“Il mondo nuovo” di Ettore Scola

(Francia/Italia, 1982)

Ettore Scola, con “Il mondo nuovo”, ci consegna un capolavoro intellettuale e malinconico, frutto di una sceneggiatura profondamente meditata, scritta dallo stesso regista insieme a Sergio Amidei, a cui il film è dedicato. L’ispirazione principale viene dal romanzo “La Nuit de Varennes ou l’Impossibile n’est pas français” di Catherine Rihoit, che ricostruisce la notte della fallita fuga del re Luigi XVI e di Maria Antonietta.

Scola e Amidei, però, vanno ben oltre la mera ricostruzione storica, trasformando quella vicenda in una potente metafora della fuga del re Vittorio Emanuele III dall’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Attraverso dialoghi carichi di ironia e tragedia, emerge un sottotesto che riecheggia il senso di abbandono e decadenza che segnò l’Italia del 1943, quando la monarchia si ritirò di fronte al collasso del Paese.

La sceneggiatura si distingue per il suo equilibrio tra momenti di grande intensità drammatica e accenti più leggeri, affidati spesso al cast corale. Marcello Mastroianni, nei panni di un malinconico e rassegnato Giacomo Casanova, si muove come un testimone ironico e distaccato, incarnando lo spirito disilluso dell’epoca.


Accanto a lui Jean-Louis Barrault nei panni del giornalista e scrittore Nicolas Edmé Restif de la Bretonne, Hanna Schygulla in quelli della contessa Sophie de la Borde (amica d’infanzia e cortigiana di Maria Antonietta), e Harvey Keitel che impersona Thomas Paine (uno dei padri fondatori degli Stati Uniti), arricchiscono il film con interpretazioni che rendono palpabile il clima di fine di un mondo.

Il viaggio notturno verso Varennes – dove il re venne arrestato dai suoi cittadini per poi essere riportato a Parigi dove venne processato e poi giustiziato – diventa così un’allegoria: non solo della caduta di una classe sociale, ma di tutti i poteri incapaci di leggere i cambiamenti epocali in atto. La carrozza, chiusa e quasi claustrofobica, rappresenta una bolla di privilegio che si scontra con il corso della storia, simboleggiato dal popolo che inizia a reclamare il proprio ruolo.

Scola e Amidei intrecciano con maestria la riflessione storica con quella universale, riuscendo a rendere attuale una vicenda del passato. Il mondo nuovo non è solo un film, ma una lezione di cinema e storia, un’opera che invita a riflettere su come il potere, spesso, fugga piuttosto che affrontare le proprie responsabilità.

Per la chicca: delizioso cameo del grande Enzo Jannacci nei panni del saltimbanco che racconta la storia del film.


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“Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli

(Italia, 1961)

Questa commedia fantasy racchiude alcuni fra i più importanti pilastri del nostro grande cinema. Il soggetto, infatti, è firmato dal padre del nostro Neorealismo: Sergio Amidei, mentre la sceneggiatura è scritta da mostri sacri come Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Ettore Scola e lo stesso Antonio Pietrangeli, che poi lo dirige.

Per non parlare degli interpreti, fra cui spiccano un fascinosissimo Marcello Mastroianni, un grande Eduardo De Filippo e un coriaceo Vittorio Gassman. Da ricordare anche i bravissimi Tino Buazzelli (purtroppo doppiato), Claudio Gora che incarna sempre superbamente l’antipatico per eccellenza, e Lilla Brignone in quello struggente di Regina.

Il genere fantasy, nel nostro Paese e in quegli anni, aveva un ambito alquanto ristretto e poco seguito (“Omicron” diretto da Ugo Gregoretti nel 1963, è forse l’unico esempio del genere che ebbe un certo riscontro di pubblico e critica). Così questo film, dopo l’uscita nelle sale, venne rapidamente – e ingiustamente – dimenticato. Ma ancora oggi rappresenta uno dei picchi della nostra grande commedia.

Anche nella struttura “Fantasmi a Roma” si distingue dal genere classico. Infatti, il suo protagonista scompare a metà del film, per riapparire solo marginalmente alla fine. Fra i pochissimi altri esempi riusciti con una dinamica simile c’è “Psyco” del maestro Hitchcock, tanto per dire.

Ma tornando alla pellicola di Pietrangeli, ancora oggi seguiamo con trasporto e nostalgia la vita grama che conduce Don Annibale (De Filippo), principe di Roviano, che pur di non vendere l’antico palazzo di famiglia soffre la fame e il freddo. Così come assistiamo al salvataggio dello stesso storico edificio e dei fantasmi che lo abitano dalle scellerate ambizioni dell’ultimo erede Federico (Mastroianni, in uno dei suoi tre ruoli).

Poco è cambiato nella nostra mentalità, che aspira ad ottenere la vil pecunia nel modo più rapido e becero possibile. Peccato che Pietrangeli scomparve prematuramente solo pochi anni dopo, senza avere il tempo di donarci altri grandi film come questo o come “Adua e le compagne” o “Io la conoscevo bene”.

“Cronache di poveri amanti” di Carlo Lizzani

(Italia, 1954)

Il 6 febbraio 1954 usciva nelle sale italiane “Cronache di poveri amanti” diretto da Carlo Lizzani e tratto dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, alla cui sceneggiatura partecipa anche Sergio Amidei.

In un vicolo della Firenze del 1925 si consumano drammi, amori, gioie e dolori di uno spaccato degli italiani più umili, su cui incombe l’ombra del regime fascista che ogni giorno diventa più forte, prepotente e violento…

Lizzani firma una bella pellicola corale a cui partecipano molti di quelli che saranno i protagonisti del nostro cinema negli anni successivi.

Oltre al grande Marcello Mastroianni, ci sono Anna Maria Ferrero, Antonella Lualdi, Cosetta Greco, Wanda Capodaglio (grandissima insegnate dell’Accademia d’Arte Drammatica) e Giuliano Montaldo che poi passerà alla regia.

Il film partecipa al Festival di Cannes diventando un caso: favorito per la Palma d’Oro, vincerà “solo” – e l’ho messo fra virgolette – il Premio Speciale della Giuria per un presunto intervento – dicono alcune cronache di allora – del Governo Italiano dato il tema affrontato e l’iscrizione al Partito Comunista Italiano del regista.

Federico Fellini

A vent’anni dalla morte del grande Federico Fellini è ancora viva e fertile la sua eredità.

Al cinema, come molti della mia generazione, in realtà ne ho viste poche di opere felliniane: “E la nave va” (1983) con la mia scuola media, “Ginger e Fred”(1986), ”Intervista”(1987) e “La voce della Luna”(1990).

Il resto della sua cinematografia  – tranne poi in qualche rara retrospettiva in pellicola – solo attraverso il piccolo schermo.

E nonostante questo, film come “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, il grande “8 e ½” e “Amarcord” mi hanno stregato e affascinato.

Del suo genio, soprattutto oggi, tutti ne parlano sviscerandone ogni piccolo elemento ma, oltre a queste cose, io vorrei semplicemente ricordare la grande ironia che impregna ogni sua opera. Non è un caso che fosse nato come autore di battute e gag, fra gli altri di Aldo Fabrizi, lavoro per il quale incontrerà Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani sul set di “Roma Città Aperta”.

Film per il quale firma due scene memorabili: l’imbarazzo di don Pietro (interpretato da Fabrizi) davanti alla statua di una ninfa nuda e la fantastica battuta: “ammappelà Don Piè che padellata che j’avete dato!” che poco dopo dice un ragazzino alla stesso don Pietro.

Di battute e sketch esilaranti sono pieni tutti i suoi film, ma io ne preferisco due su tutte: la ricostruzione di una sera all’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale in “Roma”, e i due pittori sospesi sulla grande scenografia in “Intervista”.

Un ultima cosa: leggendo di come Fellini fosse stato e sia tutt’ora un monumento alla cultura italiana, l’emblema di come il genio italico possa essere amato e preso ad esempio nel mondo mi chiedo – oggi come vent’anni fa – ma perché allora aveva tutti quei problemi per trovare produttori disposti a finanziargli un film?

Mi ricordo bene, infatti, che alla fine degli anni Ottanta, fra gli addetti ai lavori, ci si lamentava di questo. E’ vero, il cinema italiano a causa della televisione era economicamente – e non solo! – in crisi.

Ma era davvero così complicato e rischioso produrre un film che certamente poi si sarebbe stato venduto in tutto il mondo? I più maligni imputavano la cosa non tanto a ragioni di distribuzione, ma a una specie di ripicca nata dal film “Ginger & Fred”.

Nel film una vecchia coppia di ballerini viene richiamata sulla ribalta per partecipare a uno show revival presso una televisione privata, il cui proprietario è uno strano commendatore che vanta di avere un passato artistico di nome Lombardoni …ma certamente si tratta di cattiverie, solo cattiverie!