“Racconto d’estate” di Eric Rohmer

(Francia, 1996)

Tre ragazze. Una chitarra. Un ragazzo che non sa cosa vuole. Benvenuti nell’estate secondo Eric Rohmer.

Gaspard ha vent’anni, un taccuino di canzoni scritte a metà e la capacità straordinaria di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato con la persona sbagliata — o forse in quello giusto, con quella giusta, ma di non accorgersene mai del tutto. È giovane, è vagamente bello, è profondamente indeciso. E Rohmer non lo giudica: lo osserva, con quella pazienza quasi entomologica che era il suo marchio di fabbrica.

Racconto d’estate è il terzo capitolo dei Racconti delle quattro stagioni, quella serie di film in cui il regista francese prendeva le stagioni meteorologiche come pretesti per parlare di stagioni interiori. E l’estate, si sa, è la stagione in cui tutto sembra possibile proprio perché non bisogna decidere nulla: ci sono le vacanze, c’è il tempo, c’è l’aria calda che rende tutto un po’ meno reale e le conseguenze un po’ meno urgenti. Rohmer lo sapeva. E intorno a questa trappola dolcissima costruisce l’intero meccanismo del film.

Gaspard — Melvil Poupaud, con quella faccia da eterno adolescente che sarebbe diventata una firma — arriva a Dinard in attesa di Lena, la ragazza che ama o crede di amare o si è convinto di amare perché è la più lontana e quindi la più romantica. Lena non arriva subito. Nel frattempo arriva Margot, studentessa di etnologia che lavora come cameriera e che di Gaspard non vuole essere innamorata — lo dice chiaramente, e lo pensa davvero, e questo la rende la persona più intelligente dello schermo per tutta la durata del film. Poi arriva Solène, procace e determinata e disposta ad aspettare meno degli altri. E poi arriva Lena, quando sarebbe stato meglio che non arrivasse, o almeno che non arrivasse in quel preciso momento.

Detto così questo film sembra una normale commedia degli equivoci. Ma non lo è, o almeno non lo è nel modo in cui siamo abituati a pensare le commedie degli equivoci. Non ci sono porte che si aprono e si chiudono, non ci sono fraintendimenti da risolvere nel finale con uno scambio di battute brillanti. Rohmer lavora con un materiale molto più sottile: con le conversazioni. I suoi personaggi parlano tantissimo — parlano di filosofia, di amore, di cosa vogliono dalla vita, di cosa pensano di volere e di cosa in realtà vogliono senza saperlo — e in quelle conversazioni costruisce ritratti psicologici di rara precisione.

Margot è il centro di gravità del film, non Gaspard. È lei che funziona da specchio, da interlocutrice, da presenza che chiarisce per contrasto le vaghezze del protagonista. Rohmer la tratta con un rispetto quasi affettuoso: le dà ragione quasi sempre, e quando le dà torto lo fa senza punirla. È un personaggio femminile scritto con quella cura rara che consiste nel non voler dimostrare nulla attraverso di lei, semplicemente lasciarla essere.

La macchina da presa segue i personaggi lungo le spiagge bretoni, le strade di paese, i ristorantini di mare con i tovaglioli di carta e i menù scritti a mano su una lavagnetta. Rohmer filma tutto questo senza enfasi, senza quella compiaciuta bellezza da cartolina che avrebbe tentato qualsiasi altro regista messo davanti a quel paesaggio. La Bretagna in agosto è lì, bella senza essere scenografia, presente senza essere protagonista. È il posto in cui queste cose accadono, non il motivo per cui accadono.

E Garpard? Gaspard alla fine sceglie, nel solo modo in cui un personaggio di Rohmer può scegliere: rimandando la scelta il più possibile e lasciando che le circostanze decidano per lui. Non è un atto di codardia — o non è solo questo. È qualcosa di più onesto e meno eroico: la resa di un uomo che non sa ancora chi è abbastanza da sapere chi vuole accanto a sé.

Rohmer era un cineasta che credeva nelle parole, nei pomeriggi lenti, nelle grandi questioni risolte — o non risolte — nelle piccole situazioni quotidiane. Racconto d’estate non è il suo film più celebre, non è quello che si cita per primo quando si parla di lui come il più noto Il raggio verde, per esempio. Ma è forse quello in cui la sua filosofia si vede meglio, più in superficie, con meno filtri. Perché l’estate, a differenza delle altre stagioni, non ha scuse: mette tutto in mostra, e non concede l’alibi del freddo, della fretta, del buio che cade troppo presto.

Guardarlo oggi è come ritrovare un vecchio taccuino scritto in un’estate lontana: ci sono dentro cose che non ricordavamo più di aver pensato legate a scelte che avremmo potuto fare e invece abbiamo evitato di prendere.

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“Il raggio verde” di Eric Rohmer

(Francia, 1986)

Eric Rohmer chiude la sua serie dei “Commedie e proverbi” con un’opera di rara sensibilità psicologica, dove la semplicità della forma nasconde una profondità esistenziale sorprendente. “Il raggio verde” è un film che respira, che si concede il lusso dei tempi morti e degli sguardi perduti, restituendo un ritratto femminile di straordinaria autenticità.

Marie Rivière interpreta Delphine, una giovane donna parigina che si trova improvvisamente sola per le vacanze estive dopo la defezione dell’amica con cui doveva partire. Quello che potrebbe sembrare un contrattempo banale diventa il pretesto per un’esplorazione intima delle paure, delle insicurezze e dei desideri di una donna alla ricerca di se stessa.

Il film segue Delphine nei suoi tentativi di trovare una destinazione per le vacanze: dalla Normandia alle Alpi, ogni luogo sembra inadatto, ogni proposta degli amici risulta insoddisfacente. Non è tanto la meta geografica che sfugge, quanto piuttosto una condizione esistenziale di pace interiore che sembra irraggiungibile.

Rohmer costruisce il film con la sua consueta maestria nel catturare la naturalezza dei rapporti umani. I dialoghi scorrono con la fluidità della conversazione quotidiana, le situazioni si sviluppano senza forzature drammatiche. La macchina da presa osserva discreta, quasi voyeristica, seguendo Delphine nei suoi spostamenti per Parigi e nelle località di villeggiatura con uno sguardo che non giudica mai.

La protagonista emerge come una figura complessa: vegetariana per convinzione etica, solitaria per carattere ma non per scelta, intellettualmente curiosa ma emotivamente fragile. Marie Rivière offre un’interpretazione di totale immersione nel personaggio, restituendo tutte le contraddizioni e le vulnerabilità di una donna moderna alle prese con l’incertezza.

Il “raggio verde” del titolo non è solo il fenomeno ottico che si può osservare al tramonto sul mare in condizioni particolari, ma diventa metafora di una rivelazione, di un momento di grazia che può dare senso all’esistenza. Come spiega il romanzo di Jules Verne citato nel film, chi vede il raggio verde può leggere nei propri sentimenti e in quelli degli altri.

Questa ricerca dell’epifania, del momento illuminante, attraversa tutto il film conferendogli una dimensione quasi mistica, pur rimanendo ancorato a una realtà quotidiana riconoscibile e credibile.

“Il raggio verde” rappresenta forse l’apice del cinema d’osservazione di Rohmer. Il regista francese dimostra come si possa fare grande cinema partendo dal nulla, dal semplice seguire una persona normale nelle sue giornate normali. Non accade nulla di straordinario, eppure tutto è straordinario nell’attenzione con cui vengono colti i piccoli gesti, le esitazioni, i momenti di silenzio.

La forza del film risiede nella sua capacità di trasformare l’ordinario in significativo, di trovare il dramma nell’anti-dramma, di rendere universale una storia particolarissima. Delphine diventa il simbolo di tutti coloro che hanno sperimentato la difficoltà di stare con se stessi, l’ansia delle vacanze solitarie, la paura del vuoto.

“Il raggio verde” è un film che divide: può apparire lento e inconcludente a chi cerca narrazioni più convenzionali, ma rivela tutta la sua potenza emotiva a chi si lascia cullare dal suo ritmo contemplativo. È un’opera che richiede disponibilità all’ascolto e alla riflessione, che premia la pazienza con momenti di intensa verità umana.

Rohmer firma così uno dei suoi capolavori più personali, un film che parla di solitudine senza essere mai solitario, che esplora l’attesa senza mai essere noioso, che celebra la possibilità della grazia anche nei momenti più ordinari dell’esistenza.

Nella nostra versione deve essere ricordata Silvia Pepitoni che dona la voce superbamente a Marie Rivière.

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