“La famiglia” di Ettore Scola

(Italia/Francia, 1986)

Ettore Scola, con il suo capolavoro “La famiglia” del 1986, si conferma non solo come uno dei più grandi registi di sempre, ma anche come un autentico maestro nel raccontare lo scorrere inesorabile del tempo. Il film rappresenta uno dei vertici della sua carriera, un’opera che attraversa ben ottant’anni di storia italiana attraverso la lente intima di una famiglia borghese romana.

L’espediente narrativo è geniale nella sua semplicità: la macchina da presa non abbandona mai l’appartamento dove vive la famiglia del protagonista Carlo, interpretato magistralmente da Vittorio Gassman e da giovane da Andrea Occhipinti. È l’Italia che cambia fuori dalla finestra, mentre dentro quelle stanze assistiamo al passaggio delle generazioni, ai cambiamenti nei costumi e nelle relazioni familiari.

Scola dimostra una sensibilità unica nel rappresentare il trascorrere degli anni. Non utilizza effetti speciali o soluzioni elaborate: sono i dettagli, i cambiamenti nell’arredamento, negli abiti, nelle musiche di sottofondo, nei comportamenti e nei dialoghi a scandire il passaggio delle epoche. Dal 1906, con la nascita di Carlo, fino agli anni ’80, ogni transizione temporale è fluida, naturale, quasi impercettibile eppure profondamente evidente.

Il regista riesce magistralmente a rappresentare come il tempo trasformi non solo i corpi, ma anche le anime dei suoi personaggi. Vittorio Gassman e gli altri interpreti invecchiano davanti ai nostri occhi senza strappi, con una continuità sorprendente, passando dall’esuberanza giovanile alla saggezza – o talvolta all’amarezza – della vecchiaia.

Particolarmente toccante è il modo in cui Scola affronta il rapporto tra Carlo e Adriana – interpretata da Fanny Ardant – sorella di Beatrice incarnata da una straordinaria Stefania Sandrelli, moglie dello stesso Carlo. La loro è una storia d’amore mai vissuta, un sentimento che attraversa i decenni rimanendo sempre sullo sfondo, come opportunità mancata che il tempo non cancella ma trasforma. L’apice del loro rapporto irrisolto è forse nella scena in cui Carlo/Gassman litiga con il promesso sposo di Adriana, interpretato da un monumentale Philippe Noiret che recita oltretutto anche in italiano.

La regia di Scola è precisa, meticolosa, quasi maniacale nella cura dei dettagli. La sua macchina da presa si muove all’interno dell’appartamento come un membro silenzioso della famiglia, osservando senza giudicare, registrando i piccoli e grandi eventi che compongono l’esistenza umana.

Scritto dallo stesso Scola assieme a Ruggero Maccari e Furio Scarpelli, “La famiglia” non è solo un film sul tempo che passa, ma anche un affresco storico dell’Italia del Novecento. Attraverso le vicende personali dei protagonisti, Scola racconta la Grande Guerra, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, il boom economico, fino agli anni di piombo e agli anni ’80, senza mai trasformare il film in un documentario o in una lezione di storia.

Ciò che rende “La famiglia” un’opera straordinaria è la capacità di Scola di bilanciare il particolare e l’universale. Quella che vediamo è una famiglia specifica, con le sue peculiarità e le sue dinamiche uniche, ma è anche, simbolicamente, la famiglia italiana, con le sue tradizioni, le sue contraddizioni e la sua evoluzione nel tempo.

Il tempo, in questo film, non è solo un tema narrativo ma diventa quasi un personaggio invisibile che condiziona tutti gli altri. Scola lo rappresenta nella sua duplice natura: quella distruttrice, che consuma vite e relazioni, e quella creatrice, che permette nuovi inizi e trasformazioni inaspettate. Sublime è anche la visualizzazione dei passaggi temporali che Scola incarna in una lenta ma inesorabile carrellata nel grande corridoio vuoto della casa.

Nel cast, in personaggi secondari ma allo stesso tempo portanti, vanno ricordate le interpretazione di Ottavia Piccolo, Alessandra Panelli, Monica Schettini, Athina Cenci, Massimo Dapporto, Carlo Dapporto, Renzo Palmer, Giuseppe Cederna e Sergio Castellitto.

A distanza di quarant’anni dalla sua uscita, “La famiglia” conserva intatta la sua potenza emotiva e la sua rilevanza artistica, confermandosi come una delle opere più mature e compiute di Ettore Scola, un regista che ha saputo raccontare come pochi altri l’Italia e gli italiani, e soprattutto, il misterioso, inesorabile scorrere del tempo nelle nostre vite.

Un capolavoro assoluto.

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“Il mondo nuovo” di Ettore Scola

(Francia/Italia, 1982)

Ettore Scola, con “Il mondo nuovo”, ci consegna un capolavoro intellettuale e malinconico, frutto di una sceneggiatura profondamente meditata, scritta dallo stesso regista insieme a Sergio Amidei, a cui il film è dedicato. L’ispirazione principale viene dal romanzo “La Nuit de Varennes ou l’Impossibile n’est pas français” di Catherine Rihoit, che ricostruisce la notte della fallita fuga del re Luigi XVI e di Maria Antonietta.

Scola e Amidei, però, vanno ben oltre la mera ricostruzione storica, trasformando quella vicenda in una potente metafora della fuga del re Vittorio Emanuele III dall’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Attraverso dialoghi carichi di ironia e tragedia, emerge un sottotesto che riecheggia il senso di abbandono e decadenza che segnò l’Italia del 1943, quando la monarchia si ritirò di fronte al collasso del Paese.

La sceneggiatura si distingue per il suo equilibrio tra momenti di grande intensità drammatica e accenti più leggeri, affidati spesso al cast corale. Marcello Mastroianni, nei panni di un malinconico e rassegnato Giacomo Casanova, si muove come un testimone ironico e distaccato, incarnando lo spirito disilluso dell’epoca.


Accanto a lui Jean-Louis Barrault nei panni del giornalista e scrittore Nicolas Edmé Restif de la Bretonne, Hanna Schygulla in quelli della contessa Sophie de la Borde (amica d’infanzia e cortigiana di Maria Antonietta), e Harvey Keitel che impersona Thomas Paine (uno dei padri fondatori degli Stati Uniti), arricchiscono il film con interpretazioni che rendono palpabile il clima di fine di un mondo.

Il viaggio notturno verso Varennes – dove il re venne arrestato dai suoi cittadini per poi essere riportato a Parigi dove venne processato e poi giustiziato – diventa così un’allegoria: non solo della caduta di una classe sociale, ma di tutti i poteri incapaci di leggere i cambiamenti epocali in atto. La carrozza, chiusa e quasi claustrofobica, rappresenta una bolla di privilegio che si scontra con il corso della storia, simboleggiato dal popolo che inizia a reclamare il proprio ruolo.

Scola e Amidei intrecciano con maestria la riflessione storica con quella universale, riuscendo a rendere attuale una vicenda del passato. Il mondo nuovo non è solo un film, ma una lezione di cinema e storia, un’opera che invita a riflettere su come il potere, spesso, fugga piuttosto che affrontare le proprie responsabilità.

Per la chicca: delizioso cameo del grande Enzo Jannacci nei panni del saltimbanco che racconta la storia del film.


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“Ballando ballando” di Ettore Scola

(Italia/Francia, 1984)

Nel 1982 il maestro Ettore Scola è a Parigi per girare “Il nuovo mondo”. Durante una pausa delle riprese, l’allora Ministro della Cultura dell’esecutivo francese Jack Lang, lo invita a vedere un curioso spettacolo musicale che si tiene in un piccolo teatro nella periferia parigina.

Si tratta di “Le Bal” del Téàtre du Campagnol scritto, diretto e interpretato da Jean-Claude Penchenat. L’azione si svolge in un unico ambiente, una sala da ballo dove con la musica in sottofondo i protagonisti si incontrano in situazioni e dinamiche differenti, sempre senza alcun dialogo.

La rappresentazione affascina Scola soprattutto per due caratteristiche a lui carissime: l’azione che si svolge in un solo ed unico ambiente e lo scorrere del tempo. Decide così di farne un film e chiama i suoi colleghi e amici di sempre Ruggero Maccari e Furio Scarpelli per scrivere la sceneggiatura.

La redazione si rivela molto più complicata del previsto perché, anche se Scola decide rimanere fedele al testo originale senza dialoghi, li mette ugualmente nello script per aiutare gli attori ad interpretare meglio la loro parte che sarà esclusivamente fisica e mimica.

Anche se il cast originale è composto tutto da attori non professionisti, fra cui alcuni docenti e un medico, Scola decide di mantenerli tutti, compreso lo stesso Penchenat, con alcune piccole aggiunte (come Monica Scattini nel ruolo della ragazza miope e Francesco De Rosa in quello del barista) e così inizia a girare a Parigi. Ma dopo circa un mese il regista viene colto da un infarto e la lavorazione sospesa. Riprenderà solo un anno dopo a Roma, negli studi di Cinecittà, dove Scola realizzerà uno dei capolavori del nostro cinema.

Con le musiche di Vladimir Cosma e la consulenza del maestro Armando Trovajoli, viviamo circa cinquant’anni di storia del Novecento attraverso i balli dei solitari frequentatori di una piccola balera di periferia.

Dagli anni Trenta ai primi anni Ottanta osserviamo le povertà e le miserie sentimentali e morali di alcuni appartenenti alla piccola borghesia d’oltralpe (che ovviamente può essere quella di qualsiasi altro paese del mondo) che sperano di terminare e sconfiggere la loro solitudine il sabato pomeriggio ma alla fine, delusi, sono pronti a ritentare la settimana successiva.

Un capolavoro che dimostra come un film nel quale non si pronuncia una sola parola, non è certo un film …”muto”. Da vedere.

Il dvd, negli extra, contiene una preziosa intervista allo stesso Scola sulla realizzazione del film; e nella galleria sono presenti le immagini dei bozzetti realizzati dallo stesso regista prima delle riprese e dai quali è stata presa l’idea per la locandina.

“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come la grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo, per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi ne rimangono irresistibili e inarrivabili due su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli

(Italia, 1961)

Questa commedia fantasy racchiude alcuni fra i più importanti pilastri del nostro grande cinema. Il soggetto, infatti, è firmato dal padre del nostro Neorealismo: Sergio Amidei, mentre la sceneggiatura è scritta da mostri sacri come Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Ettore Scola e lo stesso Antonio Pietrangeli, che poi lo dirige.

Per non parlare degli interpreti, fra cui spiccano un fascinosissimo Marcello Mastroianni, un grande Eduardo De Filippo e un coriaceo Vittorio Gassman. Da ricordare anche i bravissimi Tino Buazzelli (purtroppo doppiato), Claudio Gora che incarna sempre superbamente l’antipatico per eccellenza, e Lilla Brignone in quello struggente di Regina.

Il genere fantasy, nel nostro Paese e in quegli anni, aveva un ambito alquanto ristretto e poco seguito (“Omicron” diretto da Ugo Gregoretti nel 1963, è forse l’unico esempio del genere che ebbe un certo riscontro di pubblico e critica). Così questo film, dopo l’uscita nelle sale, venne rapidamente – e ingiustamente – dimenticato. Ma ancora oggi rappresenta uno dei picchi della nostra grande commedia.

Anche nella struttura “Fantasmi a Roma” si distingue dal genere classico. Infatti, il suo protagonista scompare a metà del film, per riapparire solo marginalmente alla fine. Fra i pochissimi altri esempi riusciti con una dinamica simile c’è “Psyco” del maestro Hitchcock, tanto per dire.

Ma tornando alla pellicola di Pietrangeli, ancora oggi seguiamo con trasporto e nostalgia la vita grama che conduce Don Annibale (De Filippo), principe di Roviano, che pur di non vendere l’antico palazzo di famiglia soffre la fame e il freddo. Così come assistiamo al salvataggio dello stesso storico edificio e dei fantasmi che lo abitano dalle scellerate ambizioni dell’ultimo erede Federico (Mastroianni, in uno dei suoi tre ruoli).

Poco è cambiato nella nostra mentalità, che aspira ad ottenere la vil pecunia nel modo più rapido e becero possibile. Peccato che Pietrangeli scomparve prematuramente solo pochi anni dopo, senza avere il tempo di donarci altri grandi film come questo o come “Adua e le compagne” o “Io la conoscevo bene”.

25 anni dalla morte di Aldo Fabrizi

Il 2 aprile del 1990 scompariva Aldo Fabrizi a Roma, nella stessa città dove era nato nel 1905.

La grande vena artistica di Fabrizi esplose in giovanissima età, ma l’indigenza della sua famiglia lo costrinse ad adattarsi a fare tutti i lavori più umili per mantenere madre e sorelle.

Il primo riconoscimento del suo genio arriva nel 1928 con la pubblicazione di “Lucciche ar sole”, una raccolta di poesie in dialetto romano.

Qualche anno dopo arriva anche l’esordio sul palcoscenico come macchiettista, sul quale era salito per la prima volta per recitare le proprie opere. Le sue enormi capacità istrioniche e il grande senso del comico lo portano quasi subito ad avere successo.

Nel 1942 esordisce al cinema con “Avanti c’è posto” di Mario Bonnard con il quale collabora anche alla sceneggiatura, così come accadrà per quasi tutti i film in cui reciterà negli anni successivi.

Come quando nel 1945 interpreta don Pappagallo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, al quale impone il suo giovane e semi sconosciuto battutista Federico Fellini, come coautore alla sceneggiatura.

Nel 1948 arriva un nuovo esordio: dietro la macchina da presa con “Emigrantes”, girato in occasione di una turné teatrale nel sud America.

Da attore simbolo del Neorealismo, col passare degli anni, Aldo Fabrizi comincia a diventare un emblema della grande commedia all’Italiana.

I titoli sono numerosi, ma fra i più amati e rappresentativi non si possono non ricordare “La famiglia Passaguai” (da lui stesso diretto nel 1951), “Guardie e ladri” (1951) di Mario Monicelli, “Hanno rubato un tram” (sempre da lui diretto nel 1954), “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, e “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattoli.

Nel 1974 partecipa a quello che, oltre a essere un capolavoro della cinematografia mondiale, è considerato il canto del cigno della grande Commedia all’Italiana: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.

Parallelamente alla carriera cinematografica, Fabrizi prosegue quella teatrale nella quale spicca il suo Mastro Titta nel pluripremiato “Rugantino” di Garinei e Giovannini del 1962.

Ma Fabrizi è anche fra i pionieri della sua generazione in televisione, dove partecipa a trasmissioni di sempre maggior successo fino ai suoi mitici sketch nel varietà del sabato sera “Speciale per noi” (1969) di Antonello Falqui.

A un quarto di secolo dalla sua scomparsa, Aldo Fabrizi merita di essere ricordato come uno dei grandi artisti italiani del Novecento, e non solo come straordinario attore comico.

I volumi da lui pubblicati, molti dei quali dedicati alla gastronomia, ci testimoniano la grande versatilità del suo genio. Chi lo ha frequentato personalmente (fu grande e intimo amico dell’immenso Totò) lo ha sempre ricordato come un uomo dal carattere duro ed estremamente esigente, a volte persino arrogante.

Proprio questa sua indole difficile, e soprattutto la sua dichiarata simpatia verso l’allora destra nostalgica italiana (partecipò in prima fila all’esequie di Giorgio Almirante) contribuirono a oscurare la sua arte negli anni successivi alla morte.

Lungi da me entrare nel merito di una discussione politica, visto che poi non l’ho mai pensata come Fabrizi, ma è un dato di fatto che una certa cultura “fighetta” e radical chic degli anni Novanta lo ha indiscutibilmente gettato nel dimenticatoio per le sue idee politiche.

Allora semmai dovremmo aprire un dibattito su come e se le idee politiche e i comportamenti personali di un artista (che come Fabrizi seppe anche farsi gioco degli aspetti più risibili di quel mondo a cui poi era politicamente legato come in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” e “Gerarchi si muore”) debbano essere considerati rispetto alla sua arte: ma entreremmo in un ambito davvero difficile da circoscrivere che io, sinceramente, proprio non ho voglia di affrontare qui.

Quello che so è che ogni volta che c’è un film o uno sketch con Fabrizi (lo sciatore o lo scolaro su tutti), anche se lo conosco a memoria, lo rivedo sempre sghignazzando di gusto.

“Il commissario Pepe” di Ugo Facco De Lagarda

(Neri Pozza/Giano 1965/2009)

Questo breve ma intenso romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1965 in un’Italia pimpante e volitiva, ancora in pieno boom economico post bellico.

Scoprire i vizi e i pruriti sessuali di una ricca provincia del nord – che assomiglia tanto a Vicenza – non era così di moda e facile come lo è oggi.

Far passare poi il tutto sopra la scrivania di un commissario di Pubblica Sicurezza – dite quello che vi pare, ma su alcuni aspetti per me molto simile al Montalbano di Camilleri, quello dei libri e non quello della televisione – votato più alla riflessione che all’azione, è davvero cosa notevole.

Mettiamoci pure che leggere un’opera firmata da un ottimo narratore come Facco De Lagarda – che fu partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e direttore di banca nella vita civile – ci illumina ancora meglio sulla nostra società di allora, e su come è diventata quella che è oggi.

La voglia di leggere questo romanzo mi è venuta vedendo l’omonima e grande trasposizione cinematografica che fece Ettore Scola nel 1969 con uno strepitoso Ugo Tognazzi nei panni di Gennaro Pepe.

Cogliendo a pieno lo spirito e le atmosfere dell’opera di Facco De Lagarda, Scola ne ha cambiato alcuni punti cruciali, mantenendo però intatta la sua grande potenza narrativa.

Da leggere.

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“Che strano chiamarsi Federico” di Ettore Scola

(Italia, 2013)

Il grande Ettore Scola firma un imperdibile e intimo ritratto di quello che è stato uno dei più grandi autori cinematografici del Novecento, nonché suo amico, Federico Fellini.

I rispettivi nipoti dei due grandi registi impersonano i giovani cineasti che si conobbero nella redazione della rivista “Marc’Aurelio”, a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, fucina dei più grandi autori comici e satirici italiani dell’epoca come Ruggero Maccari, Marcello Marchesi, Stefano Vanzina, Vittorio Metz, Age e Furio Scarpelli, tanto per dirne alcuni.

Il film ripercorrere la loro amicizia fatta anche di notti passate in automobile nel ventre di Roma oltre che dietro la macchina da presa.

Il tutto ricostruito nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, luogo nel quale Fellini giro’ quasi tutti i suoi film, costruendo set indimenticabili, e dove infine gli venne allestita la camera ardente.

Ma bando alla commozione, Fellini – e questo lo raccontano tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo – non era affatto un “bravo ragazzo”: per lui la bugia era arte.

E così Scola lo ricorda come un anziano Pinocchio sempre in fuga dai Carabinieri…

Da vedere.

“Una giornata particolare” di Ettore Scola

(Italia, 1977)

Ettore Scola scrive – insieme a Ruggero Maccari e con la collaborazione di Maurizio Costanzo – e poi dirige uno dei manifesti più potenti, toccanti e umanamente devastanti che il cinema italiano abbia saputo creare contro l’omofobia e la condizione servile della donna durante il ventennio fascista. Un film che, a quasi cinquant’anni dalla sua uscita, conserva intatta una forza dirompente che va ben oltre la sua cornice storica per parlarci, con dolorosa urgenza, del nostro presente.

Quella giornata particolare del 6 maggio 1938 – quando Hitler venne accolto a Roma in pompa magna, tra sventolio di bandiere, parate e deliri collettivi orchestrati dalla propaganda mussoliniana – diventa per Scola lo sfondo tragicamente ironico su cui inscenare l’incontro tra due anime ferite, due emarginati che il regime vorrebbe invisibili: Antonietta, casalinga oppressa e sfinita da un marito fascista e sei figli; e Gabriele, speaker radiofonico omosessuale che sta per essere deportato al confino.

Per quanto riguarda l’omosessualità, è vero che fortunatamente le cose sono cambiate rispetto a quegli anni bui in cui essere gay significava finire al confino, perdere il lavoro, essere cancellati dalla società. Ma di strada ancora ce n’è da fare, eccome. La cronaca purtroppo ci riporta ancora di persone – soprattutto giovani, ragazzine e ragazzini che dovrebbero solo preoccuparsi di vivere la loro adolescenza – che vengono perseguitate, bullizzate, emarginate o, peggio ancora, si tolgono la vita per la propria sessualità: incompresa, derisa, condannata da chi non riesce ad accettare che l’amore non ha un solo colore, una sola forma. Ogni volta che leggiamo di una ragazza o di un ragazzo che non ha retto al peso dell’odio altrui, dovremmo fermarci e chiederci a che punto siamo davvero arrivati come società civile.

Per quanto riguarda la condizione delle donne, mi piacerebbe tanto raccontare altro. Mi piacerebbe dire che nel nostro Paese – che partecipa al G7, che si fregia di essere una democrazia avanzata – la considerazione di una donna al lavoro come in famiglia sia esattamente uguale a quella di un uomo. Ma non è così, e negarlo sarebbe ipocrita. Il femminicidio e gli abusi sulle donne sono reati che quotidianamente riempiono le cronache delle nostre testate, numeri che fanno rabbrividire e che raccontano di una violenza strutturale, radicata, che non accenna a diminuire. Per non parlare poi del ruolo della donna – soprattutto se è mamma – nel mondo del lavoro: discriminazioni salariali, mancate assunzioni, carriere stroncate dalla maternità, come se mettere al mondo un figlio fosse una colpa e non un dono alla società. Le eccezioni, purtroppo, si contano sulla dita delle mani.

Non siamo ancora alla situazione di quel lontano 6 maggio del 1938, quando le donne stavano affacciate alle finestre ad applaudire il Duce e il Führer mentre gli uomini sfilavano in divisa, questo è innegabile. Ma non ne siamo però ancora così lontani come vorremmo credere. Non si sbaglia mai a ricordare – anzi, è doveroso farlo – che nel nostro Paese le donne hanno potuto votare per la prima volta, senza vincoli di alcun tipo, solo nel 1946. Ottant’anni fa. Non secoli fa: ottant’anni. Una manciata di generazioni che ci separa da quando metà della popolazione era considerata di serie B per legge.

Ma tornando al film di Scola – perché di questo capolavoro assoluto dobbiamo parlare – merita un plauso particolare Sophia Loren, che intelligentemente e coraggiosamente ha accettato di farsi invecchiare, sciupare, nascondere le proprie curve che anche allora erano davvero prorompenti e che l’avevano consacrata diva internazionale. Loren si cancella dietro Antonietta, una donna stanca, sfiorita, schiacciata da una vita che non le appartiene, con quella camicia da notte logora e quei capelli scompigliati che raccontano più di mille parole. È un atto di generosità artistica raro, soprattutto per un’attrice del suo calibro: sacrificare il proprio sex appeal, la propria immagine iconica, per rendere il personaggio ancora più credibile, più vero, più dolorosamente umano.

E applausi scroscianti anche a Marcello Mastroianni per la sua interpretazione garbata, raffinata, mai sopra le righe eppure tremendamente efficace di Gabriele, un omosessuale degli anni Trenta che non cade mai nella caricatura ma si muove con una dignità silenziosa, una malinconia che ti entra nelle ossa. Mastroianni costruisce un personaggio di una delicatezza disarmante, dove ogni sguardo, ogni gesto trattenuto racconta la solitudine e la paura di chi sa che il suo destino è già segnato. La chimica tra lui e Loren è magnetica: due reietti che per poche ore si concedono il lusso di essere semplicemente umani, di esistere al di fuori delle gabbie in cui il regime li ha rinchiusi.

Ed infine ecco la chicca, l’ironia involontaria della storia: a impersonare la figlia adolescente di Antonietta c’è una giovanissima Alessandra Mussolini. Sì, proprio lei: la nipote del Duce che recita in un film che smonta pezzo per pezzo l’ideologia del nonno. Il cinema ha questi cortocircuiti meravigliosi. Che la politica c’abbia rubato una grande attrice? …Ma resta comunque un dettaglio bizzarro, uno di quei paradossi che solo il cinema sa regalare.

“Una giornata particolare” è un film necessario, doloroso, luminoso nella sua oscurità. Un film che andrebbe fatto vedere nelle scuole, nelle case, ovunque ci sia qualcuno che pensa che certe battaglie siano ormai vinte. Perché la storia ci insegna che i diritti conquistati possono sempre essere persi, che l’intolleranza non è mai morta del tutto, che basta poco perché torni a galla. Ettore Scola ci ha lasciato un monito che è anche una carezza, un invito a non voltarci dall’altra parte, a non dimenticare. Mai.

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“Made in Italy” di Nanni Loy

(Italia, 1965)

Oggi è un giorno speciale: tornano le Coppe Europee, sta partendo il nuovo Governo, ma soprattutto inizia il Festival di Sanremo.

Tutto molto italiano e per questo mi sembra proprio il caso di parlare della pellicola a episodi diretta da Nanni Loy nel 1965, con un cast stellare, e scritto a tre mani con Ettore Scola e Ruggero Maccari.

Anche se è una delle migliori espressioni della nostra grande commedia, raramente viene citata accanto agli altri famosissimi titoli. Ci sono pellicole di cui ancora non ho parlato molto più note e studiate, ma parlo di questa oggi perché sembra incredibile (e anche triste) l’attualità del ritratto di noi italiani realizzata in questo film.

A distanza di cinquant’anni la fotografia di Loy sui nostri vizi, sulle nostre debolezze e, soprattutto, sulle nostre meschinità è ancora – pure troppo! – attuale.

Quindi in mezzo secolo non siamo cambiati migliorando?

Dopo aver visto il film e dato un’occhiata alle news interne voglio vedere come rispondete…