“L’aereo più pazzo del mondo” di Jim Abrahams, David Zucker e Jerry Zucker

(USA, 1980)

Nel 1980, tre giovani registi americani – Jim Abrahams, David Zucker e Jerry Zucker, meglio noti come il trio ZAZ – firmano quello che diventerà il manifesto definitivo della parodia cinematografica contemporanea. “L’aereo più pazzo del mondo” (“Airplane!” nel titolo originale) non è semplicemente una commedia: è un’operazione di decostruzione sistematica del cinema di genere che, attraverso la risata, rivela i meccanismi narrativi più consolidati dell’industria hollywoodiana.

Il film nasce come parodia spietata dei disaster movie che avevano dominato gli anni ’70, da “Airport” a “L’inferno di cristallo”, ma il suo bersaglio si allarga rapidamente a comprendere l’intero immaginario cinematografico popolare. Il trio, formatosi nell’ambiente teatrale underground del Kentucky Fried Theater (che trova il suo definitivo battesimo cinematografico nell’esilarante “Ridere per ridere” del 1977, scritto dai tre ZAZ e diretto da John Landis, e che non a caso ha il titolo originale “The Kentucky Fried Movie”), porta sul grande schermo una concezione rivoluzionaria della comicità: non più gag isolate o situazioni grottesche, ma un bombardamento continuo e inesorabile di battute, gag fisiche e citazioni che non concede mai tregua allo spettatore.

Leslie Nielsen, fino a quel momento attore serio specializzato in ruoli drammatici e thriller – e che aveva esordito davanti alla macchina da presa nel cult assoluto “Il pianeta proibito” di Fred M. Wilcox del 1956 – scopre improvvisamente la sua vocazione comica interpretando il dottor Rumack con una serietà imperturbabile che rende ancora più esilaranti le sue battute assurde. La sua trasformazione da attore drammatico a icona della commedia rappresenta uno dei più sorprendenti cambi di rotta nella storia del cinema americano. Nielsen, con la sua faccia di marmo e la sua capacità di pronunciare le più assurde sciocchezze con l’aplomb di un attore shakespeariano, diventa il volto stesso della parodia anni ’80, visto che poi sarà il protagonista, a partire dal 1988, della serie “Una pallottola spuntata” firmato sempre dagli ZAZ.

Ciò che rende “L’aereo più pazzo del mondo” un’opera seminale non è tanto la quantità di risate che riesce a strappare – pur essendo questa davvero notevole anche a distanza di tanti decenni – quanto la sua innovativa concezione del tempo comico. I fratelli Zucker e Abrahams costruiscono un montaggio che procede per accumulo, dove ogni inquadratura contiene almeno due o tre elementi comici diversi, spesso operanti su registri completamente differenti: dalla battuta verbale al nonsense visivo, dalla parodia cinefila al gioco di parole più elementare.

Questa strategia influenzerà profondamente il cinema successivo, aprendo la strada a una concezione della parodia che non si accontenta più di sporadiche imitazioni, ma aspira a una critica totale e continua dei modelli narrativi di riferimento, che influenzerà negli anni successivi autori e registi, come per esempio i fratelli Peter e Bobby Farrelly.

Dal punto di vista tecnico, il film è un esempio perfetto di come si possa ottenere il massimo effetto comico con mezzi relativamente modesti. La regia del trio ZAZ non indulge mai in virtuosismi fini a se stessi, ma mette la macchina da presa al servizio della gag, costruendo inquadrature che amplificano l’effetto comico senza mai sovrapporsi ad esso. Il montaggio serrato e la fotografia convenzionale creano un contrasto stridente con l’assurdità delle situazioni rappresentate, amplificando l’effetto paradossale.

Particolarmente geniale è l’uso che i registi fanno dei cliché cinematografici: ogni stereotipo del cinema di genere viene prima evocato con fedeltà maniacale, poi sovvertito attraverso dettagli apparentemente insignificanti che ne rivelano l’assurdità intrinseca. Il pilota traumatizzato dalla guerra, la hostess innamorata, il dottore saggio e rassicurante, l’aereo in pericolo: tutti questi elementi vengono rispettati nella loro funzione narrativa, ma privati della loro serietà attraverso battute e situazioni che ne mostrano l’artificiosità.

La fortuna critica e commerciale del film – che incassa oltre 170 milioni di dollari nel mondo partendo da un budget di appena 3,5 milioni – dimostra come il pubblico fosse pronto per questa nuova concezione della commedia. Gli anni ’70 avevano esaurito la loro carica innovativa, e gli spettatori sentivano il bisogno di ridere non solo delle situazioni, ma anche del cinema stesso e dei suoi meccanismi più consolidati.

A oltre quarant’anni dalla sua uscita, “L’aereo più pazzo del mondo” conserva intatta la sua capacità di divertire e sorprendere. Le sue battute sono entrate nel linguaggio comune, i suoi personaggi sono diventati archetipi della commedia contemporanea, la sua influenza si ritrova in ogni produzione comica che aspiri a qualcosa di più della semplice risata facile. Alcune scene sono meme consolidati sui social più frequentati.

Quello che il trio ZAZ ha realizzato con questo film è qualcosa di più profondo e duraturo di una semplice parodia: hanno creato un nuovo linguaggio comico che ha cambiato per sempre il modo di concepire e realizzare la commedia cinematografica. Un’operazione culturale che, dietro la maschera del puro intrattenimento, ha rivoluzionato l’intero panorama del cinema popolare americano.

Un capolavoro della risata intelligente che continua a volare alto, senza mai perdere quota.

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“Non ci resta che vincere” di Javier Fesser

(Spagna, 2018)

Ci sono film che si ricordano per l’intrattenimento, altri per il messaggio che lasciano. “Non ci resta che vincere” di Javier Fesser riesce in entrambe le imprese, e lo fa con un’ironia tanto intelligente quanto affilata, capace di toccare le corde del cuore senza mai cadere nella retorica.

Il protagonista Marco Montes, interpretato magistralmente da Javier Gutiérrez, è lo stereotipo dell’uomo pieno di pregiudizi: arrogante, cinico, ossessionato dal successo personale e incapace di guardare oltre il proprio naso. Quando la vita lo costringe, per un provvedimento giudiziario, a diventare l’allenatore di una squadra di basket composta da persone con disabilità intellettive, Marco si ritrova catapultato in un mondo che non comprende e che inizialmente disprezza.

Ma il vero punto di forza di “Non ci resta che vincere” non sta tanto nella redenzione del protagonista – una parabola tutto sommato prevedibile – quanto nel feroce sberleffo che Fesser riserva a chi, come Marco, vive intrappolato nei propri pregiudizi. Ogni scena è un dito puntato contro chi, spesso anche inconsapevolmente, si crede “normale” o “superiore”. Il film non si limita a celebrare la diversità, ma si diverte a demolire, con sarcasmo pungente, l’ipocrisia e l’arroganza di chi non è capace di accettarla.

Il regista sceglie di affidare i ruoli dei giocatori a persone realmente affette da disabilità intellettive, regalando al film un’autenticità rara. E qui sta la magia: i veri protagonisti non sono mai vittime o macchiette, ma persone vere, con i loro sogni, difetti e qualità, che conquistano lo spettatore con la loro semplicità e umanità.

Dal punto di vista tecnico, Fesser alterna con grande maestria momenti di irresistibile comicità a scene di intensa emotività. La risata è sempre dietro l’angolo, ma non è mai gratuita: ogni battuta e ogni situazione sono studiate per ribaltare il punto di vista dello spettatore, costringendolo a interrogarsi sui propri pregiudizi.

“Non ci resta che vincere” è molto più di un omaggio alle persone con disabilità. È una satira spietata di una società che troppo spesso cerca di etichettare e categorizzare tutto ciò che non comprende. Con una delicatezza disarmante e un’ironia feroce, il film ci invita a riflettere su chi ha davvero il “problema”: coloro che sono considerati “diversi” o chi si crede superiore senza motivo?

Con questo film, Javier Fesser – che scrive la sceneggiatura assieme a David Marqués – ci ricorda che l’inclusione non è una concessione, ma un atto dovuto. E lo fa con una risata che, proprio come le migliori, nasce dal cuore e arriva al cervello. Non è un caso che nel 2023 Bobby Farrelly – fra i più graffianti cineasti contemporanei scagliati contro i pregiudizi vero le persone con disabilità – realizza “Campioni” (fedele al titolo originale spagnolo “Campeones”) il remake ambientato negli Stati Uniti con Woody Harrelson come protagonista.

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“Amore a prima svista” di Bobby e Peter Farrelly

(USA, 2001)

Molto spesso i Farrelly sono accusati di essere troppo rozzi e volgari nelle loro commedie, e se questo in parte è vero, è vero anche però che i due scelgono per le loro opere sempre temi importanti e spinosi, che appaiono raramente in film di genere.

Come nel caso di questo divertente “Amore a prima svista” che, nella forma classica e un po’ cafona della teen comedy, parla senza false ipocrisie della reale importanza che ha nella nostra società l’aspetto esteriore a discapito di quello interiore.

Con gag esilaranti e spietate, un Jack Black in grande forma e una bellissima Gwyneth Paltrow, questa commedia mi diverte ogni volta che la rivedo.

Nel cast deve essere ricordato anche Jason Alexander – già protagonista della grande sit-com “Seinfeld” – nel ruolo del superficiale e gretto Mauricio.

Molti dei nostri critici hanno storto il naso davanti a questo film, probabilmente perché abituati ai simpatici cinepanettoni italici – anche se “purtroppo” ormai declino… – costruiti e sviluppati esclusivamente sulla rozzezza e la volgarità, e che si guardano bene dal possedere qualsiasi altro minimo concetto o spunto.

Strani ‘sti americani…