“Una questione d’onore” di Luigi Zampa

(Italia, 1966)

“Una questione d’onore”, diretto da Luigi Zampa, è una brillante commedia all’italiana che, attraverso la satira, mette a nudo i meccanismi arcaici della società sarda – e non solo – degli anni ’60, con particolare attenzione ai codici d’onore e alle tradizioni che governavano i rapporti sociali sull’isola e di riflesso in tutta la nostra penisola.

Al centro della vicenda troviamo Efisio Mulas, interpretato magistralmente da Ugo Tognazzi in una delle sue interpretazioni più memorabili. Tognazzi incarna perfettamente un anonimo e squattrinato tuttofare di un piccolo paese sardo che, per un equivoco, si ritrova coinvolto in una questione d’onore legata alla sua presunta seduzione di Domenicangela (Nicoletta Machiavelli) per la quale i suoi quattro fratelli lo costringono a non frequentare altre donne né a lasciare la sua casa.

Domenicangela è in prigione, visto che ha colpito con una roncolata Efisio che, visto il suo aspetto non vuole riparare al torto, torto che in realtà non ha nemmeno commesso. Ma un’amnistia libera la ragazza che torna in paese con un aspetto diverso, molto più attraente e carnale. Efisio, così, è disposto finalmente a sposarla ma…

Il film si distingue per la sua caustica e impietosa critica del perbenismo imperante nell’Italia – tutta! – degli anni Sessanta. Zampa punta il dito contro una società che si regge su apparenze e convenzioni, smascherando l’ipocrisia di chi pretende di difendere l’onore mentre persegue i propri interessi personali. La pellicola mette a nudo brutalmente anche il divario tra la moralità proclamata pubblicamente e comportamenti privati, mostrando come le stesse persone che impongono rigide norme morali siano spesso le prime a infrangerle quando conviene loro.

Particolarmente feroce è la rappresentazione delle autorità locali e dei notabili del paese – fra cui spicca don Leandro Sanna interpretato magistralmente da Bernard Blier – dipinti come guardiani di un ordine sociale ingiusto che preserva soprattutto i loro privilegi. La pellicola, scritta da Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Lorenzo Gicca Palli e lo stesso Zampa, mette in ridicolo la loro postura moralista che serve solo a mantenere lo status quo, mentre dietro le quinte prosperano favoritismi, corruzione e bassi compromessi morali.

“Una questione d’onore” costituisce anche una denuncia spietata del sistema patriarcale. Il film evidenzia come il concetto di “onore” sia in realtà uno strumento di controllo sociale, particolarmente oppressivo nei confronti delle donne. Domenicangela viene ridotta alla fine a mero oggetto la cui “purezza” determina il valore sociale dell’intera famiglia. Le donne nel film sono private di autonomia decisionale e sottoposte a un rigido controllo da parte degli uomini della famiglia, responsabili di “vendicare” qualsiasi presunta offesa alla loro “proprietà”, così com’era la nostra società del tempo.

Zampa riesce a farci ridere mentre ci mostra la tragedia di questa condizione femminile, sottolineando l’assurdità di un sistema che considera normale che gli uomini decidano del destino delle donne, arrivando fino a pianificare vendette sanguinose per “lavare l’onta” di comportamenti femminili giudicati inappropriati.

La genialità del film risiede nella sua capacità di usare la comicità come strumento di critica sociale devastante, tipica della grande commedia all’italiana. Mentre ridiamo delle disavventure di Efisio, costretto a seguire codici comportamentali che non comprende pienamente e che lo portano verso situazioni sempre più assurde, Zampa ci costringe a confrontarci con l’irrazionalità di queste tradizioni. La comicità diventa così un potente mezzo di denuncia che, attraverso il riso, permette allo spettatore di prendere le distanze critiche dalle tradizioni rappresentate.

Tognazzi, con la sua straordinaria interpretazione, riesce a incarnare perfettamente il conflitto di un uomo intrappolato tra il desiderio di conformarsi alle aspettative sociali e la crescente consapevolezza dell’assurdità di queste richieste, rendendo il suo personaggio tanto comico quanto profondamente umano nella sua contraddittorietà.

Non a caso “Una questione d’onore” affrontò significativi problemi legali alla sua uscita nelle sale. Il film venne infatti sequestrato in Sardegna poco dopo la sua distribuzione, in seguito alle proteste di numerosi cittadini sardi che lo considerarono offensivo nei confronti delle tradizioni e dei costumi dell’isola.

Le autorità locali accolsero queste lamentele e procedettero al sequestro della pellicola, accusando il film di diffamare il popolo sardo attraverso una rappresentazione caricaturale e denigratoria. In particolare, venne contestata la rappresentazione della vendetta barbaricina e del codice d’onore, temi centrali nella narrazione.

Il sequestro innescò un dibattito significativo sui limiti della libertà artistica e sul diritto di satira. Gli autori e i produttori del film si difesero sostenendo che la pellicola non intendeva offendere la Sardegna, ma piuttosto criticare, attraverso la commedia, tradizioni obsolete che limitavano la libertà individuale.

Il caso legale evidenziò la tensione esistente tra la modernità che avanzava nell’Italia del famigerato Boom economico e le tradizioni culturali ancora fortemente radicate in alcune regioni. Il film, proprio per questa sua capacità di toccare nervi scoperti della società italiana dell’epoca, rimane ancora oggi un documento significativo del cinema italiano degli anni Sessanta, capace di utilizzare la commedia come strumento di analisi sociale.

Con il passare degli anni, “Una questione d’onore” è stato rivalutato e oggi viene considerato giustamente un’opera importante sia per il valore artistico che per la sua rilevanza storica e sociale.

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“Maigret e il cliente del sabato” di Georges Simenon

(Adelphi, 2007)

“Maigret e il cliente del sabato” è uno dei romanzi più intriganti della prolifica serie dedicata al commissario Maigret, pubblicato dal maestro Georges Simenon nel 1963, quando l’autore belga aveva ormai affinato perfettamente il suo stile narrativo.

In questa vicenda, il commissario Maigret riceve la visita di un uomo ordinario, un certo Planchon, che, dopo essersi recato numerose volte il sabato mattina nella sala d’attesa di Quai Des Orfèvres, la sede della Polizia Criminale di Parigi per poi regolarmente andare via, si presenta direttamente a casa del commissario Maigret con una strana confessione: è convinto che presto commetterà un omicidio. Sa chi ucciderà ma non come e quando, ma sente che accadrà inevitabilmente. Questo insolito “cliente del sabato” – come lo hanno soprannominato i collaboratori di Maigret – scompare subito dopo, lasciando il commissario perplesso, incuriosito ma anche un pò preoccupato…

Ciò che rende questo romanzo particolarmente interessante è il rovesciamento della tipica struttura del giallo: non abbiamo un delitto già commesso da risolvere, ma la previsione di un crimine futuro da prevenire. Maigret, mosso dalla sua proverbiale curiosità umana più che dal dovere professionale, inizia a indagare sulla vita di questo misterioso visitatore, immergendosi negli ambienti della piccola borghesia parigina.

Simenon eccelle, come sempre, nella descrizione dell’atmosfera: i caffè nebbiosi, gli appartamenti modesti, le strade di Parigi battute dalla pioggia. Con pennellate minimaliste ma efficaci, crea un mondo credibile dove i personaggi si muovono come intrappolati nelle loro esistenze grigie.

La psicologia dei personaggi è al centro della narrazione, soprattutto quella di Planchon, un uomo apparentemente comune ma con un profondo malessere interiore. Maigret si trova a esplorare le pieghe dell’animo umano, cercando di capire cosa possa spingere una persona ordinaria verso pensieri di violenza.

Il ritmo è lento e meditativo, tipico dello stile di Simenon, che preferisce l’immersione psicologica all’azione frenetica. La prosa è asciutta ed essenziale, ma capace di comunicare sottili sfumature emotive.

“Maigret e il cliente del sabato” non è solo un giallo, ma un’analisi delle frustrazioni umane, della solitudine nelle grandi città e delle pressioni sociali che possono condurre una persona comune a pensieri estremi. È un romanzo che conferma la capacità di Simenon di trasformare il genere poliziesco in letteratura di qualità, dove l’indagine criminale diventa pretesto per esplorare le profondità dell’animo umano.

Un altro grande romanzo del maestro belga.

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“Un film Minecraft” di Jared Hess

(USA, 2025)

Ho portato i miei figli a vedere “Un film Minecraft” di Jared Hess e, con mia grande sorpresa, mi sono ritrovato a divertirmi quanto loro.

Quando hanno annunciato questo film, ho subito pensato fosse soprattutto l’occasione per un evento in famiglia. La verità? Era anche la mia scusa perfetta per vedere un film basato su un videogioco che mi aveva letteralmente divorato le serate quando uscì. Quante ore passate a costruire, esplorare e sopravvivere in quel mondo di blocchi…

Jack Black è semplicemente fenomenale nel ruolo di Steve. La sua energia e il suo umorismo trasformano quello che poteva essere un semplice personaggio di un videogioco in un protagonista carismatico con cui è impossibile non simpatizzare. Si vede che anche lui ha giocato a Minecraft e ne comprende lo spirito.

Il regista Jared Hess è riuscito nell’impresa non facile di tradurre l’estetica cubica e pixelata del gioco in qualcosa di cinematograficamente coinvolgente, senza tradirne l’essenza. Gli scenari ricreati sono fedeli al videogioco ma allo stesso tempo funzionano perfettamente sul grande schermo.

La trama, pur semplice, è ricca di riferimenti che solo i veri appassionati possono cogliere. Mi sono ritrovato a ridere per battute assieme ai miei figli, guardando momenti che richiamavano l’esperienza di gioco che solo chi ha passato ore a cercare diamanti nelle profondità delle miniere può comprendere, come il trauma di sentire quel “tsssss” alle spalle dopo ore di raccolta materiali…

Alla fine siamo usciti tutti soddisfatti: loro per l’avventura colorata e divertente, io per aver fatto un tuffo nella nostalgia di quando passavo le notti a costruire la mia casa perfetta, proteggendola dagli zombie.

In definitiva, “Un Film Minecraft” è molto più di un semplice adattamento per bambini: è un’opera che riesce a parlare a diverse generazioni di giocatori, confermando che Minecraft non è solo un gioco, ma un fenomeno culturale che continua a evolversi.

E a chi storce il naso vorrei ricordare che mentre c’era chi passava il tempo a guardare l’erba crescere in film di presunti autori in realtà fin troppo spesso incompresi perché incomprensibili, c’era chi letteralmente costruiva mondi interi. Con i blocchi, certo, ma pur sempre mondi…

E ora, se volete scusarmi, credo sia arrivato il momento di rispolverare il mio vecchio account e vedere cosa è cambiato nel gioco in tutti questi anni…

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“Resident Alien” di Peter Hogan e Steve Parkhouse

(Cosmo Comis, 2021)

Il fumetto “Resident Alien” scritto da Peter Hogan e disegnato da Steve Parkhouse, pubblicato per la prima volta dalla Dark Horse Comics nel 2012, rappresenta un’interessante fusione tra il genere fantascientifico e il giallo investigativo. Le prime due storie – “Benvenuto sulla Terra!” e “La bionda suicida” – introducono il lettore in un universo narrativo originale.

Nel primo volume facciamo la conoscenza del protagonista, un alieno la cui navicella si è schiantata sulla Terra tre anni prima. Per sopravvivere, l’extraterrestre ha assunto l’identità del dottor Harry Vanderspeigle, un medico in pensione che vive in solitudine in una baita vicino alla piccola cittadina di Patience, nel nord-ovest degli Stati Uniti. Grazie a un’abilità telepatica, l’alieno riesce a far vedere agli umani un volto diverso dal suo vero aspetto. Anche se poi Harry scoprirà, suo malgrado, che qualcuno lo vede esattamente per quello che è…

La vita tranquilla di Harry viene sconvolta quando il sindaco della cittadina gli chiede di sostituire temporaneamente il medico locale, trovato brutalmente assassinato. Riluttante, ma affascinato dai misteri umani, Harry accetta e si ritrova coinvolto nelle indagini sull’omicidio, collaborando con lo sceriffo Mike.

La narrazione di Hogan è calibrata e coinvolgente, alternando momenti di ironia a riflessioni più profonde sull’umanità vista attraverso gli occhi di un outsider. Le tavole di Parkhouse, con il loro stile classico e dettagliato, creano un’atmosfera perfetta per una storia che mescola elementi di quotidianità e stranezza.

Nel secondo volume, la permanenza di Harry a Patience si prolunga mentre lui continua a collaborare con le autorità locali. Questa volta si trova ad indagare sulla morte di una giovane donna bionda, inizialmente considerata un suicidio ma che nasconde risvolti molto più complessi.

In questa storia, il personaggio di Harry si sviluppa ulteriormente, mostrando una crescente empatia verso gli umani e un’integrazione sempre maggiore nella comunità locale. Parallelamente, emergono indizi sul suo passato e sulla sua vera natura, mentre cresce anche la preoccupazione di essere scoperto.

Hogan approfondisce i temi dell’isolamento e dell’appartenenza, mentre Parkhouse utilizza sapientemente i colori e le ambientazioni per sottolineare i contrasti tra la natura aliena del protagonista e il mondo umano che lo circonda.

Ciò che rende speciale “Resident Alien” è l’equilibrio tra elementi di genere diversi come il protagonista alieno che, pur mantenendo una distanza emotiva e culturale dagli umani, sviluppa gradualmente un attaccamento verso di loro. Il mistero poliziesco ben costruito funge da filo conduttore con sullo sfondo il ritratto convincente della vita di provincia americana con le sue dinamiche sociali, i suoi segreti e una sottile vena umoristica che deriva dal punto di vista straniato del protagonista.

L’approccio narrativo è paziente e metodico, privilegiando la caratterizzazione dei personaggi e l’atmosfera rispetto all’azione frenetica. Questo ritmo deliberato permette al lettore di immergersi nelle peculiarità di Patience e dei suoi abitanti.

Le tavole di Parkhouse, con il loro tratto pulito e le inquadrature classiche, contribuiscono a creare un’atmosfera che oscilla tra il familiare e l’inquietante, perfetta per una storia che parla di un “estraneo” che osserva l’umanità cercando di comprenderla.

Queste prime due storie costituiscono un’ottima introduzione a una serie che continuerà ad espandersi, ponendo le basi per gli sviluppi futuri e stabilendo il tono distintivo che ha reso il fumetto così apprezzato da meritare un adattamento televisivo che però accentua i toni grotteschi e ironici della vicenda.

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“Flow” di Gints Zilbalodis

(Lettonia/Belgio/Francia, 2024)

“Flow”, l’atteso film d’animazione del regista lettone Gints Zilbalodis uscito nel 2024, conferma il talento unico del suo autore, che aveva già impressionato con il suo debutto “Away” (2019).

Questo nuovo lavoro mantiene lo stile visivo minimalista che ha reso celebre il regista, ma espande la sua visione con una storia più complessa e ambiziosa. “Flow” ci trasporta in un mondo post-apocalittico dove l’acqua è diventata sia fonte di vita che di distruzione. Il protagonista, un giovane gatto, intraprende un viaggio attraverso paesaggi mozzafiato alla ricerca di un luogo sicuro.

Ciò che colpisce immediatamente è la straordinaria bellezza visiva del film. Zilbalodis, che ha realizzato nuovamente l’intero progetto da solo (animazione, musica, montaggio) – usando il programma disponibile per tutti e gratuitamente Blender – crea un’esperienza cinematografica che ipnotizza lo spettatore con i suoi paesaggi surreali e l’uso sapiente dei colori e della luce. Le sequenze in cui l’acqua diventa protagonista sono particolarmente memorabili.

Come il suo primo film, anche questo “Flow” è privo di dialoghi, raccontando la sua storia attraverso immagini e suoni. La colonna sonora, composta dallo stesso regista, accompagna perfettamente il viaggio emotivo del protagonista, alternando momenti di tensione a pause di contemplativa bellezza.

Il film esplora temi universali come la resilienza e la ricerca di connessione con gli altri in un mondo solitario e duro. La narrazione, sebbene semplice nella sua struttura, riesce a essere profondamente coinvolgente grazie alla magistrale costruzione visiva delle scene e ai momenti di pura poesia cinematografica.

“Flow” conferma Zilbalodis come una delle voci più originali e promettenti dell’animazione contemporanea, capace di creare universi visivi unici che rimangono impressi nella memoria dello spettatore molto dopo la fine della proiezione.

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“Alan Ford” di Max Bunker e Magnus

(Mondadori, 2009)

Le prime due storiche puntate di “Alan Ford”, pubblicate nel 1969 dalla casa editrice Editoriale Corno, rappresentano l’esordio di una delle serie fumettistiche più originali e longeve del panorama italiano. Create dal geniale duo composto dallo sceneggiatore Luciano Secchi (Max Bunker) e dal disegnatore Roberto Raviola (Magnus), queste puntate gettano le basi di un universo narrativo destinato a diventare iconico.

Nel primo numero, intitolato “Il gruppo TNT”, facciamo la conoscenza del protagonista Alan Ford, un giovane timido e impacciato che cerca lavoro e finisce casualmente coinvolto nelle attività di un negozio di fiori. Dietro questa facciata si nasconde in realtà il Gruppo TNT, un’improbabile squadra di agenti segreti guidata dal Cariatide, il famigerato Numero Uno ancora non appare.

Magnus offre un disegno dettagliato e dal tratto inconfondibile, che alterna momenti di realismo a deformazioni caricaturali. La caratterizzazione dei personaggi è immediatamente efficace: oltre ad Alan, vediamo il goffo Bob Rock che, per alcuni esperti, ha le sembianze dello stesso Magnus.

L’umorismo è già presente in questa prima avventura, ma in forma più contenuta rispetto agli sviluppi futuri. La trama ruota intorno alla missione iniziale di Alan che per un banale scambio di persona approda nel gruppo, presentando un’America grottesca, ben diversa da quella glorificata nei media dell’epoca.

Nel secondo numero, “Il dente cariato”, la caratterizzazione satirica e surreale della serie si accentua. La storia coinvolge un microfilm nascosto nel dente di un cadavere che i nostri agenti devono recuperare. Qui emerge più chiaramente il tono parodistico nei confronti dei fumetti e dei film di spionaggio allora in voga.

In questa puntata si delinea meglio la personalità di Alan Ford, ancora lontana dall’irriverenza che svilupperà in seguito, e si consolidano le dinamiche del gruppo. Magnus esplora con maggiore libertà il suo stile grafico, alternando inquadrature cinematografiche a vignette più caricaturali.

Ciò che colpisce di queste prime due uscite è la freschezza e l’originalità dell’approccio. Il duo Bunker-Magnus si distacca nettamente dai canoni del fumetto avventuroso italiano dell’epoca, proponendo un’ambientazione contemporanea, personaggi anti-eroici e una satira sociale che, pur essendo ancora in fase embrionale, si farà sempre più caustica.

La volontà di sovvertire i cliché è evidente già da queste prime storie: i protagonisti sono tutt’altro che eroici, le missioni spesso falliscono o si risolvono per caso, e l’America viene rappresentata con i suoi lati oscuri di corruzione e disuguaglianza.

Queste prime due puntate rappresentano l’inizio di una serie che evolverà notevolmente nei numeri successivi, raggiungendo il suo apice creativo negli anni ’70, quando il sodalizio tra Bunker e Magnus sarà pienamente maturo e l’impronta satirica diventerà più incisiva.

Per la chicca: lo stesso Bunker, in varie occasioni, rivelò che l’aspetto di Alan Ford venne ispirato da quello dell’attore britannico Peter O’Toole nel film “James Bond 007 – Casino Royale” realizzato nel 1967.

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“L’isola degli idealisti” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teso, 2018)

“L’Isola degli Idealisti” è un’opera peculiare nel panorama letterario del grande Giorgio Scerbanenco, autore principalmente noto per i suoi memorabili noir metropolitani ambientati nella Milano degli anni Sessanta.

Ritrovato quasi casualmente e pubblicato per la prima volta postumo nel 1973, questo romanzo – che molto probabilmente era stato commissionato dal “Corriere della Sera” per uscire a puntate – si discosta dal filone dei grandi e indimenticabili gialli con il detective Duca Lamberti come “Venere privata“; “I milanesi ammazzano al sabato”, “I ragazzi del massacro”e “Traditori di tutti“, per esplorare tematiche più filosofiche e speculative.

La storia è ambientata negli anni Trenta del secolo scorso sul Ginestrin, una piccola e remota isola sul lago d’Iseo, dove Antonio assieme ai suoi figli Carla e Celestino hanno cercato di creare una sorta di società utopica basata su ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Scerbanenco descrive con lucidità il progressivo sgretolamento di questo esperimento sociale, man mano che le contraddizioni interne, i conflitti personali e le debolezze umane emergono tra i protagonisti a causa dell’arrivo di Beatrice e Carlo, due topi d’albergo braccati dai Carabinieri.

La prosa di Scerbanenco mantiene la sua caratteristica asciuttezza anche in questo contesto inusuale, con dialoghi incisivi e una narrazione che procede implacabile verso la disillusione. L’autore dimostra una notevole capacità nell’analizzare la psicologia dei personaggi, mettendo a nudo idealismi, ambizioni e paure.

Particolarmente efficace è il modo in cui Scerbanenco esplora il divario tra le aspirazioni nobili e la realtà pratica, tra i principi astratti e le necessità concrete dell’esistenza quotidiana. Il romanzo si trasforma così in una riflessione amara sulla condizione umana e sui limiti intrinseci di qualsiasi utopia. Ma non manca comunque una speranza.

“L’Isola degli Idealisti” rappresenta un tassello importante per comprendere appieno la versatilità di Scerbanenco come scrittore, la sua visione disincantata del mondo e la sua profonda comprensione delle dinamiche sociali. Un’opera che, pur non raggiungendo la popolarità dei suoi noir, merita di essere riscoperta per la sua analisi spietata delle illusioni collettive e individuali.

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“La segretaria quasi privata” di Walter Lang

(USA, 1957)

Questa pellicola, firmata da uno dei maestri della commedia della Hollywood della prima era, è una brillante commedia che, vista oggi, risulta sorprendentemente profetica nel suo modo di affrontare il rapporto tra tecnologia e lavoro umano.

Spencer Tracy interpreta Richard Sumner, un ingegnere informatico che introduce un gigantesco computer chiamato EMERAC nel dipartimento di ricerca – allora chiamato “Quesiti” – nella sede di New York di un grande broadcaster statunitense.

Katharine Hepburn è Bunny Watson, la responsabile del dipartimento, estremamente competente e dotata di una memoria enciclopedica. Il timore che il computer possa sostituire lei e le sue colleghe crea tensione e al temo stesso comicità, mentre si sviluppa una storia d’amore e al tempo stesso antipatia tra i due protagonisti.

Ciò che rende “La segretaria quasi privata” così rilevante oggi è il parallelo sorprendente tra l’introduzione dell’EMERAC negli anni ’50 del secolo scorso e l’avvento dell’intelligenza artificiale nel nostro tempo. Proprio come Bunny e le sue colleghe che temono di essere sostituite da EMERAC, oggi molte lavoratrici e molti lavoratori temono che l’IA possa rendere obsolete le loro competenze. La domanda “L’intelligenza artificiale prenderà il mio posto?” riecheggia nelle menti e fomenta le preoccupazioni contemporanee di chi, soprattutto, lavora quotidianamente con un pc.

Il film mostra però come EMERAC, nonostante la sua tanto proclamata “infallibilità”, non possa replicare l’intuizione e il buon senso di Bunny. Similmente, l’IA odierna, sebbene impressionante, manca ancora di comprensione contestuale e giudizio etico che sono intrinsecamente umani.

Alla fine del film, Tracy rassicura Hepburn che il computer è destinato ad essere uno strumento di supporto, non un sostituto. Questa visione rispecchia l’attuale concetto di “IA aumentativa” che dovrebbe potenziare le capacità umane piuttosto che rimpiazzarle. Nel film, alcuni personaggi abbracciano la nuova tecnologia mentre altri la temono. Oggi osserviamo simili divisioni nell’adozione delle tecnologie di IA.

Tornado al film, ciò che lo rende speciale è la chimica indiscutibile tra Tracy e Hepburn, alla loro ottava collaborazione davanti alla macchina da presa. Il loro scambio di battute argute e il ritmo comico perfetto elevano una premessa potenzialmente didattica a una commedia romantica sofisticata e divertente.

Lang dirige con leggerezza, permettendo ai suoi attori di brillare e al tema dell’automazione di svilupparsi naturalmente. La scena in cui EMERAC “impazzisce” stampando avvisi di licenziamento è esilarante ma anche inquietante, anticipando comunque le moderne preoccupazioni sugli algoritmi fuori controllo.

“La segretaria quasi privata” è notevolmente presciente. Ciò che sembrava fantascienza nel 1957 – computer in grado di rispondere a domande complesse, automatizzare processi decisionali e potenzialmente sostituire lavoratori – è ora la nostra realtà quotidiana con l’IA.

Ma il messaggio più rassicurante del film rimane valido: la tecnologia, per quanto avanzata, funziona meglio quando complementa l’intelligenza umana piuttosto che cercare di sostituirla. Bunny Watson ed EMERAC imparano a coesistere, proprio come noi e l’IA dobbiamo trovare un equilibrio produttivo.

L’ottima sceneggiatura, basata sull’opera teatrale di William Marchant, è scritta da Phoebe Ephron e Henry Ephron, grandi artigiani della macchina da scrivere dell’era d’oro delle commedie hollywoodiane. I due, non a caso, sono i genitori di Nora Ephron, autrice di script di film come “Harry ti presento Sally” di Rob Reiner, “Insonnia d’amore” e “C’è post@ per te” che poi dirige anche.

“La segretaria quasi privata” – il cui titolo originale è l’assai più efficace e molto meno superficiale “Desk Set” – oltre ad essere un’ottima commedia romantica, offre ancora oggi una riflessione straordinariamente attuale sul nostro rapporto con le macchine e i sistemi intelligenti.

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“Piombo rovente” di Alexander Mackendrick

(USA, 1957)

“Piombo Rovente”, il cui titolo originale è “Sweet Smell of Success”, rappresenta uno dei più crudi e affascinanti affreschi del giornalismo senza scrupoli mai portati sul grande schermo. Diretto magistralmente da Alexander Mackendrick, già noto per il delicato “Mandy” del 1952, questo film segna una svolta drastica nello stile del regista, che qui abbraccia il noir più cinico e tagliente.

La pellicola vede protagonisti Burt Lancaster e Tony Curtis in due delle interpretazioni più memorabili delle loro carriere. Lancaster – che è anche fra i produttori della pellicola assieme allo stesso Curtis e all’allora consorte Janet Leigh – interpreta J.J. Hunsecker, potentissimo giornalista di una nota testata newyorkese, il cui editoriale viene letto da 60 milioni di americani ogni giorno, oltre a condurre una trasmissione settimanale televisiva, sempre dedicata al mondo dello spettacolo. Il suo personaggio, spietato e manipolatore, si ispira chiaramente a figure del giornalismo americano dell’epoca come Walter Winchell, ma evoca anche lo stile senza scrupoli di figure come Hedda Hopper, celebre “penna armata” di Hollywood nota per la sua influenza e spietatezza.

Tony Curtis brilla nel ruolo di Sidney Falco, un agente pubblicitario disposto a tutto per entrare nelle grazie di Hunsecker. Curtis, solitamente associato a ruoli più leggeri, qui rivela un talento drammatico sorprendente, dando vita a un personaggio viscido e disperato, eternamente in bilico tra ambizione e autodistruzione.

La New York notturna fotografata in un magnifico bianco e nero da James Wong Howe è quasi un personaggio aggiuntivo: luci al neon, locali fumosi, strade umide e angoli bui compongono un ambiente claustrofobico e corrotto. Mackendrick trasforma la metropoli in un labirinto morale dove ogni scelta ha un prezzo, ogni favore richiede un contraccambio, e la dignità è merce di scambio.

La forza di “Piombo Rovente” risiede anche nella sua straordinaria sceneggiatura, firmata da Clifford Odets e Ernest Lehman. I dialoghi sono tra i più brillanti e taglienti della storia del cinema, ricchi di battute memorabili che rivelano l’essenza tossica dei due protagonisti e del loro mondo. “Ti vedo con gli occhiali da sole di notte. Sei uno che vive dentro una grotta”, dice un personaggio a Falco, sintetizzando perfettamente la sua oscurità morale.

Al centro del film c’è una spietata analisi del potere della stampa e di come questo possa essere usato per manipolare l’opinione pubblica e distruggere carriere e vite. Hunsecker usa la sua rubrica come un’arma: con poche parole può lanciare una carriera o affossarla per sempre. La relazione tra Hunsecker e sua sorella Susan (Susan Harrison) aggiunge uno strato ulteriore di complessità psicologica, trasformando il controllo mediatico in una metafora del controllo familiare e personale.

“Piombo Rovente” è un noir che non fa sconti a nessuno. Non ci sono eroi, solo diverse sfumature di antieroi, in un mondo dove l’etica è un lusso che nessuno può permettersi. La regia precisa di Mackendrick, le interpretazioni straordinarie di Lancaster e Curtis, la fotografia espressiva e la colonna sonora jazz di Elmer Bernstein si fondono in un’opera che, più di sessant’anni dopo la sua uscita, rimane di una modernità sconcertante.

Un film essenziale non solo per gli amanti del noir, ma per chiunque sia interessato alle dinamiche del potere mediatico e alle conseguenze morali della ricerca del successo a ogni costo, temi così attuali e presenti anche nella società contemporanea.

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“Il ragazzo dai pantaloni rosa” di Margherita Ferri

(Italia, 2024)

In maniera delicatamente struggente il cinema italiano, quello di qualità, si confronta con uno dei temi più difficili e brucianti del nostro tempo: il bullismo. “Il ragazzo dai pantaloni rosa” non è solo un film, ma un grido di dolore che scuote le nostre coscienze, un racconto straziante basato sulla vera storia di Andrea Spezzacatena e tratto dall’autobiografia della madre Teresa Manes ne “Andrea oltre i pantaloni rosa”.

Claudia Pandolfi offre una interpretazione struggente e intensa nel ruolo di Teresa, rivelando tutta la complessità di una madre che si confronta con la perdita più terribile possibile: il suicidio di un figlio adolescente. Il suo volto diventa un paesaggio di dolore, rabbia, incredulità e disperazione, restituendo con incredibile profondità emotiva il dramma di chi sopravvive, contro ogni logica naturale, al proprio figlio.

La pellicola scava nelle pieghe più crudeli del bullismo e del cyberbullismo contemporaneo, dove le offese non si limitano più ai corridoi scolastici ma si allargano senza limiti e confini nello sconfinato mondo digitale. I social network, invece di essere luoghi di connessione, diventano arene sanguinarie di crudeltà dove i più deboli vengono annientati, umiliati, spinti fino all’estremo gesto del suicidio.

Andrea, con i suoi “pantaloni rosa” simbolo di diversità e coraggio, diventa metafora di tutti i giovani che vengono presi di mira per la loro sensibilità, per il loro modo di essere che non rientra negli schemi conformisti del “branco” in un’adolescenza spesso brutale e intollerante.

Il film non è solo una denuncia, ma un monito: racconta come il bullismo sia un fenomeno sistemico che richiede l’attenzione e la responsabilità di tutti: genitori, scuola, istituzioni, società insomma tutti NOI. Non bastano le parole, servono azioni concrete per proteggere tutti, sia i più fragili ma anche i loro carnefici che alla fine sono anche loro vittime del bullismo.

Scritto ottimamente da Roberto Proia e diretto, nonostante il tema affrontato, con mano elegante e leggera da Margherita Ferri, “Il ragazzo dai pantaloni rosa” è un film che lascia lo spettatore sotto shock, costringendolo a guardarsi dentro e a chiedersi cosa può fare per minare nelle fondamenta questa barbarie dell’umiliazione e della sopraffazione.

Per me questo è stato uno dei film più difficili da vedere in assoluto, ma anche solo guardarlo è un dovere che noi tutti abbiamo.

Per Andrea. E per tutte le vittime di bullismo che pensano di non avere scelta, ma che si sbagliano! Le parole di Teresa Manes, così come lo sguardo finale di Claudia Pandolfi ce lo dimostrano. Le nostre esistenze valgono molto di più dell’arroganza e prepotente violenza fisica e psicologica che purtroppo, fin troppo spesso, subiamo.

“Non smettere mai di sognare, solo chi sogna può volare” scrive non a caso James Matthew Barrie nel suo immortale “Peter Pan”.

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