“Matador” di Pedro Almodóvar

(Spagna, 1986)

“Matador” rappresenta uno dei vertici della poetica del grande cineasta spagnolo. Scritto dallo stesso regista in collaborazione con lo scrittore Jesús Ferrero, il film è un affresco erotico e crudo che dissolve i confini tra passione, morte e sessualità.

La narrazione si snoda attorno a Diego (Nacho Martìnez), ex torero frustrato rimasto per sempre claudicante “per colpa” di un toro, e María (Assumpta Serna), un’avvocatessa dalla sessualità violenta e trasgressiva. Accanto a loro, Antonio Banderas interpreta Angel, giovane personaggio schiacciato dalla figura materna, simbolo di un’ipocrita bigotteria cattolica che soffoca le pulsioni individuali attraverso subdoli sensi di colpa.

Almodóvar costruisce un racconto dove la tauromachia diventa metafora sessuale, e l’uccisione – sia nell’arena che nel letto – assume una dimensione quasi rituale di un orgasmo. La regia trasforma la violenza in una coreografia erotica, dove l’istinto e la pulsione di morte si intersecano con un’eleganza quasi sperimentale.

La colonna sonora si arricchisce della splendida “Esperame en el cielo”, interpretata magistralmente da Mina, che carica di ulteriore pathos emotivo le sequenze più turbanti che precedono la scena finale.

I protagonisti si configurano come creature irrisolte che sfuggono alla morale borghese, facendo della trasgressione la loro unica forma di libertà. Lo stile visivo raggiunge vertici di straordinaria potenza: colori accesi, dettagli feticistici e simbolismi sessuali si compongono in un mosaico di provocazione estetica e di indagine psicologica.

“Matador” conferma Almodóvar – che appare in un delizioso cameo – come uno dei più audaci registi contemporanei, capace di trasformare il melodramma in un territorio di sperimentazione dove il desiderio diventa linguaggio e la sessualità un campo di battaglia esistenziale.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“La stanza accanto” di Pedro Almodóvar

(Spagna/USA, 2024)

Ci sono registi capaci di raccontare i rapporti umani con una delicatezza disarmante, e poi c’è Pedro Almodóvar, che trasforma le relazioni più intime in opere d’arte universali. Con “La stanza accanto”, il maestro spagnolo ci regala una delle sue opere più struggenti e raffinate, grazie anche alle straordinarie interpretazioni di Tilda Swinton e Julianne Moore, che da sole valgono il prezzo del biglietto.

In un’atmosfera sospesa tra dolore, malinconia e poesia, il film ci trascina nella vita di due donne legate da un filo invisibile ma indissolubile. Almodóvar costruisce una narrazione fatta di silenzi eloquenti, sguardi carichi di tensione emotiva e dialoghi che scavano nell’anima, in un perfetto equilibrio tra il quotidiano e il metafisico. I riferimenti letterari, come quelli a “Gente di Dublino” di James Joyce, non sono solo citazioni colte, ma parte integrante di un racconto che si muove tra i confini sfumati di memoria, desiderio e rimpianto.

Tilda Swinton e Julianne Moore si confermano due giganti del cinema mondiale. La Swinton interpreta una donna rigida e controllata, il cui passato emerge a poco a poco, mentre la Moore dà vita a un personaggio fragile e struggente, capace di far affiorare le crepe nell’armatura dell’altra. Insieme, regalano momenti di pura magia cinematografica, con una sintonia che trasforma ogni scena condivisa in un piccolo capolavoro di recitazione.

A rendere il tutto ancora più indimenticabile è la fotografia di Eduard Grau, che omaggia in maniera straordinaria Edward Hopper. Gli interni, i giochi di luce e le inquadrature evocano i quadri del grande pittore americano, catturando una solitudine che diventa quasi tangibile. Ogni immagine è un’opera d’arte in sé, capace di raccontare ciò che le parole non possono dire.

Ma Almodóvar non si limita a creare un film visivamente perfetto. Con “La stanza accanto”, ci regala un’esperienza che va oltre il cinema, invitandoci a riflettere sulla natura umana, sulle scelte che ci definiscono e sul tempo che, implacabile, ci sfugge tra le dita. È un’opera che non offre risposte facili, ma ci lascia con domande che continuano a risuonare a lungo dopo i titoli di coda.

Nel cast da ricordare anche un bravo John Turturro. Fra i numerosi premi che questa pellicola ha già vinto in tutto il mondo, c’è anche il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Se amate il cinema che sa unire poesia e introspezione, questo film è una tappa obbligata. Perché, come Almodóvar ci ricorda, dietro ogni porta chiusa c’è una storia, e spesso quella storia è più simile alla nostra di quanto vorremmo ammettere.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni de “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“La vita segreta delle parole” di Isabel Coixet

(Spagna, 2005)

Diciamo la verità, il dramma che fino a pochi anni fa ha devastato e dilaniato i Balcani noi, che eravamo così vicini ma in realtà così lontani, non lo abbiamo vissuto, studiato e compreso davvero.

Sulle sue ragioni storiche si è detto tanto, ma su quello che poi ha comportato e significato sulle generazioni che lo hanno vissuto, invece, non se ne parla mai abbastanza.

E questa bella pellicola – premiata anche al Mostra del Cinema di Venezia – diretta dalla spagnola Isabel Coixet, e prodotta da Pedro Almodóvar, ci riporta a quel dramma con un’eleganza e una delicatezza davvero rare.

Hanna (una bravissima Sarah Polley) è una giovane infermiera che accetta un lavoro temporaneo su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Il suo compito è quello di assistere Josef (il premio Oscar Tim Robbins), un operaio che a causa di un incidente sul lavoro ha momentaneamente perso la vista.

Ovviamente il mezzo per distrarre e rendere più sopportabile la convalescenza a Josef è la parola, e così Sarah comincia a raccontare storie ed episodi della sua vita, fino ad arrivare a confidare al degente la tragedia che, suo malgrado, ha subito durante il conflitto nei Balcani…

Un film tanto commovente quanto lucido e sincero, con un grande cast fra cui spiccano Polley e Robbins, ma anche, in parti minori, Julie Christie e il grande Javier Camara.

Da vedere per ricordare, visto che molti di noi, di questi tempi, sembrano avere la memoria troppo corta.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.