“Capitolo secondo” di Robert Moore

(USA, 1979)

Nel 1979 Robert Moore porta sullo schermo “Capitolo secondo”, adattamento cinematografico dell’omonima commedia autobiografica di Neil Simon. Il risultato è un’opera che trascende i confini del semplice adattamento teatrale per diventare una meditazione intima e universale sul lutto, sull’amore e sulla capacità di ricominciare.

Simon, che firma anche la sceneggiatura e così come racconta nella sua autobiografia “Questa volta è la mia storia“, trasforma il dolore personale per la morte della moglie Joan in materia narrativa, creando un testo di rara onestà emotiva. George Schneider, il protagonista interpretato da James Caan, non è l’eroe romantico convenzionale del cinema americano: è un uomo ferito, spaventato, che scopre con sorpresa e quasi con senso di colpa di poter ancora provare sentimenti per un’altra donna. È questa vulnerabilità maschile, così lontana dai canoni hollywoodiani dell’epoca, che rende “Capitolo secondo” un’opera sorprendentemente moderna.

Moore, regista teatrale approdato al cinema dopo una brillante carriera a Broadway, dimostra una sensibilità rara nel trasformare un testo pensato per il palcoscenico in cinema puro. La sua regia non tradisce mai l’origine teatrale dell’opera, ma sa quando lasciare che sia la parola a dominare la scena e quando invece permettere all’immagine di raccontare quello che le battute non possono esprimere. Gli interni borghesi newyorchesi diventano spazi dell’anima, luoghi dove i personaggi si confrontano non solo con gli altri, ma soprattutto con se stessi.

James Caan offre qui una delle sue interpretazioni più sfumate e mature. Il suo George Schneider è un uomo che ha imparato a convivere con il dolore, ma che non sa ancora come fare spazio alla felicità. Caan, reduce dai successi de “Il padrino” e “Rollerball”, mostra un registro completamente diverso, fatto di pause, di silenzi eloquenti, di quella particolare malinconia che caratterizza chi ha amato profondamente e teme di amare di nuovo. È un’interpretazione che anticipa di anni quella sensibilità maschile che il cinema americano svilupperà compiutamente solo negli anni Ottanta.

Marsha Mason, nei panni di Jennie Malone, l’attrice che riaccende il cuore di George, costruisce un personaggio femminile di grande complessità. La sua Jennie non è la musa salvifica né la donna-bambina bisognosa di protezione: è una professionista indipendente, con le sue fragilità e le sue certezze, capace di amare senza perdere la propria identità. Mason sa alternare momenti di grande comicità a scene di intensa emotività, dimostrando come la recitazione teatrale possa arricchire il linguaggio cinematografico senza mai sovrapporsi ad esso.

Joseph Bologna e Valerie Harper, nei ruoli del fratello di George e dell’amica di Jennie, completano un quartetto di interpreti che funziona come un vero ensemble teatrale. Bologna porta in scena quella particolare ironia newyorchese che caratterizza i migliori testi di Simon, mentre Harper – reduce dal successo televisivo di “Rhoda” – dimostra la sua versatilità in un ruolo drammatico che le permette di esplorare registri diversi da quello puramente comico.

La scrittura di Simon è qui al suo apice: i dialoghi scintillano di quella particolare combinazione di umorismo e profondità che caratterizza il migliore teatro americano. La forza del film risiede anche nella sua capacità di rappresentare l’amore maturo, quello che nasce non dall’idealizzazione romantica ma dalla reciproca comprensione delle fragilità umane. L’incontro tra George e Jennie non è il colpo di fulmine cinematografico, ma un processo graduale di conoscenza e accettazione reciproca. È un amore che tiene conto del passato senza esserne prigioniero, che sa integrare il dolore nella costruzione di una nuova felicità.

“Capitolo secondo” si inserisce perfettamente in quella tradizione del cinema americano che sa trasformare storie private in riflessioni universali sulla condizione umana. È un film che parla a chiunque abbia dovuto ricominciare dopo una perdita, che si sia trovato nella condizione di dover ricostruire la propria vita emotiva partendo dalle macerie del dolore. Una lezione di cinema e di umanità che merita di essere riscoperta e celebrata come uno dei piccoli capolavori del teatro filmato americano.

Robert Moore e Neil Simon ci hanno regalato un’opera che è insieme ritratto generazionale e confessione intima, commedia brillante e dramma esistenziale. Purtroppo però, per ragioni che io personalmente proprio non riesco ad immaginare, questa pellicola è di fatto introvabile nella nostra versione.

Per la chicca: Marsha Mason è stata la seconda moglie di Neil Simon ed è proprio a lei che lui si è ispirato per il personaggio di Jennie. Non è un caso, quindi, che nel film James Caan indossi un paio di occhiali da vista con una montatura del tutto simile da quella usata realmente dallo stesso Neil Simon.

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“Il Padrino” di Francis Ford Coppola

(USA, 1972)

“Il Padrino” si erge come un monumento cinematografico assoluto, un capolavoro che ha ridefinito per sempre i canoni del cinema americano, e non solo. Scritto da Francis Ford Coppola insieme a Mario Puzo, tratto dalla seconda parte dell’omonimo romanzo dello stesso Puzo, il film è un affresco epico che dissolve i confini tra saga familiare, ritratto sociologico e melodramma esistenziale.

La narrazione si snoda attorno alla famiglia Corleone, guidata dal patriarca Vito (Marlon Brando in un’interpretazione di stratosferica potenza, fra le più alte della storia del cinema), e al figlio Michael (un grande Al Pacino che fu un “ripiego”, visto che la parte era stata precedentemente offerta a Warren Beatty che la rifiutò), inizialmente estraneo al “business” familiare ma destinato a diventarne il successore. Accanto a loro, un cast straordinario compone un mosaico di personaggi indimenticabili: James Caan, Robert Duvall, John Cazale, Diane Keaton e Talia Shire creano un universo narrativo di rara completezza.

Coppola costruisce un racconto dove la violenza diventa codice comportamentale, e l’onore – distorto e sanguinario, sia chiaro – assume una dimensione quasi rituale dell’esistenza. La regia trasforma il crimine organizzato in una tragedia greca moderna, dove le pulsioni di potere si intersecano con legami familiari ancestrali di una complessità quasi shakespeariana.

L’interpretazione di Marlon Brando rappresenta l’apice assoluto dell’arte recitativa. Il Don Vito Corleone che emerge dal suo magistrale lavoro attoriale è una creazione di una densità psicologica ancora oggi difficilmente eguagliata. Brando non interpreta il personaggio: lo incarna con una trasformazione fisica e vocale che sfiora il miracolo artistico. La voce roca e sussurrata, i gesti misurati, lo sguardo che cela profondità abissali – ogni dettaglio concorre a creare un’icona cinematografica immortale. La sua presenza scenica domina ogni fotogramma con un carisma magnetico che trasforma il patriarca mafioso in una figura quasi mitologica.

I protagonisti si configurano come creature shakespeariane intrappolate in un codice d’onore arcaico che sfugge alla morale contemporanea, facendo della fedeltà familiare la loro unica forma di identità. Lo stile visivo raggiunge vertici di straordinaria eleganza: la fotografia di Gordon Willis crea atmosfere pittoriche dove luci e ombre si compongono in un chiaroscuro di potenza rembrandtiana, mentre i dettagli dell’ambientazione si stratificano in un realismo di accuratezza maniacale.

La musica firmata dal maestro Nino Rota è ormai parte integrante della storia del cinema, e segna per sempre un genere e un mondo di fare cinema.

“Il Padrino” conferma Coppola come uno dei più visionari registi della Nuova Hollywood, capace di trasformare il cinema di genere in un territorio di sperimentazione dove la narrazione diventa epopea e la violenza assume contorni di tragedia antica.

Nel 1974 lo stesso Coppola firma il “Padrino – Parte II” che rappresenta sia un prequel che un sequel, fra i non troppo numerosi casi di seconda parte all’altezza davvero della prima. Nel film non appare Brando – che solo nel 1990 tornerà a vestire i panni ironici di un personaggio molto simile, nella commedia leggera “Il boss e la matricola” – ma c’è un sublime Robert De Niro ad incarnare il giovane Vito Corleone che nei primi decenni del Novecento fonda il suo impero e la sua famiglia.

Nel 1990 Coppola firma “Il Padrino – Parte III” con Al Pacino e Andy Garcia, ambientato nel 1979.

Tornando alla prima pellicola della saga, è opportuno ricordare nella nostra versione il grande Giuseppe Rinaldi che dona la voce superbamente a Marlon Brando.

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“L’ultima follia di Mel Brooks” di Mel Brooks

(USA, 1976)

La quinta pellicola diretta da Mel Brooks, dal titolo originale “Silent Movie”, non doveva avere neanche una colonna sonora. Solo la parola “No!” detta dal grande mimo francese Marcel Marceau avrebbe dovuto toccare le orecchie degli spettatori in sala durante la proiezione. Questo proprio per omaggiare i film muti dei primi decenni del Novecento dei quali erano maestri indiscussi Buster Keaton, Mack Sennett (il primo produttore e regista del maestro Charlie Chaplin e di molti altri pionieri della macchina da presa dell’epoca) e Hal Roach, scopritore e storico produttore, tanto per fare due nomi, di Stan Laurel e Oliver Hardy. 

Ma alla fine la 20th Century Fox, che già aveva forti perplessità sul realizzare in pieni anni Settanta un film muto per la grande distribuzione, si impose e Brooks dovette accettare la colonna sonora. Nonostante lo scetticismo il film fu un successo al botteghino ricordando – come fece “The Artist” di Hazanavicius quasi quarant’anni dopo – quanto il sonoro sia “solo” una parte del film, e che a volte può anche mancare ma non per questo la pellicola non esprima forti emozioni o faccia ridere a crepapelle nella grande tradizione della farsa che alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento dominava i teatri di tutto il mondo per poi approdare sul grande schermo, regalandoci dei veri e propri capolavori immortali che, anche a distanza di oltre un secolo, brillano e possiedono intatto tutto il loro fascino.

Ispirandosi alla reale scalata della Paramount Pictures da parte di una grande industria di estrazione, Brooks ci racconta la “redenzione” del regista Mel Spass (interpretato dallo stesso Brooks) caduto in disgrazia a causa del suo alcolismo che, assieme i suoi fedeli amici Bellocchio (Marty Feldman) e Trippa (Dom DeLuise) propone al capo della Big Picture Studios (Sid Caesar, noto comico e autore televisivo degli anni Cinquanta e Sessanta per il quale lo stesso Brooks, per un periodo anche assieme a Woody Allen, scrisse numerosi sketch televisivi) il suo nuovo progetto per un film muto.

Intanto, la famelica multinazionale “Trangugia & Di Vora” vuole rilevare la Big Pictures Studios e i suoi titolari Trangugia (Harold Gould) e Di Vora (Ron Carey) sono disposti a tutto pur di avere quello che vogliono. Così, quando vengono a sapere del progetto di Spass e del fatto che lui vuole scritturare divi del calibro di Paul Newman, Burt Reynolds, Anne Bancroft, Liza Minnelli e James Caan decidono di usare le maniere forti…

Spassosa pellicola scritta da Brooks assieme ai suoi collaboratori preferiti del periodo quali Ron Clark, Rudy De Luca e Barry Levinson, colma di gag e scene tipiche dei film basati sulla farsa e la comicità tipica del vaudeville. Spass, Trippa e Bellocchio nelle loro dinamiche richiamano, infatti, ai Tre Marmittoni, trio comico creato da Hal Roach e protagonista di numerosi film dell’epoca.  

Gioiellino delizioso dell’epoca d’oro di Brooks da tenere nella propria videoteca accanto a “Frankenstein Junior“, “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Alta tensione“.

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“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman

(USA, 1975)

Il 19 novembre del 1975 si tiene a Los Angeles la prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, uno dei soli tre film nella storia a vincere – ad oggi – i cinque Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore e miglior attrice non protagonista (gli altri due sono “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme).

Con una delle cattive più famose del cinema (paragonabile anche a Lord Darth Fenner, e lo dico da padawan sfegatato) l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da una bravissima Louise Fletcher – che vincerà meritatamente l’Oscar, rimanendo poi troppo legata a questo ruolo nell’immaginario del pubblico, che stenterà poi ad apprezzarla in altri differenti pellicole – “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è il primo grande film di successo planetario ad affrontate apertamente il dramma delle malattie mentali e degli istituti in cui vengono ospitati i malati.

Il primo film a parlare dello stesso argomento è in realtà “Gli esclusi” che John Cassavetes dirige nel 1963, ambientato in un ospedale per bambini con gravi disturbi del comportamento, pellicola però che ebbe gravi problemi di produzione e di fatto troppo all’avanguardia per i tempi.

Come per “Il Padrino” – in cui il ruolo di Michael Corleone era stato pensato per Warren Beatty che invece clamorosamente rifiutò costringendo la produzione a “ripiegare” (l’ho messo apposta fra virgolette!) su Al Pacino – per questo film la produzione aveva da subito pensato a James Caan che invece declinò l’offerta, lasciando libera la parte di Randle Patrick McMurphy che Jack Nicholson renderà immortale.

Inoltre, questo film consacrerà la figura di Michael Douglas come giovane e intelligente produttore cinematografico. E’ proprio a lui si deve la partecipazione alla pellicola del giovane e sconosciuto Danny DeVito, che per anni aveva condiviso appartamento e vita da scapolo con il giovane e allora scapestrato Michael.

Per la chicca, ci togliamo subito il problema del titolo in italiano.

Quello originale – di cui il nostro è la fin troppo la letterale traduzione – si rifà direttamente al titolo del romanzo da cui è ispirato. Infatti, l’azione del film si svolge nel 1963, anno successivo alla pubblicazione del romanzo di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulle proprie esperienze come volontario nell’ospedale dei veterani di Melno Park, in California.

Ma, già durante la stesura della sceneggiatura, fra Kesey, Milos Forman, Bo Goldman e Lawrence Hauben – questi ultimi due autori finali dello script – nacquero profonde e incolmabili fratture, tanto da portare Kesey a non voler mai vedere il film finito.

Fra tali contrasti c’è probabilmente la totale cancellazione dal plot della filastrocca che cita appunto il nido del cuculo – che nello slang comune americano è uno dei molti modi per chiamare un manicomio – che invece nel libro ha una ben precisa ricorrenza.

Nonostante questo la produzione, vincolata dal contratto di cessione dei diritti e dal successo americano del romanzo di Kesey che era diventato un simbolo della nuova generazione (ma che da noi venne pubblicato solo nel 1976 grazie al successo del film) non toccò il titolo.

E le menti illuminate dei nostri distributori, per non saper né leggere e né scrivere (si fa per dire!) lo lasciarono così…

Metafora anche del conflitto generazionale che allora infuocava la società, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è sempre un esempio di grande cinema impegnato che ancora emoziona, con la sua scena finale che sfido chiunque a rivedere senza commuoversi.