“Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe

(Adelphi, 2002)

Quando un gigante del cinema come Billy Wilder si racconta, non è solo un viaggio nella sua carriera, ma un’immersione profonda nella storia della settima arte. Con “Conversazioni con Billy Wilder“, Cameron Crowe riesce nell’impresa titanica di restituire, con rispetto e passione, il pensiero e la personalità di uno dei registi e sceneggiatori più influenti di sempre.

Crowe, noto per il suo stile empatico, qui si trasforma in un interlocutore ideale: un regista di successo che non nasconde il suo amore per il lavoro di Wilder, ma che al tempo stesso si pone con curiosità e umiltà. Il libro è strutturato come un dialogo, ma non aspettatevi un semplice botta e risposta: è un flusso di idee, ricordi, aneddoti e lezioni di vita e di cinema che si intrecciano in modo naturale e mai didascalico.

Billy Wilder, con il suo inconfondibile spirito arguto, si apre come solo i veri maestri sanno fare. Non si limita a celebrare i suoi successi – che pure abbondano – ma condivide le sue riflessioni sul mestiere di scrivere e dirigere, sul rapporto con gli attori, e su quell’industria cinematografica che ha saputo piegare alle sue esigenze senza mai perdere la sua identità. Si va dai ricordi dei set di capolavori come “L’appartamento” e “A qualcuno piace caldo“, fino a considerazioni più generali sul valore della sceneggiatura come ossatura del cinema.

Quello che emerge non è solo il ritratto di un grande artista, ma anche di un uomo pragmatico, capace di cogliere le assurdità della vita con un’ironia che non lascia spazio al cinismo. La sua capacità di trasformare i limiti in opportunità e di raccontare storie universali con una semplicità solo apparente è una lezione preziosa non solo per chi vuole fare cinema, ma anche per chiunque voglia raccontare qualcosa sulla carta, sullo schermo o nella vita di tutti i giorni.

Delizioso, in questo senso, anche come il grande cineasta, di origini austriache, minimizzi il suo incontro con Sigmund Freud, avvenuto a Vienna quando lui era ancora un giovane giornalista.

Crowe riesce a bilanciare perfettamente la sua posizione di intervistatore: non cede mai alla tentazione di oscurare la figura di Wilder, ma nemmeno si limita a fare da spettatore. Le sue domande, mai banali, stimolano riflessioni che vanno al di là del cinema, toccando temi universali come il compromesso, la creatività e il rapporto tra autore e pubblico.

In un’epoca in cui il cinema viene spesso ridotto a formule e algoritmi, leggere le parole di Billy Wilder è come riscoprire il valore artigianale di un’arte che sa parlare al cuore e alla mente. “Conversazioni con Billy Wilder” non è solo un libro: è una lezione magistrale sul cinema e sulla vita.

Consigliato a chi ama il grande cinema, chi sogna di scrivere storie indimenticabili e a chi vuole capire come si possa affrontare la complessità del mondo con uno sguardo brillante e mai banale.

Un testo imprescindibile, da leggere e rileggere, come i film di Billy Wilder.

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“Mancia competente” di Ernst Lubitsch

(USA, 1932)

Sebbene l’era del cinema sonoro fosse iniziata solo da un lustro scarso, “Mancia competente” è ancora oggi – che si avvicina a festeggiare le novanta candeline – una delle pietre miliari della cinematografia planetaria.

Perché apre ufficialmente il filone della vera e propria commedia cinematografia, genere che fino ad allora era rappresentato soprattutto da spettacoli teatrali di successo adattati per il grande schermo. Il maestro Lubitsch è, infatti, fra i primi ad usare in maniera sublime il linguaggio cinematografico: le immagini, le voci ed i suoni sono parte integrante della storia e del suo sviluppo. Ma non solo: allo stesso tempo lascia piccoli misteri ed eventi dissimulati nel racconto, che creano un fascino unico in ogni sua pellicola, il famoso “Lubitisch Touch”, ovvero il “Tocco alla Lubitsch”.

Altro elemento focale del Tocco è il sesso. In questo film, come in tutti gli altri diretti da Lubitsch – fra cui spicca lo splendido “Il cielo può attendere” – non c’è fotogramma privo di sfacciate o ammiccanti allusioni sessuali. D’altronde il suo alunno più famoso, il maestro Billy Wilder in “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, racconta di come Lubitsch fosse particolarmente attratto dal sesso, cosa che ne provocò anche la scomparsa nel 1947, ufficialmente attribuita ad un poco chiaro attacco cardiaco (il secondo in pochi anni).

Ma attenzione: le allusioni sessuali più o meno marcate dei film di Lubitsch non hanno mai nulla di volgare o becero. Tutto è incentrato elegantemente sul piacere, sul desiderio, la delusione e sopratutto sull’ironia più graffiante. Non è un caso quindi che lo stesso Wilder, durante tutta la sua carriera, quando si trovava davanti ad un bivio creativo si poneva sempre la fatidica domanda: questa scena come la farebbe Lubitsch?

Il film si apre con un classico gondoliere veneziano che però, invece di cantare romanticamente alla Luna, canta scaricando un bidone di immondizia su un piccolo battello colmo di altri rifiuti. Scena che magistralmente ci introduce immediatamente nell’anima della storia: anche in una delle città più belle e famose della pianeta ci sono rifiuti da smaltire.

E così, attraverso una Venezia da cartolina (e di cartone visto che gli esterni sono evidentemente girati in studio) entriamo in un lussuoso appartamento di uno dei più esclusivi alberghi della città, dove un uomo è stato appena aggredito e un altro è fuggito dalla finestra.

In un’altra suite, un’affascinante rappresentante della più alta aristocrazia europea, prepara il suo incontro galante con una sua pari che finalmente ha ceduto alla sua corte. Il rendez-vous viene interrotto bruscamente dalla Polizia: nell’albergo è stato commesso un furto e qualcuno si è dileguato con una grande somma di denaro. Ma le Forze dell’Ordine, assicuratesi che i due ospiti non hanno informazioni utili, li lasciano soli. Riprende così la loro amorosa singolar tenzone con un nuovo elemento che la renderà ancora più passionale: il malloppo appena rubato.

Perché i due aristocratici non son altro che il ladro internazionale Gaston Monuscu (Herbert Marshall) e la borseggiatrice Lily Vautier (Miriam Hopkins) che sotto mentite spoglie cercavano l’uno di derubare l’altra. Scatta così l’amore a prima vita e Gaston e Lily diventano una della coppie di ladri d’alto rango più inafferrabili del mondo. Questo fino a quando non approdano a Parigi, dove incappano nella ricca e bella vedova M.me Mariette Colet (Kay Francis), unica proprietaria dell’impero di prodotti di cosmesi Colet. Perché il fascino sensuale della Colet complicherà non poco le cose…

Tratto dalla commedia “The Honest Finder” dell’ungherese Aladar Laszlo e adattata per lo schermo da Grover Jones, “Mancia competente” – il cui titolo originale è “Trouble in Paradise” – possiede ancora integra tutta la sua sublime potenza narrativa e la sua immortale ironia, legata soprattutto all’ottusa voglia di tanti di voler apparire piuttosto che essere.

Da tenere gelosamente nella propria videoteca come ogni altra opera del maestro Ernst Lubitsch.

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“Agorà” di Alejandro Amenàbar

(Spagna, 2009)

Firmato dal regista di “Apri gli occhi” (poi rifatto in USA col titolo “Vanilla Sky” con Tom Cruise e diretto da Cameron Crowe) e di “The Others”, “Agorà” è uno splendido film sulla storia, sulla religione, sulla scienza, ma soprattutto sul ruolo della donna nella società e nella cultura.

La pellicola ci trasporta nell’Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C., un periodo di drammatici sconvolgimenti religiosi e culturali. Al centro di questa tempesta c’è Ipazia, interpretata con straordinaria intensità da Rachel Weisz, figura storica realmente esistita: filosofa, astronoma e matematica che diviene simbolo vivente della cultura e della conoscenza razionale.

Weisz incarna perfettamente Ipazia, conferendole una dignità e un’intelligenza luminosa che trascendono il tempo. La sua interpretazione riesce a comunicare la passione per il sapere e la ricerca della verità che caratterizzarono questa donna eccezionale. Amenábar costruisce attorno a lei un ritratto che va oltre il semplice biopic, trasformandola in emblema della razionalità e dell’indagine scientifica in un’epoca di crescente intolleranza.

La pellicola mostra magistralmente come Ipazia rappresenti non solo una studiosa, ma l’incarnazione stessa della cultura ellenistica alessandrina: un mondo dove la conoscenza è perseguita per sé stessa, dove il dialogo e il dubbio metodico sono strumenti di progresso, dove l’osservazione empirica guida la comprensione dell’universo. Nel suo personaggio convivono l’amore per la geometria, l’astronomia e la filosofia neoplatonica.

Particolarmente potenti sono le scene nella Biblioteca di Alessandria e nell’Agorà, dove Ipazia insegna circondandosi di allievi di diverse fedi e origini, senza distinzioni. La sua celebre frase “Tu non credi nella ragione?” risuona come manifesto della sua visione del mondo e dell’approccio alla conoscenza.

Amenábar riesce a creare un contrasto visivo ed emotivo tra gli spazi luminosi della ricerca e dell’insegnamento e l’oscurità crescente che avvolge la città, metafora dell’offuscamento culturale che accompagna la radicalizzazione religiosa. La regia alterna sapientemente momenti di intima riflessione filosofica a impressionanti scene di massa che illustrano il collasso della convivenza civile.

Il film, scritto dallo stesso Amenábar assieme a Mateo Gil, non si limita a celebrare Ipazia, ma pone domande profonde e ancora attuali sul rapporto tra fede e ragione, potere e conoscenza, identità collettiva e ricerca individuale. La tragica fine di Ipazia, vittima dell’intolleranza religiosa, viene raccontata con pudore ma senza sconti, diventando simbolo universale della fragilità della cultura di fronte al fanatismo e all’integralismo.

“Agorà” ci ricorda che la cultura non è mai un’acquisizione definitiva, ma un bene prezioso da difendere costantemente. Attraverso la figura di Ipazia, Amenábar ci consegna un monito sul valore insostituibile del pensiero libero e sulla necessità di proteggere gli spazi di dialogo e confronto che permettono alla conoscenza di fiorire.

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