“La stanza accanto” di Pedro Almodóvar

(Spagna/USA, 2024)

Ci sono registi capaci di raccontare i rapporti umani con una delicatezza disarmante, e poi c’è Pedro Almodóvar, che trasforma le relazioni più intime in opere d’arte universali. Con “La stanza accanto”, il maestro spagnolo ci regala una delle sue opere più struggenti e raffinate, grazie anche alle straordinarie interpretazioni di Tilda Swinton e Julianne Moore, che da sole valgono il prezzo del biglietto.

In un’atmosfera sospesa tra dolore, malinconia e poesia, il film ci trascina nella vita di due donne legate da un filo invisibile ma indissolubile. Almodóvar costruisce una narrazione fatta di silenzi eloquenti, sguardi carichi di tensione emotiva e dialoghi che scavano nell’anima, in un perfetto equilibrio tra il quotidiano e il metafisico. I riferimenti letterari, come quelli a “Gente di Dublino” di James Joyce, non sono solo citazioni colte, ma parte integrante di un racconto che si muove tra i confini sfumati di memoria, desiderio e rimpianto.

Tilda Swinton e Julianne Moore si confermano due giganti del cinema mondiale. La Swinton interpreta una donna rigida e controllata, il cui passato emerge a poco a poco, mentre la Moore dà vita a un personaggio fragile e struggente, capace di far affiorare le crepe nell’armatura dell’altra. Insieme, regalano momenti di pura magia cinematografica, con una sintonia che trasforma ogni scena condivisa in un piccolo capolavoro di recitazione.

A rendere il tutto ancora più indimenticabile è la fotografia di Eduard Grau, che omaggia in maniera straordinaria Edward Hopper. Gli interni, i giochi di luce e le inquadrature evocano i quadri del grande pittore americano, catturando una solitudine che diventa quasi tangibile. Ogni immagine è un’opera d’arte in sé, capace di raccontare ciò che le parole non possono dire.

Ma Almodóvar non si limita a creare un film visivamente perfetto. Con “La stanza accanto”, ci regala un’esperienza che va oltre il cinema, invitandoci a riflettere sulla natura umana, sulle scelte che ci definiscono e sul tempo che, implacabile, ci sfugge tra le dita. È un’opera che non offre risposte facili, ma ci lascia con domande che continuano a risuonare a lungo dopo i titoli di coda.

Nel cast da ricordare anche un bravo John Turturro. Fra i numerosi premi che questa pellicola ha già vinto in tutto il mondo, c’è anche il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Se amate il cinema che sa unire poesia e introspezione, questo film è una tappa obbligata. Perché, come Almodóvar ci ricorda, dietro ogni porta chiusa c’è una storia, e spesso quella storia è più simile alla nostra di quanto vorremmo ammettere.

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“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

(REA Edizioni, 1923/2013)

Su questo capolavoro indiscusso della letteratura mondiale si è detto e, fortunatamente, si continua a dire tanto. Non sono certo uno dei massimi esperti mondiali dell’opera di Italo Svevo (al secolo Aron Hector Schmitz), ma voglio parlare lo stesso, da semplice lettore, di un paio di cose che ogni volta che rileggo la vita di Zeno mi lasciano stupefatto e incantato.

Zeno Cosini, che sfiora i 100 anni, visto che il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1923, rispecchia da tutto questo tempo, e in maniera netta ed efficace come solo pochi altri personaggi letterari, il vero italiano borghese.

Nell’Italia volitiva, che era appena entrata nel Ventennio, Zeno Cosini era lo stereotipo del cittadino passivo e vigliacco che il potere derideva e biasimava, ma senza la cui passività – e questo certo quel potere lo sapeva bene – non sarebbe mai riuscito a prendere il comando.

Ma Cosini va oltre, è anche l’italiano che sarà alla base della società che si formerà nel secondo dopoguerra per forgiare quell’Italia che dritta dritta, fra Boom e Nuovo Miracolo Italiano, arriverà fra le nostre stanche braccia.

E ancora oggi Zeno Cosini è un membro di prestigio della nostra società del nuovo Millennio, democratico e progressista ma ben attento ai suoi privilegi economici che giudica indiscutibili, guarda i talk o i talent e manda i suoi figli a studiare all’estero, magari è anche vegetariano e sostenitore della medicina omeopatica, ma continua a fumare come un ossesso.

Il secondo elemento straordinario di questo grande romanzo, non dissociato al primo, sono le straordinarie capacità anticipatrici dei tempi del suo autore. Oltre a raccontarci come sarà l’uomo del Novecento che smette di guardare fuori – così come facevano i Veristi, per esempio – e ribalta le proprie pupille per guardare dentro se stesso, nella conclusione del libro Svevo ha l’intuizione profetica di quel baratro sul quale il mondo sarà sospeso per il resto del secolo: l’olocausto atomico.

Penso sia giusto ricordare, infine, che un’opera del genere venne totalmente ignorata dalla critica italica del tempo – fatta evidentemente di menti che fortunatamente non hanno nulla a che vedere con quelle geniali che oggi tengono alta la bandiera della nostra critica letteraria… – ma trovò apprezzamento solo all’estero dove l’insegnate di inglese e amico dell’autore, James Joyce, lo portò per farlo leggere.

Siamo tutti Zeno Cosini!

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