“Scrivimi fermo posta” di Ernst Lubitsch

(USA, 1940)

Ernst Lubitsch, con il suo capolavoro del 1940 “Scrivimi fermo posta” (The Shop Around the Corner), ci regala una delle più sottili e inquietanti riflessioni sulla natura dell’amore e dell’illusione che il cinema abbia mai prodotto. Dietro la facciata apparentemente innocua di una commedia romantica ambientata in un negozio di articoli da regalo nella Budapest prebellica, si nasconde infatti un’opera di straordinaria complessità psicologica che conferma il genio del regista tedesco nel trasformare situazioni quotidiane in autentici abissi esistenziali.

La storia, tratta dalla commedia teatrale “Parfumerie” di Miklós László, è di una semplicità disarmante: Alfred (James Stewart) e Klara (Margaret Sullavan), due commessi che lavorano nello stesso negozio di proprietà del signor Matuschek (incarnato da Frank Morgan che solo l’anno prima aveva impersonato il mago di Oz nell’omonimo film di Victor Fleming e che l’anno successivo parteciperà a “Gente allegra” diretto sempre da Fleming), si detestano cordialmente durante le ore lavorative, ignorando che sono proprio loro i misteriosi corrispondenti di cui si sono perdutamente innamorati attraverso uno scambio epistolare. Ma è proprio in questa apparente banalità che Lubitsch nasconde le sue verità più scomode.

Il celeberrimo “Lubitsch touch” raggiunge qui una delle sue manifestazioni più raffinate e, paradossalmente, più perturbanti, carico di sottintesi inquietanti. Lubitsch costruisce la sua narrazione attraverso una serie di omissioni e silenzi che diventano via via più opprimenti, trasformando il piccolo negozio in una gabbia dorata dove i personaggi recitano inconsapevolmente i loro ruoli sociali.

La macchina da presa, con la sua consueta eleganza, osserva questi personaggi mentre vivono una doppia vita emotiva senza rendersene conto, e nel farlo rivela la natura fondamentalmente illusoria di ogni rapporto umano. L’amore epistolare tra Alfred e Klara è puro, idealizzato, perfetto proprio perché si basa su un malinteso totale: si amano perché non si conoscono davvero. È un meccanismo narrativo di una perfezione geometrica che nasconde però un’amarezza profonda: forse siamo condannati ad amare solo le nostre proiezioni, mai la realtà delle persone.

James Stewart offre qui una delle sue interpretazioni più stratificate e psicologicamente complesse. Il suo Alfred è un uomo apparentemente sicuro di sé nel lavoro, ma profondamente fragile nei sentimenti. Stewart riesce a trasmettere con straordinaria sottigliezza la contraddizione di un personaggio che vive due esistenze parallele: quella del commesso efficiente e rispettato, e quella dell’innamorato romantico che si cela dietro lettere anonime. La genialità dell’interpretazione risiede nel modo in cui riesce a rendere credibile la coesistenza di questi due Alfred senza mai cadere nella schematizzazione. I suoi silenzi, i suoi sguardi sfuggenti quando Klara parla del suo misterioso corrispondente, la sua crescente consapevolezza della verità che si dipana sotto i suoi occhi: tutto contribuisce a creare un ritratto umano di rara autenticità.

Accanto a lui, Margaret Sullavan compone una Klara altrettanto complessa, donna moderna e indipendente sul lavoro, ma disposta a sciogliersi completamente davanti alle lettere del suo amato sconosciuto. Il contrasto tra la sua determinazione professionale e la sua vulnerabilità sentimentale diventa, nelle mani di Lubitsch, un ritratto impietoso delle contraddizioni dell’animo umano.

Ciò che rende “Scrivimi fermo posta” un’opera così sottilmente inquietante è la sua capacità di rivelare gli abissi che si nascondono dietro la normalità quotidiana. Il negozio di Matuschek diventa un microcosmo dove ogni personaggio vive la propria piccola tragedia privata: il proprietario, interpretato da Frank Morgan, scopre il tradimento della moglie; il leccapiedi Vadas rivela la sua natura meschina; il giovane fattorino Pepi osserva tutto con l’ingenuità di chi deve ancora scontrarsi con la complessità dell’esistenza. Lubitsch orchestra questi destini paralleli con la maestria di un direttore d’orchestra, creando un’armonia che però nasconde continue dissonanze.

La Budapest del film è una città congelata nel tempo, ma proprio questa sospensione temporale conferisce alla narrazione un’aura di irrealtà che amplifica la sensazione di straniamento. Siamo nel 1940, l’Europa sta precipitando nell’abisso dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ma nel piccolo mondo del negozio la vita continua con i suoi rituali quotidiani, ignara – forse volutamente – del sanguinario destino che l’attende.

A distanza di oltre ottant’anni, “Scrivimi fermo posta” mantiene intatta la sua forza e la sua attualità. In un’epoca dominata dai social media e dalle relazioni virtuali, la riflessione di Lubitsch sulla natura mediata dell’amore assume una risonanza quasi profetica. Come i suoi protagonisti, anche noi oggi viviamo spesso relazioni filtrate attraverso schermi e proiezioni, innamorandoci di immagini più che di persone reali. Il film anticipa inoltre temi che diventeranno centrali nel cinema successivo: l’incomunicabilità, la solitudine dell’individuo moderno, la difficoltà di stabilire rapporti autentici in una società sempre più artificiosa.

Ma Lubitsch tratta questi temi con una leggerezza che non ne attenua la profondità, anzi la amplifica. Non è un caso, quindi, che Nora Ephron si ispirerà proprio a questa pellicola per scrivere e dirigere nel 1998 “C’è post@ per te” con Tom Hanks e Meg Ryan.

“Scrivimi fermo posta” è un film che si rivela sempre più ricco e complesso ad ogni visione, un’opera che conferma Lubitsch come uno dei più grandi maestri nella storia del cinema. Dietro la sua superficie elegante e divertente si nasconde un abisso di riflessioni sulla natura umana che continua a interrogarci e a inquietarci, con quella sottile ironia che è il marchio di fabbrica del più raffinato cinema europeo. Un capolavoro che, come tutti i grandi film, non smette mai di sorprenderci e di rivelarci nuove verità su noi stessi.

Per la chicca: la versione originale in italiano venne registrata negli Stati Uniti poco dopo la fine del conflitto planetario da attori italoamericani di cui ancora oggi si può ascoltare il forte accento. Nel nostro Paese, infatti, ancora non si erano create le grandi cooperative di doppiatori – termine che io da sempre reputo limitante, visto che parliamo di grandi artisti – che di lì a poco avrebbero dato la voce ad attrici ed attori che avrebbero segnato il nostro immaginario. Anche per questo “Scrivimi fermo posta” fa parte integrante della storia culturale del nostro Paese.

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“Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger

(USA, 1959)

“Anatomia di un omicidio” rappresenta un capolavoro cinematografico che supera i confini del tradizionale film giudiziario – o courtroom drama – trasformandosi in una profonda indagine psicologica e sociale. La pellicola, con la sua straordinaria capacità di analisi, scardinava nel 1959 i consolidati pregiudizi sulla violenza di genere e sul funzionamento della giustizia.

La regia di Preminger costruisce una narrazione complessa dove nulla è scontato: il processo diventa uno specchio lucido delle contraddizioni sociali, con l’avvocato Paul Biegler (James Stewart) che disseziona con precisione chirurgica ogni aspetto del caso. La vicenda ruota attorno allo stupro di Laura Manion (Lee Remick) e all’omicidio del suo presunto aggressore, tracciando un affresco impietoso dei meccanismi giudiziari.

Il processo diventa una vera e propria analisi critica dei meccanismi culturali che tendono a colpevolizzare la vittima: l’abbigliamento di Laura e i suoi atteggiamenti vengono sottoposti a un processo morale tanto quanto l’imputato per l’omicidio, suo marito Frederick Manion (Ben Gazzara).

La rappresentazione della violenza sessuale è rivoluzionaria: Laura non è né una santa né una dannata, ma una donna con le sue contraddizioni, che rifiuta di essere etichettata o ridotta a stereotipo. L’avvocato difensore Biegler utilizza una strategia difensiva che mette in discussione non solo i fatti, ma l’intera costruzione sociale intorno al concetto di stupro, dimostrando come il sistema giuridico dell’epoca fosse profondamente discriminatorio, costringendo la vittima a una seconda violenza “processuale”.

La pellicola – basata sul romanzo di Robert Traver pubblicato nel 1958 – sovverte continuamente le aspettative: le vittime non sono archetipi astratti ma esseri umani complessi, i colpevoli non sono mostri ma individui sfaccettati. Preminger rifiuta qualsiasi moralismo superficiale, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la difficile ambiguità della condizione umana. Così, anche il pubblico ministero Claude Dancer (interpretato in maniera superba e tagliente da una bravissimo George C. Scott) mostra luci e ombre sulla sua etica e sui mezzi che vuole usare pur di vincere.

La musica di Duke Ellington non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio commento sonoro che arricchisce la narrazione, introducendo sfumature di libertà interpretativa nel rigido contesto processuale. Il suo jazz diventa metafora di una verità mai definitiva, sempre in movimento.

Per la chicca: a vestire i panni del giudice che presiede il processo è il vero avvocato Joseph N. Welch che divenne famoso qualche anno prima per aver difeso numerose vittime del cosiddetto maccartismo e che durante una delle sedute presso il Senato degli Stati Uniti, zittì lo stesso senatore McCarthy.

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“Scandalo a Filadelfia” di George Cukor

(USA, 1940)

Per quanto mi riguarda questa è una delle migliori sophisticated comedy della storia del cinema, di cui i maestri indiscussi sono stati Ernst Lubitsch e, appunto, George Cukor, che non a caso fu un giovane aiuto regista del primo..

Basato sulla commedia teatrale di Philp Barry, con l’ottima sceneggiatura per il grande schermo firmata da Donald Ogden Stewart, “Scandalo a Filadelfia” possiede un cast fra i più affiatati e scintillanti di quegli anni. A partire da Cary Grant, per passare a Katharine Hepburn e arrivando a James Stewart, include anche una serie di grandi caratteristi di Hollywood (come Ruth Hussey, Mary Nash e Ronald Young i cui nomi magari dicono poco, mentre troviamo molto familiari i loro volti) tutti diretti magistralmente da Cukor.

Katharine Hepburn, Cary Grant e George Cukor tornano insieme dopo il successo del delizioso “Incantesimo” del 1938.

La Filadelfia del titolo è quella delle grandi famiglie dell’upper class americana, che oltre ad ingenti patrimoni hanno dalla loro la “storia”. Sono fra quelle più antiche della città, simbolo dell’Indipendenza dal Regno Unito e quindi faro ed esempio per tutte le altre.

Non è un caso, quindi, che oltre cinquant’anni dopo il primo vero film hollywoodiano di denuncia sulla discriminazioni subite dagli omosessuali affetti dall’HIV (e non) venne ambientato in quella città, simbolo di tutto il Paese, prendendone anche il titolo: “Philadelphia” di Jonathan Demme, appunto.

Ma torniamo al film di Cukor: proprio per mantenere immacolata la reputazione della sua storica famiglia, Tracy Lord (la Hepburn) decide di non invitare il padre alle sue seconde nozze. Seth Lord (John Halliday) poco tempo prima infatti ha lasciato suo moglie Margaret (Mary Nash) per una giovane e avvenente ballerina, suscitando l’ira incontenibile della figlia maggiore Tracy.

Il giornale scandalistico “Spy” ha in mano un servizio rovente su Seth e la sua amante, e per avere l’esclusiva sul matrimonio di Tracy, ricatta il suo primo marito C.K. Dexter Heaven (Cary Grant) o lui permetterà a un giornalista e una fotoreporter di intrufolarsi come falsi amici alle nozze, o il servizio su Lord senior verrà pubblicato.

Così, il giorno prima delle nozze, arrivano nell’immensa tenuta dei Lord C.K., Macaulay Connor (James Stewart) ed Elizabeth Imbrie (Ruth Hussey). Ma…

Con dialoghi ancora oggi memorabili, soprattutto fra Hepburn (forse al massimo del suo fascino) e Grant, il film viene candidato a sei Oscar fra cui: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Hepburn viene candidata come migliore attrice protagonista, mentre Stewart e Hussey come miglior attore e attrice non protagonista. A portare a casa la statuetta saranno solo James Stewart e Donald Ogden Stewart per lo script.

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“Harvey” di Henry Koster

(USA, 1950)

Questo è uno fra i gioielli cinematografici più luminosi di tutti i tempi.

Forse l’inno più bello alla diversità che la Hollywood del New Deal roosveltiano produsse.

E il protagonista non poteva essere altro che James Stewart, attore simbolo di quell’indimenticabile periodo e che con il passare degli anni io, personalmente, non faccio altro che apprezzare.

Se Stewart fu “solo” candidato all’Oscar per questo film, a vincere la statuetta fu la bravissima Josephine Hull, nel ruolo della sorella, come migliore attrice non protagonista, lei che sei anni prima aveva interpretato un altro grande film “Arsenico e vecchi merletti”, nel ruolo di una delle due diaboliche omicide.

Tratto dall’opera teatrale di Mary Chase, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1945, “Harvey” ci pone due emblematiche domande: chi di noi non ha mai avuto un amico immaginario? E soprattutto: chi ha avuto il coraggio di raccontarlo agli altri?

Da rivedere a cadenza regolare e inserire nel programma scolastico statale…

Nella nostra versione possiamo ancora oggi apprezzare la grandissima bravura dell’indimenticabile Gino Cervi che dona in maniera vellutata e sublime la voce a James Stewart.

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“L’uomo che uccise Liberty Valance” di John Ford

(USA, 1962)

Non sono un amante del genere Western – né tanto meno di John Wayne, al secolo Marion Robert Morrison, il cui machismo ingombrante e le posizioni morali ferocemente intolleranti e reazionarie, raccontate con grande efficacia per esempio in L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, non mi sono mai piaciute – fatta eccezione dei film di Sergio Leone, di alcuni altri spaghetti western, de Gli Spietati di Clint Eastwood, di Django Unchained di Quentin Tarantino, e soprattutto di questa splendida pellicola diretta dal grande John Ford.

Il Senatore degli Stati Uniti Ransom Stoddard (un superbo James Stewart), uno degli uomini più influenti di Washington, torna nella piccola cittadina di Shinbone per partecipare al funerale di Tom Doniphon (John Wayne), un uomo di cui, apparentemente, nessuno in città sembra più ricordarsi il nome. È proprio questo dettaglio, minimo ma tagliente, a dare il tono a tutto il film: la memoria collettiva seleziona, addomestica, riscrive. E i mass media, va detto, ci mettono del loro.

Il funerale diventa l’occasione per ricostruire, attraverso un lungo flashback raccontato a un giornalista locale, l’inizio della carriera politica di Stoddard, partita proprio nella piccola cittadina molti anni prima. Allora il giovane avvocato appena arrivato dall’Est aveva tutta l’intenzione di riportare l’ordine e la legalità a Shinbone, preda degli interessi di alcuni dei più importanti allevatori di bestiame dello Stato, contrari a qualsiasi forma di progresso civile che potesse intralciare i loro affari.

Al soldo di questi c’era lo spietato Liberty Valance (un cattivissimo, sadico, quasi teatrale Lee Marvin), che non aveva la minima intenzione di cedere e che, anzi, si divertiva a umiliare pubblicamente Stoddard ogni volta che ne aveva l’occasione. L’avvocato, colto ma testardo, credeva ciecamente nella forza della legge scritta, dei codici, delle parole: armi che a Shinbone, però, non valevano granché contro una pistola. Fu proprio Valance a sfidarlo a duello, e l’esito dello scontro sembrava tristemente scontato: Stoddard non aveva mai tenuto un’arma in mano in vita sua.

Ma, contro ogni probabilità, fu Valance a morire, anche se la dinamica della sparatoria lasciò molti dubbi, compreso il ruolo in questa del pistolero Doniphon, che aveva preso sotto la sua ala protettrice Stoddard fin dal loro primo incontro, forse per un’affinità inspiegabile, forse per gelosia nei confronti di Hallie (una intensa Vera Miles), la donna che entrambi amavano e che, alla fine, sceglierà l’uomo di legge e non quello della pistola.

È qui che Ford costruisce il vero cuore del film, quello che lo rende molto più di un semplice western: la contrapposizione, mai gridata ma sempre presente, tra due modelli d’America. Da un lato Doniphon, incarnazione di un West primitivo, onesto ma destinato all’estinzione, capace di violenza ma anche di un sacrificio silenzioso e mai rivendicato. Dall’altro Stoddard, simbolo di un futuro fatto di scuole, elezioni, giornali e Stato di diritto, che però quel futuro può costruirlo solo grazie a una menzogna fondativa che lo accompagnerà per tutta la vita.

La celebre battuta finale del giornalista – “quando la legenda diventa più bella della verità: …pubblica la legenda” – è probabilmente una delle riflessioni più lucide che il cinema americano abbia mai fatto su se stesso e sulla propria storia. Ford, che con Ombre Rosse e Sentieri Selvaggi aveva contribuito più di chiunque altro a costruire il mito del West, qui lo smonta pezzo per pezzo, con la malinconia di chi sa di aver partecipato a quella costruzione e ne conosce bene i costi.

Straordinaria la scelta di girare in un bianco e nero quasi anacronistico per il 1962, epoca in cui il colore dominava già Hollywood: una decisione che rafforza il registro crepuscolare dell’opera, avvicinandola più a un funerale (quello vero, di Doniphon, ma anche quello simbolico di un’epoca) che a un’avventura di frontiera. Anche il cast di contorno – da Edmond O’Brien nel ruolo del giornalista Dutton Peabody a Andy Devine nei panni dello sceriffo pavido Link Appleyard – contribuisce a costruire un mondo di personaggi umanissimi, buffi e fragili, ben lontani dagli stereotipi eroici del genere.

James Stewart, all’epoca già cinquantaquattrenne, riesce a restituire con naturalezza sia la goffaggine iniziale del giovane idealista sia la solennità un po’ amara del senatore anziano che guarda al proprio passato. John Wayne, dal suo canto, offre una delle poche interpretazioni degne di nota della sua carriera, capace di trasmettere con pochi gesti tutta la solitudine di chi ha scelto di rimanere fedele a un mondo che sta scomparendo sotto i suoi occhi.

“L’uomo che uccise Liberty Valance” è un’epica e crepuscolare ricostruzione della nascita del Grande Paese, che ancora oggi continua a fare i conti con le sue anime così diverse e contrastanti: quella della forza bruta e quella della legge, quella del mito e quella della verità. Per questo, mai come in questo periodo, è tornato davvero attuale.

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