“La quercia e i suoi abitanti” di Laurent Charbonnier e Michel Seydoux

(Francia, 2022)

Seduto sul mio comodo divano, mi sono ritrovato catapultato in un mondo che pensavo di conoscere ma che, in realtà, custodiva segreti inimmaginabili. “La quercia e i suoi abitanti” non è un semplice documentario: è una sinfonia visiva che celebra la vita in tutte le sue sfumature, una narrazione ipnotica che trasforma una quercia centenaria in un universo pulsante di storie intrecciate.

Le immagini scorrono sullo schermo come pennellate di un artista ossessionato dal dettaglio: formiche che marciano come legioni romane sui solchi della corteccia, ghiandaie che trasformano i rami in palcoscenici per le loro danze aeree, coleotteri che esplorano microcosmi nascosti agli occhi dei più. I registi Laurent Charbonnier e Michel Seydoux hanno compiuto un miracolo: hanno reso visibile l’invisibile, trasformando il tempo in una sostanza malleabile che si dilata e si contrae al ritmo delle stagioni.

Il suono – oh, il suono! – è una partitura che penetra nell’anima: ogni scricchiolio, ogni fruscio, ogni battito d’ali contribuisce a creare una sinfonia naturale che risveglia istinti primordiali. In questo film, la quercia diventa una cattedrale vivente, un monumento alla resilienza della natura, un testimone silenzioso del miracolo perpetuo della vita.

È impossibile, una volta finito di vederlo, non avere la sensazione di aver assistito a qualcosa di più grande di noi, con la consapevolezza che ogni albero nasconde un universo di storie che attendono solo di essere raccontate. “La quercia e i suoi abitanti” è più di un documentario: è una preghiera visiva alla magnificenza della Natura, con la N maiuscola, un inno alla vita che pulsa invisibile intorno a noi.

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“The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne

(USA, 2023)

Alexander Payne è uno di quei registi che sa raccontare l’America profonda con la precisione di un entomologo e la sensibilità di un poeta. Con “The Holdovers – Lezioni di vita”, realizza una commedia drammatica che, pur non avendo l’irriverenza di “Sideways” o l’amarezza di “Nebraska”, brilla di una luce calda e avvolgente come una sera d’inverno davanti al camino.

La storia si sviluppa in un college del New England durante le vacanze natalizie del 1970. Paul Hunham, un professore di storia antica interpretato da un Paul Giamatti in stato di grazia, si ritrova a dover supervisionare gli studenti “dimenticati” che non possono tornare a casa per le festività. Tra questi c’è Angus Tully, un adolescente brillante ma problematico, a cui il giovane Dominic Sessa regala una presenza magnetica e vulnerabile.

Da qui prende vita un racconto che mescola la sapienza narrativa di Payne, l’atmosfera malinconica del New England invernale e una riflessione profonda sulla solitudine e sul senso di appartenenza. Il campus semideserto diventa un microcosmo dove tre anime perse – il professore, lo studente e Mary, la cuoca interpretata da una straordinaria Da’Vine Joy Randolph – sono costrette a confrontarsi con i propri demoni.

Come sempre accade nei film di Payne, i dialoghi sono un equilibrio perfetto tra umorismo tagliente e verità scomode. Il contrasto tra l’intellettualismo pedante di Hunham e la ribellione adolescenziale di Angus è un tema centrale, trattato con un’ironia che non manca mai di umanità. Giamatti, ormai collaboratore affidabile di Payne, costruisce un personaggio memorabile, mentre Da’Vine Joy Randolph, nel ruolo di una madre in lutto per il figlio caduto in Vietnam, aggiunge strati di profondità emotiva a ogni scena in cui appare.

Eppure, sotto la superficie della commedia, pulsa un cuore di sincera malinconia. Payne ci parla di seconde possibilità, di connessioni inaspettate e di come, a volte, la famiglia sia qualcosa che si trova per strada piuttosto che qualcosa in cui si nasce. La durata generosa del film permette ai personaggi di svilupparsi con naturalezza, mentre la ricostruzione d’epoca, precisa ma mai invadente, ci trasporta in un’America che sta perdendo la propria innocenza.

“The Holdovers” – scritto da David Hemingson e il cui titolo in originale vuol dire non a caso: “I superstiti” – è un film che invita a guardare oltre le apparenze, a trovare la bellezza nelle imperfezioni e a riconoscere che le lezioni più importanti arrivano spesso quando meno ce le aspettiamo. Non sarà il film più audace di Alexander Payne, ma è forse il suo più caldo e accogliente, perfetto per chi cerca un cinema che sappia nutrire tanto l’intelletto quanto il cuore.

Un gioiello di umanità che brilla con la luce gentile della comprensione, ideale per ricordarci che anche nelle notti più buie c’è sempre qualcuno con cui condividere il calore di una risata, il conforto di un silenzio o di una semplice ma sincera stretta di mano.

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“Cattiverie a domicilio” di Thea Sharrock

(UK, 2023)

Con “Cattiverie a domicilio“, la regista britannica Thea Sharrock, già nota per il delicato “Io prima di te” (2016), compie un salto stilistico e narrativo audace, proponendo una commedia nera che strizza l’occhio tanto ai classici del genere quanto alle moderne serie TV di matrice anglosassone. Il risultato è un film che oscilla tra la risata amara e il dramma sottile, con una costruzione narrativa volutamente caustica.

La storia si svolge a Littlehampton, nel sud dell’Inghilterra, negli anni Venti del secolo scorso, e segue le vicende di Rose Gooding (interpretata da Jessie Buckley), una giovane donna schietta e dalla personalità esplosiva, trasferitasi con la sua piccola figlia Nancy dall’Irlanda poco tempo prima, che si ritrova accusata di aver scritto lettere anonime colme di insulti e minacce rivolte ai suoi vicini, in particolare a Edith Swan (Olivia Colman), una donna riservata, devota e dal carattere apparentemente impeccabile.

Le accuse contro Rose, se provate, potrebbero portarla a una condanna ai lavori forzati e a perdere la custodia della sua amata Nancy. Edith, profondamente offesa e determinata a smascherare la presunta colpevole, inizia una vera e propria crociata per ottenere giustizia spinta dall’intollerante padre Edward (Timothy Spall). Tuttavia, man mano che la storia si dipana, emergono dettagli inaspettati che mettono in dubbio le certezze di tutti, portando a risvolti sorprendenti…

Il rapporto tra le due donne, inizialmente amichevole, si evolve in maniera complessa e toccante, offrendo uno spaccato sull’umanità e sulle difficoltà di comunicazione in una comunità chiusa e perbenista.

Jessie Buckley si conferma una delle interpreti più talentuose della sua generazione, dando vita a una Rose credibile e sfaccettata, capace di alternare momenti di vulnerabilità a esplosioni di rabbia e determinazione. La sua chimica con Olivia Colman è palpabile e aggiunge profondità a una relazione che si rivela il cuore pulsante del film.

Ma è Olivia Colman a rubare la scena. L’attrice premio Oscar incarna Edith con una maestria che riesce a bilanciare rigore e fragilità, regalando una performance straordinariamente umana. Con la sua solita bravura, Colman trasforma ogni battuta, ogni gesto, in un’occasione per svelare le molteplici sfumature del suo personaggio, rendendolo così indimenticabile.

Timothy Spall, nel ruolo del padre bigotto e prepotente di Edith, offre un’interpretazione magistrale, aggiungendo ulteriori strati di tensione e ironia alla vicenda. La sua presenza scenica, unita alla sua capacità di incarnare un personaggio al contempo odioso e tragico, rappresenta un ulteriore elemento di forza nel cast.

Sharrock adotta uno stile asciutto ma efficace, lasciando spazio a inquadrature studiate per enfatizzare i dettagli più pungenti della narrazione. La sceneggiatura, firmata da Jonny Sweet e ispirata ad eventi realmente accaduti, è il vero punto di forza del film: ricca di dialoghi brillanti e situazioni surreali che non scadono mai nel grottesco fine a sé stesso. Il ritmo narrativo è sostenuto, anche se in alcuni momenti si percepisce il rischio di perdere il filo tra le numerose sottotrame.

“Cattiverie a domicilio” è più di una semplice commedia nera: è una riflessione sul potere della vendetta e sulle sue implicazioni morali. Il film pone domande scomode: è giusto restituire pan per focaccia? …E a quale prezzo?

La regista riesce a bilanciare queste riflessioni con un tono leggero, evitando moralismi troppo marcati. Tuttavia, la parte finale si fa più seria, lasciando lo spettatore con una nota amara ma necessaria.

“Cattiverie a domicilio” è una pellicola che riesce a intrattenere e far riflettere al tempo stesso, grazie a un cast in gran forma e a una regia che non ha paura di osare. Olivia Colman si conferma una delle attrici più straordinarie del nostro tempo, e la sua interpretazione rappresenta uno dei motivi principali per cui il film merita di essere visto. Film che non è privo di difetti, come qualche forzatura nella trama e un finale che avrebbe potuto essere più breve e così più incisivo, ma resta un’opera originale e coraggiosa nel panorama cinematografico contemporaneo.

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“La corriera stravagante” di John Steinbeck

(Bompiani, 2017)

Tra i tanti straordinari racconti che John Steinbeck ha regalato al mondo, “La corriera stravagante” del 1947 è uno di quei romanzi che, pur restando nell’ombra dei suoi capolavori più celebrati, riesce a toccare corde profonde dell’animo umano. Perché Steinbeck, come pochi altri, è stato capace di raccontare non solo le storie, ma soprattutto le persone.

In questo romanzo corale, l’autore americano mette in scena un’umanità apparentemente semplice ma straordinariamente complessa, che viaggia su un autobus malconcio tra polverose strade della California. Alla guida c’è Juan Chicoy, un uomo disilluso ma ancora capace di tenere salda la rotta, almeno nel tragitto quotidiano e nel rapporto con sua moglie Alice. Attorno a lui, passeggeri di ogni tipo: come la giovane e bella Camille Oaks, che proprio per il suo aspetto ha dovuto cedere alla feroce società patriarcale in cui è costretta a vivere diventando una spogliarellista; o il cinico ma perbenista industriale Elliott Pritchard, specchio di un’America che corre verso il futuro a scapito dei più deboli; e altre anime in cerca di risposte, o forse anche solo di un po’ di pace.

Steinbeck è un maestro nel tratteggiare i dettagli della psiche e nel rendere universale il particolare. I suoi personaggi non sono solo figure su una pagina, ma riflessi vivi di chi siamo o di chi potremmo diventare. Con la sua prosa asciutta e diretta, che lascia sempre spazio a un’ironia sottile e malinconica, lo scrittore ci accompagna in un viaggio dove il vero protagonista non è l’autobus, ma la fragilità umana.

“La corriera stravagante” è un ritratto perfetto di quell’America che Steinbeck ha sempre saputo raccontare meglio di chiunque altro: un paese vasto e ricco di contraddizioni, abitato da persone che cercano di andare avanti nonostante le difficoltà. Il romanzo non ha l’epicità di “Furore” né l’intensità tragica di “Uomini e topi“, ma nel suo piccolo offre uno spaccato altrettanto vivido e sincero della vita.

Con questo libro, Steinbeck conferma di essere un grande cronista dell’anima: un autore capace di vedere al di là delle apparenze e di raccontare, con una lucidità che non rinuncia mai alla tenerezza, le debolezze e le speranze che ci rendono umani.

Un viaggio da intraprendere, pagina dopo pagina, senza fretta ma con il cuore aperto.

Nel 1957 Victor Vicas realizza l’adattamento cinematografico dal titolo “Fermata per 12 ore” con Joan Collins e Jayne Mansfield.

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“Il robot selvaggio” di Chris Sanders

(USA, 2024)

Quando un autore visionario come Chris Sanders decide di dare vita sul grande schermo all’omonimo bestseller illustrato di Peter Brown del 2016, le aspettative non possono che essere alte. E con “Il robot selvaggio“, Sanders riesce a superarle, offrendoci un’esperienza animata che incanta, emoziona e fa riflettere.

Immaginate un’isola incontaminata, dove la natura regna sovrana con tutta la sua bellezza e la sua spietata crudeltà. Ora immaginate un intruso: un robot dalle linee essenziali, alieno in un mondo che non gli appartiene. Questa è la premessa de “Il robot selvaggio“, un film che unisce il racconto di un’avventura straordinaria con immagini che lasciano senza fiato.

La storia ci trascina nel viaggio di Roz, una macchina sofisticata che si ritrova accidentalmente su un’isola lontana da tutto ciò che è civilizzato. Qui, avulsa dal suo scopo originario, deve adattarsi a un ambiente tanto affascinante quanto ostile. Il conflitto centrale tra tecnologia e natura viene affrontato con sensibilità e intelligenza, senza scivolare nella banalità di un messaggio moralista.

La narrazione ci ricorda che l’adattamento non è solo una questione di sopravvivenza, ma anche di trasformazione interiore. Roz, una macchina programmata per eseguire ordini, si evolve fino a diventare un personaggio capace di amore e sacrificio, mostrando quanto possa essere umano anche il cuore di un robot. Il suo percorso è un racconto di crescita, scoperta e connessione: inizialmente considerata una minaccia dagli abitanti dell’isola, Roz impara ad ascoltare, comprendere e persino amare. La sua relazione con un piccolo di oca, Beccolustro, diventa il cuore pulsante della storia, mostrandoci come persino un robot possa scoprire un senso di appartenenza.

Visivamente, il film è un trionfo. Ogni scena è costruita con una cura maniacale per i dettagli, che rendono l’isola un personaggio vivo e pulsante. I panorami mozzafiato, dalle scogliere battute dal vento e dalle violente onde ai boschi rigogliosi, sono resi con un’animazione che mescola realismo e poesia. Ogni fotogramma sembra una finestra aperta su un mondo dove la natura è celebrata in tutta la sua maestosità e brutalità.

Ma ciò che rende “Il robot selvaggio” davvero speciale è la sua capacità di coniugare queste immagini spettacolari con una narrazione che tocca corde profonde. È una storia che parla di adattamento e accettazione, di come le differenze possano diventare una risorsa e non una barriera. Roz, nel suo viaggio, non solo sopravvive, ma cresce, imparando a essere più di ciò per cui era stata progettata.

La potenza del film sta nella sua semplicità: non c’è bisogno di dialoghi frenetici o di un’azione continua per catturare l’attenzione dello spettatore. È un’opera che si prende il suo tempo, che ti invita a osservare, a riflettere, a meravigliarti.

“Il robot selvaggio” non è solo un film d’animazione, ma un’esperienza sensoriale ed emotiva. Ti lascia con gli occhi pieni di bellezza e il cuore carico di domande. Un viaggio imperdibile per chiunque ami il cinema dove la fantasia sa osare e sorprendere.

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“Andrea oltre il pantalone rosa” di Teresa Manes

(Graus Edizioni, 2024)

Nel novembre del 2012, Andrea Spezzacatena, un ragazzo di appena quindici anni, decide di togliersi la vita. Un gesto estremo e tragico che lascia attoniti e costringe a fare i conti con una delle piaghe più terribili della nostra società: il bullismo. Questo libro straziante, scritto da sua madre Teresa Manes, è un pugno nello stomaco e, allo stesso tempo, una chiamata alle armi per tutti noi, e ho usato non a caso il termine “armi” perché si tratta di una battaglia dura e cruda.

“Andrea oltre il pantalone rosa” non è solo una cronaca di eventi drammatici, ma un atto di amore e di coraggio. Con una scrittura intima e lucida, l’autrice ricostruisce i tormenti vissuti da Andrea, deriso e isolato per il semplice fatto di aver indossato un paio di pantaloni rosa – che in realtà erano semplicemente scoloriti – e usare lo smalto sulle unghie per evitare di mangiarsele. Quel capo di abbigliamento, apparentemente insignificante, e quello smalto diventano un simbolo di come l’ignoranza e il pregiudizio possano trasformarsi in armi letali.

Attraverso le pagine del libro, la voce di Teresa si leva chiara e forte, non solo per raccontare il dolore di una perdita irreparabile, ma anche per denunciare un fenomeno che continua a mietere vittime silenziose. Il bullismo, infatti, non è un problema confinato dietro i muri di una scuola: è una piaga sociale che coinvolge le famiglie, le istituzioni e la comunità tutta.

Leggendo questa testimonianza, non si può e non si deve restare indifferenti. Ogni episodio di violenza, fisica o psicologica, che viene ignorato o minimizzato è un mattone in più nel muro dell’indifferenza. Eppure, come sottolinea l’autrice, combattere il bullismo è un dovere collettivo. Serve ascoltare, educare, intervenire. Serve insegnare alle ragazze e ai ragazzi che le diversità sono una ricchezza e che il rispetto reciproco è il fondamento di ogni relazione.

“E’ inaccettabile doversi necessariamente uniformare perché una gratuita ignoranza culturale rema contro le diversità di ogni genere”, scrive Teresa Manes, che ci regala un libro che non si limita a documentare una tragedia, ma che scuote le coscienze e ci invita all’azione. Ogni genitore, insegnante o cittadino dovrebbe leggerlo, non solo per piangere su ciò che è accaduto, ma per impegnarsi a evitare che si ripeta. Manes ci ricorda, inoltre, che il bullismo miete vittime in ogni senso: sia in chi lo subisce, sia in chi lo perpetra perché è fin troppo spesso la manifestazione di un disagio profondo.

Il bullismo non è un problema degli altri. È un problema nostro. E “Andrea oltre il pantalone rosa” ci ricorda che possiamo, anzi dobbiamo, fare la nostra parte per costruire una società migliore. Per chi pensa, invece, di essere distante dal problema del bullismo perché magari non ha direttamente a che fare col mondo scolastico, valgono le parole del maestro Fabrizio De André: “…Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

Ma per fortuna le italiane e gli italiani possono dormire sonni sereni: nel nostro Paese non è ancora presente una legge chiara ed implacabile contro le discriminazioni abiliste, di genere o di credo. E ci sono individui che ancora festeggiano per questo…

Da questo libro e dalla vicenda di Andrea è stato tratto il film “Il ragazzo dai pantaloni rosa” di Margherita Ferri con Claudia Pandolfi. E a proposito di come la nostra società affronti il problema basta ricordare come in una proiezione per le scuole alcuni studenti abbiamo iniziano a gridare nel buio della sala il termine “frocio” verso il protagonista; o di come in un istituto superiore del nostro nord, tanto progredito e industrializzato, il preside abbia annullato la proiezione pressato da “alcuni genitori”.

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“Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?” di Billy Wilder

(USA/Italia, 1972)

Billy Wilder è uno di quei registi che ha saputo attraversare decenni e generi con la leggerezza di un ballerino e la precisione di un chirurgo. Nel 1972, con “Cosa è successo tra mio padre e tua madre?” (il cui titolo originale è “Avanti!” che è lo stesso della commedia teatrale firmata da Samuel A. Taylor a cui è ispirata la pellicola), realizza una commedia sofisticata e malinconica che, pur non avendo il successo di titoli come “A qualcuno piace caldo” o “L’appartamento“, brilla di una luce tutta sua.

La storia prende il via da una situazione tragicomica: Wendell Armbruster Jr., un uomo d’affari americano iperorganizzato e privo di fantasia (interpretato da un formidabile Jack Lemmon), vola sull’isola di Ischia per recuperare il corpo del padre, morto in un incidente d’auto. Ma Wendell scopre presto che il defunto genitore non era solo: con lui c’era l’amante, la madre della stravagante Pamela Piggott, una Juliet Mills deliziosamente imperfetta e irresistibile.

Da qui parte un’avventura che mescola il sarcasmo tipico di Wilder, il fascino del Mediterraneo e una riflessione amara sull’ipocrisia delle convenzioni sociali. Ischia, con il suo mare cristallino e i suoi ritmi rilassati, diventa lo specchio in cui Wendell e Pamela sono costretti a guardarsi e, in fondo, a riconoscersi.

Come sempre accade nei film di Wilder, i dialoghi sono una sinfonia di battute al vetriolo e osservazioni taglienti. La differenza culturale tra l’America puritana di Wendell e l’Europa passionale e disinibita è un tema centrale, trattato con un’ironia che non risparmia nessuno. Jack Lemmon, ormai collaboratore storico di Wilder, dà vita a un personaggio comicamente nevrotico, mentre Juliet Mills, con il suo personaggio insicuro ma vitale, riesce a rubargli la scena più di una volta.

Eppure, sotto la superficie brillante della commedia, c’è un cuore nostalgico e malinconico. Wilder ci parla del tempo che scorre, delle vite segrete che non osiamo vivere e di come, a volte, per ritrovarsi serva perdersi completamente. Certo, la durata del film è un po’ eccessiva, e alcune gag potrebbero apparire datate, ma questi sono dettagli che non intaccano la qualità complessiva dell’opera.

“Cosa è successo tra mio padre e tua madre?” è un film che invita a guardare oltre le apparenze, a ridere delle nostre rigide convinzioni e a lasciarci andare, almeno ogni tanto, al piacere di vivere. Non sarà tra le opere più celebrate di Billy Wilder, ma merita assolutamente una seconda visione, magari con una brezza marina e un bicchiere di vino bianco a portata di mano.

Un piccolo gioiello che brilla con discrezione, perfetto per chi cerca una commedia che sappia far sorridere e riflettere allo stesso tempo.

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“Strawberry Mansion – La casa di fragola” di Kentucker Audley e Albert Birney

(USA/Canada, 2021)

Alcuni film sembrano usciti direttamente dai nostri sogni più profondi, quelli che non ricordiamo mai del tutto al risveglio ma che ci lasciano addosso una sensazione dolceamara, come se avessimo attraversato un’altra dimensione. “Strawberry Mansion – La casa di fragola”, scritto e diretto da Kentucker Audley e Albert Birney, è esattamente questo: un sogno cinematografico che si muove tra il surreale e il malinconico, lasciando allo spettatore un senso di meraviglia e nostalgia.

Il film ci porta in un futuro distopico dove nemmeno i sogni sono al sicuro: vengono registrati, analizzati e tassati da un governo opprimente che trasforma persino i nostri desideri più intimi in un prodotto controllabile. James Preble, interpretato dallo stesso Audley, è un burocrate incaricato di esaminare i sogni dell’anziana Arabella Isadora, che vive isolata in una casa lontana dal tempo e dallo spazio. Ma nel momento in cui James entra nei mondi onirici di Arabella, il confine tra realtà e immaginazione si dissolve, trascinandolo in un viaggio di scoperta che è al contempo personale e universale.

Visivamente, il film è un’opera d’arte. Con un’estetica che richiama la genialità artigianale di Michel Gondry e la fantasia sfrenata di Terry Gilliam, ogni fotogramma di “Strawberry Mansion” sembra un collage creato con ritagli di sogni dimenticati: cieli rosa pastello, personaggi grotteschi che sembrano usciti da una fiaba oscura, animazioni a passo uno che aggiungono una nota nostalgica. Gli effetti visivi, pur semplici e volutamente low-tech, amplificano l’aspetto onirico e donano al film un’anima che molti blockbuster digitalmente perfetti non riescono nemmeno a sfiorare.

E proprio come nei sogni, la logica lascia il posto alle emozioni. Tra scheletri che ballano, creature bizzarre e paesaggi irreali, il film riesce a parlare di temi profondamente umani: l’amore, la memoria, la libertà e la lotta contro un sistema che vorrebbe trasformare anche l’immaginazione in una merce da vendere.

Le interpretazioni degli attori si fondono perfettamente con l’atmosfera eterea. Penny Fuller, nei panni dell’anziana Arabella, incarna una saggezza e una dolcezza che toccano il cuore, mentre Grace Glowicki, nella versione giovane del personaggio, regala una presenza delicata e sfuggente, come un ricordo che non si riesce a trattenere.

Certo, il film non è privo di difetti: il ritmo a tratti rallenta, e alcune sequenze sembrano indulgere troppo nell’estetica a scapito della narrazione. Ma è un piccolo prezzo da pagare per un’opera che riesce a catturare l’essenza dei sogni, con tutte le loro contraddizioni e la loro bellezza ineffabile.

“Strawberry Mansion” non è un film da guardare, ma da vivere, lasciandosi trasportare in un universo che sfida la logica per parlare direttamente al cuore. È un inno alla fantasia e alla libertà, e una delicata ribellione contro un mondo che troppo spesso dimentica quanto siano preziosi i nostri sogni.

Se amate il cinema che osa, che sa unire l’artigianalità della forma a una profondità emotiva autentica, questo film saprà conquistarvi. Perché, in fondo, chi di noi non ha mai desiderato abitare in una casa fatta di fragole?

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“Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe

(Adelphi, 2002)

Quando un gigante del cinema come Billy Wilder si racconta, non è solo un viaggio nella sua carriera, ma un’immersione profonda nella storia della settima arte. Con “Conversazioni con Billy Wilder“, Cameron Crowe riesce nell’impresa titanica di restituire, con rispetto e passione, il pensiero e la personalità di uno dei registi e sceneggiatori più influenti di sempre.

Crowe, noto per il suo stile empatico, qui si trasforma in un interlocutore ideale: un regista di successo che non nasconde il suo amore per il lavoro di Wilder, ma che al tempo stesso si pone con curiosità e umiltà. Il libro è strutturato come un dialogo, ma non aspettatevi un semplice botta e risposta: è un flusso di idee, ricordi, aneddoti e lezioni di vita e di cinema che si intrecciano in modo naturale e mai didascalico.

Billy Wilder, con il suo inconfondibile spirito arguto, si apre come solo i veri maestri sanno fare. Non si limita a celebrare i suoi successi – che pure abbondano – ma condivide le sue riflessioni sul mestiere di scrivere e dirigere, sul rapporto con gli attori, e su quell’industria cinematografica che ha saputo piegare alle sue esigenze senza mai perdere la sua identità. Si va dai ricordi dei set di capolavori come “L’appartamento” e “A qualcuno piace caldo“, fino a considerazioni più generali sul valore della sceneggiatura come ossatura del cinema.

Quello che emerge non è solo il ritratto di un grande artista, ma anche di un uomo pragmatico, capace di cogliere le assurdità della vita con un’ironia che non lascia spazio al cinismo. La sua capacità di trasformare i limiti in opportunità e di raccontare storie universali con una semplicità solo apparente è una lezione preziosa non solo per chi vuole fare cinema, ma anche per chiunque voglia raccontare qualcosa sulla carta, sullo schermo o nella vita di tutti i giorni.

Delizioso, in questo senso, anche come il grande cineasta, di origini austriache, minimizzi il suo incontro con Sigmund Freud, avvenuto a Vienna quando lui era ancora un giovane giornalista.

Crowe riesce a bilanciare perfettamente la sua posizione di intervistatore: non cede mai alla tentazione di oscurare la figura di Wilder, ma nemmeno si limita a fare da spettatore. Le sue domande, mai banali, stimolano riflessioni che vanno al di là del cinema, toccando temi universali come il compromesso, la creatività e il rapporto tra autore e pubblico.

In un’epoca in cui il cinema viene spesso ridotto a formule e algoritmi, leggere le parole di Billy Wilder è come riscoprire il valore artigianale di un’arte che sa parlare al cuore e alla mente. “Conversazioni con Billy Wilder” non è solo un libro: è una lezione magistrale sul cinema e sulla vita.

Consigliato a chi ama il grande cinema, chi sogna di scrivere storie indimenticabili e a chi vuole capire come si possa affrontare la complessità del mondo con uno sguardo brillante e mai banale.

Un testo imprescindibile, da leggere e rileggere, come i film di Billy Wilder.

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“Non ci resta che vincere” di Javier Fesser

(Spagna, 2018)

Ci sono film che si ricordano per l’intrattenimento, altri per il messaggio che lasciano. “Non ci resta che vincere” di Javier Fesser riesce in entrambe le imprese, e lo fa con un’ironia tanto intelligente quanto affilata, capace di toccare le corde del cuore senza mai cadere nella retorica.

Il protagonista Marco Montes, interpretato magistralmente da Javier Gutiérrez, è lo stereotipo dell’uomo pieno di pregiudizi: arrogante, cinico, ossessionato dal successo personale e incapace di guardare oltre il proprio naso. Quando la vita lo costringe, per un provvedimento giudiziario, a diventare l’allenatore di una squadra di basket composta da persone con disabilità intellettive, Marco si ritrova catapultato in un mondo che non comprende e che inizialmente disprezza.

Ma il vero punto di forza di “Non ci resta che vincere” non sta tanto nella redenzione del protagonista – una parabola tutto sommato prevedibile – quanto nel feroce sberleffo che Fesser riserva a chi, come Marco, vive intrappolato nei propri pregiudizi. Ogni scena è un dito puntato contro chi, spesso anche inconsapevolmente, si crede “normale” o “superiore”. Il film non si limita a celebrare la diversità, ma si diverte a demolire, con sarcasmo pungente, l’ipocrisia e l’arroganza di chi non è capace di accettarla.

Il regista sceglie di affidare i ruoli dei giocatori a persone realmente affette da disabilità intellettive, regalando al film un’autenticità rara. E qui sta la magia: i veri protagonisti non sono mai vittime o macchiette, ma persone vere, con i loro sogni, difetti e qualità, che conquistano lo spettatore con la loro semplicità e umanità.

Dal punto di vista tecnico, Fesser alterna con grande maestria momenti di irresistibile comicità a scene di intensa emotività. La risata è sempre dietro l’angolo, ma non è mai gratuita: ogni battuta e ogni situazione sono studiate per ribaltare il punto di vista dello spettatore, costringendolo a interrogarsi sui propri pregiudizi.

“Non ci resta che vincere” è molto più di un omaggio alle persone con disabilità. È una satira spietata di una società che troppo spesso cerca di etichettare e categorizzare tutto ciò che non comprende. Con una delicatezza disarmante e un’ironia feroce, il film ci invita a riflettere su chi ha davvero il “problema”: coloro che sono considerati “diversi” o chi si crede superiore senza motivo?

Con questo film, Javier Fesser – che scrive la sceneggiatura assieme a David Marqués – ci ricorda che l’inclusione non è una concessione, ma un atto dovuto. E lo fa con una risata che, proprio come le migliori, nasce dal cuore e arriva al cervello. Non è un caso che nel 2023 Bobby Farrelly – fra i più graffianti cineasti contemporanei scagliati contro i pregiudizi vero le persone con disabilità – realizza “Campioni” (fedele al titolo originale spagnolo “Campeones”) il remake ambientato negli Stati Uniti con Woody Harrelson come protagonista.

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