“La stirpe della sirena” di Satoshi Kon

(Umami, 2019)

Il mare non è mai stato davvero innocente. Lo sapevano i Greci, lo sapevano i Romani, lo sanno tutti i marinai, e lo sa Satoshi Kon, che nel 1990 — prima ancora di diventare il genio immortale e inquieto di “Perfect Blue” e “Paprika – Sognando un sogno” e “Millennium Actress“— prende quella verità antica e la disegna a inchiostro su carta, tavola dopo tavola, con la precisione tranquilla di chi non ha fretta di spaventarti perché sa già che ci riuscirà.

“La stirpe della sirena” non bussa. Entra.

Siamo nel 1990. Satoshi Kon è ancora lontano dall’essere il futuro regista visionario di quei film che avrebbero ridisegnato il modo in cui il mondo pensa all’animazione giapponese. È un giovane mangaka che muove i suoi giovani passi nell’industria, e questo volume — un racconto breve di formazione e mistero balneare — porta già incisa nei bordi la firma inconfondibile di una mente che non sa stare dentro i confini.

La storia ruota attorno a Yosuke, una ragazzo che vive in una cittadina di mare. L’ambientazione è quella classica del Giappone affacciato sull’oceano: caldo, umidità, grilli, il profumo del sale che impregna ogni tavola. Ma sotto quella superficie domestica e rassicurante comincia a prendere forma qualcosa di antico e perturbante. Il mare qui non è sfondo, è personaggio. È la bocca di qualcosa che vuole alimentarsi. Il nonno di Yosuke, infatti, da sessant’anni custodisce un “uovo di Umbito”, una creatura mitologica del mare, mentre suo padre…

Kon gioca con la mitologia della sirena non come allegoria romantica — nessuna coda iridescente, nessun canto ammaliante nel senso fiabesco del termine — ma come radice atavica di una stirpe che non appartiene del tutto al mondo degli uomini. È una scelta precisa e coraggiosa per un esordiente: prendere un archetipo e svuotarlo delle sue decorazioni per ritrovarne il nucleo oscuro, quello che stava lì prima che le favole lo addomesticassero.

Il disegno è già maturo in maniera sorprendente. Le tavole non gridano, non si agitano nel tentativo di impressionare. Parlano piano, con quella sicurezza di chi sa che bastano le proporzioni giuste, le ombre giuste, un volto disegnato senza fronzoli ma con precisione chirurgica nelle espressioni. Yosuke ha occhi che contengono sia la meraviglia che la paura, e in certi frangenti non sai distinguere l’una dall’altra, e probabilmente è proprio questo il punto.

C’è nella narrazione un ritmo che ricorda il respiro delle maree: avanza, si ritira, torna. Momenti di quiete che sembrano voler rassicurare il lettore, seguiti da irruzioni di qualcosa di inaspettato che non è mai esplicitamente mostruoso ma rimane — questa è la parola giusta — inquietante. Kon non usa il sangue come scorciatoia. Usa il dubbio, quella sensazione fastidiosa che qualcosa che vedi non sia davvero ciò che sembra.

Il rapporto con il nonno è uno degli elementi più riusciti. È una figura calda, reale, stratificata, non il saggio onnisciente e stereotipato del folklore orientale, ma un uomo che porta dentro di sé un segreto con la pesantezza silenziosa di chi ha imparato che certe cose non si dicono, non perché si voglia nasconderle, ma perché le parole non basterebbero a contenerle.

Se avete letto o visto qualcosa di Kon in seguito, sapete già che questo tema — la realtà che scivola, i confini tra ciò che è vero e ciò che percepiamo come vero — sarebbe diventato la sua ossessione più fertile. Qui è ancora in forma embrionale, ancora legata a un impianto narrativo più tradizionale, ma c’è. Si sente sotto le tavole come si sente con i piedi il fondale marino irregolare sotto una superficie apparentemente calma.

“La stirpe della sirena” forse non è un’opera che vi cambierà la vita. È però una di quelle opere che, guardando indietro, si capisce quanto fosse necessaria: necessaria a Kon stesso, come esercizio di comprensione del proprio linguaggio, e necessaria al lettore curioso come porta d’ingresso verso un autore che avrebbe poi spalancato finestre su panorami che nessuno aveva ancora mai immaginato.

Leggetelo con la pazienza che merita. E non fidatevi troppo del rumore regolare del mare che sentite in sottofondo…

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“Look Back” di Kiyotaka Oshiyama

(Giappone, 2024)

E’ disponibile in streaming “Look Back”, l’atteso adattamento animato dell’omonimo one-shot manga di Tatsuki Fujimoto del 2021, e diretto da Kiyotaka Oshiyama. Un’opera che fin dal suo annuncio ha attirato l’attenzione degli appassionati, vista la forza narrativa del materiale di partenza e il prestigio dello studio d’animazione Science SARU, a cui ha collaborato anche lo Studio Ponoc.

Fujino è una giovane studentessa delle elementari che si è guadagnata una piccola notorietà locale grazie ai suoi manga pubblicati sul giornalino scolastico. La sua routine viene sconvolta dall’incontro con Kyomoto, una ragazza solitaria che vive reclusa nella sua stanza, ma dotata di un talento artistico straordinario. Le due iniziano una collaborazione che cambierà per sempre le loro vite, in un intreccio di rivalità artistica ma anche di profonda connessione emotiva, ma…

Oshiyama trasforma il manga di Fujimoto in un’opera visivamente ipnotica, dove ogni pennellata e ogni tratto di matita delle protagoniste viene reso con una fluidità che rapisce lo sguardo. La macchina da presa si muove con grazia tra le pagine dei manga delle protagoniste, trasformando l’atto del disegnare in una danza visiva che cattura perfettamente l’ossessione creativa delle due giovani artiste.

Come molta della produzione di Fujimoto, anche quest’opera è intrisa di una profonda riflessione sulla natura effimera dell’esistenza e sul ruolo dell’arte come strumento di connessione umana. La regia di Oshiyama enfatizza questi temi attraverso un sapiente uso delle inquadrature, alternando momenti di intima quotidianità a sequenze più sperimentali che esplodono sullo schermo nei momenti emotivamente più intensi.

Per aumentare il senso di intimità della narrazione, il regista sceglie di concentrarsi quasi esclusivamente sulle due protagoniste, relegando gli altri personaggi a presenze fugaci che attraversano lo schermo come ombre. Una scelta che rende ancora più intensa e soffocante l’esplorazione del rapporto tra Fujino e Kyomoto, trasformando il loro legame artistico in una sorta di danza a due che oscilla continuamente tra ammirazione e competizione.

La colonna sonora accompagna con delicatezza questa esplorazione dell’animo umano, sapendo quando farsi sentire e quando invece lasciare che sia il silenzio a parlare. Un silenzio che in certi momenti diventa assordante, soprattutto nelle scene che precedono i punti di svolta narrativi più importanti.

“Look Back” si rivela così non solo un magnifico adattamento del manga originale, ma un’opera che riesce a trascendere il medium animato per diventare una riflessione universale sul significato dell’arte e delle relazioni umane. Un film che conferma ancora una volta come l’animazione giapponese sia capace di affrontare temi profondi con una maturità e una sensibilità rare.

Questo mediometraggio che sfiora i 60 minuti è un’opera destinata a lasciare il segno nella storia dell’animazione contemporanea, e non solo.

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“I miei vicini Yamada” di Isao Takahata

(Giappone, 1999)

Questo particolare lungometraggio animato, prodotto dallo Studio Ghibli nel 1999, è ispirato al manga yonkoma (di quattro vignette) “Nono-chan” di Hisaichi Ishii.

Il maestro Isao Takahaka (regista degli splendidi “Una tomba per le lucciole“, “Pom-Poko“, “Pioggia di ricordi” e “La storia della principessa splendente“) adatta per il grande schermo una delle più famose strisce umoristiche che più divertono i giapponesi.

I disegni sono quasi accennati, scarni sono i fondali e l’essenziale visivo è legato all’azione del breve episodio raccontato. Attraverso una lunga serie di piccole storie quotidiane, concatenate le une alle altre, assistiamo alla vita di tutti i giorni degli Yamada, tipica famiglia della Tokyo di oggi, e dei suoi cinque membri: nonna Shinge, papà Yakashi, mamma Matsuko, il figlio adolescente Noboru e la piccola Nonoko.

Se volete davvero conoscere la vita comune di una classica famiglia giapponese questo è il film per voi. Non sono molte le pellicole che riescono a mostrare la vera anima dello stile di vita nel Sol Levante, e se ci aggiungiamo poi che è firmato da uno dei maestri dello Studio Ghibli… da vedere.