“Fuochi d’artificio in pieno giorno” di Yi’nan Diao

(Rep. Pop. Cinese/Honk Kong, 2014)

Nel cuore della provincia industriale cinese, tra i fumi grigi delle miniere e le nevi persistenti dell’inverno, si consuma un noir livido e ipnotico: “Fuochi d’artificio in pieno giorno” di Yi’nan Diao, Orso d’Oro al Festival di Berlino 2014.

Ma al di là della superficie del giallo — con un poliziotto disilluso, una donna ambigua, e una catena di delitti brutali — il film scava con la forza del grande cinema nel corpo malato della società contemporanea. E in questa sua vocazione, così profondamente umana, “Fuochi d’artificio in pieno giorno” finisce per echeggiare, in modo sorprendente, i toni più autentici del grande Neorealismo italiano.

Il protagonista Zhang Zili, poliziotto dalla vita alla deriva, è un personaggio che potrebbe uscire da un film di De Sica o di Rossellini: non è un eroe, non ha il coraggio del giustiziere, ma vive la sua piccola odissea in un mondo che non comprende più. È un uomo solitario, smarrito in un presente disincantato e segnato dalle macerie di un passato — personale e collettivo — che torna a galla con la violenza di un crimine mai risolto.

Yi’nan Diao scrive e dirige un film che coniuga le atmosfere fredde e rarefatte del noir orientale con una sensibilità neorealista che emerge soprattutto nella rappresentazione degli ambienti: fabbriche abbandonate, lavanderie desolate, dormitori fatiscenti, mense polverose. Luoghi marginali che diventano protagonisti silenziosi del racconto, come le strade di Roma in “Ladri di biciclette”.

E se nel Neorealismo italiano erano i volti della gente comune a raccontare la verità di un’epoca, Diao affida questa testimonianza a Liao Fan (straordinario nel ruolo di Zhang), il cui corpo appesantito dall’alcol e dallo sconforto porta inciso il fallimento dell’ideale collettivo, la fine di ogni prospettiva sociale. “…Credevi davvero che nella vita si potesse vincere?” gli chiede ironico un amico e collega. La sua recitazione scabra, controllata, è specchio fedele di una Cina post-industriale che ha perso l’anima per inseguire il progresso.

Il contrasto tra il titolo, quasi poetico, e la narrazione, segnata da un tono costantemente dimesso e crepuscolare, è una scelta che risuona di ironia tragica. I fuochi d’artificio, metafora forse della bellezza effimera o della verità che esplode per un attimo prima di spegnersi nel buio, arrivano davvero solo alla fine, in una delle sequenze più potenti e visionarie del cinema degli ultimi anni. Ma anche lì, tra le scintille e la neve, il dolore resta intatto.

Yi’nan Diao firma un film che è insieme denuncia sociale e poesia urbana, thriller psicologico e riflessione esistenziale. Come il Neorealismo, non cerca risposte, ma accende domande. E lo fa con uno sguardo rigoroso, empatico e profondamente umano.

Un’opera cupa, ma necessaria. Come la verità. Come l’inverno.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *