“Yuppi Du” di Adriano Celentano

(Italia, 1974)

Ci sono film che, pur essendo figli del loro tempo, riescono a trascendere le mode e le convenzioni, e “Yuppi Du” di Adriano Celentano è uno di questi. Un’opera che non si limita a essere un semplice film, ma si propone come una dichiarazione d’intenti: l’arte può e deve essere libera, anche a costo di risultare spiazzante o incomprensibile.

Celentano, nel 1974, era già un artista poliedrico e controcorrente. Con “Yuppi Du” decide di sperimentare, sfidando il cinema tradizionale con un mix di musical, commedia surreale e dramma. La trama, se così vogliamo chiamarla, segue Felice Della Pietà – lo stesso Celentano – un uomo povero ma pieno di vitalità, che scopre che la sua prima moglie Silvia (Charlotte Rampling), creduta morta, è in realtà viva. Un pretesto narrativo che Celentano usa per esplorare temi universali come l’amore, la povertà in cui è immerso il proletariato che sogna di ascendere alla borghesia e il senso di alienazione in una società sempre più spersonalizzante.

Ciò che rende “Yuppi Du” memorabile è la sua estetica visiva e musicale. Celentano, sceneggiatore (assieme a Miki del Prete e Alberto Silvestri) regista e compositore, gioca con le immagini e con i suoni, creando una dimensione onirica in cui la realtà si mescola al sogno. Le scene musicali, cuore pulsante del film, sono dei piccoli capolavori a sé stanti, dove la musica – davvero indimenticabile – non solo accompagna la storia, ma ne diventa parte integrante.

Ma proprio questa libertà creativa può risultare disorientante. Chi si aspetta una trama lineare o una narrazione classica potrebbe trovarsi spiazzato di fronte a un film che sembra seguire le regole di una logica tutta sua. “Yuppi Du” non vuole piacere a tutti, e in questo risiede la sua forza ma anche la sua debolezza.

Celentano, da attore, regala un’interpretazione magnetica, mentre Claudia Mori (nel ruolo di Adelaide la sua nuova compagna) offre un’ottima prova, aggiungendo una carica emotiva che dona profondità al film. Ma, al di là delle performance, “Yuppi Du” è una celebrazione del genio creativo di Celentano: un’opera che anticipa il videoclip musicale e che sfida lo spettatore a lasciarsi trasportare senza cercare risposte immediate.

A distanza di cinquant’anni, “Yuppi Du” rimane un film divisivo. Per alcuni è un capolavoro visionario, per altri un esercizio di stile gratuito e autoreferenziale. Io credo che, al di là dei giudizi, sia un’opera che merita di essere vista almeno una volta nella vita, perché rappresenta un raro esempio di cinema italiano libero da qualsiasi compromesso.

Un film che non si limita a raccontare una storia, ma prova a reinventare il modo in cui il cinema può parlare al pubblico. Unico, imperfetto e irripetibile, nonostante alcune gag o battute figlie troppo di una comicità superficiale, discriminante e rozza.

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