“La stanza accanto” di Pedro Almodóvar

(Spagna/USA, 2024)

Ci sono registi capaci di raccontare i rapporti umani con una delicatezza disarmante, e poi c’è Pedro Almodóvar, che trasforma le relazioni più intime in opere d’arte universali. Con “La stanza accanto”, il maestro spagnolo ci regala una delle sue opere più struggenti e raffinate, grazie anche alle straordinarie interpretazioni di Tilda Swinton e Julianne Moore, che da sole valgono il prezzo del biglietto.

In un’atmosfera sospesa tra dolore, malinconia e poesia, il film ci trascina nella vita di due donne legate da un filo invisibile ma indissolubile. Almodóvar costruisce una narrazione fatta di silenzi eloquenti, sguardi carichi di tensione emotiva e dialoghi che scavano nell’anima, in un perfetto equilibrio tra il quotidiano e il metafisico. I riferimenti letterari, come quelli a “Gente di Dublino” di James Joyce, non sono solo citazioni colte, ma parte integrante di un racconto che si muove tra i confini sfumati di memoria, desiderio e rimpianto.

Tilda Swinton e Julianne Moore si confermano due giganti del cinema mondiale. La Swinton interpreta una donna rigida e controllata, il cui passato emerge a poco a poco, mentre la Moore dà vita a un personaggio fragile e struggente, capace di far affiorare le crepe nell’armatura dell’altra. Insieme, regalano momenti di pura magia cinematografica, con una sintonia che trasforma ogni scena condivisa in un piccolo capolavoro di recitazione.

A rendere il tutto ancora più indimenticabile è la fotografia di Eduard Grau, che omaggia in maniera straordinaria Edward Hopper. Gli interni, i giochi di luce e le inquadrature evocano i quadri del grande pittore americano, catturando una solitudine che diventa quasi tangibile. Ogni immagine è un’opera d’arte in sé, capace di raccontare ciò che le parole non possono dire.

Ma Almodóvar non si limita a creare un film visivamente perfetto. Con “La stanza accanto”, ci regala un’esperienza che va oltre il cinema, invitandoci a riflettere sulla natura umana, sulle scelte che ci definiscono e sul tempo che, implacabile, ci sfugge tra le dita. È un’opera che non offre risposte facili, ma ci lascia con domande che continuano a risuonare a lungo dopo i titoli di coda.

Nel cast da ricordare anche un bravo John Turturro. Fra i numerosi premi che questa pellicola ha già vinto in tutto il mondo, c’è anche il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Se amate il cinema che sa unire poesia e introspezione, questo film è una tappa obbligata. Perché, come Almodóvar ci ricorda, dietro ogni porta chiusa c’è una storia, e spesso quella storia è più simile alla nostra di quanto vorremmo ammettere.

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“Giungla d’asfalto” di John Huston

(USA, 1950)

Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma scolpiscono nel marmo le fondamenta di un genere. “Giungla d’asfalto“, diretto da John Huston e tratto dal romanzo “La giungla di asfalto” di William R. Burnett, è uno di questi. Un capolavoro del noir che, grazie a una trama impeccabile e a uno splendido bianco e nero, riesce ancora oggi a catturare e sedurre lo spettatore.

La pellicola segue un gruppo di criminali, tutti caratterizzati con straordinaria profondità psicologica, uniti dalla comune ambizione di mettere a segno il colpo perfetto: una rapina in una grande gioielleria di lusso. Ma come vuole la regola aurea del noir, la perfezione è un’illusione, e l’avidità, la debolezza e il destino si accaniscono su di loro fino a trascinarli in un vortice senza scampo.

La regia di Huston è pura maestria: con un ritmo impeccabile e un occhio clinico per i dettagli, costruisce un’atmosfera densa e spietata. Ogni inquadratura parla, grazie alla fotografia in bianco e nero di Harold Rosson che non è solo un esercizio stilistico, ma un elemento narrativo fondamentale. Le ombre taglienti e i chiaroscuri sottolineano il contrasto tra speranza e disperazione, tra sogno e fallimento, tra luce e buio.

I personaggi, complessi e magnetici, sono interpretati da un cast stellare. Sterling Hayden è perfetto nei panni di Dix Handley, il ladro tormentato dai ricordi di un passato rurale ormai perduto per sempre. Sam Jaffe, nei panni del dottor Riedenschneider, il cervello del colpo, offre una performance tanto misurata quanto ipnotica. E poi c’è lei: Marilyn Monroe, al suo primo ruolo importante, che con poche scene lascia già intuire il carisma e il fascino che la renderanno immortale.

L’aspetto più affascinante del film è la sua totale assenza di moralismo. Huston, fedele allo spirito del romanzo di Burnett, non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con uno sguardo lucido e compassionevole. “Giungla d’asfalto” è una tragedia moderna, in cui non c’è spazio per eroi o lieti fine, ma solo per la crudele realtà delle conseguenze.

Rivederlo oggi è un’esperienza unica: non solo per la bellezza visiva del bianco e nero, ma anche per la sua capacità di raccontare l’essenza dell’essere umano, con tutte le sue contraddizioni. Huston ha realizzato un’opera che va oltre il cinema di genere, trasformandola in una meditazione amara e profonda sulla fragilità dei sogni e sull’inevitabilità del fallimento che spesso i più ambiti portano nella loro stessa essenza.


Con “Giungla d’asfalto“, il grande cineasta americano – che scrive la sceneggiatura insieme a Ben Maddow – ha consegnato al cinema un gioiello immortale, capace di incantare per la sua estetica e di commuovere per la sua inesorabile umanità. Un film da vedere e rivedere, per capire cos’è davvero il noir.

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“Il mondo nuovo” di Ettore Scola

(Francia/Italia, 1982)

Ettore Scola, con “Il mondo nuovo”, ci consegna un capolavoro intellettuale e malinconico, frutto di una sceneggiatura profondamente meditata, scritta dallo stesso regista insieme a Sergio Amidei, a cui il film è dedicato. L’ispirazione principale viene dal romanzo “La Nuit de Varennes ou l’Impossibile n’est pas français” di Catherine Rihoit, che ricostruisce la notte della fallita fuga del re Luigi XVI e di Maria Antonietta.

Scola e Amidei, però, vanno ben oltre la mera ricostruzione storica, trasformando quella vicenda in una potente metafora della fuga del re Vittorio Emanuele III dall’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Attraverso dialoghi carichi di ironia e tragedia, emerge un sottotesto che riecheggia il senso di abbandono e decadenza che segnò l’Italia del 1943, quando la monarchia si ritirò di fronte al collasso del Paese.

La sceneggiatura si distingue per il suo equilibrio tra momenti di grande intensità drammatica e accenti più leggeri, affidati spesso al cast corale. Marcello Mastroianni, nei panni di un malinconico e rassegnato Giacomo Casanova, si muove come un testimone ironico e distaccato, incarnando lo spirito disilluso dell’epoca.


Accanto a lui Jean-Louis Barrault nei panni del giornalista e scrittore Nicolas Edmé Restif de la Bretonne, Hanna Schygulla in quelli della contessa Sophie de la Borde (amica d’infanzia e cortigiana di Maria Antonietta), e Harvey Keitel che impersona Thomas Paine (uno dei padri fondatori degli Stati Uniti), arricchiscono il film con interpretazioni che rendono palpabile il clima di fine di un mondo.

Il viaggio notturno verso Varennes – dove il re venne arrestato dai suoi cittadini per poi essere riportato a Parigi dove venne processato e poi giustiziato – diventa così un’allegoria: non solo della caduta di una classe sociale, ma di tutti i poteri incapaci di leggere i cambiamenti epocali in atto. La carrozza, chiusa e quasi claustrofobica, rappresenta una bolla di privilegio che si scontra con il corso della storia, simboleggiato dal popolo che inizia a reclamare il proprio ruolo.

Scola e Amidei intrecciano con maestria la riflessione storica con quella universale, riuscendo a rendere attuale una vicenda del passato. Il mondo nuovo non è solo un film, ma una lezione di cinema e storia, un’opera che invita a riflettere su come il potere, spesso, fugga piuttosto che affrontare le proprie responsabilità.

Per la chicca: delizioso cameo del grande Enzo Jannacci nei panni del saltimbanco che racconta la storia del film.


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“Diabolik” di Mario Bava

(Italia/Francia, 1968)

Ci sono registi che, pur lavorando con mezzi limitati, riescono a trasformare ogni scena in un’opera d’arte, spingendo i confini del possibile con l’immaginazione e l’ingegno. Mario Bava è senza dubbio uno di questi, e il suo Diabolik del 1968 è la prova tangibile del suo straordinario talento visionario.

Adattare un fenomeno di culto come il fumetto di Diabolik, nato dalla brillante intuizione delle sorelle Angela e Luciana Giussani, era una sfida tutt’altro che semplice. Bava, però, non si limita a tradurre le vignette sul grande schermo: le reinventa, le rielabora, le immerge in un universo visivo ipnotico che, ancora oggi, lascia a bocca aperta, trasformando ogni scena in un tripudio di colori e forme, costruendo un mondo che sembra uscito da un sogno a occhi aperti.

Bava riesce a catturare il fascino oscuro del personaggio senza snaturarlo, regalandoci un Diabolik che è tanto affascinante quanto inquietante, un eroe-antieroe che non cerca mai di piacere, ma che ci conquista comunque. E poi c’è lui, John Phillip Law, perfetto nel ruolo del glaciale Diabolik. Con quello sguardo magnetico e i suoi movimenti felini, incarna alla perfezione il ladro mascherato che ha conquistato generazioni di lettori. Al suo fianco, Marisa Mell è un’Eva Kant impeccabile: seducente, elegante e, soprattutto, complice perfetta del nostro antieroe. Il loro rapporto, basato su un’intesa assoluta, è uno degli elementi più riusciti del film.

Un insolito Michel Piccoli veste i panni dell’ispettore Ginko, doppiato da un grande e volitivo Gigi Proietti. Nel cast, anche se in ruoli secondari che però sanno rendere davvero indimenticabili: Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer e Terry Thomas.

Il film si muove tra scenografie pop e psichedeliche, con un uso magistrale dei colori saturi e dei contrasti. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, ogni movimento della macchina da presa è pensato per amplificare la sensazione di trovarsi dentro una vignetta vivente. Ma la vera magia sta nel fatto che tutto questo non sembra mai artificioso: è naturale, fluido, coinvolgente.

Ma un’opera come questa non sarebbe completa senza la colonna sonora di Ennio Morricone. Le sue musiche accompagnano ogni scena con una precisione millimetrica, sottolineando i momenti di tensione, azione e ironia. È un matrimonio perfetto tra suono e immagine, che rende il film ancora più affascinante.

Guardare Diabolik oggi significa immergersi in un’esperienza visiva che non ha perso nulla del suo fascino. È un viaggio nell’immaginazione di Mario Bava, un regista che ha saputo anticipare i tempi e dimostrare che la vera arte non ha bisogno di grandi budget, ma solo di una visione chiara e coraggiosa.

Un film imprescindibile per chiunque ami il cinema e la capacità di osare di chi sa trasformare una storia in mito.

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“Yuppi Du” di Adriano Celentano

(Italia, 1974)

Ci sono film che, pur essendo figli del loro tempo, riescono a trascendere le mode e le convenzioni, e “Yuppi Du” di Adriano Celentano è uno di questi. Un’opera che non si limita a essere un semplice film, ma si propone come una dichiarazione d’intenti: l’arte può e deve essere libera, anche a costo di risultare spiazzante o incomprensibile.

Celentano, nel 1974, era già un artista poliedrico e controcorrente. Con “Yuppi Du” decide di sperimentare, sfidando il cinema tradizionale con un mix di musical, commedia surreale e dramma. La trama, se così vogliamo chiamarla, segue Felice Della Pietà – lo stesso Celentano – un uomo povero ma pieno di vitalità, che scopre che la sua prima moglie Silvia (Charlotte Rampling), creduta morta, è in realtà viva. Un pretesto narrativo che Celentano usa per esplorare temi universali come l’amore, la povertà in cui è immerso il proletariato che sogna di ascendere alla borghesia e il senso di alienazione in una società sempre più spersonalizzante.

Ciò che rende “Yuppi Du” memorabile è la sua estetica visiva e musicale. Celentano, sceneggiatore (assieme a Miki del Prete e Alberto Silvestri) regista e compositore, gioca con le immagini e con i suoni, creando una dimensione onirica in cui la realtà si mescola al sogno. Le scene musicali, cuore pulsante del film, sono dei piccoli capolavori a sé stanti, dove la musica – davvero indimenticabile – non solo accompagna la storia, ma ne diventa parte integrante.

Ma proprio questa libertà creativa può risultare disorientante. Chi si aspetta una trama lineare o una narrazione classica potrebbe trovarsi spiazzato di fronte a un film che sembra seguire le regole di una logica tutta sua. “Yuppi Du” non vuole piacere a tutti, e in questo risiede la sua forza ma anche la sua debolezza.

Celentano, da attore, regala un’interpretazione magnetica, mentre Claudia Mori (nel ruolo di Adelaide la sua nuova compagna) offre un’ottima prova, aggiungendo una carica emotiva che dona profondità al film. Ma, al di là delle performance, “Yuppi Du” è una celebrazione del genio creativo di Celentano: un’opera che anticipa il videoclip musicale e che sfida lo spettatore a lasciarsi trasportare senza cercare risposte immediate.

A distanza di cinquant’anni, “Yuppi Du” rimane un film divisivo. Per alcuni è un capolavoro visionario, per altri un esercizio di stile gratuito e autoreferenziale. Io credo che, al di là dei giudizi, sia un’opera che merita di essere vista almeno una volta nella vita, perché rappresenta un raro esempio di cinema italiano libero da qualsiasi compromesso.

Un film che non si limita a raccontare una storia, ma prova a reinventare il modo in cui il cinema può parlare al pubblico. Unico, imperfetto e irripetibile, nonostante alcune gag o battute figlie troppo di una comicità superficiale, discriminante e rozza.

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“La morte paga doppio” di James M. Cain

(Adelphi, 1998)

Pubblicato nel 1936, “La morte paga doppio” di James M. Cain rappresenta uno dei pilastri fondamentali del noir americano, un’opera che ha ridefinito i confini del genere influenzando profondamente la letteratura e il cinema del XX secolo, così come “La giungla di asfalto” di William R. Burnett del 1949.

Cain, già affermato giornalista prima di dedicarsi alla narrativa, costruisce un racconto claustrofobico e viscerale ambientato in una California lontana dai lustrini di Hollywood. Al centro della narrazione troviamo Walter Huff, un esperto assicuratore che si reca a casa di Mr. Nirdlinger per rinnovare l’assicurazione sulla sua auto. Qui incontra Phyllis, la giovane e seducente moglie di Nirdlinger, e tra i due nasce una relazione che li porterà a elaborare un piano diabolico: uccidere il marito per incassare il premio dell’assicurazione sulla vita.

Lo stile di Cain è rivoluzionario per l’epoca: asciutto, diretto, privo di orpelli retorici. Un realismo violento e brutale che anticipa di decenni la lezione di scrittori come Raymond Chandler ed Ernest Hemingway. La sua prosa scarna nasconde una profonda analisi psicologica dei personaggi, rivelando le contraddizioni dell’animo umano attraverso i dialoghi e le azioni più che con lunghe descrizioni introspettive.

Il romanzo si inserisce perfettamente nel contesto storico della Grande Depressione americana, dipingendo un quadro spietato di una società in cui il sogno americano si è trasformato in un incubo fatto di compromessi morali e desideri inconfessabili. Il mondo delle assicurazioni diventa metafora di un’America dove tutto ha un prezzo, soprattutto la vita umana.

L’originalità dell’opera risiede anche nella struttura narrativa: Cain abbandona la figura del detective come protagonista, tipica del genere hard-boiled, per concentrarsi sui criminali stessi. La narrazione in prima persona di Walter ci rende complici involontari delle sue azioni, costringendoci a confrontarci con le zone d’ombra della natura umana.

Il titolo originale, “The Postman Always Rings Twice”, diventa una metafora della giustizia karmica che, come il postino del titolo, suona sempre due volte: la prima volta può passare inosservata, ma la seconda è inesorabile. Una metafora che ha radici profonde nella tradizione della tragedia greca, dove il destino raggiunge sempre i suoi obiettivi, per quanto i protagonisti cerchino di sfuggirgli.

L’influenza di quest’opera sulla cultura popolare è stata immensa. Il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici, tra cui il celebre e forse il migliore “La fiamma del peccato” (in originale “Double Indemnity“) del 1944, diretto da Billy Wilder e sceneggiato dallo stesso Cain insieme a Raymond Chandler, con Fred MacMurray e Barbara Stanwyck nei ruoli principali.

Si dice che lo stesso Wilder per leggere il romanzo, pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista “Liberty” – un pulp magazine dell’epoca – ci abbia messo meno di 58 minuti da quanto ne rimase folgorato; meno della metà delle due ore, cinquanta minuti e sette secondi che indicava invece la stessa “Liberty” per la sua lettura integrale.

Nel 1946 Tay Garnett realizza “Il postino suona sempre due volte” con John Garfield e Lana Turner come protagonisti, mentre nel 1981 Bob Rafelson dirige Jack Nicholson e Jessica Lange nell’omonimo remake.

Ma il suo impatto va oltre: ha definito i canoni del noir moderno, dove il crimine non è più solo un’indagine da risolvere ma diventa esplorazione delle debolezze umane.

Cain, che curiosamente non amava essere etichettato come scrittore noir, ha creato un’opera che trascende i confini del genere. “La morte paga doppio” è un romanzo sulla cupidigia, sul desiderio e sul destino, temi universali che lo rendono attuale anche a quasi novant’anni dalla pubblicazione. La sua influenza è riscontrabile in autori contemporanei come James Ellroy e Dennis Lehane, che ne hanno raccolto l’eredità nella costruzione di noir psicologici complessi e stratificati.

Un capolavoro che ha cambiato per sempre il volto della letteratura criminale americana, elevando il genere noir a strumento di analisi sociale e psicologica della condizione umana.

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“Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger

(USA, 1959)

“Anatomia di un omicidio” rappresenta un capolavoro cinematografico che supera i confini del tradizionale film giudiziario – o courtroom drama – trasformandosi in una profonda indagine psicologica e sociale. La pellicola, con la sua straordinaria capacità di analisi, scardinava nel 1959 i consolidati pregiudizi sulla violenza di genere e sul funzionamento della giustizia.

La regia di Preminger costruisce una narrazione complessa dove nulla è scontato: il processo diventa uno specchio lucido delle contraddizioni sociali, con l’avvocato Paul Biegler (James Stewart) che disseziona con precisione chirurgica ogni aspetto del caso. La vicenda ruota attorno allo stupro di Laura Manion (Lee Remick) e all’omicidio del suo presunto aggressore, tracciando un affresco impietoso dei meccanismi giudiziari.

Il processo diventa una vera e propria analisi critica dei meccanismi culturali che tendono a colpevolizzare la vittima: l’abbigliamento di Laura e i suoi atteggiamenti vengono sottoposti a un processo morale tanto quanto l’imputato per l’omicidio, suo marito Frederick Manion (Ben Gazzara).

La rappresentazione della violenza sessuale è rivoluzionaria: Laura non è né una santa né una dannata, ma una donna con le sue contraddizioni, che rifiuta di essere etichettata o ridotta a stereotipo. L’avvocato difensore Biegler utilizza una strategia difensiva che mette in discussione non solo i fatti, ma l’intera costruzione sociale intorno al concetto di stupro, dimostrando come il sistema giuridico dell’epoca fosse profondamente discriminatorio, costringendo la vittima a una seconda violenza “processuale”.

La pellicola – basata sul romanzo di Robert Traver pubblicato nel 1958 – sovverte continuamente le aspettative: le vittime non sono archetipi astratti ma esseri umani complessi, i colpevoli non sono mostri ma individui sfaccettati. Preminger rifiuta qualsiasi moralismo superficiale, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la difficile ambiguità della condizione umana. Così, anche il pubblico ministero Claude Dancer (interpretato in maniera superba e tagliente da una bravissimo George C. Scott) mostra luci e ombre sulla sua etica e sui mezzi che vuole usare pur di vincere.

La musica di Duke Ellington non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio commento sonoro che arricchisce la narrazione, introducendo sfumature di libertà interpretativa nel rigido contesto processuale. Il suo jazz diventa metafora di una verità mai definitiva, sempre in movimento.

Per la chicca: a vestire i panni del giudice che presiede il processo è il vero avvocato Joseph N. Welch che divenne famoso qualche anno prima per aver difeso numerose vittime del cosiddetto maccartismo e che durante una delle sedute presso il Senato degli Stati Uniti, zittì lo stesso senatore McCarthy.

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“Marcovaldo” di Italo Calvino

(Einaudi, 1975)

Quando Italo Calvino pubblica “Marcovaldo ovvero Le stagioni in città” nel 1963, composto da 20 novelle legate al passare delle quattro stagioni, non poteva sapere quanto le vicende di questo goffo e tenero personaggio sarebbero state attuali anche oggi, in un mondo sempre più invaso dal cemento e soffocato dall’inquinamento. Marcovaldo, un manovale semplice e sognatore, è un Don Chisciotte moderno che combatte contro mulini a vento ben più reali: l’inquinamento, la mancanza di spazi verdi, e una società urbana che sacrifica tutto in nome del progresso.

Calvino racconta la vita di Marcovaldo con ironia, ma in realtà costruisce una critica serrata alla scellerata urbanizzazione che soffoca ogni tentativo dell’uomo di avvicinarsi alla natura. Marcovaldo rappresenta ognuno di noi: brama uno spazio di libertà, un angolo di verde dove poter respirare e riappropriarsi della bellezza, ma la città industriale – con le sue fabbriche, i suoi gas di scarico e il grigiore opprimente – sembra volerlo risucchiare nella sua morsa ogni volta che lui tenta di scappare. È il conflitto eterno tra natura e civiltà, tra il desiderio di un’esistenza più autentica e la fredda meccanicità di una città che tutto ingloba e fagocita.

Calvino, con uno stile apparentemente leggero e fiabesco, ci offre uno specchio spietato della modernità. Ogni piccolo racconto è una parabola sulla distruzione dell’ambiente, sull’avidità umana e su una società che, nell’ossessione per il progresso, ha perso il contatto con le sue radici. Nei suoi tentativi di trovare funghi in mezzo allo smog o di catturare pesci nel fiume inquinato, Marcovaldo ci mostra l’assurdità di una civiltà che costruisce i suoi grattacieli proprio lì dove, un tempo, c’era un prato.

Scritto dal 1952 al 1963, “Marcovaldo” è un monito che resta intatto anche oggi: la nostra spinta verso la modernità e il consumo ha un prezzo salato, che rischia di diventare irreversibile. Calvino, come un profeta malinconico, ci invita a non perdere quel legame fragile con la natura, perché la perdita di questo equilibrio non porta solo a cieli sempre più grigi, ma ci priva anche della nostra umanità.

In un’epoca in cui il cambiamento climatico è all’ordine del giorno, rileggere Marcovaldo è un atto quasi necessario, per riscoprire nelle sue pagine una critica che va ben oltre il suo tempo e che ci costringe a riflettere su quanto la “città” di Marcovaldo ci appartenga, nel bene e – …ahimè – soprattutto nel male.

Nella prima edizione i racconti sono accompagnati dalle splendide illustrazioni di Sergio Tofano.

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“Look Back” di Kiyotaka Oshiyama

(Giappone, 2024)

E’ disponibile in streaming “Look Back”, l’atteso adattamento animato dell’omonimo one-shot manga di Tatsuki Fujimoto del 2021, e diretto da Kiyotaka Oshiyama. Un’opera che fin dal suo annuncio ha attirato l’attenzione degli appassionati, vista la forza narrativa del materiale di partenza e il prestigio dello studio d’animazione Science SARU, a cui ha collaborato anche lo Studio Ponoc.

Fujino è una giovane studentessa delle elementari che si è guadagnata una piccola notorietà locale grazie ai suoi manga pubblicati sul giornalino scolastico. La sua routine viene sconvolta dall’incontro con Kyomoto, una ragazza solitaria che vive reclusa nella sua stanza, ma dotata di un talento artistico straordinario. Le due iniziano una collaborazione che cambierà per sempre le loro vite, in un intreccio di rivalità artistica ma anche di profonda connessione emotiva, ma…

Oshiyama trasforma il manga di Fujimoto in un’opera visivamente ipnotica, dove ogni pennellata e ogni tratto di matita delle protagoniste viene reso con una fluidità che rapisce lo sguardo. La macchina da presa si muove con grazia tra le pagine dei manga delle protagoniste, trasformando l’atto del disegnare in una danza visiva che cattura perfettamente l’ossessione creativa delle due giovani artiste.

Come molta della produzione di Fujimoto, anche quest’opera è intrisa di una profonda riflessione sulla natura effimera dell’esistenza e sul ruolo dell’arte come strumento di connessione umana. La regia di Oshiyama enfatizza questi temi attraverso un sapiente uso delle inquadrature, alternando momenti di intima quotidianità a sequenze più sperimentali che esplodono sullo schermo nei momenti emotivamente più intensi.

Per aumentare il senso di intimità della narrazione, il regista sceglie di concentrarsi quasi esclusivamente sulle due protagoniste, relegando gli altri personaggi a presenze fugaci che attraversano lo schermo come ombre. Una scelta che rende ancora più intensa e soffocante l’esplorazione del rapporto tra Fujino e Kyomoto, trasformando il loro legame artistico in una sorta di danza a due che oscilla continuamente tra ammirazione e competizione.

La colonna sonora accompagna con delicatezza questa esplorazione dell’animo umano, sapendo quando farsi sentire e quando invece lasciare che sia il silenzio a parlare. Un silenzio che in certi momenti diventa assordante, soprattutto nelle scene che precedono i punti di svolta narrativi più importanti.

“Look Back” si rivela così non solo un magnifico adattamento del manga originale, ma un’opera che riesce a trascendere il medium animato per diventare una riflessione universale sul significato dell’arte e delle relazioni umane. Un film che conferma ancora una volta come l’animazione giapponese sia capace di affrontare temi profondi con una maturità e una sensibilità rare.

Questo mediometraggio che sfiora i 60 minuti è un’opera destinata a lasciare il segno nella storia dell’animazione contemporanea, e non solo.

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“Il grande sonno” di Howard Hawks

(USA, 1946)

Mi sono sempre chiesto cosa renda immortale un film noir. Forse è quella particolare alchimia tra luci e ombre, quel modo di raccontare storie sporche con un’eleganza quasi poetica. “Il Grande Sonno” di Howard Hawks è esattamente questo: poesia nera distillata in celluloide.

Confesso di aver rivisto questo capolavoro del 1946 almeno una dozzina di volte. E ogni volta, come un buon whisky invecchiato – anche se io non sono un appassionato di superalcolici a differenza dello stesso Marlowe… – rivela sfumature diverse, note nascoste che prima mi erano sfuggite. La Los Angeles di Hawks – che si ispira a quella dell’omonimo romanzo che Raymond Chandler pubblicò nel 1939 – è un palcoscenico dove si muovono figure che sembrano uscite dai romanzi che tutti vorrebbero scrivere: uomini stanchi ma incorruttibili, donne pericolose come lame affilate.

Humphrey Bogart è Philip Marlowe, e secondo me nessuno potrà mai interpretarlo meglio. Il suo Marlowe non è solo un detective: è l’ultima incarnazione del cavaliere errante, che si muove per le strade buie della città come un moderno Don Chisciotte in impermeabile. La sua spada è una Colt, il suo scudo un’ironia tagliente che ferisce più di qualsiasi proiettile. E come si sfiora il lobo dell’orecchio destro quando riflette, rimane una delle cose più iconiche della Hollywood in bianco e nero.

E poi c’è lei, Lauren Bacall. La sua Vivian Rutledge è come un cocktail pericoloso: non sai mai se ti salverà o ti ucciderà, ma non puoi fare a meno di berlo fino in fondo. La chimica tra lei e Bogart, dalla vita reale brucia direttamente lo schermo come una sigaretta dimenticata su un tavolo di mogano.

La trama? Complessa, intricata, a tratti quasi incomprensibile – si dice che persino William Faulkner, che collaborò alla sceneggiatura e che tre anni dopo la realizzazione di questa pellicola vincerà il Nobel per la Letteratura, non riuscisse a capire chi avesse ucciso chi. Ma non importa, davvero. Quello che conta è l’atmosfera, quel senso di caduta inevitabile in un mondo corrotto dove l’unica redenzione possibile sta nel mantenere la propria integrità.

Hawks orchestra tutto questo come un maestro nell’ombra. Ogni inquadratura è un dipinto in chiaroscuro, ogni dialogo una schermaglia verbale che nasconde significati più profondi. Le sue strade notturne grondano di pioggia e di segreti, i suoi interni sono gabbie dorate dove si consumano tradimenti e feroci vendette.

Da scrittore, non posso fare a meno di ammirare la costruzione dei dialoghi. Sono affilati come rasoi, carichi di doppi sensi e di una tensione erotica che la censura dell’epoca non poteva toccare. È il tipo di scrittura che dice tutto senza mai dire nulla esplicitamente.

“Il Grande Sonno” non è solo un film noir: è una lezione di stile, un manuale di scrittura cinematografica, un esempio di come si possa trasformare la degradazione morale in arte pura. È il tipo di film che ti fa venire voglia di scrivere, di creare personaggi che camminano sul filo del rasoio tra redenzione e dannazione.

E mentre lo riguardo, per l’ennesima volta, nel silenzio del mio studio, non posso fare a meno di pensare che forse è questo il vero grande sonno: quello della nostra coscienza di fronte al male. Un sonno da cui solo figure come Philip Marlowe possono provare a svegliarci.

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