“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri

(Italia, 1969)

Immaginate un assassino che lascia le prove del proprio delitto in giro per casa come biglietti da visita. Che semina indizi. Che quasi implora di essere scoperto. Immaginate poi che nessuno lo scopra. Non perché gli investigatori siano incompetenti. Ma perché il sistema, per sopravvivere a se stesso, non può permettersi di toccarlo.

Ecco il film. Ecco l’Italia del 1969. Ecco, con una puntualità che fa venire i brividi, forse un pezzo di Italia anche di oggi.

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” non è un thriller. O meglio: lo è nella forma, non nell’anima. Nell’anima è un atto d’accusa. Elio Petri e Ugo Pirro costruiscono una sceneggiatura che ha la struttura di un paradosso e la sostanza di uno schiaffo: il protagonista — il Dirigente, mai nominato, identificato solo dalla sua funzione come si usa con le istituzioni — uccide la propria amante nel giorno della sua promozione a capo dell’Ufficio Politico della Questura. Poi si mette a depistare le indagini. Su se stesso. Con la serenità assoluta di chi sa già come va a finire.

E tu, davanti allo schermo, a un certo punto smetti di chiederti se verrà fermato. Cominci a chiederti perché sei così sicuro che non accadrà.

E poi c’è lui.

Gian Maria Volonté costruisce il Dirigente come un essere che abita simultaneamente due dimensioni opposte: la sicurezza assoluta dell’intoccabile e il terrore segreto di chi ha bisogno di essere visto, fermato, punito. È una interpretazione che lavora su piani diversi e li tiene insieme senza che nessuna costola ceda. Volonté non recita la grandiosità: la indossa come si indossa una divisa. Ogni gesto è misurato, ogni pausa è deliberata, ogni sorriso ha dentro di sé la coscienza del proprio peso specifico. Nella scena in cui perquisisce il proprio appartamento nei panni dell’investigatore che cerca se stesso, c’è più cinema che in interi filmoni costruiti a furia di budget stratosferici.

Volonté aveva già dimostrato di essere qualcosa di diverso dagli altri — chi ha visto i suoi due personaggi nei primi spaghetti western di Sergio Leone o il suo Teofilatto dei Leonzi nel grande “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli è difficile che l’abbia dimenticato — ma qui Volonté compie qualcosa di più definitivo: porta sullo schermo un personaggio che fa paura non perché sia mostruoso, ma perché è riconoscibile. Perché lo abbiamo già incontrato. Perché probabilmente continueremo a incontrarlo.

Petri regge il film con un coraggio formale che non si accontenta di stare dentro le convenzioni del genere. Le scene in flashback sono distorte, quasi oniriche, con quei colori saturi e quella luce artificiale che trasformano il ricordo in ossessione. I movimenti di macchina sono a tratti aggressivi, a tratti quasi teatrali. Non c’è neutralità visiva: ogni scelta dice qualcosa, sottolinea, punge. È cinema che ha un punto di vista e non si vergogna di averlo.

E poi — bisogna parlarne, sarebbe un torto non farlo — c’è la musica del maestro assoluto Ennio Morricone.

Definirla “coinvolgente” è onesto ma insufficiente. Quella partitura è parte costitutiva del film, non accompagnamento. Il tema principale — quel mandolino, quei fiati beffardi, quasi da commedia grottesca, che tornano e tornano con l’insistenza di qualcosa che non vuole lasciarti andare — è la voce del potere stesso: sicuro, ironico, un po’ ridicolo nelle proprie cerimonie, e proprio per questo ancora più insopportabile. Morricone capisce il film forse meglio di chiunque altro, e lo restituisce in musica con una precisione che ancora oggi lascia il segno.

Non è un caso, quindi, se questa pellicola stava per approdare nelle nostre sale nel dicembre del 1969 quando la strage di piazza Fontana sconvolse per sempre la nostra società. I produttori furono incerti per alcuni mesi, dopo l’attentato nella città meneghina, se distribuirlo, ma alla fine lo fecero e la pellicola riscosse uno straordinario successo al botteghino in tutto il nostro Paese, e non solo.

“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” vince l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, e la cosa più notevole è che il premio non lo rende innocuo, non lo addomestica, non lo trasforma in un oggetto da premiazione da riporre in bacheca. Resta tagliente. Resta scomodo. Resta, ben oltre cinquant’anni dopo la sua uscita, un film che ha la capacità di farti alzare dalla sedia con la sensazione spiacevole di aver appena guardato non il passato, ma qualcosa di permanente.

Perché il Dirigente non è un personaggio storico. È un meccanismo. E i meccanismi, si sa, non invecchiano mai davvero, come gli scritti di Franz Kafka la cui frase chiude il film: “Qualunque impressione faccia su noi, egli è servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”.

Da vedere. Poi da rivedere. Poi da tenere a mente quando leggi le notizie del giorno.

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“La donna della domenica” di Luigi Comencini

(Italia, 1975)

Ci sono film che non invecchiano. Non perché siano stati restaurati o rimasterizzati, non perché qualcuno li abbia spolverati e rimessi in circolazione con una bella campagna social. No, non invecchiano perché dentro hanno qualcosa che il tempo non riesce a consumare: atmosfera, classe e ironia. E soprattutto attori che quando entrano in scena fanno capire immediatamente perché il cinema esiste.

“La donna della domenica” è uno di questi film. Luigi Comencini, nel 1975, prende l’omonimo romanzo di Carlo Fruttero e Franco Lucentini – un giallo ambientato nella Torino borghese, nebbiosa ed elegantemente cinica – e ne fa qualcosa che va oltre il genere. Non è solo un thriller. È un ritratto di un’Italia che in quel momento stava cambiando pelle, con le sue contraddizioni, le sue ipocrisie, i suoi salotti profumati dove sotto la lacca dei capelli e la seta degli abiti si nascondevano segreti tutt’altro che presentabili.

La storia ruota attorno a un omicidio, naturalmente. Un certo Garrone (impersonato da un bravo quanto odioso Claudio Gora) viene trovato con il cranio sfondato da un fallo di pietra, sì, avete letto bene. Questo dettaglio, che in mani meno sicure sarebbe diventato una macchietta, diventa invece la chiave di lettura di tutto: un simbolo grottesco in una commedia nera che sa essere seria quando serve e leggera quando occorre.

Marcello Mastroianni è il commissario Santamaria, un funzionario di polizia meridionale trapiantato nella Torino nebbiosa, leggermente fuori posto come un fiore di campo in un giardino all’italiana. Mastroianni fa quello che Mastroianni sa fare meglio di chiunque altro: essere completamente naturale in ogni situazione. Non recita, abita il personaggio. Santamaria è stanco ma curioso, un po’ melanconico, con quella capacità tutta sua di osservare le persone come se le capisse prima ancora che aprano bocca. È un personaggio che funziona perché Mastroianni gli dà una umanità discreta, mai sopra le righe, sempre vera.

Poi c’è lei. Jacqueline Bisset. Lì dove il film avrebbe potuto accontentarsi di una bella presenza decorativa, Bisset costruisce invece una donna ambigua, sfaccettata, capace di essere affascinante e sfuggente nello stesso respiro. Il suo personaggio, Anna Carla Dosio, appartiene a quella borghesia torinese che sorride sempre con la bocca ma non sempre con gli occhi. E Bisset questo lo sa rendere benissimo: c’è qualcosa nel modo in cui guarda, nel modo in cui tace, che racconta più di qualsiasi dialogo.

Jean-Louis Trintignant completa questo triumvirato con la precisione di un orologio svizzero. Il suo Massimo Campi è un personaggio che gioca a fare il dandy disinvolto, ma sotto la superficie liscia nasconde qualcosa di più complesso e inquieto. Trintignant è uno di quegli attori che riesce a comunicare mille cose tenendo il viso quasi immobile: lavora per sottrazione, toglie invece di aggiungere, e il risultato è una presenza scenica che rimane impressa anche nelle scene in cui dice poco o nulla.

Ma c’è un quarto protagonista in questo film, e non compare nei titoli di testa: la città. Torino, con i suoi portici lunghi come pensieri, i suoi palazzi che sembrano tenere il segreto come un’abitudine ancestrale, i suoi viali dove la nebbia non è mai solo meteorologica. Comencini la fotografa con affetto e distanza insieme, come si guarda una persona cara di cui non ci si fida del tutto.

E poi, come un filo d’oro che attraversa tutto, c’è la colonna sonora di Ennio Morricone. Non quella fragorosa dei western, non quella che ti entra nelle orecchie e non se ne va più. Qui il Maestro sceglie toni più sospesi, eleganti, quasi rarefatti. Una musica che accompagna senza sopraffare, che sottolinea senza spiegare, che lascia allo spettatore lo spazio per sentire. Come sempre, Morricone capisce prima degli altri di cosa ha bisogno il film. E glielo dà.

“La donna della domenica” è un film che merita di essere (ri)scoperto. Per la storia gialla ben congegnata, per l’ironia pungente che scorre sotto ogni scena come un fiume sotterraneo, per la regia di Comencini che non spreca mai un’inquadratura. Ma soprattutto per quei tre interpreti straordinari che si muovono sullo schermo come sanno fare solo i grandissimi: senza sforzo apparente, con quella grazia che è la firma inconfondibile del talento vero.

C’è un momento, verso la fine, in cui tutto si chiarisce. E in quel momento si capisce perché questo film, oltre cinquant’anni dopo, non ha perso un grammo della sua attualità e della sua eleganza.

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“Diabolik” di Mario Bava

(Italia/Francia, 1968)

Ci sono registi che, pur lavorando con mezzi limitati, riescono a trasformare ogni scena in un’opera d’arte, spingendo i confini del possibile con l’immaginazione e l’ingegno. Mario Bava è senza dubbio uno di questi, e il suo Diabolik del 1968 è la prova tangibile del suo straordinario talento visionario.

Adattare un fenomeno di culto come il fumetto di Diabolik, nato dalla brillante intuizione delle sorelle Angela e Luciana Giussani, era una sfida tutt’altro che semplice. Bava, però, non si limita a tradurre le vignette sul grande schermo: le reinventa, le rielabora, le immerge in un universo visivo ipnotico che, ancora oggi, lascia a bocca aperta, trasformando ogni scena in un tripudio di colori e forme, costruendo un mondo che sembra uscito da un sogno a occhi aperti.

Bava riesce a catturare il fascino oscuro del personaggio senza snaturarlo, regalandoci un Diabolik che è tanto affascinante quanto inquietante, un eroe-antieroe che non cerca mai di piacere, ma che ci conquista comunque. E poi c’è lui, John Phillip Law, perfetto nel ruolo del glaciale Diabolik. Con quello sguardo magnetico e i suoi movimenti felini, incarna alla perfezione il ladro mascherato che ha conquistato generazioni di lettori. Al suo fianco, Marisa Mell è un’Eva Kant impeccabile: seducente, elegante e, soprattutto, complice perfetta del nostro antieroe. Il loro rapporto, basato su un’intesa assoluta, è uno degli elementi più riusciti del film.

Un insolito Michel Piccoli veste i panni dell’ispettore Ginko, doppiato da un grande e volitivo Gigi Proietti. Nel cast, anche se in ruoli secondari che però sanno rendere davvero indimenticabili: Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer e Terry Thomas.

Il film si muove tra scenografie pop e psichedeliche, con un uso magistrale dei colori saturi e dei contrasti. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, ogni movimento della macchina da presa è pensato per amplificare la sensazione di trovarsi dentro una vignetta vivente. Ma la vera magia sta nel fatto che tutto questo non sembra mai artificioso: è naturale, fluido, coinvolgente.

Ma un’opera come questa non sarebbe completa senza la colonna sonora di Ennio Morricone. Le sue musiche accompagnano ogni scena con una precisione millimetrica, sottolineando i momenti di tensione, azione e ironia. È un matrimonio perfetto tra suono e immagine, che rende il film ancora più affascinante.

Guardare Diabolik oggi significa immergersi in un’esperienza visiva che non ha perso nulla del suo fascino. È un viaggio nell’immaginazione di Mario Bava, un regista che ha saputo anticipare i tempi e dimostrare che la vera arte non ha bisogno di grandi budget, ma solo di una visione chiara e coraggiosa.

Un film imprescindibile per chiunque ami il cinema e la capacità di osare di chi sa trasformare una storia in mito.

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“Dimenticare Palermo” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1990)

Alla fine del decennio che ha segnato il definitivo arrivo tragico e implacabile della droga nella nostra società, il maestro Francesco Rosi ci regala una pellicola che fotografa i poteri forti che ci sono dietro agli enormi guadagni che il traffico illegale di stupefacenti produce giornalmente.

Ispirandosi all’omonimo romanzo della francese Edmonde Charles-Roux (1920-2016) pubblicato nel 1967, Rosi scrive la sceneggiatura assieme ai suoi amici personali Tonino Guerra e Gore Vidal, attualizzandola e disegnando un profilo della mafia molto più limpido fedele e duro.

Così ci troviamo a New York dove Carmine Bonavia (un bravo James Belushi), figlio di immigranti palermitani, è un consigliere del Municipio di New York che sfida il sindaco uscente. Fra i suoi cavalli di battaglia ci sono i centri per la tossicodipendenza che ha creato in alcuni quartieri.

E proprio durante l’inaugurazione di uno di questi Bonavia incontra Gianna Magnardi (Carolina Rosi) una giornalista siciliana che vive a New York e lavora per la televisione italiana, che gli chiede, una volta eletto, cosa avrà davvero il coraggio di fare per sconfiggere la piaga della droga. Bonavia prende spunto dalle domande della donna e inizia una nuova campagna a favore della legalizzazione della droga – non della liberalizzazione – cosa che di fatto farebbe perdere i clamorosi introiti quotidiani alla criminalità organizzata.

Decide poi di spostare la meta del suo imminente viaggio di nozze con Carrie (Mimi Rogers) da Venezia proprio a Palermo, la terra dei suoi genitori che lui non ha mai visto. L’unico che si oppone alla cosa è suo padre che tenta in ogni modo e inutilmente di fargli cambiare idea.

Così Carmine e Carrie Bonavia arrivano nel grande e lussuoso albergo di Palermo dove vengono accolti da un cortese quanto ambiguo direttore Gianni Mucci (Philippe Noiret). Il primo impatto con il capoluogo siciliano è magico e pieno di arte millenaria, odori e profumi incredibili. Ma anche di originali e strani personaggi come il Principe (Vittorio Gassman) che da oltre quarant’anni vive nell’albergo senza mai uscire dal portone.

Ma la campagna di Bonavia a favore della legalizzazione delle sostanze stupefacenti non può non attirare la calda attenzione della grande e multinazionale criminalità organizzata che conosce bene le origini, il sangue e l’anima di Carmine incapace di …dimenticare Palermo.

Splendida e dura pellicola di Rosi che, come tutte le altre sue opere, ha il merito di fotografare e testimoniare in maniera lucida e schietta la nostra società nel momento in cui viene realizzata, rimanendo al tempo stesso efficace e – …purtroppo – sempre attuale. Dopo oltre trent’anni, infatti, questo film ancora colpisce al cuore lasciandoci confusi e amareggiati sulle note della bellissima colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

“Dimenticare Palermo” nel nostro Paese, pagò un prezzo molto alto visto che chi sedeva allora a Palazzo Chigi riteneva che l’unica arma possibile da usare contro la droga fosse la massima e implacabile repressione, soprattutto sui tossicodipendenti, discostandosi non poco dagli ideali del Bonavia.

Da vedere e da far vedere a scuola.

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“L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo

(Italia, 1976)

“Senza le donne: non saremmo qui…” dice il comandante (impersonato da Stefano Satta Flores) ai suoi uomini riferendosi nello specifico all’Agnese (Ingrid Thulin) che porta i viveri al gruppo di partigiani nascosti in una fattoria abbandonata nella bassa padana, nella provincia di Ferrara.

Siamo negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, e per i nostri connazionali che vivono in quella zona sono gli anni più duri e crudeli. Agnese, che nella vita ha fatto sempre e solo la lavandaia visto che il marito Palita (Massimo Girotti) a causa di una grave malattia non può di fatto lavorare. Ma pensare quello sì, e così il Palita è diventato comunista e grande antifascista, cose che all’Agnese non interessano.

Quando suo marito viene rastrellato dai tedeschi, dopo essere stato denunciato per aver aiutato un soldato italiano disertore, per Agnese crolla il mondo. E la sua esistenza sembra spezzarsi alla notizia della morte di Palita avvenuta per stenti sul treno piombato nel quale era stato deportato. Agnese così decide di reagire e dopo che un tedesco mitraglia per divertimento il vecchio gatto di suo marito la donna, approfittando dell’ubriachezza dell’uomo, lo colpisce violentemente alla testa col suo stesso mitragliatore.

Agnese così è costretta a darsi alla macchia e si unisce ai partigiani, ma…

Nel cast da ricordare anche Flavio Bucci, Michele Placido, Ninetto Davoli, Aurore Clément, Eleonora Giorgi e Rosalino Cellamare che di lì a breve interromperà la sua carriera di attore a favore di quella di cantante e autore con lo pseudonimo di Ron.

Il film si ispira all’omonimo libro scritto da Renata Viganò nel 1948, che la staffetta partigiana l’aveva fatta davvero durante il conflitto, e ci racconta la storia di una donna che, come molte altre, decide di ribellarsi e combattere la dittatura nazi-fascista che opprimeva la nostra terra. Il prezzo sarà altissimo ma per lei, come per tutte le persone perite durante il conflitto per liberare il nostro Paese, la libertà non ha prezzo.

Scritta dallo stesso Montaldo assieme a Nicola Badalucco, con le musiche del maestro Ennio Morricone, questa pellicola sottolinea inoltre quanto sia stato fondamentale l’intervento delle donne sia nel conflitto, sia negli anni della ricostruzione. Col suffragio universale e la possibilità anche per le donne di essere elette e ottenere cariche istituzionali rilevanti – ancora oggi troppo poche! – la storia del nostro Paese ha preso, finalmente, un’altra piega.

Non è un caso, quindi, che fra le staffette partigiane ci siano i nomi di donne che hanno fatto compiere enormi passi in avanti alla nostra Repubblica, nomi – solo per citarne alcuni naturalmente – come quelli di Nilde Iotti, Maria Pia Fanfani o Tina Anselmi.

Quest’ultima, tanto per fare un esempio, è stata la prima Ministra (del Dicastero del Lavoro) nella storia del nostro Paese e, successivamente, come Ministra della Salute firmò la Legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza e istituì il Servizio Sanitario Nazionale; SSN che una certa politica allegra negli ultimi anni ha cercato di affossare a favore di quello privato ma che proprio nel corso della pandemia del Covid-19 ha consentito al nostro Paese di rimanere in piedi e lottare.

Ma non è che tutta questa lontananza fra i cittadini e cosiddetta “politica” è dovuta proprio al troppo basso – e spesso imbarazzante – numero di cariche istituzionali che ricoprono le donne? …Ma che davvero?

“Giù la testa” di Sergio Leone

(Italia/Spagna/USA, 1971)

“LA RIVOLUZIONE

NON E’ UN PRANZO DI GALA

NON E’ UNA FESTA LETTERARIA,

NON E’ UN DISEGNO O UN RICAMO,

NON SI PUO’ FARE CON TANTA ELEGANZA,

CON TANTA SERENITA’ E DELICATEZZA,

CON TANTA GRAZIA E CORTESIA.

LA RIVOLUZIONE E’ UN ATTO DI VIOLENZA. (MAO TZE TUNG)”

Così inizia uno dei capolavori indiscussi del cinema mondiale, che più passa il tempo e più diventa bello e affascinante: “Giù la testa” del maestro Sergio Leone.

Messico 1913. Nonostante il Paese sia nel pieno della rivoluzione che vede fra i suoi protagonisti Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il peone Juan Miranda (un grande Rod Steiger) pensa solo a sfamare se stesso, i suoi numerosi figli e suo padre. E ci riesce facendo l’unica cosa che il mondo gli consente di fare: rapinare e rubare. Il suo sogno è, infatti, la famosa Banca di Mesa Verde dove sono rinchiuse, secondo lui, montagne d’oro che però sembrano davvero inaccessibili.

Ma sulla sua strada incappa in John H. “Sean” Mallory (James Coburn) che scopre essere un esule irlandese, legato all’IRA, ed esperto di dinamite e nitroglicerina. E così Mesa Verde e la sua banca non sembrano più un miraggio così lontano per Juan. Sfruttando la sua fame atavica, Mallory tirerà nella causa rivoluzionaria il peone suo malgrado che…

Scritto da Sergio Donati, Luciano Vincenzoni e lo stesso Leone “Giù la testa “ emoziona ancora in ogni suo fotogramma, e ci ricorda che cosa è stata la nostra cinematografia. Come tutte le sue opere, anche questa ci rendere orgogliosi di essere italiani e connazionali di Leone, genio assoluto, che ha rivoluzionato il cinema contemporaneo. Se poi ci vogliamo chiedere dove è finito o chi sono gli eredi di quel genio, beh gente, è un altro paio di maniche…

Ovviamente non si può tralasciare la strepitosa colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone che richiama al nome irlandese di uno dei due protagonisti.

E pensare che buona parte della critica “ufficiale” di allora lo criticò aspramente, perché osava criticare il ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, attraverso la figura ambigua del Dott. Villega, interpretato magistralmente da Romolo Valli. Ma gli edonistici anni Ottanta e Novanta hanno – fortunatamente – scolorito le penne degli “esperti di partito” per rivelarci la triste verità e quanto Leone aveva preannunciato decenni prima.

Per la chicca: Leone avrebbe voluto intitolare il film: “Giù la testa coglione” ma la censura lo impedì, cosa che raccontata oggi mette davvero in imbarazzo. Infine, deve essere ricordato anche Carlo Romano, grande doppiatore italiano, che presta in maniera sublime la voce a Rod Steiger.  

Pura storia del cinema.

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

(USA, 2015)

Dite quello che vi pare, ma quel “pazzo” sanguinario (in senso di splatter e sangue nei suoi film) di Quentin Tarantino è sempre un genio.

Come scelta, prima di vedere un film, non leggo nessuna recensione perché nel nostro Paese, al 90%, si pensa che basti raccontare la trama e mettere un pollice verso l’alto o uno verso il basso per scrivere un articolo.

E così mi è capitato di leggere fior fiori di pezzi che rivelavano finali o colpi di scena, tanto per dimostrare di aver visto il film in questione, con la desolante certezza che non serviva altro. Così, appena visto il film al cinema, mi sono dedicato a leggere divertentissime critiche che stroncavano quest’ultima fatica di uno dei più geniali cineasti viventi.

Per me, invece, l’ottava fatica di Tarantino è un gran film, scritto e diretto superbamente. Oltre che grande cinema, è una grande critica agli elementi fondanti gli Stati Uniti d’America, molti dei quali in questi giorni – per esempio – sono presi ad esempio e manifesto per le campagne elettorali primarie in vista delle presidenziali che si terranno in autunno.

E poi c’è la grandiosa colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone. A partire dai titoli di testa, Morricone ci prende per lo stomaco e ci porta dritti dritti a quelli di coda. Se quest’anno non vince l’Oscar sarebbe un vero delitto insopportabile, visto come sarebbero tristi le nostre esistenze senza le sue musiche immortali…

“Django Unchained” di Quentin Tarantino

(USA, 2012)

Il grande, geniale e folle Quentin Tarantino ci regala un’altra stupenda pellicola da godere fotogramma per fotogramma. Duecentocinquanta minuti di puro cinema? No, “solo” 165, ma volano via come una pallottola ben piazzata, tra dialoghi tagliati col coltello, inquadrature da vero maestro e una colonna sonora che ti entra sottopelle e non ti molla più.

Siamo nel 1858, circa due anni prima della Guerra civile americana. Django (Jamie Foxx) è uno schiavo in catene, strappato alla moglie Broomhilda e venduto come bestiame. A liberarlo è un improbabile dentista tedesco, il dottor King Schultz, cacciatore di taglie dalla parlantina fluida e dalla pistola ancora più veloce. Il patto è semplice: Django lo aiuterà a trovare tre fratelli ricercati, e in cambio Schultz lo aiuterà a ritrovare la sua donna. Comincia così un western atipico, selvaggio e feroce, che attraversa il Texas per arrivare poi fino al Mississippi, lasciandosi dietro una scia di cadaveri.

E, come sempre, nei fiotti splatter di sangue, Tarantino ci mette un tema duro e spietato: il razzismo e le atroci persecuzioni subite dalle persone di colore nell’America dell’Ottocento, apparentemente così lontana ma in realtà, purtroppo, non così remota. Lo fa senza sconti e senza moralismi, con la sua consueta capacità di mescolare l’orrore e la risata, il grottesco e la tragedia. Basta pensare alla scena del Ku Klux Klan con i cappucci, cuciti alla meglio, che non lasciano vedere dai buchi: ridi, sì, ma di quella risata amara che poi ti si ferma in gola. Perché sotto la patina pop e le esplosioni di sangue (tantissimo e rosso come non mai) batte un cuore furioso e sincero.

Come accade spesso nella storia, i più spietati non sono solo i padroni viziati e arroganti come Calvin J. Candie, uno strepitoso Leonardo DiCaprio, mellifluo, vanesio e crudele, che si muove nella sua Candyland come un piccolo imperatore decadente. Sono soprattutto i kapò, quelli che dall’interno quell’orrore contribuiscono a tenerlo in piedi. Come il “negro Stephen”, interpretato da uno stratosferico Samuel L. Jackson, da triplo Oscar (se solo l’Academy avesse un po’ più di coraggio!): vera mente oscura di Candyland, vecchio servo che comanda più del padrone e che con uno sguardo fa gelare il sangue. Il personaggio più odioso del film e, probabilmente, il più memorabile.

Ma con l’arrivo del dottor King Schultz, un affabile e implacabile Christoph Waltz (che si aggiudica la sua seconda statuetta come miglior attore non protagonista dopo quella per Bastardi senza gloria, altro regalo tarantiniano e primo attore nella storia a vincere due Oscar interpretando per il primo un fervente razzista e nel secondo un implacabile antirazzista), e dell’uomo libero Django, le cose cambieranno per sempre. Waltz è semplicemente delizioso: gentiluomo e killer, elegante e spietato, capace di una frase educata un istante prima di sparare. Foxx gli tiene testa con una presenza fisica potente, un’ira sorda che cresce di scena in scena fino all’esplosione finale. E Kerry Washington, nei panni della sfortunata Broomhilda, dà al film il suo cuore romantico.

Oscar (ovviamente) anche come miglior sceneggiatura originale. E come potrebbe essere altrimenti? I dialoghi di Tarantino sono musica: lunghi, ironici, deliranti, pieni di digressioni che sembrano superflue e invece costruiscono tensione. La famosa cena a Candyland, con il teschio, il martelletto e quel sorriso che si spegne, è una lezione di scrittura e di regia, di quelle che si dovrebbero far studiare nelle scuole di cinema di tutto il mondo.

Django Unchained è poi l’ennesimo omaggio del cineasta statunitense al grande cinema italiano (almeno c’è lui che si ricorda chi siamo stati…). Il titolo viene dal Django di Sergio Corbucci del 1966, la colonna sonora pesca a piene mani dal repertorio del maestro Ennio Morricone e dal tema originale di Luis Bacalov, gli zoom improvvisi e i primi piani sugli occhi sono puro spaghetti western doc. E il punto più alto dell’omaggio è la scena tra Franco Nero, l’originale Django, e lo stesso Foxx, che gli dice il suo nome:

– Django… la D è muta – dice Foxx.
– Lo so! – risponde stizzito Franco Nero.

Una battuta, due secondi, e il cerchio si chiude. Un passaggio di testimone fra generazioni di cinema, firmato da un regista che il nostro cinema lo ama più di quanto, forse, lo amiamo noi.

Voto? Un bel 9 e 3/4 su 10. Il 10/10 manca solo perché qualche minuto in meno nel finale, forse, non avrebbe fatto male. Ma quando esci dalla sala o ti alzi dal divano, con il sangue ancora negli occhi e la musica in testa, hai solo una cosa da dire:

…EDDAJE (stavolta la D non è muta!).

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“La Cosa” di John Carpenter

(USA, 1982)

Quel gran genio della off-Hollywood di John Carpenter firma uno dei capolavori indiscussi del cinema horror di tutti i tempi.

Remake de “La cosa di un altro mondo”, diretto nel 1951 ufficialmente da Christian Nyby ma sotto la supervisione – come riportano le cronache del tempo – del grande Howard Hawks e tratto dal racconto di John W. Campbell Jr., film che come molti altri del suo tempo usa la metafora della fantascienza per ossessionare gli americani con il terrore “rosso”.

Ma Carpenter, anche se nel 1982 la Guerra Fredda non era affatto finita, la lascia da parte per concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti, chiusi e costretti in un ambiente ostile, con la terrificante consapevolezza che il mostro può assumere le sembianze di ognuno di loro. Sequenze ed effetti speciali da brividi, e colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

Per la chicca: John Carpenter appare in una fotografia dentro la base norvegese, proprio alla Hitchcock…