
(USA, 1946)
Mi sono sempre chiesto cosa renda immortale un film noir. Forse è quella particolare alchimia tra luci e ombre, quel modo di raccontare storie sporche con un’eleganza quasi poetica. “Il Grande Sonno” di Howard Hawks è esattamente questo: poesia nera distillata in celluloide.
Confesso di aver rivisto questo capolavoro del 1946 almeno una dozzina di volte. E ogni volta, come un buon whisky invecchiato – anche se io non sono un appassionato di superalcolici a differenza dello stesso Marlowe… – rivela sfumature diverse, note nascoste che prima mi erano sfuggite. La Los Angeles di Hawks – che si ispira a quella dell’omonimo romanzo che Raymond Chandler pubblicò nel 1939 – è un palcoscenico dove si muovono figure che sembrano uscite dai romanzi che tutti vorrebbero scrivere: uomini stanchi ma incorruttibili, donne pericolose come lame affilate.
Humphrey Bogart è Philip Marlowe, e secondo me nessuno potrà mai interpretarlo meglio. Il suo Marlowe non è solo un detective: è l’ultima incarnazione del cavaliere errante, che si muove per le strade buie della città come un moderno Don Chisciotte in impermeabile. La sua spada è una Colt, il suo scudo un’ironia tagliente che ferisce più di qualsiasi proiettile. E come si sfiora il lobo dell’orecchio destro quando riflette, rimane una delle cose più iconiche della Hollywood in bianco e nero.
E poi c’è lei, Lauren Bacall. La sua Vivian Rutledge è come un cocktail pericoloso: non sai mai se ti salverà o ti ucciderà, ma non puoi fare a meno di berlo fino in fondo. La chimica tra lei e Bogart, dalla vita reale brucia direttamente lo schermo come una sigaretta dimenticata su un tavolo di mogano.
La trama? Complessa, intricata, a tratti quasi incomprensibile – si dice che persino William Faulkner, che collaborò alla sceneggiatura e che tre anni dopo la realizzazione di questa pellicola vincerà il Nobel per la Letteratura, non riuscisse a capire chi avesse ucciso chi. Ma non importa, davvero. Quello che conta è l’atmosfera, quel senso di caduta inevitabile in un mondo corrotto dove l’unica redenzione possibile sta nel mantenere la propria integrità.
Hawks orchestra tutto questo come un maestro nell’ombra. Ogni inquadratura è un dipinto in chiaroscuro, ogni dialogo una schermaglia verbale che nasconde significati più profondi. Le sue strade notturne grondano di pioggia e di segreti, i suoi interni sono gabbie dorate dove si consumano tradimenti e feroci vendette.
Da scrittore, non posso fare a meno di ammirare la costruzione dei dialoghi. Sono affilati come rasoi, carichi di doppi sensi e di una tensione erotica che la censura dell’epoca non poteva toccare. È il tipo di scrittura che dice tutto senza mai dire nulla esplicitamente.
“Il Grande Sonno” non è solo un film noir: è una lezione di stile, un manuale di scrittura cinematografica, un esempio di come si possa trasformare la degradazione morale in arte pura. È il tipo di film che ti fa venire voglia di scrivere, di creare personaggi che camminano sul filo del rasoio tra redenzione e dannazione.
E mentre lo riguardo, per l’ennesima volta, nel silenzio del mio studio, non posso fare a meno di pensare che forse è questo il vero grande sonno: quello della nostra coscienza di fronte al male. Un sonno da cui solo figure come Philip Marlowe possono provare a svegliarci.
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