“Stay – Nel labirinto della mente” di Marc Forster

(USA, 2005)

Marc Forster, reduce dal successo di “Neverland – Un sogno per la vita” e dello splendido “Monster’s Ball – L’ombra della vita“, ci regala con “Stay – Nel labirinto della mente” un’opera che lascia in bilico lo spettatore fino agli ultimi fotogrammi. Un film che non teme di smarrirsi deliberatamente nei corridoi della psiche umana, sfidando lo spettatore a seguirlo in un percorso tanto affascinante quanto frustrante.

La storia ruota attorno a Sam Foster (Ewan McGregor), uno psichiatra che si trova a dover gestire il caso di Henry Letham (Ryan Gosling), un giovane studente d’arte che minaccia il suicidio. Quello che inizia come un classico thriller psicologico si trasforma rapidamente in qualcosa di più ambizioso e, va detto, rischioso: un viaggio onirico dove realtà e allucinazione si mescolano fino a diventare indistinguibili.

Forster costruisce un puzzle visivo di rara complessità, affidandosi alla fotografia di Roberto Schaefer per creare un’atmosfera sospesa tra sogno e incubo. Ogni inquadratura sembra studiata per disorientare, ogni transizione per confondere ulteriormente le acque di una narrazione già di per sé labirintica. Il risultato è un film dall’innegabile impatto estetico, dove New York diventa una città fantasma popolata da figure che sembrano uscite da un dipinto di René Magritte.

Ryan Gosling conferma il suo talento nel dare corpo a personaggi complessi e sfuggenti. Il suo Henry è un enigma vivente, un giovane tormentato che oscilla tra lucidità e follia con una naturalezza che fa quasi paura. Ewan McGregor, dal canto suo, interpreta uno psichiatra che lentamente perde le certezze professionali e personali, scivolando in una dimensione dove i ruoli tra medico e paziente si confondono pericolosamente.

La vera protagonista del film, tuttavia, è l’ambiguità. Forster non concede allo spettatore alcun appiglio sicuro, costruendo una narrazione che si nutre di false piste e rivelazioni apparenti. È una scelta coraggiosa: se da un lato il film mantiene alta la tensione e stimola l’intelletto, dall’altro rischia di alienare chi cerca risposte concrete e non enigmi filosofici.

La colonna sonora di Asche & Spencer contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica, mentre il montaggio di Matt Chessé orchestra sapientemente il caos narrativo senza mai perdere completamente il controllo. Ogni elemento tecnico concorre a creare un’esperienza cinematografica che più che raccontare una storia, sembra voler esplorare i meccanismi stessi della percezione e della memoria.

“Stay” è un film che va oltre l’intrattenimento tradizionale per diventare un esperimento sulla natura della realtà cinematografica. Non è un’opera per tutti: richiede pazienza e disponibilità all’interpretazione. Chi si aspetta un thriller lineare rimarrà deluso, ma chi è disposto a lasciarsi trasportare dal flusso di coscienza di Forster può trovarvi spunti di riflessione non banali.

Il finale, quando arriva, non risolve tanto quanto ricontestualizza tutto quello che abbiamo visto. È una soluzione che alcuni troveranno illuminante, altri forse irritante. Personalmente, credo che la forza del film risieda proprio in questa capacità di mantenere aperte le ferite interpretative, di non offrire consolazioni facili.

Nel cast, oltre a McGregor e Gosling, sono da ricordare le interpretazioni di Naomi Watts e Bob Hoskins.

“Stay” è cinema d’autore mascherato da prodotto di genere, un’opera che ha il coraggio di perdersi per ritrovarsi. In un panorama cinematografico spesso appiattito su formule collaudate, Forster ha il merito di osare, di cercare di spingere il linguaggio cinematografico oltre i confini del consueto.

Un film forse imperfetto ma necessario, che conferma come il cinema possa ancora sorprendere quando decide di abbandonare le certezze per affrontare territori inesplorati della narrazione e dell’immaginario.

Chi ama il genio immortale di Rod Serling come me, non può non pensare all’episodio “Un sogno lungo un attimo” scritto da Charles Beaumont, che fa parte della prima stagione della mitica serie “Ai confini della realtà“, andato in onda per la prima volta nel novembre del 1959.

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“Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” di Alejandro González Iñárritu

(USA, 2014)

Di teatro al cinema ne abbiamo visto tanto. Non sono pochi, infatti, i film che raccontato che c’è, e cosa si consuma dietro il palcoscenico. Ma spesso di tanta pellicola non sappiamo che farne.

Non sono molti infatti i film belli sul teatro, sia commedie che drammatici, che lasciano il segno come “Servo di scena” o “Rumori fuori scena”. A questa non così lunga lista deve essere aggiunto “Birdman (o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza)” del regista messicano Alejandro González Iñárritu, già autore fra gli altri di pellicole come “Amores perros” o ”21 grammi”, e trionfatore agli ultimi Oscar col film “Revenant-Redivivo” con cui ha vinto il suo secondo e consecutivo Oscar come miglior regista.

“Birdman” ci racconta la pesante ingerenza di Hollywood su Broadway, di come i grandi incassi e i film spettacolari incidano direttamente sulla vita e, soprattutto, sull’arte di attori che spesso proprio da Broadway partono per raggiungere l’Eldorado del cinema, nel quale poi però rimangono impantani a vita non riuscendo più a tornare indietro.

Per questo González Iñárritu sceglie tutti attori – bravissimi, è giusto ricordarlo – che a Hollywood hanno girato film su supereroi: Michael Keaton è stato il Batman di Tim Burton, Edward Norton ha impersonato Hulk, Emma Stone è stata la fidanzata dell’Uomo Ragno, e Naomi Watts la Ann Darrow del “King Kong” di Peter Jackson. Un’alchimia perfetta per raccontare come la celebrità a volte sia nemica dell’arte.

Candidato a nove statuette, ne ha portate a casa – meritatamente – quattro fra le più importanti: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior fotografia.

Da vedere.

“La promessa dell’assassino” di David Cronenberg

(USA/UK/Canada, 2007)

Non sono un amante del cinema dell’orrore o peggio di quello splatter, per cui soffro molto di solito vedendo le opere di Cronenberg (a parte ovviamente “La zona morta” che il regista canadese ha girato nel 1983 e adattato da uno dei miei romanzi preferiti in assoluto), ma questo film – nonostante alcune scene davvero truculente – è davvero bello e tosto.

Anna (Naomi Watts) è una giovane ostetrica che lavora in un ospedale di Londra. Una sera al pronto soccorso le capita di assistere al parto di una quattordicenne vittima di una grave emorragia.

La ragazza purtroppo muore, ma il neonato – che poi è una bambina – fortunatamente sopravvive. La giovane, che dagli esami risulta essere una tossicodipendente, non aveva documenti ma solo un diario scritto in russo.

Anche se Anna ha origini russe non sa leggere il cirillico, e fra le pagine trova il biglietto di un noto ristorante russo di Londra. Troppo ingenuamente l’ostetrica decide di chiedere notizie della ragazza morta nel ristorante…

Una bella descrizione di quello che è oggi la mafia russa a Londra, con grandi interpreti come Vincent Cassel e Armin Mueller-Stahl, ma soprattutto un grande Viggo Mortensen.

La scena nella sauna poi, cruenta ma bellissima.