza la gente” di Lenny Bruce, questo bellissimo film era introvabile. Oggi, fortunatamente, è tornato disponibile in dvd.

Il grande Bob Fosse decide di ricordare le fortune e soprattutto le sfortune di uno dei comici più geniali e rivoluzionari del Novecento, considerato il padre della “stand-up comedy”. E lo fa basandosi sulla pièce teatrale omonima scritta da Julian Barry, noto drammaturgo e sceneggiatore americano, che in quel periodo furoreggia a Broadway.

A vestire i panni di Bruce è un bravissimo Dustin Hoffman, e il film – con una serie di flashback concatenati – ricostruisce la vita e l’arte del comico attraverso le interviste alla sua ex moglie Honey (una bravissima Valerie Perrine), a sua madre Sally Marr (Jan Miner) e al suo agente Artie Silver (Stanley Beck).

Quando ancora Bruce è un comico sconosciuto che si esibisce soprattutto in locali di striptease, incontra la provocante Honey, una spogliarellista con una fluente chioma rossa. Scoppia un amore profondo e i due decidono di sposarsi e condividere il palcoscenico.

Ma, sulla strada di Lenny, insieme al successo arrivano anche gli stupefacenti. Grazie alla sua comicità caustica e senza sconti per nessuno, Bruce viene soprannominato la “coscienza d’America”. Cosa che la parte più reazionaria e puritana degli Stati Uniti non gli perdonerà mai, e così il comico verrà travolto da arresti e cause per offese al comune senso del pudore.

Già quando Fosse girò questo film, otto anni dopo la morte di Bruce, le accuse erano ormai considerate ridicole, visto che i termini e soprattutto gli argomenti che molti giudici gli contestarono erano già diventati parte del lessico quotidiano della società. Figuriamoci oggi…

Il film venne giustamente candidato a sei Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior fotografia (con una pellicola girata totalmente in bianco e nero). Hoffman e la Perrine ottennero la candidatura come miglior attore e attrice protagonista.

Nella nostra versione, realizzata quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale, è uno stratosferico Gigi Proietti a doppiare Hoffman.

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“Pinocchio” di Matteo Garrone

(Italia/Francia/Inghilterra, 2019)

Uno dei nostri migliori – e più internazionali – attuali registi porta sullo schermo, dopo la Divina Commedia, forse l’opera letteraria italiana più famosa al mondo. Così famosa da diventare molto difficile da adattare sia per il cinema che per il teatro.

Fra le numerose trasposizioni poco riuscite, oltre a quella di Benigni, c’è anche quella fatta da Walt Disney nel 1940 che, rimanendo una vera e propria opera d’arte a livello di disegni, come sceneggiatura presenta numerose lacune.

Il primo regista che riesce a portare sullo schermo – si tratta però di quello piccolo… – l’opera di Carlo Lorenzini alias Carlo Collodi, rimanendo fedele al testo e centrando l’anima della storia è stato Luigi Comencini che nel 1972 realizza lo splendido sceneggiato televisivo “Le avventure di Pinocchio”.

E proprio alle atmosfere create da Comencini si ispira quest’opera di Garrone, scritta assieme a Massimo Ceccherini. Il volto di Geppetto è quello di Roberto Benigni che da vero uomo dello spettacolo – è giusto riconoscerlo – accetta una sfida assai insidiosa dopo il flop del suo di “Pinocchio”. Ma Benigni ci regala un Geppetto molto fedele al libro, davvero da attore maturo.

Il volto di Pinocchio è quello del giovane Federico Ielapi, davvero molto bravo e truccato superbamente da burattino. Completano il cast un grande Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco, Rocco Papaleo e lo stesso Ceccherini in quelli del Gatto e della Volpe, e Marine Vacth in quello della Fata Turchina adulta. Da ricordare anche l’interpretazione del bravo Teco Celio nei panni del Giudice Gorilla.

Con una bellissima fotografia diretta da Nicolaj Brüel, Garrone ci racconta magistralmente una storia che conosciamo bene ma che non ci stanchiamo mai di rivivere.

Garrone – come dopo “Il racconto dei racconti”, sempre tratto da una grande e storica opera letteraria italiana – ci porta belle notizie per il nostro cinema.

“Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder

(UK, 1970)

Il sette volte premio Oscar Billy Wilder decide di parlare di uno dei personaggi più famosi della letteratura – e del cinema – mondiale, Sherlock Holmes. Insieme al suo stretto collaboratore I.A.L. Diamond scrive questa avventura-disavventura del detetcive più famoso di sempre.

Ma già dalla prima scena – e da quella finale – capiano che il vero protagonista del film è il Dottor John H. Watson, o meglio lui in qualità di scrittore che “romanza” i fatti che vedono protagonsta il suo amico. Nell’ironia del dottor Watson (interpretato da un bravo Colin Blakely) possiamo riconoscere facilmente una parte dello stesso Wilder che non può vivere senza raccontare e soprattutto senza “accomodare” gli eventi al fine di renderli più interessanti per il lettore (spettatore).

Wilder e Diamond partono da quello che lo stesso Arthur Conan Doyle ci accenna come tallone di Achille del segugio di Baker Street: le donne. Tema che poi sarà ripreso in vari altri film – e libri – a lui dedicati.

Una fredda sera nebbiosa, al 221b di Baker Street bussa alla porta un arcigno vetturino con fra le braccia una donna in evidente stato di choc. L’uomo asserisce di averla salvata dalle acque del Tamigi e, non avendo documenti, l’ha portata all’indirizzo scritto nel biglietto che aveva in mano.

Sherlock Holmes (interpretato da Robert Stephens) e il Dottor Watson deducono che la donna sia stata aggredita, rapinata e gettata nel fiume, visto che lei è colpita da una tremenda amnesia…

Nei panni del Mycroft Holmes c’è il grande Christopher Lee che insieme a Geneviève Page (nei panni della smemorata) compone un cast davvero di prim’ordine. Basta pensare che Stephens è stato considerato l’erede del suo maestro Laurence Olivier, la Page si è formata alla Comédie-Française, e Blakely vestì i panni di Domenico Soriano nella prima rappresentazione britannica di “Filumena Marturano” del maestro Eduardo De Filippo.

Wilder si è sempre dichiarato molto legato a questa sua opera, che considerava una delle più “eleganti” da lui firmate. Ma le riprese vennero funestate dal tentato suicidio dello stesso Stephens, allora marito di Maggie Smith.

“3 uomini in fuga” di Gérard Oury

(Francia, 1966)

Questa deliziosa e indimenticabile pellicola ci mostra la rara arte di due fra i comici francesi più bravi del Novecento.

All’inizio delle riprese del film, quello più conosciuto al grande pubblico era senz’altro Bourvil (1917-1970) il cui vero nome era André Robert Raimbourg, e che oltre ad essere un grande attore – vinse la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia nel 1956 per la sua interpretazione ne “La traversata di Parigi” – era un ottimo cantante e compositore.

Proprio in una scena de “La traversata di Parigi” Bourvil recita accanto a un bravissimo caratterista, che nella pellicola ha una parte marginale: Louis De Funès (1914-1983).

Dopo il successo di “Colpo grosso ma non troppo” dell’anno precedente, in cui i due formano per la prima volta una vera e propria coppia comica con la classica e irresistibile dinamica vittima (Bourvil) e carnefice (De Funès), Gérard Oury li dirige ancora una volta in una nuova e originale commedia.

Seconda Guerra Mondiale: durante un raid sul territorio occupato dalle truppe tedesche, un aereo militare inglese con gli strumenti di volo danneggiati, tenta la fuga fra le nubi. Dopo alcuni calcoli manuali l’equipaggio è convinto di volare sopra i territori in mano agli Alleati, ma appena usciti dalle nuvole si ri trovano sotto la pancia la Torre Eiffel.

La contraerei tedesca in pochi colpi li abbatte e i tre militari inglesi superstiti, prima di paracadutarsi sulla Ville Lumière, si danno appuntamento per il giorno dopo al bagno turco della città.

Il primo aviere finisce sul tetto dell’Opéra dove verrà aiutato dal borioso e prepotente maestro d’orchestra Stanislas LeFort (De Funès), il secondo sull’impalcatura del pacifico imbianchino Augustin Bouvet (Bourvil) mentre questi lavora presso il comando delle SS parigino, e il terzo nel giardino zoologico.

LeFort e Bouvet aiuteranno i tre fuggiaschi ad attraversare la Francia occupata per raggiungere la costa, in un viaggio rocambolesco e irresistibile che è entrato a pieno titolo nella storia del cinema.

Il successo del film al bottegghino è così grande, nella sola Francia, che verrà battuto solo da “Titanic” di James Cameron oltre quarant’anni dopo, e consacra definitivamente De Funès come grande attore comico. Ancora oggi rimangono irresistibili alcune gag che hanno fatto e continuano a fare scuola.

Da questa pellicola in poi Louis De Funès diventa uno degli attori di maggior successo al box office transalpino, ma soprattutto con lui si afferma una comicità molto fisica e al tempo stesso estremamente nevrotica, un vero ponte fra la quella grottesca dei clown e quella cervellotica tipica della borghesia più arrogante del secolo breve.

Per la chicca: nella versione che arrivò nelle nostre sale nel 1966, a doppiare magistralmente i due grandi attori i distributori misero – e giustamente! – altrettanti grandi attori: Gigi Proietti che dona la voce a Bourvil e Stefano Sibaldi a De Funès.

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“Belfagor – Il fantasma del Louvre” di Claude Barma

(Francia, 1965)

Approdato sulla nostra televisione oltre un anno dopo la sua messa in onda in Francia, che raccolse un successo di spettatori senza precedenti, “Belfagor – Il fantasma del Louvre” segnò indelebilmente anche l’immaginario degli spettatori italiani.

Tratto dal romanzo scritto da Arthur Bernède nel 1925, e riadattato per la televisione da Claude Barma, “Belfagor” ci porta nel ventre esoterico e misterioso del Louvre dove una notte un guardiano è assalito da una figura misteriosa…

Ma la trama oggi non è la cosa più interessante, quello che ancora affascina dopo mezzo secolo sono le atmosfere e gli ambienti di una Parigi notturna che forse già allora non esisteva già più.

Da ricordare le interpretazioni della fascinosa Juliette Greco e del membro della Comédie-Française René Dary, nei panni dell’ispettore Ménardier. Nell’edizione che possiedo ci sono i dialoghi originali in francese che la censura della nostra televisione – considerandoli troppo …libertini – tagliò non doppiandoli, e che ce la dicono tutta sul nostro costume di allora.

Per la chicca: fra le voci italiane di fondo c’è quella bella e ben riconoscibile di Gigi Proietti.