“Il figlio di Giuda” di Richard Brooks

(USA, 1960)

C’è qualcosa di magnificamente epico e al tempo stesso intimamente umano in questo capolavoro di Richard Brooks che vede Burt Lancaster al culmine della sua potenza espressiva. Tratto dal celebre romanzo “Elmer Gantry” scritto da Sinclair Lewis e pubblicato per la prima volta nel 1927, il film si muove con la sicurezza di chi sa perfettamente dove vuole andare, costruendo un affresco spietato del fanatismo religioso americano.

Lancaster interpreta Elmer Gantry – che è anche il titolo originale del film – un venditore ambulante carismatico e senza scrupoli che diventa predicatore evangelico dopo aver incontrato la bella e devota sorella Sharon Falconer (Jean Simmons …da non confondere con il mefistofelico bassista dei Kiss Gene Simmons). L’interpretazione di Lancaster è di una forza magnetica straordinaria: l’attore costruisce un personaggio complesso e affascinante, un opportunista che sa sfruttare la propria eloquenza e il proprio magnetismo per manipolare le folle, alternando momenti di teatrale predicazione a istanti di cinismo più puro.

Brooks orchestra una regia di rara eleganza visiva che sa catturare tanto l’atmosfera che si respira dentro i grandi tendoni evangelici, quanto l’ipocrisia di una società puritana. Il regista non ha paura di mostrare gli aspetti più grotteschi del fanatismo religioso, ma lo fa sempre con intelligenza, evitando la caricatura per costruire invece un ritratto credibile e inquietante.

Il cast di contorno è all’altezza della produzione: Jean Simmons è perfetta nel ruolo della predicatrice sinceramente devota ma ingenua, mentre Arthur Kennedy offre una prova convincente nel ruolo di Jim Lefferts, un giornalista premio Pulitzer cinico, che cerca di smascherare Gantry. Shirley Jones, in un ruolo completamente diverso dai suoi personaggi abituali e per il quale vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista, è straordinaria nei panni di Lulu Bains, la prostituta che conosce il vero volto di Elmer. Ma è la presenza scenica di Lancaster a dominare ogni inquadratura, con quella sua capacità unica di rendere affascinante anche un personaggio moralmente riprovevole.

Il film affronta temi di scottante attualità per l’epoca – l’ipocrisia religiosa, il potere della manipolazione, lo sfruttamento della fede – ma lo fa senza mai scadere nella retorica. Brooks ha l’intelligenza di lasciare che siano i personaggi e le loro azioni a parlare, costruendo un dramma che è molto più di un semplice attacco al fanatismo: è uno spaccato dell’America profonda alle prese con le proprie contraddizioni spirituali e morali.

La fotografia di John Alton cattura magnificamente le atmosfere delle tende evangeliche e dei piccoli centri del Midwest, creando un contrasto suggestivo tra la teatralità delle predicazioni e la miseria morale di molti dei personaggi. Le sequenze delle adunate religiose sono orchestrate con precisione chirurgica, ma è nei momenti più intimi che il film rivela la sua vera grandezza.

Nonostante qualche inevitabile concessione ai canoni del melodramma hollywoodiano, “Il figlio di Giuda” rimane un’opera di grande respiro che ha saputo anticipare molte delle tematiche che il cinema americano avrebbe approfondito nel decennio successivo. Lancaster, in particolare, offre una delle sue interpretazioni più mature e sfaccettate, vincendo meritatamente l’Oscar come miglior attore protagonista per un ruolo che richiedeva non solo carisma ma anche la capacità di rendere umano un personaggio fondamentalmente spregevole.

Un film che ha il coraggio di guardare in faccia l’ipocrisia religiosa e le contraddizioni di un’intera nazione, confermando Richard Brooks – che si aggiudica l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale – come uno dei registi più acuti nel ritrarre i vizi e le virtù dell’America contemporanea.

Con i suoi pregi e la sua lucida analisi dell’ipocrisia religiosa, “Il figlio di Giuda” è una pietra miliare del cinema americano che merita di essere riscoperta.

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“Egli camminava nella notte” di Alfred L. Werker

(USA, 1948)

Con la collaborazione non accreditata di Anthony Mann, Alfred L. Werker ci consegna un capolavoro del cinema noir. Basato su una storia vera, il film esplora le oscure profondità di Los Angeles attraverso l’indagine di un omicidio che si trasforma in una caccia all’uomo, incarnata nella figura di Roy Morgan, interpretato con glaciale intensità da Richard Basehart.

La pellicola è un esempio sublime di cinema noir, dove la maestria di John Alton nella direzione della fotografia gioca un ruolo cruciale. Le sue inquadrature, caratterizzate da forti contrasti tra luci e ombre, non solo amplificano la tensione narrativa ma simbolizzano anche la dualità morale dei personaggi e l’oscurità della metropoli americana. Alton riesce a fare di Los Angeles non solo uno sfondo, ma un vero e proprio protagonista del film, un labirinto di strade e vicoli che riflette l’angoscia e l’alienazione dei suoi abitanti.

La narrazione è tesa, quasi documentaristica, evidenziando una cruda autenticità che era innovativa per l’epoca. Questo approccio è esemplificato nella rappresentazione dei poliziotti, in particolare del detective Marty Brennan, interpretato da Scott Brady. La sceneggiatura non risparmia dettagli nel dipingere i dubbi e le pressioni a cui sono sottoposti, un aspetto che arricchisce il film di una profondità psicologica rara.

Scritto da Crane Wilbur, John C. Higgins e Harry Essex (che qualche anno dopo parteciperà alla stesura della sceneggiatura de “Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold), alla sua uscita, “Egli camminava nella notte” non ricevette l’attenzione che meritava, forse a causa del suo realismo e della sua rappresentazione disincantata della giustizia. Di fatto Werker e Mann firmano l’antesignano del genere true crime che molto successo avrà nei decenni successivi. Ancora oggi lascia affascinati la creazione del primo vero identikit dell’assassino che viene fatto dalla Polizia in collaborazione con alcuni testimoni.

Tuttavia, come accade spesso nel mondo del cinema, il tempo ha saputo fare giustizia, rivalutando questa opera come un punto di riferimento del genere noir. Le sequenze ambientate nei sotterranei di Los Angeles, in particolare, sono divenute iconiche, influenzando generazioni di cineasti e autori.

È proprio questa capacità di fondere tecnica cinematografica e narrazione che rende “Egli camminava nella notte” un film imprescindibile per ogni appassionato di cinema. Werker e Mann, con la loro regia incisiva e la visione chiara, ci ricordano che il noir non è solo un genere, ma un mezzo per esplorare le complessità dell’animo umano e le ambiguità della società moderna.

“Egli camminava nella notte” rappresenta un momento di grazia nella storia del cinema, un’opera che merita di essere studiata e apprezzata, non solo per la sua importanza storica, ma per la sua capacità di parlare al cuore delle tenebre che ognuno di noi nasconde.

Per la chicca: nel 1950, quando questa pellicola approdò nelle nostre sale, Ennio Flaiano ne scrisse una critica, parlando molto positivamente del suo attore protagonista. Solo pochi anni dopo dopo, nel 1954, Federico Fellini dirigerà il capolavoro assoluto “La strada“, scritto assieme allo stesso Flaiano e a Tullio Pinelli, dove uno dei tre personaggi principali verrà interpretato, non a caso, dallo stesso Basehart.

Per comprendere al meglio l’impatto che questo film ha avuto nella cultura americana, e non solo, basta ricordare che Jack Webb, che ha la piccola e marginale parte dell’addetto della “Scientifica” del Dipartimento di Polizia, pochi anni dopo creerà e interpreterà la serie televisiva “Dragnet”, proprio incentrata sui true crime consumatisi a Los Angeles, che riscosse un successo decennale.

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