“Odissea” di Christopher Nolan

(UK/USA, 2026)

“Musa, quell’uom di multiforme ingegno

dimmi, che molto errò, poi ch’ebbe a terra

gittate d’Ilïòn le sacre torri;

che città vide molte, e delle genti

l’indol conobbe; che sovr’esso il mare

molti dentro del cor sofferse affanni,

mentre a guardar la cara vita intende,

e i suoi compagni a ricondur: ma indarno

ricondur desïava i suoi compagni,

che delle colpe lor tutti periro.“

Così inizia – nella traduzione di Ippolito Pindemonte pubblicata oltre due secoli fa – il racconto orale fra i più famosi della civiltà umana, che da circa tre millenni affascina e rapisce ogni ascoltatrice e ogni ascoltatore prima, e ogni lettrice e ogni lettore poi.

Christopher Nolan decide di portarlo sullo schermo perché l’opera immortale di Omero è immortale non solo per la sua bellezza e per la sua trama, ma soprattutto perché è un’opera drammaticamente attuale.

Ulisse è un vincitore, grazie alla sua leggendaria astuzia ha sconfitto e piegato una città che altrimenti sarebbe restata inespugnabile, e che resisteva da dieci lunghi anni all’assedio delle truppe di Agamennone.

Ma qual è stato il vero costo umano e morale della vittoria? Ulisse forse lo comprende la stessa sera in cui, grazie al suo leggendario cavallo, riesce ad aprire dall’interno le porte di Troia permettendo alla truppe di Agamennone di radere al suolo la città. Per vincere la guerra – e concedere al suo re non solo l’onore di riportare a suo fratello Menelao la sposa Elena, ma soprattutto di mettere le mani sulle rotte commerciali controllate da Troia – Ulisse con il suo ingegno ha tradito la legge di Zeus che governava non solo gli usi e i costumi dei mortali, ma il loro rispetto reciproco, la loro moralità e la loro cultura.

Sconfiggere così Troia, tradendo la legge di Zeus, è stato facile: ma per Ulisse, così come per Agamennone, Menelao e tutti gli uomini che vi hanno partecipato, il prezzo sarà altissimo, perché tradire la legge degli dei è, in realtà, tradire la legge stessa degli esseri umani…

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Nolan, segue abbastanza fedelmente l’opera originale di Omero, tagliando o limando alcuni episodi per evidenti esigenze di durata. Ma l’efficacia narrativa rimane quella dell’opera originale: il lungo e quasi interminabile viaggio di ritorno a casa di un uomo che sa di avere sulle spalle una grave colpa, e che forse davvero non riesce ad accettare l’idea di riportarla nella sua casa, lì dove lo aspettano la sua compagna Penelope e il suo giovane figlio Telemaco, che lui non ha mai ancora conosciuto.

Matt Damon è Ulisse, e sembra essere uscito davvero dalle parole narrate da Omero. Sul suo volto appare sempre la mirabile capacità di comprendere, con particolare e cinica rassegnazione, immediatamente la situazione e le sue varie conseguenze. Appena scorge la navi di Agamennone, infatti, capisce subito che dovrà abbandonare la sua Itaca per molto tempo e lasciare il peso del governo sulle spalle di Penelope.

Anne Hathaway dona il volto e il dolore della lontananza a Penelope, che chiusa nella sua dimora aspetta con una fiducia granitica, ma quasi infantile, il ritorno del suo compagno. Tom Holland costruisce con efficacia un giovane e innocente Telemaco, cresciuto all’ombra ingombrante di un padre che però non hai mai conosciuto. Nell’ottimo cast devono essere ricordati anche Robert Pattinson nel ruolo odioso di Antinoo, Samantha Morton che impersona sottilmente Circe, Charlize Theron nei panni di una eterea e affascinante Calypso e Zendaya in quelli di Athena. Da ricordare anche il bravissimo Elliot Page che veste i panni del giovane e coraggioso Sinone.

Si potrebbe parlare per ore, poi, delle capacità spettacolari e scenografiche di Nolan, che riesce a donare nuovi spunti visivi a una storia già raccontata numerose volte al cinema o in televisione, a volte anche con grande talento. Il regista londinese con la sua Odissea ci regala una grande opera cinematografica a tutti gli effetti, nella tradizione del grande cinema mondiale.

Fin da Following del 1998, Nolan ci racconta, come pochi altri registi nella storia del cinema, il senso di colpa e il peso di scelte dettate da ingenuità o secco opportunismo. Dopo Oppenheimer del 2023, Nolan ci parla di un altro grande “colpevole” della storia dell’umanità, di un altro grande “traditore” dei principi di convivenza e umanità.

E allora c’è ancora qualcuno che pensa che questa storia non sia tragicamente attuale?

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“Following” di Christopher Nolan

(UK/USA, 1998)

Prima di “Memento”, prima di “Inception”, prima di diventare uno dei registi più celebrati del cinema contemporaneo, Christopher Nolan realizzò con appena 6.000 dollari un piccolo gioiello in bianco e nero che già conteneva tutti i semi della sua futura grandezza. “Following” è un film che stupisce non solo per quello che riesce a ottenere con risorse minime, ma per come già manifesti la firma inconfondibile del regista britannico.

Il protagonista è Bill, uno scrittore in erba che sviluppa la morbosa abitudine di seguire sconosciuti per le strade di Londra, convincendosi che questa pratica gli fornirà materiale per i suoi racconti. Quando inizia a pedinare Cobb, un elegante scassinatore, viene scoperto e trascinato nel mondo del crimine. Quello che inizia come un esperimento sociologico si trasforma rapidamente in un labirinto di inganni, tradimenti e identità ambigue.

La narrazione non segue un ordine cronologico lineare – elemento che diventerà un marchio di fabbrica di Nolan – ma procede attraverso tre linee temporali che si intrecciano e si rivelano gradualmente. È una struttura complessa per un film di appena 70 minuti, ma Nolan la gestisce con una precisione chirurgica che lascia presagire i capolavori futuri.

Girato in 16mm in bianco e nero, “Following” cattura una Londra grigia e anonima, dove gli appartamenti borghesi nascondono segreti inconfessabili e le strade diventano teatro di cacce psicologiche. La fotografia essenziale ma efficace di Nolan stesso (che ha cura anche montaggio e sceneggiatura) trasforma il budget limitato in una virtù estetica, creando un’atmosfera claustrofobica e noir che avvolge lo spettatore.

Il cast, composto da attori allora non professionisti, riesce a dare credibilità a personaggi che sono allo stesso tempo ordinari ed enigmatici. Jeremy Theobald interpreta Bill con una vulnerabilità inquietante, mentre Alex Haw dona a Cobb un fascino pericoloso che ricorda i grandi antagonisti del cinema noir classico.

Quello che colpisce maggiormente in “Following” è come Nolan riesca già a stabilire molti degli elementi che caratterizzeranno la sua filmografia: l’ossessione per il tempo e la memoria, i protagonisti inaffidabili, le strutture narrative labirintiche, l’esplorazione della psicologia umana attraverso espedienti tipici del thriller. Il film funziona come un’anticipazione in miniatura di “Memento”, ma con una sua identità autonoma e compiuta.

La regia dimostra una maturità sorprendente per un esordio: ogni inquadratura è pensata, ogni dialogo serve a costruire il puzzle narrativo, ogni elemento visivo contribuisce all’atmosfera di crescente paranoia. Nolan dimostra che la mancanza di budget non è un limite quando si ha una visione chiara e gli strumenti tecnici per realizzarla.

“Following” non è solo un interessante documento storico sull’evoluzione di un grande regista, ma un thriller autonomo che merita di essere riscoperto. La sua brevità lo rende accessibile, ma la sua complessità narrativa richiede attenzione e, probabilmente, una seconda visione per apprezzarne appieno le sottigliezze così come, per esempio, per lo stratosferico “I soliti sospetti” di Barry Singer.

Il film dimostra che il cinema indipendente, quando guidato da una visione autoriale forte, può raggiungere risultati straordinari anche con mezzi limitatissimi. Nolan non ha mai rinnegato questo esordio, e guardandolo oggi è facile capire perché: “Following” contiene già tutto il DNA del regista che avrebbe rivoluzionato il cinema, anche quello classico da blockbuster.

Un esordio che è già un piccolo capolavoro, testimonianza di come talento e visione possano sopperire a qualsiasi limitazione produttiva. Imperdibile per gli amanti del cinema d’autore e obbligatorio per chi vuole comprendere le origini del fenomeno Nolan.

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“Dunkirk” di Christopher Nolan

(UK/USA/Francia/Olanda, 2017)

Non sono molti i film che raccontano in maniera così reale, sconvolgente e terrificante che cos’è davvero la guerra, e quale devastazione fisica e mentale questa comporti. A “E Johnny prese il fucile”, “Salvate il soldato Ryan” e “Vittime di guerra” – che personalmente trovo fra i migliori di tutti – deve essere aggiunto questo “Dunkirk” firmato dal genio cinematografico inglese Christopher Nolan.

Nolan ha impiegato quasi venticinque anni per scrivere la sceneggiatura di questo film, basandosi sulle dinamche della vera evaquazione di Dunkirk avvenuta nel 1940 durante i primi anni della Seconda Guerra Mondiale.

Quattrocentmila soldati delle Forze Armate britanniche, francesi e belghe sono rimasti isolati nella cittadina costiera francese di Dunkirk (che noi chiamamo Dunkuerque). I soldati aspettano di essere imbarcati per essere portati in salvo in Inghilterra, ma sulla spiaggia gli uomini sono bersagli fin troppo facili per gli aerei tedeschi. Per le maree e i fondali bassi, le grandi navi militari non posso avvicinarsi troppo alla riva. La situazione sembra senza speranza, tanto che lo stesso Churchill considera ottimistico portare in salvo anche solo trentamila soldati. Ma…

Duro e crudo resoconto di un episodio tragico e drammatico del secondo conflitto mondiale: ma in una guerra ci sono episodi non tragici o drammatici?

Con sequenze spettacolari e immagini strazianti, Nolan ci raccontano la storia di Dunkirk attraverso gli occhi del giovane soldato inglese Tommy (Fionn Whithead) che, come ogni essere umano indifeso e sconvolto, vuole solo tornare a casa ed è pronto a tutto pur di riuscirci.

Infine è doveroso riflettere che i cattivi del film eravamo noi, gli aerei che bombardavano e mitragliavano i soldati indifesi sulla spiaggia appartenevo all’Asse di Ferro. Ma in una guerra alla fine non ci sono nè vinti nè veri vincitori. Così Nolan non ci mostra mai direttamente i soldati tedeschi, perché i nemici in una guerra sono molti di più. E dedica la pellicola a tutti coloro le cui vite sono state segnate dagli eventi di Dunkirk, assediati e assalitori.

Da vedere, e da far vedere soprattutto a chi parla di guerra o interventi militari troppo facilmente.

“Interstellar” di Christopher Nolan

(USA/UK, 2014)

Christopher Nolan ci regala un’altra pellicola dalla trama superbamente circolare (è proprio il caso di dirlo!) e con delle sequenze così spettacolari e visionarie da meritare di essere vista anche solo per quelle.

Gli esseri umani sono nati sulla Terra, ma sono destinati anche a morirci?

E, soprattutto, chi è disposto davvero a sacrificarsi per salvare gli altri della propria specie?

Della trama non dico altro perché come ogni film di Nolan – a partire da “Memento” in poi – “Interstellar” va visto e basta: 169 minuti di grande spettacolo cinematografico.

“The Prestige” di Christopher Nolan

(USA/UK, 2006)

Cominciamo col dire che l’inglese Christopher Nolan è uno dei miei registi preferiti, e quasi tutte le dieci pellicole da lui dirette fino ad oggi mi hanno sempre affascinato, per non parlare di “Interstellar” che al momento è in post-produzione, e che promette di essere un altro grande e spettacolare film.

In questo film si parla invece di magia e soprattutto dei trucchi, della creatività, del genio e del sacrificio che sta dietro i più grandi illusionisti di tutti i tempi.

Con un cast stellare fra cui spiccano Christian Bale, Hugh Jackman, Scarlett Johansson, un inquietante David Bowie nei panni dello scienziato Nikola Tesla, e l’intramontabile Michael Caine – protagonista del prossimo film “La giovinezza” di Paolo Sorrentino – “The Prestige” ci racconta fin dove può arrivare la volontà di un uomo che vuole stupire il suo pubblico.

Come tutti i film di Nolan, la parte più intrigante della storia e dei suoi personaggi è quella cerebrale che, mista alla costruzione di un perfetto plot destrutturato, crea un cocktail imperdibile.

Il trucco c’è …o no?