“La morte paga doppio” di James M. Cain

(Adelphi, 1998)

Pubblicato nel 1936, “La morte paga doppio” di James M. Cain rappresenta uno dei pilastri fondamentali del noir americano, un’opera che ha ridefinito i confini del genere influenzando profondamente la letteratura e il cinema del XX secolo, così come “La giungla di asfalto” di William R. Burnett del 1949.

Cain, già affermato giornalista prima di dedicarsi alla narrativa, costruisce un racconto claustrofobico e viscerale ambientato in una California lontana dai lustrini di Hollywood. Al centro della narrazione troviamo Walter Huff, un esperto assicuratore che si reca a casa di Mr. Nirdlinger per rinnovare l’assicurazione sulla sua auto. Qui incontra Phyllis, la giovane e seducente moglie di Nirdlinger, e tra i due nasce una relazione che li porterà a elaborare un piano diabolico: uccidere il marito per incassare il premio dell’assicurazione sulla vita.

Lo stile di Cain è rivoluzionario per l’epoca: asciutto, diretto, privo di orpelli retorici. Un realismo violento e brutale che anticipa di decenni la lezione di scrittori come Raymond Chandler ed Ernest Hemingway. La sua prosa scarna nasconde una profonda analisi psicologica dei personaggi, rivelando le contraddizioni dell’animo umano attraverso i dialoghi e le azioni più che con lunghe descrizioni introspettive.

Il romanzo si inserisce perfettamente nel contesto storico della Grande Depressione americana, dipingendo un quadro spietato di una società in cui il sogno americano si è trasformato in un incubo fatto di compromessi morali e desideri inconfessabili. Il mondo delle assicurazioni diventa metafora di un’America dove tutto ha un prezzo, soprattutto la vita umana.

L’originalità dell’opera risiede anche nella struttura narrativa: Cain abbandona la figura del detective come protagonista, tipica del genere hard-boiled, per concentrarsi sui criminali stessi. La narrazione in prima persona di Walter ci rende complici involontari delle sue azioni, costringendoci a confrontarci con le zone d’ombra della natura umana.

Il titolo originale, “The Postman Always Rings Twice”, diventa una metafora della giustizia karmica che, come il postino del titolo, suona sempre due volte: la prima volta può passare inosservata, ma la seconda è inesorabile. Una metafora che ha radici profonde nella tradizione della tragedia greca, dove il destino raggiunge sempre i suoi obiettivi, per quanto i protagonisti cerchino di sfuggirgli.

L’influenza di quest’opera sulla cultura popolare è stata immensa. Il romanzo ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici, tra cui il celebre e forse il migliore “La fiamma del peccato” (in originale “Double Indemnity“) del 1944, diretto da Billy Wilder e sceneggiato dallo stesso Cain insieme a Raymond Chandler, con Fred MacMurray e Barbara Stanwyck nei ruoli principali.

Si dice che lo stesso Wilder per leggere il romanzo, pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista “Liberty” – un pulp magazine dell’epoca – ci abbia messo meno di 58 minuti da quanto ne rimase folgorato; meno della metà delle due ore, cinquanta minuti e sette secondi che indicava invece la stessa “Liberty” per la sua lettura integrale.

Nel 1946 Tay Garnett realizza “Il postino suona sempre due volte” con John Garfield e Lana Turner come protagonisti, mentre nel 1981 Bob Rafelson dirige Jack Nicholson e Jessica Lange nell’omonimo remake.

Ma il suo impatto va oltre: ha definito i canoni del noir moderno, dove il crimine non è più solo un’indagine da risolvere ma diventa esplorazione delle debolezze umane.

Cain, che curiosamente non amava essere etichettato come scrittore noir, ha creato un’opera che trascende i confini del genere. “La morte paga doppio” è un romanzo sulla cupidigia, sul desiderio e sul destino, temi universali che lo rendono attuale anche a quasi novant’anni dalla pubblicazione. La sua influenza è riscontrabile in autori contemporanei come James Ellroy e Dennis Lehane, che ne hanno raccolto l’eredità nella costruzione di noir psicologici complessi e stratificati.

Un capolavoro che ha cambiato per sempre il volto della letteratura criminale americana, elevando il genere noir a strumento di analisi sociale e psicologica della condizione umana.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Le catene della colpa” di Jacques Tourneur

(USA, 1947)

Ci sono noir e noir, ma quelli fatti a Hollywood alla fine degli anni Quaranta – come questo “Out of the Past” (1947) di Jacques Tourneur – fanno ancora oggi scuola. E lo fanno con una tale naturalezza, con una tale perfezione formale e narrativa, che viene quasi da chiedersi se davvero siano passati quasi ottant’anni da quando questa pellicola è uscita nelle sale. Lasciamo perdere il titolo italiano “Le catene della colpa” che ricorda più i drammoni strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson che riempivano i cinematografi della nostra penisola nel dopoguerra, e prendiamo invece quello originale “Out of the Past” – letteralmente “fuori dal passato” – molto più efficace, evocativo e tremendamente indicativo del tema centrale del film.

Jeff Bailey, interpretato da un sempre bravo Robert Mitchum, gestisce un anonimo distributore di benzina a Bridgeport, una piccola località di provincia sperduta nel nord degli Stati Uniti. La sua vita scorre tranquilla, apparentemente priva di sussulti, scandita dalla quotidianità di un lavoro onesto e dalla frequentazione di Ann, una ragazza del luogo incarnazione della normalità e della speranza in un futuro sereno. Ma il passato, come sempre accade nel cinema noir, non è mai davvero sepolto. È lì che aspetta, acquattato nell’ombra, pronto a riemergere nel momento meno opportuno.

Mentre Jeff è a pescare sul fiume insieme ad Ann – in una scena di apparente idillio che già contiene in sé tutti i segni della catastrofe imminente – il suo garzone lo avvisa che un losco individuo lo è venuto a cercare. Si tratta di Joe, uno degli uomini di fiducia di Sterling, interpretato da un Kirk Douglas giovane e già perfettamente calato nel ruolo del cattivo elegante e spietato, fra i più scaltri e temibili allibratori della regione. L’invito – che è più una convocazione che una proposta – è a presentarsi immediatamente alla sua villa.

Sulla strada, Jeff decide di confessare ad Ann il suo burrascoso passato, quel passato da cui credeva di essere finalmente fuggito. E qui la struttura narrativa del film mostra tutta la sua raffinatezza, scivolando in un lungo flashback che ci rivela la vera identità di questo benzinaio apparentemente senza storia. Qualche anno prima, a New York, Jeff si guadagnava da vivere come detective privato e venne ingaggiato proprio da Sterling per ritrovare la sua ex fidanzata Kathy – una Jane Greer semplicemente perfetta nel ruolo della dark lady per antonomasia – che, dopo avergli sparato durante una discussione, gli aveva rubato quarantamila dollari prima di sparire nel nulla.

Jeff accettò l’incarico e, dopo settimane di ricerche meticolose, rintracciò finalmente la ragazza ad Acapulco. Ma invece di avvisare Sterling e portare a termine il lavoro per cui era stato pagato, commise l’errore fatale che è al cuore di ogni grande noir: se ne innamorò perdutamente e fuggì con lei, sperando di poter cancellare con un colpo di spugna tutto il resto. Quando Sterling li rintracciò – perché i cattivi del noir rintracciavano sempre, è una legge del genere – Kathy gli sparò nuovamente a sangue freddo per poi fuggire ancora una volta, lasciando Jeff a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte.

Ann, ascoltato il racconto, accetta serenamente il passato di Jeff. È una delle poche figure positive in questo universo dominato dall’ambiguità morale, e lo saluta sulla porta della villa di Sterling con una dignità che commuove. L’allibratore sembra sereno e cordiale, quasi paterno. Quando invita Jeff al tavolo per la colazione, però, ecco il colpo di scena che spettatore e protagonista aspettavano senza volerlo ammettere: seduta al tavolo c’è Kathy, bella e pericolosa come sempre, pronta a riavvolgere il nastro del destino di Jeff…

“Out of the Past” è una pellicola che si può considerare senza esitazioni una delle pietre miliari del noir americano, e non solo di quello. Tourneur costruisce un universo visivo di rara suggestione, dove le ombre sono sempre più eloquenti delle luci e dove ogni inquadratura sembra nascondere una minaccia. Il film è incentrato su uno dei temi cardine dell’animo umano: il rapporto con il passato e il suo inesorabile, implacabile ritorno. Non importa quanto lontano tu fugga, sembra dirci Tourneur, non importa quanta distanza metti tra te e i tuoi errori: il passato ti ritroverà sempre, e quando lo farà presenterà il conto con gli interessi.

Mitchum, con quel suo volto da duro dal cuore tenero, da uomo che ha visto troppo e sa già come andrà a finire ma non può fare altro che andare avanti, costruisce uno dei personaggi più memorabili della sua lunga carriera. E Kirk Douglas, all’inizio della sua scalata verso lo status di leggenda, già mostra quel talento nel rendere affascinante la cattiveria che lo renderà celebre.

La sceneggiatura, tratta dal romanzo di Daniel Mainwaring, è scritta dallo stesso Mainwaring insieme a Frank Fenton e al maestro del noir James M. Cain – autore di capolavori come “Il postino suona sempre due volte” e “La fiamma del peccato” – anche se questi ultimi due non appaiono nei titoli di testa. Ma la mano di Cain si vede tutta, eccome se si vede. Quella capacità di costruire dialoghi taglienti come rasoi, quella predilezione per situazioni moralmente ambigue dove non esistono buoni e cattivi ma solo persone che fanno scelte sbagliate, quella fatale attrazione per donne belle e pericolose che trascinano gli uomini verso la rovina: è tutto Cain, distillato nella sua essenza più pura.

La scena finale del film, che riprende splendidamente una delle battute iniziali creando una struttura circolare di devastante efficacia, è semplicemente memorabile. Come sempre non anticipo nulla, ma posso garantire che è una di quelle chiusure che rimangono impresse nella memoria e che fanno capire la differenza tra un buon film e un grande film.

Per la chicca: nel 1984 Taylor Hackford, regista di talento, gira il remake intitolato “Due vite in gioco” (ancora una volta il titolo italiano è meno efficace dell’originale “Against All Odds”) con Jeff Bridges nel ruolo che fu di Mitchum. Il film è dignitoso ma non raggiunge minimamente la potenza dell’originale, anche se la colonna sonora firmata da Phil Collins – che incide il singolo prendendo proprio il titolo originale del film – diventa un successo planetario. Ma è un esempio perfetto di come certi capolavori non vadano toccati, perché appartengono talmente al loro tempo e al loro contesto da essere irriproducibili.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.