“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi

(Laurana Editore, 2023)

Ci sono romanzi che arrivano e – …fortunatamente! – sovvertono tutto quello che credevamo di sapere sul mercato editoriale. “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi è uno di questi: oltre 800 pagine scritte da un autore completamente sconosciuto che è riuscito nell’impresa di conquistare lettori e critica in un’epoca dove sembrava impossibile. Un caso editoriale che ha fatto del passaparola tra lettori il suo vero motore, dimostrando che esiste ancora spazio per la letteratura ambiziosa e complessa.

La trama, almeno sulla carta, sembra quasi banale: Francesco detto “Cesco” Magetti, soldato della Guardia nazionale repubblicana Ferroviaria ad Asti nel 1944, riceve l’incarico di ricostruire la mappa ferroviaria del Messico per un motivo strategico che arriva direttamente dal cuore del Terzo Reich. Ma Griffi trasforma questa premessa in qualcosa di straordinario, creando un universo narrativo che abbraccia epoche diverse, personaggi memorabili e una stratificazione di storie che si richiamano e si specchiano continuamente.

Parlare di questo romanzo è come cercare di afferrare il vento: la sua forza sta proprio nel perdersi, nel rincorrere, nel disordine spazio-temporale che confonde realtà e fantasia fino al punto di non distinguerle più. E le 800 pagine, che potrebbero spaventare, diventano invece una rivelazione. Griffi ha scritto un grande romanzo corale, spassoso e commovente, tragico e profondo, realistico e fantastico, avvincente e senza tregua.

La scrittura di Griffi è il vero collante di questo mondo narrativo dilatato. L’autore padroneggia registri diversi con una naturalezza che stupisce, passando dal colloquiale al poetico, creando una musicalità che tiene desta l’attenzione per tutte le 800 pagine. La lingua è quasi parlata, sempre cordiale tanto nel registro leggero quanto in quello drammatico. Particolarmente memorabili sono gli elenchi infiniti – pagine intere dedicate all’accumulo di descrizioni, colori, figure mitologiche, espressioni gergali – che rappresentano forse i momenti più intensi dell’intera opera.

Il successo di “Ferrovie del Messico” rappresenta una fantastica anomalia nel panorama editoriale contemporaneo, un’anomalia che ci fa riflettere. In un mercato che spesso privilegia nomi noti e opere agili, questo romanzo monumentale ha dimostrato che i lettori sono ancora disposti a immergersi in opere totalizzanti, capaci di restituire la complessità dell’esperienza umana attraverso la potenza della parola scritta.

Il fenomeno Griffi riapre un dibattito fondamentale: in un’epoca di narrazioni frammentarie e consumo veloce, forse quello che mancava non erano i lettori disposti ad affrontare la complessità …ma gli editori disposti a scommetterci. E questo romanzo, diffusosi di mano in mano, conquistando anche chi era intimidito dalla sua mole imponente, lo dimostra in maniera inequivocabile.

Un romanzo che resterà negli annali, non solo del 2023, ma della letteratura italiana contemporanea. Da leggere.

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“Il raggio verde” di Eric Rohmer

(Francia, 1986)

Eric Rohmer chiude la sua serie dei “Commedie e proverbi” con un’opera di rara sensibilità psicologica, dove la semplicità della forma nasconde una profondità esistenziale sorprendente. “Il raggio verde” è un film che respira, che si concede il lusso dei tempi morti e degli sguardi perduti, restituendo un ritratto femminile di straordinaria autenticità.

Marie Rivière interpreta Delphine, una giovane donna parigina che si trova improvvisamente sola per le vacanze estive dopo la defezione dell’amica con cui doveva partire. Quello che potrebbe sembrare un contrattempo banale diventa il pretesto per un’esplorazione intima delle paure, delle insicurezze e dei desideri di una donna alla ricerca di se stessa.

Il film segue Delphine nei suoi tentativi di trovare una destinazione per le vacanze: dalla Normandia alle Alpi, ogni luogo sembra inadatto, ogni proposta degli amici risulta insoddisfacente. Non è tanto la meta geografica che sfugge, quanto piuttosto una condizione esistenziale di pace interiore che sembra irraggiungibile.

Rohmer costruisce il film con la sua consueta maestria nel catturare la naturalezza dei rapporti umani. I dialoghi scorrono con la fluidità della conversazione quotidiana, le situazioni si sviluppano senza forzature drammatiche. La macchina da presa osserva discreta, quasi voyeristica, seguendo Delphine nei suoi spostamenti per Parigi e nelle località di villeggiatura con uno sguardo che non giudica mai.

La protagonista emerge come una figura complessa: vegetariana per convinzione etica, solitaria per carattere ma non per scelta, intellettualmente curiosa ma emotivamente fragile. Marie Rivière offre un’interpretazione di totale immersione nel personaggio, restituendo tutte le contraddizioni e le vulnerabilità di una donna moderna alle prese con l’incertezza.

Il “raggio verde” del titolo non è solo il fenomeno ottico che si può osservare al tramonto sul mare in condizioni particolari, ma diventa metafora di una rivelazione, di un momento di grazia che può dare senso all’esistenza. Come spiega il romanzo di Jules Verne citato nel film, chi vede il raggio verde può leggere nei propri sentimenti e in quelli degli altri.

Questa ricerca dell’epifania, del momento illuminante, attraversa tutto il film conferendogli una dimensione quasi mistica, pur rimanendo ancorato a una realtà quotidiana riconoscibile e credibile.

“Il raggio verde” rappresenta forse l’apice del cinema d’osservazione di Rohmer. Il regista francese dimostra come si possa fare grande cinema partendo dal nulla, dal semplice seguire una persona normale nelle sue giornate normali. Non accade nulla di straordinario, eppure tutto è straordinario nell’attenzione con cui vengono colti i piccoli gesti, le esitazioni, i momenti di silenzio.

La forza del film risiede nella sua capacità di trasformare l’ordinario in significativo, di trovare il dramma nell’anti-dramma, di rendere universale una storia particolarissima. Delphine diventa il simbolo di tutti coloro che hanno sperimentato la difficoltà di stare con se stessi, l’ansia delle vacanze solitarie, la paura del vuoto.

“Il raggio verde” è un film che divide: può apparire lento e inconcludente a chi cerca narrazioni più convenzionali, ma rivela tutta la sua potenza emotiva a chi si lascia cullare dal suo ritmo contemplativo. È un’opera che richiede disponibilità all’ascolto e alla riflessione, che premia la pazienza con momenti di intensa verità umana.

Rohmer firma così uno dei suoi capolavori più personali, un film che parla di solitudine senza essere mai solitario, che esplora l’attesa senza mai essere noioso, che celebra la possibilità della grazia anche nei momenti più ordinari dell’esistenza.

Nella nostra versione deve essere ricordata Silvia Pepitoni che dona la voce superbamente a Marie Rivière.

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“Fuochi d’artificio in pieno giorno” di Yi’nan Diao

(Rep. Pop. Cinese/Honk Kong, 2014)

Nel cuore della provincia industriale cinese, tra i fumi grigi delle miniere e le nevi persistenti dell’inverno, si consuma un noir livido e ipnotico: “Fuochi d’artificio in pieno giorno” di Yi’nan Diao, Orso d’Oro al Festival di Berlino 2014.

Ma al di là della superficie del giallo — con un poliziotto disilluso, una donna ambigua, e una catena di delitti brutali — il film scava con la forza del grande cinema nel corpo malato della società contemporanea. E in questa sua vocazione, così profondamente umana, “Fuochi d’artificio in pieno giorno” finisce per echeggiare, in modo sorprendente, i toni più autentici del grande Neorealismo italiano.

Il protagonista Zhang Zili, poliziotto dalla vita alla deriva, è un personaggio che potrebbe uscire da un film di De Sica o di Rossellini: non è un eroe, non ha il coraggio del giustiziere, ma vive la sua piccola odissea in un mondo che non comprende più. È un uomo solitario, smarrito in un presente disincantato e segnato dalle macerie di un passato — personale e collettivo — che torna a galla con la violenza di un crimine mai risolto.

Yi’nan Diao scrive e dirige un film che coniuga le atmosfere fredde e rarefatte del noir orientale con una sensibilità neorealista che emerge soprattutto nella rappresentazione degli ambienti: fabbriche abbandonate, lavanderie desolate, dormitori fatiscenti, mense polverose. Luoghi marginali che diventano protagonisti silenziosi del racconto, come le strade di Roma in “Ladri di biciclette”.

E se nel Neorealismo italiano erano i volti della gente comune a raccontare la verità di un’epoca, Diao affida questa testimonianza a Liao Fan (straordinario nel ruolo di Zhang), il cui corpo appesantito dall’alcol e dallo sconforto porta inciso il fallimento dell’ideale collettivo, la fine di ogni prospettiva sociale. “…Credevi davvero che nella vita si potesse vincere?” gli chiede ironico un amico e collega. La sua recitazione scabra, controllata, è specchio fedele di una Cina post-industriale che ha perso l’anima per inseguire il progresso.

Il contrasto tra il titolo, quasi poetico, e la narrazione, segnata da un tono costantemente dimesso e crepuscolare, è una scelta che risuona di ironia tragica. I fuochi d’artificio, metafora forse della bellezza effimera o della verità che esplode per un attimo prima di spegnersi nel buio, arrivano davvero solo alla fine, in una delle sequenze più potenti e visionarie del cinema degli ultimi anni. Ma anche lì, tra le scintille e la neve, il dolore resta intatto.

Yi’nan Diao firma un film che è insieme denuncia sociale e poesia urbana, thriller psicologico e riflessione esistenziale. Come il Neorealismo, non cerca risposte, ma accende domande. E lo fa con uno sguardo rigoroso, empatico e profondamente umano.

Un’opera cupa, ma necessaria. Come la verità. Come l’inverno.

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“Il cielo può attendere” di Ernst Lubitsch

(USA, 1943)

Ernst Lubitsch, maestro indiscusso della commedia sofisticata, ci regala con “Il cielo può attendere” uno dei suoi capolavori più raffinati e, paradossalmente, tra i più moderni. Questo film, che segna il debutto del regista nel Technicolor, è una sublimazione del celebre “Lubitsch touch” che ha definito un’intera epoca della cinematografia mondiale.

L’aspetto più stupefacente di questa pellicola è la sua straordinaria modernità ritmica. Lubitsch costruisce una commedia che, pur ambientata tra fine ‘800 e primi ‘900, possiede una fluidità narrativa che anticipa di decenni le commedie contemporanee. La struttura a flashback che parte dall’arrivo del protagonista Henry Van Cleve (interpretato magistralmente da Don Ameche) nell’anticamera dell’inferno, offre al regista l’opportunità di giocare con il tempo in modo innovativo.

Il montaggio non è mai didascalico, ma procede per ellissi significative e transizioni eleganti che conferiscono al racconto una leggerezza e un’agilità rare per il cinema degli anni ’40. Lubitsch non indugia mai in momenti superflui e sa esattamente quando tagliare una scena per passare alla successiva, creando un flusso narrativo che mantiene costantemente viva l’attenzione dello spettatore. Questa economia narrativa, questa capacità di dire molto con poco, è esattamente ciò che rende il film così fresco e godibile ancora oggi.

“Il cielo può attendere” rappresenta forse la quintessenza di quello che la critica ha definito “Lubitsch touch”: quell’inconfondibile miscela di eleganza, arguzia e sottile malizia che permea ogni inquadratura. È uno stile che si manifesta non tanto in singoli momenti eclatanti, quanto nella perfetta orchestrazione di piccoli dettagli, sguardi, silenzi e allusioni.

Lubitsch riesce a trattare temi potenzialmente scabrosi come l’infedeltà e la seduzione con una grazia disarmante, senza mai scadere nella volgarità. La sua regia è un continuo esercizio di sottrazione: non mostra mai direttamente ciò che può essere efficacemente suggerito. Una porta che si chiude, un sorriso complice, un oggetto sapientemente inquadrato bastano a comunicare allo spettatore situazioni di grande intensità emotiva o erotica.

Questa raffinatezza si riflette anche nei dialoghi, scintillanti di ironia e doppi sensi, che nascondono sotto l’apparente leggerezza una profonda comprensione della natura umana. È proprio questa capacità di unire il divertimento alla riflessione esistenziale che ha reso Lubitsch un modello per generazioni di registi, primo fra tutti Billy Wilder, che fu suo assistente e che ne assorbì profondamente la lezione.

Lo stesso Wilder, nel delizioso “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, ha ricordato come, per superare ogni dubbio di sceneggiatura o di ripresa, nella sua testa si faceva la fatidica domanda: “Come la farebbe Lubitsch?”.

“Il cielo può attendere” affronta con sorprendente audacia per l’epoca il tema della fedeltà coniugale, o meglio, della sua assenza. La vita del protagonista Henry Van Cleve è infatti un susseguirsi di conquiste femminili e flirt extraconiugali, sebbene il film mostri anche il suo sincero amore per la moglie Martha (impersonata da Gene Tierney).

Questa tematica non poteva non scontrarsi con il rigido Production Code che governava Hollywood negli anni ’40. La censura intervenne in modo significativo, costringendo Lubitsch a modificare il finale originale del film, che avrebbe dovuto vedere Henry entrare nell’ascensore che lo avrebbe portato in Paradiso e trovarvi una donna assai procace e sensuale. Alla domanda del manovratore dell’ascensore sulla sua destinazione, Henry, da vero “gentiluomo”, chiede dove è diretta la donna. E quando il manovratore risponde “…all’inferno” e la donna gli lancia un ambiguo sorriso, lui con un sussulto ribatte: “…accompagniamo la signora giù …il cielo può attendere”.

Nella versione che arrivò nelle sale, invece, Henry viene perdonato dal diavolo stesso (interpretato con squisita ironia da Laird Cregar) che riconosce in lui un “peccatore dilettante” e lo indirizza verso il paradiso. Questo cambiamento snatura in parte il messaggio originale del film e il senso stesso del titolo, che faceva riferimento alla condizione di perenne conquistatore di Henry.

Nonostante questa concessione alla moralità convenzionale, Lubitsch riesce comunque a mantenere intatta la sua visione adulta e non giudicante della natura umana. Il film celebra infatti l’imperfezione e la joie de vivre del protagonista, suggerendo che una vita vissuta con passione e sincerità, pur con le sue debolezze, ha un valore intrinseco che trascende le rigide categorizzazioni morali. Non a caso il regista ammise che Henry Van Cleve aveva più di un tratto autobiografico.

In un’epoca in cui le commedie romantiche spesso ricorrono alla volgarità o alla prevedibilità, rivisitare il magistero di Lubitsch ci ricorda quanto sia possibile essere sofisticati e profondi anche nell’intrattenimento più leggero. La sua influenza è visibile non solo nell’opera del suo più celebre allievo, Billy Wilder, ma in tutti quei registi che hanno saputo coniugare la commedia con una visione complessa della condizione umana.

“Il cielo può attendere” rimane quindi non solo un capolavoro della storia del cinema, ma anche un esempio di come l’arte possa aggirare con eleganza le limitazioni imposte dalla censura, trasformando i vincoli in opportunità creative. Un film che, proprio come il suo protagonista, conquista il nostro cuore con il suo irresistibile charme e la sua sincera celebrazione della vita in tutte le sue contraddizioni.

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“La famiglia” di Ettore Scola

(Italia/Francia, 1986)

Ettore Scola, con il suo capolavoro “La famiglia” del 1986, si conferma non solo come uno dei più grandi registi di sempre, ma anche come un autentico maestro nel raccontare lo scorrere inesorabile del tempo. Il film rappresenta uno dei vertici della sua carriera, un’opera che attraversa ben ottant’anni di storia italiana attraverso la lente intima di una famiglia borghese romana.

L’espediente narrativo è geniale nella sua semplicità: la macchina da presa non abbandona mai l’appartamento dove vive la famiglia del protagonista Carlo, interpretato magistralmente da Vittorio Gassman e da giovane da Andrea Occhipinti. È l’Italia che cambia fuori dalla finestra, mentre dentro quelle stanze assistiamo al passaggio delle generazioni, ai cambiamenti nei costumi e nelle relazioni familiari.

Scola dimostra una sensibilità unica nel rappresentare il trascorrere degli anni. Non utilizza effetti speciali o soluzioni elaborate: sono i dettagli, i cambiamenti nell’arredamento, negli abiti, nelle musiche di sottofondo, nei comportamenti e nei dialoghi a scandire il passaggio delle epoche. Dal 1906, con la nascita di Carlo, fino agli anni ’80, ogni transizione temporale è fluida, naturale, quasi impercettibile eppure profondamente evidente.

Il regista riesce magistralmente a rappresentare come il tempo trasformi non solo i corpi, ma anche le anime dei suoi personaggi. Vittorio Gassman e gli altri interpreti invecchiano davanti ai nostri occhi senza strappi, con una continuità sorprendente, passando dall’esuberanza giovanile alla saggezza – o talvolta all’amarezza – della vecchiaia.

Particolarmente toccante è il modo in cui Scola affronta il rapporto tra Carlo e Adriana – interpretata da Fanny Ardant – sorella di Beatrice incarnata da una straordinaria Stefania Sandrelli, moglie dello stesso Carlo. La loro è una storia d’amore mai vissuta, un sentimento che attraversa i decenni rimanendo sempre sullo sfondo, come opportunità mancata che il tempo non cancella ma trasforma. L’apice del loro rapporto irrisolto è forse nella scena in cui Carlo/Gassman litiga con il promesso sposo di Adriana, interpretato da un monumentale Philippe Noiret che recita oltretutto anche in italiano.

La regia di Scola è precisa, meticolosa, quasi maniacale nella cura dei dettagli. La sua macchina da presa si muove all’interno dell’appartamento come un membro silenzioso della famiglia, osservando senza giudicare, registrando i piccoli e grandi eventi che compongono l’esistenza umana.

Scritto dallo stesso Scola assieme a Ruggero Maccari e Furio Scarpelli, “La famiglia” non è solo un film sul tempo che passa, ma anche un affresco storico dell’Italia del Novecento. Attraverso le vicende personali dei protagonisti, Scola racconta la Grande Guerra, il fascismo, la Seconda guerra mondiale, il boom economico, fino agli anni di piombo e agli anni ’80, senza mai trasformare il film in un documentario o in una lezione di storia.

Ciò che rende “La famiglia” un’opera straordinaria è la capacità di Scola di bilanciare il particolare e l’universale. Quella che vediamo è una famiglia specifica, con le sue peculiarità e le sue dinamiche uniche, ma è anche, simbolicamente, la famiglia italiana, con le sue tradizioni, le sue contraddizioni e la sua evoluzione nel tempo.

Il tempo, in questo film, non è solo un tema narrativo ma diventa quasi un personaggio invisibile che condiziona tutti gli altri. Scola lo rappresenta nella sua duplice natura: quella distruttrice, che consuma vite e relazioni, e quella creatrice, che permette nuovi inizi e trasformazioni inaspettate. Sublime è anche la visualizzazione dei passaggi temporali che Scola incarna in una lenta ma inesorabile carrellata nel grande corridoio vuoto della casa.

Nel cast, in personaggi secondari ma allo stesso tempo portanti, vanno ricordate le interpretazione di Ottavia Piccolo, Alessandra Panelli, Monica Schettini, Athina Cenci, Massimo Dapporto, Carlo Dapporto, Renzo Palmer, Giuseppe Cederna e Sergio Castellitto.

A distanza di quarant’anni dalla sua uscita, “La famiglia” conserva intatta la sua potenza emotiva e la sua rilevanza artistica, confermandosi come una delle opere più mature e compiute di Ettore Scola, un regista che ha saputo raccontare come pochi altri l’Italia e gli italiani, e soprattutto, il misterioso, inesorabile scorrere del tempo nelle nostre vite.

Un capolavoro assoluto.

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“La nave dei folli” di Stanley Kramer

(USA, 1965)

Nel 1965, Stanley Kramer porta sul grande schermo “La nave dei folli”, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Katherine Anne Porter. Ambientato alle soglie del 1933, il film ci conduce a bordo di “Vera”, una nave passeggeri tedesca che salpa dal Messico verso la Germania, portando con sé un microcosmo umano di straordinaria complessità. A quasi sessant’anni dalla sua uscita, questa pellicola mantiene intatta la sua potenza simbolica e narrativa, offrendoci inquietanti parallelismi con la nostra società contemporanea.

“Vera” è un universo galleggiante, popolato da personaggi che rappresentano la società dell’epoca: aristocratici tedeschi, artisti disillusi, commercianti e piccoli borghesi, oltre a un equipaggio rigidamente gerarchico. Il tutto si svolge all’alba dell’ascesa del nazismo, in un momento storico carico di presagi, dove l’intolleranza e l’antisemitismo iniziano a manifestarsi apertamente e le divisioni sociali si acuiscono.

Kramer, maestro nel tradurre temi sociali complessi in immagini potenti, crea un’opera corale dove ogni personaggio porta con sé una storia e un significato preciso. La pellicola vanta un cast stellare, con Vivien Leigh (nella sua ultima interpretazione), Simone Signoret, José Ferrer, Lee Marvin e Oskar Werner, le cui interpretazioni restano memorabili.

“La nave dei folli” non è solo un film: è un’allegoria. Il bastimento diventa metafora di una società moralmente alla deriva, incapace di vedere l’abisso verso cui sta navigando. I passeggeri, immersi nelle loro preoccupazioni personali e nei loro pregiudizi, ignorano deliberatamente i segnali di pericolo rappresentati dall’ascesa del nazifascismo.

L’antisemitismo crescente, simboleggiato dal personaggio magnificamente interpretato da Josè Ferrer è uno dei temi centrali. La pellicola mostra come l’odio si insinui lentamente ma inesorabilmente nella società, prima tollerato, poi accettato, infine celebrato da alcuni personaggi che rappresentano l’avanguardia del pensiero nazista.

È qui che il film di Kramer rivela la sua terrificante attualità. Oggi, come allora, assistiamo alla normalizzazione di discorsi d’odio, alla crescita di movimenti estremisti e all’erosione di valori democratici che sembravano acquisiti.

La nave è divisa in classi rigide, con pochi punti di contatto tra di esse. Questa stratificazione riflette la nostra società contemporanea, sempre più polarizzata economicamente e culturalmente. Le bolle sociali in cui viviamo oggi assomigliano ai vari ponti della nave: raramente comunichiamo con chi è “sopra” o “sotto” di noi.

I personaggi del film, come molti di noi oggi, minimizzano o ignorano i segnali preoccupanti del loro tempo. “Passerà”, “è solo una fase”, sono frasi che riecheggiano tanto nel film quanto nelle nostre conversazioni quotidiane di fronte a derive autoritarie.

Nel film, gli ebrei e altri gruppi marginalizzati vengono progressivamente privati della loro umanità. Questo processo è tristemente familiare nel mondo contemporaneo, dove rifugiati, migranti e minoranze vengono spesso rappresentati come masse indistinte piuttosto che come individui con storie personali.

I personaggi più privilegiati del film vivono in un mondo di illusioni, incapaci di comprendere la gravità della situazione. Oggi assistiamo a una simile disconnessione tra élite politiche, economiche e culturali e il resto della società, con conseguenti fratture sociali sempre più profonde.

A livello tecnico, “La nave dei folli” è un capolavoro di regia e fotografia. Kramer usa magistralmente gli spazi claustrofobici della nave per creare tensione drammatica. I movimenti di macchina seguono i passeggeri attraverso corridoi e sale, creando un senso di disperata claustrofobia che riflette l’impossibilità di sfuggire al destino collettivo.

La fotografia in bianco e nero di Ernest Laszlo, che non a caso vince l’Oscar, crea un’estetica quasi espressionista, con ombre profonde che simboleggiano le oscurità morali dei personaggi e dell’epoca. Le sequenze dei pasti nella sala da pranzo, con conversazioni apparentemente mondane che nascondono tensioni profonde, sono esempi di straordinaria costruzione cinematografica.

“La nave dei folli” è più di un film storico: è uno specchio in cui la nostra società contemporanea può riflettersi. Le dinamiche di gruppo, i pregiudizi, l’incapacità di reagire collettivamente di fronte a pericoli evidenti sono elementi che rendono questa pellicola straordinariamente attuale.

In un’epoca in cui vediamo risorgere estremismi, teorie cospirazioniste e inaudite intolleranze, il film di Kramer ci ricorda che la storia può ripetersi se non impariamo dai suoi errori. Come i passeggeri della “Vera”, anche noi rischiamo di essere troppo occupati dalle nostre preoccupazioni individuali per vedere la direzione pericolosa che la nostra “nave sociale” sta prendendo.

Rivedere oggi “La nave dei folli” non è solo un’esperienza cinematografica: è un esercizio di consapevolezza civica. È un invito a riflettere su come scelte individuali apparentemente insignificanti possano contribuire, nel loro insieme, a catastrofi collettive. E soprattutto, è un richiamo alla responsabilità di ciascuno di noi di fronte alla storia.

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“Zaffiro & Acciaio” di Peter J. Hammond

(dal 1979 al 1982)

“Zaffiro & Acciaio” (“Sapphire & Steel” nel titolo originale) è una serie televisiva britannica creata da Peter J. Hammond, e andata in onda dal 1979 al 1982. Con 34 episodi divisi in sei avventure, questa produzione ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama della fantascienza televisiva, diventando un vero e proprio cult per gli appassionati del genere.

“Siamo pieni di storie nelle quali i personaggi viaggiano nel tempo, ma nessuna nella quale è il tempo stesso a viaggiare… Questo è il motivo per cui ho scritto Zaffiro & Acciaio” ha affermato lo stesso Hammond. La premessa di “Zaffiro & Acciaio” è tanto semplice quanto affascinante: il tempo è una forza potente e a volte pericolosa che può creare falle e rotture nel tessuto della realtà. Quando ciò accade, misteriosi agenti operativi interdimensionali, con le caratteristiche specifiche di alcuni degli elementi della tavola periodica, vengono inviati a risolvere questi paradossi temporali e a riportare l’ordine.

I protagonisti, Zaffiro (Joanna Lumley) e Acciaio (David McCallum), sono due di questi operatori, ciascuno con abilità speciali: Zaffiro può percepire il passato di oggetti e luoghi tramite il tatto e manipolare il tempo, mentre Acciaio possiede una forza sovrumana e può resistere a temperature estreme.

Ciò che distingue maggiormente “Zaffiro & Acciaio” è la sua atmosfera inquietante e minimale. La serie fa leva sulla tensione piuttosto che sugli effetti speciali (anche per i limitati budget dell’epoca), creando un senso di mistero attraverso dialoghi criptici, situazioni claustrofobiche e un’illuminazione studiata. Gli episodi si svolgono spesso in luoghi isolati – una stazione ferroviaria abbandonata, una casa di campagna, un appartamento – trasformati in trappole temporali dove passato e presente si sovrappongono.

Joanna Lumley e David McCallum formano un duo perfetto, lei eterea e intuitiva, lui freddo e analitico. La loro dinamica è intrigante anche perché i personaggi non sono umani, ma entità con una comprensione diversa della realtà. Peter J. Hammond ha creato una mitologia complessa lasciando molti aspetti deliberatamente vaghi. Gli spettatori non sanno mai completamente e con precisione chi o cosa siano Zaffiro e Acciaio, da dove vengano, o per chi lavorino veramente.

La serie riesce a spaventare attraverso concetti piuttosto che mostri. L’idea che il tempo possa intrappolare, cancellare o sostituire le persone è profondamente inquietante. A destabilizzare ancora di più le spettatrici e gli spettatori è anche che ogni avventura è composta da più episodi, esplorando diverse sfaccettature dei paradossi temporali.

“Zaffiro & Acciaio” ha influenzato molte produzioni successive, dalle serie come “Doctor Who” (nelle sue incarnazioni più recenti) a “Fringe”, e rappresenta un esempio perfetto di fantascienza intellettuale che sfida lo spettatore a pensare. Il finale aperto e non risolto della serie ha contribuito ulteriormente al suo status di cult.

A più di quarant’anni dalla sua prima messa in onda, “Zaffiro & Acciaio” rimane una serie affascinante e sorprendentemente attuale nei temi. Nonostante gli evidenti limiti produttivi dell’epoca, la sua forza risiede nelle idee, nell’atmosfera e nelle interpretazioni. È una serie che richiede pazienza e attenzione, ma che ripaga con concetti stimolanti e momenti di autentica inquietudine.

Un gioiello nascosto della televisione britannica che merita di essere riscoperto dagli appassionati di fantascienza concettuale. Non è un caso, quindi, che i titoli di testa ricordino quelli della storica “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling vent’anni prima.

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“Here” di Robert Zemeckis

(USA, 2024)

“Here” rappresenta uno degli esperimenti cinematografici più ambiziosi e filosoficamente stratificati del 2024, un’opera che conferma Robert Zemeckis come uno dei registi più innovativi del panorama contemporaneo. Adattando l’acclamato romanzo grafico “Qui” di Richard McGuire, Zemeckis, assieme ad Eric Roth con cui ha scritto la sceneggiatura, ha creato un’esperienza visiva e narrativa che sfida le convenzioni tradizionali del cinema.

Questo film esplora un concetto apparentemente semplice ma profondamente evocativo: racconta la storia di un singolo angolo di terra attraverso milioni di anni, mostrandoci tutti gli eventi, grandi e piccoli, che si sono svolti in quell’unico spazio. Dal passato preistorico fino a un futuro ipotetico, assistiamo all’evoluzione di questo luogo e delle vite che lo attraversano, come se fossimo testimoni silenziosi del tempo stesso.

Ritroviamo in “Here” la collaudata coppia formata da Tom Hanks e Robin Wright, che già avevano collaborato con Zemeckis in “Forrest Gump”. Entrambi offrono interpretazioni toccanti nei ruoli di una coppia le cui vite si dipanano in questo spazio attraverso diverse epoche. La loro chimica sullo schermo è palpabile, e la capacità di entrambi di interpretare i loro personaggi in diverse fasi della vita risulta davvero toccante. Anche il cast di supporto, che include talenti come Paul Bettany e Kelly Reilly, contribuisce a creare un tessuto narrativo ricco e variegato che avvolge lo spettatore.

Da sempre pioniere dell’innovazione tecnica, Zemeckis non delude neanche questa volta. “Here” brilla per l’uso innovativo degli effetti visivi, con tecnologie all’avanguardia impiegate per rappresentare il passaggio del tempo nello stesso spazio fisico, creando transizioni fluide tra epoche diverse che lasciano senza fiato. La direzione della fotografia cattura magnificamente i cambiamenti ambientali e stagionali, mentre la colonna sonora accompagna con eleganza i momenti emotivi senza mai sopraffare la narrazione, creando un’armonia perfetta tra immagini e suono.

Al di là degli aspetti tecnici, il film ci invita a riflettere su temi profondi come la transitorietà dell’esistenza umana, la persistenza dei luoghi oltre le nostre vite effimere, e quei legami invisibili che connettono generazioni distanti tra loro. “Here” ci porta a considerare il nostro posto nel continuum temporale e la traccia, grande o piccola, che ognuno di noi lascia nel mondo. È come se Zemeckis ci sussurrasse all’orecchio: siamo solo di passaggio, ma il nostro passaggio conta.

Con questa sua ultima fatica, Zemeckis ha realizzato un’opera che trascende i confini del cinema convenzionale. È un film che richiede pazienza e apertura mentale, certo, ma che ricompensa lo spettatore con intuizioni profonde sulla condizione umana e sul nostro rapporto con lo spazio e il tempo. Non è un’esperienza per tutti, questo va detto, ma chi è disposto a lasciarsi trasportare dal suo flusso meditativo troverà un’opera d’arte cinematografica di rara bellezza e profondità, un’opera che continuerà a risuonare a lungo dopo la struggente scena finale, con il primo e unico vero movimento della macchina da presa.

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“Qui” di Richard McGuire

(Rizzoli Lizard, 2025)

“Qui” di Richard McGuire – fra le altre cose collaboratore fisso con le sue illustrazioni del “New Yorker” – è un’opera rivoluzionaria che ridefinisce le potenzialità narrative del fumetto contemporaneo. Pubblicato nella sua forma completa nel 2014 dopo una gestazione durata decenni (la prima versione, composta solo da 6 tavole, era apparsa nel 1989 sulla rivista RAW), questo romanzo grafico rappresenta un esperimento formale di rara potenza espressiva.

L’opera si svolge interamente all’interno di un unico spazio fisico – un angolo di un soggiorno – ma attraversa il tempo in modo non lineare, mostrando ciò che è accaduto “qui” nell’arco di migliaia e milioni di anni. McGuire utilizza un sistema di riquadri sovrapposti che mostrano simultaneamente eventi di epoche diverse: potremmo vedere una famiglia del 1957 che festeggia il Natale mentre, in un angolo della stessa pagina, appare un dinosauro del periodo Cretaceo o una scena ambientata nel 2213.

Il risultato è una narrazione frammentata ma straordinariamente coesa, in cui passato, presente e futuro coesistono sulla stessa superficie. Questa tecnica permette a McGuire di creare connessioni visive e tematiche sorprendenti tra momenti storici distanti, trasformando uno spazio ordinario in un palcoscenico per l’intera storia umana e geologica.

La palette cromatica, diversa per ogni epoca rappresentata, aiuta il lettore a orientarsi nel flusso temporale, mentre lo stile grafico sobrio ed essenziale di McGuire enfatizza la dimensione universale della narrazione. Non ci sono protagonisti in senso tradizionale: i personaggi appaiono e scompaiono, testimoni inconsapevoli di un continuum spazio-temporale che li trascende.

“Qui” è un’opera profondamente filosofica sulla fragilità dell’esistenza umana, sulla permanenza dei luoghi rispetto alla transitorietà delle vite che li attraversano, e sulla nostra percezione del tempo. Attraverso la sua innovativa struttura narrativa, McGuire ci invita a riflettere su come il significato di uno spazio si stratifichi attraverso le generazioni e come le nostre esistenze individuali si inseriscano in un flusso temporale infinitamente più vasto.

Un capolavoro assoluto della narrazione per immagini, “Qui” rappresenta uno di quei rari casi in cui forma e contenuto si fondono perfettamente per creare qualcosa di veramente originale e profondamente commovente.

Nel 2024 Robert Zemeckis scrive la sceneggiatura insieme a Eric Roth del film “Here” che poi dirige, ispirato a questo romanzo grafico, con Tom Hanks e Robin Wright, ricomponendo il cast di “Forrest Gump” che lo stesso Zemeckis aveva diretto nel 1994.

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“Les Parapluies de Cherbourg” di Jacques Demi

(Francia/Germania Ovest, 1964)

“Les Parapluies de Cherbourg” – parapluies è il termine francese per indicare gli ombrelli – è un’opera cinematografica unica nel suo genere, diretta nel 1964 dal regista Jacques Demy. Questo film rappresenta uno dei più alti esempi di cinema musicale europeo, distinguendosi per la sua innovativa struttura interamente cantata.

La pellicola racconta la storia d’amore, che si consuma fra le strade e i vicoli di Cherburg, tra Geneviève (Catherine Deneuve), una giovane che lavora nel negozio di ombrelli della madre (impersonata da una bravissima Anne Vernon), e Guy (Nino Castelnuovo), un meccanico che viene chiamato a prestare servizio militare in Algeria. Il loro amore, apparentemente destinato a durare per sempre, si scontra con la separazione forzata e le circostanze della vita che li porteranno a prendere strade diverse.

Ciò che rende straordinario questo film è il modo in cui Demy sceglie di raccontare questa storia semplice: ogni dialogo è cantato, trasformando l’intera narrazione in un’opera musicale continua. La sublime colonna sonora composta da Michel Legrand eleva la narrazione a livelli emotivi straordinari, con melodie che sono diventate iconiche nel panorama musicale cinematografico internazionle.

La fotografia del film è un trionfo di colori vivaci e saturi che creano un contrasto poetico con la malinconia della storia. Ogni inquadratura è composita come un quadro, con una cura meticolosa per i dettagli cromatici che enfatizzano gli stati d’animo dei protagonisti attraverso le scenografie ed i costumi di scena.

La giovane Catherine Deneuve offre una interpretazione indimenticabile, conferendole un’aura di fragilità e determinazione, che l’ha consacrata come una delle più grandi attrici del cinema francese e non solo.

“Les Parapluies de Cherbourg” è un’esperienza cinematografica che sfida le convenzioni, mescolando realismo e stilizzazione, gioia e dolore, in un racconto che parla di amore, separazione e scelte di vita. La potenza emotiva del film risiede proprio nella sua capacità di trasformare una storia semplice in un’opera d’arte visiva e musicale che continua a emozionare anche dopo oltre mezzo secolo dalla sua realizzazione. La pellicola vince, non a caso, la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Un capolavoro che merita di essere riscoperto da ogni nuova generazione di cinefili, e non solo.

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