“Cattiverie a domicilio” di Thea Sharrock

(UK, 2023)

Con “Cattiverie a domicilio“, la regista britannica Thea Sharrock, già nota per il delicato “Io prima di te” (2016), compie un salto stilistico e narrativo audace, proponendo una commedia nera che strizza l’occhio tanto ai classici del genere quanto alle moderne serie TV di matrice anglosassone. Il risultato è un film che oscilla tra la risata amara e il dramma sottile, con una costruzione narrativa volutamente caustica.

La storia si svolge a Littlehampton, nel sud dell’Inghilterra, negli anni Venti del secolo scorso, e segue le vicende di Rose Gooding (interpretata da Jessie Buckley), una giovane donna schietta e dalla personalità esplosiva, trasferitasi con la sua piccola figlia Nancy dall’Irlanda poco tempo prima, che si ritrova accusata di aver scritto lettere anonime colme di insulti e minacce rivolte ai suoi vicini, in particolare a Edith Swan (Olivia Colman), una donna riservata, devota e dal carattere apparentemente impeccabile.

Le accuse contro Rose, se provate, potrebbero portarla a una condanna ai lavori forzati e a perdere la custodia della sua amata Nancy. Edith, profondamente offesa e determinata a smascherare la presunta colpevole, inizia una vera e propria crociata per ottenere giustizia spinta dall’intollerante padre Edward (Timothy Spall). Tuttavia, man mano che la storia si dipana, emergono dettagli inaspettati che mettono in dubbio le certezze di tutti, portando a risvolti sorprendenti…

Il rapporto tra le due donne, inizialmente amichevole, si evolve in maniera complessa e toccante, offrendo uno spaccato sull’umanità e sulle difficoltà di comunicazione in una comunità chiusa e perbenista.

Jessie Buckley si conferma una delle interpreti più talentuose della sua generazione, dando vita a una Rose credibile e sfaccettata, capace di alternare momenti di vulnerabilità a esplosioni di rabbia e determinazione. La sua chimica con Olivia Colman è palpabile e aggiunge profondità a una relazione che si rivela il cuore pulsante del film.

Ma è Olivia Colman a rubare la scena. L’attrice premio Oscar incarna Edith con una maestria che riesce a bilanciare rigore e fragilità, regalando una performance straordinariamente umana. Con la sua solita bravura, Colman trasforma ogni battuta, ogni gesto, in un’occasione per svelare le molteplici sfumature del suo personaggio, rendendolo così indimenticabile.

Timothy Spall, nel ruolo del padre bigotto e prepotente di Edith, offre un’interpretazione magistrale, aggiungendo ulteriori strati di tensione e ironia alla vicenda. La sua presenza scenica, unita alla sua capacità di incarnare un personaggio al contempo odioso e tragico, rappresenta un ulteriore elemento di forza nel cast.

Sharrock adotta uno stile asciutto ma efficace, lasciando spazio a inquadrature studiate per enfatizzare i dettagli più pungenti della narrazione. La sceneggiatura, firmata da Jonny Sweet e ispirata ad eventi realmente accaduti, è il vero punto di forza del film: ricca di dialoghi brillanti e situazioni surreali che non scadono mai nel grottesco fine a sé stesso. Il ritmo narrativo è sostenuto, anche se in alcuni momenti si percepisce il rischio di perdere il filo tra le numerose sottotrame.

“Cattiverie a domicilio” è più di una semplice commedia nera: è una riflessione sul potere della vendetta e sulle sue implicazioni morali. Il film pone domande scomode: è giusto restituire pan per focaccia? …E a quale prezzo?

La regista riesce a bilanciare queste riflessioni con un tono leggero, evitando moralismi troppo marcati. Tuttavia, la parte finale si fa più seria, lasciando lo spettatore con una nota amara ma necessaria.

“Cattiverie a domicilio” è una pellicola che riesce a intrattenere e far riflettere al tempo stesso, grazie a un cast in gran forma e a una regia che non ha paura di osare. Olivia Colman si conferma una delle attrici più straordinarie del nostro tempo, e la sua interpretazione rappresenta uno dei motivi principali per cui il film merita di essere visto. Film che non è privo di difetti, come qualche forzatura nella trama e un finale che avrebbe potuto essere più breve e così più incisivo, ma resta un’opera originale e coraggiosa nel panorama cinematografico contemporaneo.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Il robot selvaggio” di Chris Sanders

(USA, 2024)

Quando un autore visionario come Chris Sanders decide di dare vita sul grande schermo all’omonimo bestseller illustrato di Peter Brown del 2016, le aspettative non possono che essere alte. E con “Il robot selvaggio“, Sanders riesce a superarle, offrendoci un’esperienza animata che incanta, emoziona e fa riflettere.

Immaginate un’isola incontaminata, dove la natura regna sovrana con tutta la sua bellezza e la sua spietata crudeltà. Ora immaginate un intruso: un robot dalle linee essenziali, alieno in un mondo che non gli appartiene. Questa è la premessa de “Il robot selvaggio“, un film che unisce il racconto di un’avventura straordinaria con immagini che lasciano senza fiato.

La storia ci trascina nel viaggio di Roz, una macchina sofisticata che si ritrova accidentalmente su un’isola lontana da tutto ciò che è civilizzato. Qui, avulsa dal suo scopo originario, deve adattarsi a un ambiente tanto affascinante quanto ostile. Il conflitto centrale tra tecnologia e natura viene affrontato con sensibilità e intelligenza, senza scivolare nella banalità di un messaggio moralista.

La narrazione ci ricorda che l’adattamento non è solo una questione di sopravvivenza, ma anche di trasformazione interiore. Roz, una macchina programmata per eseguire ordini, si evolve fino a diventare un personaggio capace di amore e sacrificio, mostrando quanto possa essere umano anche il cuore di un robot. Il suo percorso è un racconto di crescita, scoperta e connessione: inizialmente considerata una minaccia dagli abitanti dell’isola, Roz impara ad ascoltare, comprendere e persino amare. La sua relazione con un piccolo di oca, Beccolustro, diventa il cuore pulsante della storia, mostrandoci come persino un robot possa scoprire un senso di appartenenza.

Visivamente, il film è un trionfo. Ogni scena è costruita con una cura maniacale per i dettagli, che rendono l’isola un personaggio vivo e pulsante. I panorami mozzafiato, dalle scogliere battute dal vento e dalle violente onde ai boschi rigogliosi, sono resi con un’animazione che mescola realismo e poesia. Ogni fotogramma sembra una finestra aperta su un mondo dove la natura è celebrata in tutta la sua maestosità e brutalità.

Ma ciò che rende “Il robot selvaggio” davvero speciale è la sua capacità di coniugare queste immagini spettacolari con una narrazione che tocca corde profonde. È una storia che parla di adattamento e accettazione, di come le differenze possano diventare una risorsa e non una barriera. Roz, nel suo viaggio, non solo sopravvive, ma cresce, imparando a essere più di ciò per cui era stata progettata.

La potenza del film sta nella sua semplicità: non c’è bisogno di dialoghi frenetici o di un’azione continua per catturare l’attenzione dello spettatore. È un’opera che si prende il suo tempo, che ti invita a osservare, a riflettere, a meravigliarti.

“Il robot selvaggio” non è solo un film d’animazione, ma un’esperienza sensoriale ed emotiva. Ti lascia con gli occhi pieni di bellezza e il cuore carico di domande. Un viaggio imperdibile per chiunque ami il cinema dove la fantasia sa osare e sorprendere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Che cosa è successo tra mio padre e tua madre?” di Billy Wilder

(USA/Italia, 1972)

Billy Wilder è uno di quei registi che ha saputo attraversare decenni e generi con la leggerezza di un ballerino e la precisione di un chirurgo. Nel 1972, con “Cosa è successo tra mio padre e tua madre?” (il cui titolo originale è “Avanti!” che è lo stesso della commedia teatrale firmata da Samuel A. Taylor a cui è ispirata la pellicola), realizza una commedia sofisticata e malinconica che, pur non avendo il successo di titoli come “A qualcuno piace caldo” o “L’appartamento“, brilla di una luce tutta sua.

La storia prende il via da una situazione tragicomica: Wendell Armbruster Jr., un uomo d’affari americano iperorganizzato e privo di fantasia (interpretato da un formidabile Jack Lemmon), vola sull’isola di Ischia per recuperare il corpo del padre, morto in un incidente d’auto. Ma Wendell scopre presto che il defunto genitore non era solo: con lui c’era l’amante, la madre della stravagante Pamela Piggott, una Juliet Mills deliziosamente imperfetta e irresistibile.

Da qui parte un’avventura che mescola il sarcasmo tipico di Wilder, il fascino del Mediterraneo e una riflessione amara sull’ipocrisia delle convenzioni sociali. Ischia, con il suo mare cristallino e i suoi ritmi rilassati, diventa lo specchio in cui Wendell e Pamela sono costretti a guardarsi e, in fondo, a riconoscersi.

Come sempre accade nei film di Wilder, i dialoghi sono una sinfonia di battute al vetriolo e osservazioni taglienti. La differenza culturale tra l’America puritana di Wendell e l’Europa passionale e disinibita è un tema centrale, trattato con un’ironia che non risparmia nessuno. Jack Lemmon, ormai collaboratore storico di Wilder, dà vita a un personaggio comicamente nevrotico, mentre Juliet Mills, con il suo personaggio insicuro ma vitale, riesce a rubargli la scena più di una volta.

Eppure, sotto la superficie brillante della commedia, c’è un cuore nostalgico e malinconico. Wilder ci parla del tempo che scorre, delle vite segrete che non osiamo vivere e di come, a volte, per ritrovarsi serva perdersi completamente. Certo, la durata del film è un po’ eccessiva, e alcune gag potrebbero apparire datate, ma questi sono dettagli che non intaccano la qualità complessiva dell’opera.

“Cosa è successo tra mio padre e tua madre?” è un film che invita a guardare oltre le apparenze, a ridere delle nostre rigide convinzioni e a lasciarci andare, almeno ogni tanto, al piacere di vivere. Non sarà tra le opere più celebrate di Billy Wilder, ma merita assolutamente una seconda visione, magari con una brezza marina e un bicchiere di vino bianco a portata di mano.

Un piccolo gioiello che brilla con discrezione, perfetto per chi cerca una commedia che sappia far sorridere e riflettere allo stesso tempo.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Strawberry Mansion – La casa di fragola” di Kentucker Audley e Albert Birney

(USA/Canada, 2021)

Alcuni film sembrano usciti direttamente dai nostri sogni più profondi, quelli che non ricordiamo mai del tutto al risveglio ma che ci lasciano addosso una sensazione dolceamara, come se avessimo attraversato un’altra dimensione. “Strawberry Mansion – La casa di fragola”, scritto e diretto da Kentucker Audley e Albert Birney, è esattamente questo: un sogno cinematografico che si muove tra il surreale e il malinconico, lasciando allo spettatore un senso di meraviglia e nostalgia.

Il film ci porta in un futuro distopico dove nemmeno i sogni sono al sicuro: vengono registrati, analizzati e tassati da un governo opprimente che trasforma persino i nostri desideri più intimi in un prodotto controllabile. James Preble, interpretato dallo stesso Audley, è un burocrate incaricato di esaminare i sogni dell’anziana Arabella Isadora, che vive isolata in una casa lontana dal tempo e dallo spazio. Ma nel momento in cui James entra nei mondi onirici di Arabella, il confine tra realtà e immaginazione si dissolve, trascinandolo in un viaggio di scoperta che è al contempo personale e universale.

Visivamente, il film è un’opera d’arte. Con un’estetica che richiama la genialità artigianale di Michel Gondry e la fantasia sfrenata di Terry Gilliam, ogni fotogramma di “Strawberry Mansion” sembra un collage creato con ritagli di sogni dimenticati: cieli rosa pastello, personaggi grotteschi che sembrano usciti da una fiaba oscura, animazioni a passo uno che aggiungono una nota nostalgica. Gli effetti visivi, pur semplici e volutamente low-tech, amplificano l’aspetto onirico e donano al film un’anima che molti blockbuster digitalmente perfetti non riescono nemmeno a sfiorare.

E proprio come nei sogni, la logica lascia il posto alle emozioni. Tra scheletri che ballano, creature bizzarre e paesaggi irreali, il film riesce a parlare di temi profondamente umani: l’amore, la memoria, la libertà e la lotta contro un sistema che vorrebbe trasformare anche l’immaginazione in una merce da vendere.

Le interpretazioni degli attori si fondono perfettamente con l’atmosfera eterea. Penny Fuller, nei panni dell’anziana Arabella, incarna una saggezza e una dolcezza che toccano il cuore, mentre Grace Glowicki, nella versione giovane del personaggio, regala una presenza delicata e sfuggente, come un ricordo che non si riesce a trattenere.

Certo, il film non è privo di difetti: il ritmo a tratti rallenta, e alcune sequenze sembrano indulgere troppo nell’estetica a scapito della narrazione. Ma è un piccolo prezzo da pagare per un’opera che riesce a catturare l’essenza dei sogni, con tutte le loro contraddizioni e la loro bellezza ineffabile.

“Strawberry Mansion” non è un film da guardare, ma da vivere, lasciandosi trasportare in un universo che sfida la logica per parlare direttamente al cuore. È un inno alla fantasia e alla libertà, e una delicata ribellione contro un mondo che troppo spesso dimentica quanto siano preziosi i nostri sogni.

Se amate il cinema che osa, che sa unire l’artigianalità della forma a una profondità emotiva autentica, questo film saprà conquistarvi. Perché, in fondo, chi di noi non ha mai desiderato abitare in una casa fatta di fragole?

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe

(Adelphi, 2002)

Quando un gigante del cinema come Billy Wilder si racconta, non è solo un viaggio nella sua carriera, ma un’immersione profonda nella storia della settima arte. Con “Conversazioni con Billy Wilder“, Cameron Crowe riesce nell’impresa titanica di restituire, con rispetto e passione, il pensiero e la personalità di uno dei registi e sceneggiatori più influenti di sempre.

Crowe, noto per il suo stile empatico, qui si trasforma in un interlocutore ideale: un regista di successo che non nasconde il suo amore per il lavoro di Wilder, ma che al tempo stesso si pone con curiosità e umiltà. Il libro è strutturato come un dialogo, ma non aspettatevi un semplice botta e risposta: è un flusso di idee, ricordi, aneddoti e lezioni di vita e di cinema che si intrecciano in modo naturale e mai didascalico.

Billy Wilder, con il suo inconfondibile spirito arguto, si apre come solo i veri maestri sanno fare. Non si limita a celebrare i suoi successi – che pure abbondano – ma condivide le sue riflessioni sul mestiere di scrivere e dirigere, sul rapporto con gli attori, e su quell’industria cinematografica che ha saputo piegare alle sue esigenze senza mai perdere la sua identità. Si va dai ricordi dei set di capolavori come “L’appartamento” e “A qualcuno piace caldo“, fino a considerazioni più generali sul valore della sceneggiatura come ossatura del cinema.

Quello che emerge non è solo il ritratto di un grande artista, ma anche di un uomo pragmatico, capace di cogliere le assurdità della vita con un’ironia che non lascia spazio al cinismo. La sua capacità di trasformare i limiti in opportunità e di raccontare storie universali con una semplicità solo apparente è una lezione preziosa non solo per chi vuole fare cinema, ma anche per chiunque voglia raccontare qualcosa sulla carta, sullo schermo o nella vita di tutti i giorni.

Delizioso, in questo senso, anche come il grande cineasta, di origini austriache, minimizzi il suo incontro con Sigmund Freud, avvenuto a Vienna quando lui era ancora un giovane giornalista.

Crowe riesce a bilanciare perfettamente la sua posizione di intervistatore: non cede mai alla tentazione di oscurare la figura di Wilder, ma nemmeno si limita a fare da spettatore. Le sue domande, mai banali, stimolano riflessioni che vanno al di là del cinema, toccando temi universali come il compromesso, la creatività e il rapporto tra autore e pubblico.

In un’epoca in cui il cinema viene spesso ridotto a formule e algoritmi, leggere le parole di Billy Wilder è come riscoprire il valore artigianale di un’arte che sa parlare al cuore e alla mente. “Conversazioni con Billy Wilder” non è solo un libro: è una lezione magistrale sul cinema e sulla vita.

Consigliato a chi ama il grande cinema, chi sogna di scrivere storie indimenticabili e a chi vuole capire come si possa affrontare la complessità del mondo con uno sguardo brillante e mai banale.

Un testo imprescindibile, da leggere e rileggere, come i film di Billy Wilder.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Non ci resta che vincere” di Javier Fesser

(Spagna, 2018)

Ci sono film che si ricordano per l’intrattenimento, altri per il messaggio che lasciano. “Non ci resta che vincere” di Javier Fesser riesce in entrambe le imprese, e lo fa con un’ironia tanto intelligente quanto affilata, capace di toccare le corde del cuore senza mai cadere nella retorica.

Il protagonista Marco Montes, interpretato magistralmente da Javier Gutiérrez, è lo stereotipo dell’uomo pieno di pregiudizi: arrogante, cinico, ossessionato dal successo personale e incapace di guardare oltre il proprio naso. Quando la vita lo costringe, per un provvedimento giudiziario, a diventare l’allenatore di una squadra di basket composta da persone con disabilità intellettive, Marco si ritrova catapultato in un mondo che non comprende e che inizialmente disprezza.

Ma il vero punto di forza di “Non ci resta che vincere” non sta tanto nella redenzione del protagonista – una parabola tutto sommato prevedibile – quanto nel feroce sberleffo che Fesser riserva a chi, come Marco, vive intrappolato nei propri pregiudizi. Ogni scena è un dito puntato contro chi, spesso anche inconsapevolmente, si crede “normale” o “superiore”. Il film non si limita a celebrare la diversità, ma si diverte a demolire, con sarcasmo pungente, l’ipocrisia e l’arroganza di chi non è capace di accettarla.

Il regista sceglie di affidare i ruoli dei giocatori a persone realmente affette da disabilità intellettive, regalando al film un’autenticità rara. E qui sta la magia: i veri protagonisti non sono mai vittime o macchiette, ma persone vere, con i loro sogni, difetti e qualità, che conquistano lo spettatore con la loro semplicità e umanità.

Dal punto di vista tecnico, Fesser alterna con grande maestria momenti di irresistibile comicità a scene di intensa emotività. La risata è sempre dietro l’angolo, ma non è mai gratuita: ogni battuta e ogni situazione sono studiate per ribaltare il punto di vista dello spettatore, costringendolo a interrogarsi sui propri pregiudizi.

“Non ci resta che vincere” è molto più di un omaggio alle persone con disabilità. È una satira spietata di una società che troppo spesso cerca di etichettare e categorizzare tutto ciò che non comprende. Con una delicatezza disarmante e un’ironia feroce, il film ci invita a riflettere su chi ha davvero il “problema”: coloro che sono considerati “diversi” o chi si crede superiore senza motivo?

Con questo film, Javier Fesser – che scrive la sceneggiatura assieme a David Marqués – ci ricorda che l’inclusione non è una concessione, ma un atto dovuto. E lo fa con una risata che, proprio come le migliori, nasce dal cuore e arriva al cervello. Non è un caso che nel 2023 Bobby Farrelly – fra i più graffianti cineasti contemporanei scagliati contro i pregiudizi vero le persone con disabilità – realizza “Campioni” (fedele al titolo originale spagnolo “Campeones”) il remake ambientato negli Stati Uniti con Woody Harrelson come protagonista.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni de “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“La stanza accanto” di Pedro Almodóvar

(Spagna/USA, 2024)

Ci sono registi capaci di raccontare i rapporti umani con una delicatezza disarmante, e poi c’è Pedro Almodóvar, che trasforma le relazioni più intime in opere d’arte universali. Con “La stanza accanto”, il maestro spagnolo ci regala una delle sue opere più struggenti e raffinate, grazie anche alle straordinarie interpretazioni di Tilda Swinton e Julianne Moore, che da sole valgono il prezzo del biglietto.

In un’atmosfera sospesa tra dolore, malinconia e poesia, il film ci trascina nella vita di due donne legate da un filo invisibile ma indissolubile. Almodóvar costruisce una narrazione fatta di silenzi eloquenti, sguardi carichi di tensione emotiva e dialoghi che scavano nell’anima, in un perfetto equilibrio tra il quotidiano e il metafisico. I riferimenti letterari, come quelli a “Gente di Dublino” di James Joyce, non sono solo citazioni colte, ma parte integrante di un racconto che si muove tra i confini sfumati di memoria, desiderio e rimpianto.

Tilda Swinton e Julianne Moore si confermano due giganti del cinema mondiale. La Swinton interpreta una donna rigida e controllata, il cui passato emerge a poco a poco, mentre la Moore dà vita a un personaggio fragile e struggente, capace di far affiorare le crepe nell’armatura dell’altra. Insieme, regalano momenti di pura magia cinematografica, con una sintonia che trasforma ogni scena condivisa in un piccolo capolavoro di recitazione.

A rendere il tutto ancora più indimenticabile è la fotografia di Eduard Grau, che omaggia in maniera straordinaria Edward Hopper. Gli interni, i giochi di luce e le inquadrature evocano i quadri del grande pittore americano, catturando una solitudine che diventa quasi tangibile. Ogni immagine è un’opera d’arte in sé, capace di raccontare ciò che le parole non possono dire.

Ma Almodóvar non si limita a creare un film visivamente perfetto. Con “La stanza accanto”, ci regala un’esperienza che va oltre il cinema, invitandoci a riflettere sulla natura umana, sulle scelte che ci definiscono e sul tempo che, implacabile, ci sfugge tra le dita. È un’opera che non offre risposte facili, ma ci lascia con domande che continuano a risuonare a lungo dopo i titoli di coda.

Nel cast da ricordare anche un bravo John Turturro. Fra i numerosi premi che questa pellicola ha già vinto in tutto il mondo, c’è anche il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Se amate il cinema che sa unire poesia e introspezione, questo film è una tappa obbligata. Perché, come Almodóvar ci ricorda, dietro ogni porta chiusa c’è una storia, e spesso quella storia è più simile alla nostra di quanto vorremmo ammettere.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni de “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Giungla d’asfalto” di John Huston

(USA, 1950)

Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma scolpiscono nel marmo le fondamenta di un genere. “Giungla d’asfalto“, diretto da John Huston e tratto dal romanzo “La giungla di asfalto” di William R. Burnett, è uno di questi. Un capolavoro del noir che, grazie a una trama impeccabile e a uno splendido bianco e nero, riesce ancora oggi a catturare e sedurre lo spettatore.

La pellicola segue un gruppo di criminali, tutti caratterizzati con straordinaria profondità psicologica, uniti dalla comune ambizione di mettere a segno il colpo perfetto: una rapina in una grande gioielleria di lusso. Ma come vuole la regola aurea del noir, la perfezione è un’illusione, e l’avidità, la debolezza e il destino si accaniscono su di loro fino a trascinarli in un vortice senza scampo.

La regia di Huston è pura maestria: con un ritmo impeccabile e un occhio clinico per i dettagli, costruisce un’atmosfera densa e spietata. Ogni inquadratura parla, grazie alla fotografia in bianco e nero di Harold Rosson che non è solo un esercizio stilistico, ma un elemento narrativo fondamentale. Le ombre taglienti e i chiaroscuri sottolineano il contrasto tra speranza e disperazione, tra sogno e fallimento, tra luce e buio.

I personaggi, complessi e magnetici, sono interpretati da un cast stellare. Sterling Hayden è perfetto nei panni di Dix Handley, il ladro tormentato dai ricordi di un passato rurale ormai perduto per sempre. Sam Jaffe, nei panni del dottor Riedenschneider, il cervello del colpo, offre una performance tanto misurata quanto ipnotica. E poi c’è lei: Marilyn Monroe, al suo primo ruolo importante, che con poche scene lascia già intuire il carisma e il fascino che la renderanno immortale.

L’aspetto più affascinante del film è la sua totale assenza di moralismo. Huston, fedele allo spirito del romanzo di Burnett, non giudica i suoi personaggi, ma li osserva con uno sguardo lucido e compassionevole. “Giungla d’asfalto” è una tragedia moderna, in cui non c’è spazio per eroi o lieti fine, ma solo per la crudele realtà delle conseguenze.

Rivederlo oggi è un’esperienza unica: non solo per la bellezza visiva del bianco e nero, ma anche per la sua capacità di raccontare l’essenza dell’essere umano, con tutte le sue contraddizioni. Huston ha realizzato un’opera che va oltre il cinema di genere, trasformandola in una meditazione amara e profonda sulla fragilità dei sogni e sull’inevitabilità del fallimento che spesso i più ambiti portano nella loro stessa essenza.


Con “Giungla d’asfalto“, il grande cineasta americano – che scrive la sceneggiatura insieme a Ben Maddow – ha consegnato al cinema un gioiello immortale, capace di incantare per la sua estetica e di commuovere per la sua inesorabile umanità. Un film da vedere e rivedere, per capire cos’è davvero il noir.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni de “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Il mondo nuovo” di Ettore Scola

(Francia/Italia, 1982)

Ettore Scola, con “Il mondo nuovo”, ci consegna un capolavoro intellettuale e malinconico, frutto di una sceneggiatura profondamente meditata, scritta dallo stesso regista insieme a Sergio Amidei, a cui il film è dedicato. L’ispirazione principale viene dal romanzo “La Nuit de Varennes ou l’Impossibile n’est pas français” di Catherine Rihoit, che ricostruisce la notte della fallita fuga del re Luigi XVI e di Maria Antonietta.

Scola e Amidei, però, vanno ben oltre la mera ricostruzione storica, trasformando quella vicenda in una potente metafora della fuga del re Vittorio Emanuele III dall’Italia devastata dalla Seconda guerra mondiale. Attraverso dialoghi carichi di ironia e tragedia, emerge un sottotesto che riecheggia il senso di abbandono e decadenza che segnò l’Italia del 1943, quando la monarchia si ritirò di fronte al collasso del Paese.

La sceneggiatura si distingue per il suo equilibrio tra momenti di grande intensità drammatica e accenti più leggeri, affidati spesso al cast corale. Marcello Mastroianni, nei panni di un malinconico e rassegnato Giacomo Casanova, si muove come un testimone ironico e distaccato, incarnando lo spirito disilluso dell’epoca.


Accanto a lui Jean-Louis Barrault nei panni del giornalista e scrittore Nicolas Edmé Restif de la Bretonne, Hanna Schygulla in quelli della contessa Sophie de la Borde (amica d’infanzia e cortigiana di Maria Antonietta), e Harvey Keitel che impersona Thomas Paine (uno dei padri fondatori degli Stati Uniti), arricchiscono il film con interpretazioni che rendono palpabile il clima di fine di un mondo.

Il viaggio notturno verso Varennes – dove il re venne arrestato dai suoi cittadini per poi essere riportato a Parigi dove venne processato e poi giustiziato – diventa così un’allegoria: non solo della caduta di una classe sociale, ma di tutti i poteri incapaci di leggere i cambiamenti epocali in atto. La carrozza, chiusa e quasi claustrofobica, rappresenta una bolla di privilegio che si scontra con il corso della storia, simboleggiato dal popolo che inizia a reclamare il proprio ruolo.

Scola e Amidei intrecciano con maestria la riflessione storica con quella universale, riuscendo a rendere attuale una vicenda del passato. Il mondo nuovo non è solo un film, ma una lezione di cinema e storia, un’opera che invita a riflettere su come il potere, spesso, fugga piuttosto che affrontare le proprie responsabilità.

Per la chicca: delizioso cameo del grande Enzo Jannacci nei panni del saltimbanco che racconta la storia del film.


Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Diabolik” di Mario Bava

(Italia/Francia, 1968)

Ci sono registi che, pur lavorando con mezzi limitati, riescono a trasformare ogni scena in un’opera d’arte, spingendo i confini del possibile con l’immaginazione e l’ingegno. Mario Bava è senza dubbio uno di questi, e il suo Diabolik del 1968 è la prova tangibile del suo straordinario talento visionario.

Adattare un fenomeno di culto come il fumetto di Diabolik, nato dalla brillante intuizione delle sorelle Angela e Luciana Giussani, era una sfida tutt’altro che semplice. Bava, però, non si limita a tradurre le vignette sul grande schermo: le reinventa, le rielabora, le immerge in un universo visivo ipnotico che, ancora oggi, lascia a bocca aperta, trasformando ogni scena in un tripudio di colori e forme, costruendo un mondo che sembra uscito da un sogno a occhi aperti.

Bava riesce a catturare il fascino oscuro del personaggio senza snaturarlo, regalandoci un Diabolik che è tanto affascinante quanto inquietante, un eroe-antieroe che non cerca mai di piacere, ma che ci conquista comunque. E poi c’è lui, John Phillip Law, perfetto nel ruolo del glaciale Diabolik. Con quello sguardo magnetico e i suoi movimenti felini, incarna alla perfezione il ladro mascherato che ha conquistato generazioni di lettori. Al suo fianco, Marisa Mell è un’Eva Kant impeccabile: seducente, elegante e, soprattutto, complice perfetta del nostro antieroe. Il loro rapporto, basato su un’intesa assoluta, è uno degli elementi più riusciti del film.

Un insolito Michel Piccoli veste i panni dell’ispettore Ginko, doppiato da un grande e volitivo Gigi Proietti. Nel cast, anche se in ruoli secondari che però sanno rendere davvero indimenticabili: Adolfo Celi, Claudio Gora, Renzo Palmer e Terry Thomas.

Il film si muove tra scenografie pop e psichedeliche, con un uso magistrale dei colori saturi e dei contrasti. Ogni inquadratura è studiata nei minimi dettagli, ogni movimento della macchina da presa è pensato per amplificare la sensazione di trovarsi dentro una vignetta vivente. Ma la vera magia sta nel fatto che tutto questo non sembra mai artificioso: è naturale, fluido, coinvolgente.

Ma un’opera come questa non sarebbe completa senza la colonna sonora di Ennio Morricone. Le sue musiche accompagnano ogni scena con una precisione millimetrica, sottolineando i momenti di tensione, azione e ironia. È un matrimonio perfetto tra suono e immagine, che rende il film ancora più affascinante.

Guardare Diabolik oggi significa immergersi in un’esperienza visiva che non ha perso nulla del suo fascino. È un viaggio nell’immaginazione di Mario Bava, un regista che ha saputo anticipare i tempi e dimostrare che la vera arte non ha bisogno di grandi budget, ma solo di una visione chiara e coraggiosa.

Un film imprescindibile per chiunque ami il cinema e la capacità di osare di chi sa trasformare una storia in mito.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.