“Yuppi Du” di Adriano Celentano

(Italia, 1974)

Ci sono film che, pur essendo figli del loro tempo, riescono a trascendere le mode e le convenzioni, e “Yuppi Du” di Adriano Celentano è uno di questi. Un’opera che non si limita a essere un semplice film, ma si propone come una dichiarazione d’intenti: l’arte può e deve essere libera, anche a costo di risultare spiazzante o incomprensibile.

Celentano, nel 1974, era già un artista poliedrico e controcorrente. Con “Yuppi Du” decide di sperimentare, sfidando il cinema tradizionale con un mix di musical, commedia surreale e dramma. La trama, se così vogliamo chiamarla, segue Felice Della Pietà – lo stesso Celentano – un uomo povero ma pieno di vitalità, che scopre che la sua prima moglie Silvia (Charlotte Rampling), creduta morta, è in realtà viva. Un pretesto narrativo che Celentano usa per esplorare temi universali come l’amore, la povertà in cui è immerso il proletariato che sogna di ascendere alla borghesia e il senso di alienazione in una società sempre più spersonalizzante.

Ciò che rende “Yuppi Du” memorabile è la sua estetica visiva e musicale. Celentano, sceneggiatore (assieme a Miki del Prete e Alberto Silvestri) regista e compositore, gioca con le immagini e con i suoni, creando una dimensione onirica in cui la realtà si mescola al sogno. Le scene musicali, cuore pulsante del film, sono dei piccoli capolavori a sé stanti, dove la musica – davvero indimenticabile – non solo accompagna la storia, ma ne diventa parte integrante.

Ma proprio questa libertà creativa può risultare disorientante. Chi si aspetta una trama lineare o una narrazione classica potrebbe trovarsi spiazzato di fronte a un film che sembra seguire le regole di una logica tutta sua. “Yuppi Du” non vuole piacere a tutti, e in questo risiede la sua forza ma anche la sua debolezza.

Celentano, da attore, regala un’interpretazione magnetica, mentre Claudia Mori (nel ruolo di Adelaide la sua nuova compagna) offre un’ottima prova, aggiungendo una carica emotiva che dona profondità al film. Ma, al di là delle performance, “Yuppi Du” è una celebrazione del genio creativo di Celentano: un’opera che anticipa il videoclip musicale e che sfida lo spettatore a lasciarsi trasportare senza cercare risposte immediate.

A distanza di cinquant’anni, “Yuppi Du” rimane un film divisivo. Per alcuni è un capolavoro visionario, per altri un esercizio di stile gratuito e autoreferenziale. Io credo che, al di là dei giudizi, sia un’opera che merita di essere vista almeno una volta nella vita, perché rappresenta un raro esempio di cinema italiano libero da qualsiasi compromesso.

Un film che non si limita a raccontare una storia, ma prova a reinventare il modo in cui il cinema può parlare al pubblico. Unico, imperfetto e irripetibile, nonostante alcune gag o battute figlie troppo di una comicità superficiale, discriminante e rozza.

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“Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger

(USA, 1959)

“Anatomia di un omicidio” rappresenta un capolavoro cinematografico che supera i confini del tradizionale film giudiziario – o courtroom drama – trasformandosi in una profonda indagine psicologica e sociale. La pellicola, con la sua straordinaria capacità di analisi, scardinava nel 1959 i consolidati pregiudizi sulla violenza di genere e sul funzionamento della giustizia.

La regia di Preminger costruisce una narrazione complessa dove nulla è scontato: il processo diventa uno specchio lucido delle contraddizioni sociali, con l’avvocato Paul Biegler (James Stewart) che disseziona con precisione chirurgica ogni aspetto del caso. La vicenda ruota attorno allo stupro di Laura Manion (Lee Remick) e all’omicidio del suo presunto aggressore, tracciando un affresco impietoso dei meccanismi giudiziari.

Il processo diventa una vera e propria analisi critica dei meccanismi culturali che tendono a colpevolizzare la vittima: l’abbigliamento di Laura e i suoi atteggiamenti vengono sottoposti a un processo morale tanto quanto l’imputato per l’omicidio, suo marito Frederick Manion (Ben Gazzara).

La rappresentazione della violenza sessuale è rivoluzionaria: Laura non è né una santa né una dannata, ma una donna con le sue contraddizioni, che rifiuta di essere etichettata o ridotta a stereotipo. L’avvocato difensore Biegler utilizza una strategia difensiva che mette in discussione non solo i fatti, ma l’intera costruzione sociale intorno al concetto di stupro, dimostrando come il sistema giuridico dell’epoca fosse profondamente discriminatorio, costringendo la vittima a una seconda violenza “processuale”.

La pellicola – basata sul romanzo di Robert Traver pubblicato nel 1958 – sovverte continuamente le aspettative: le vittime non sono archetipi astratti ma esseri umani complessi, i colpevoli non sono mostri ma individui sfaccettati. Preminger rifiuta qualsiasi moralismo superficiale, costringendo lo spettatore a confrontarsi con la difficile ambiguità della condizione umana. Così, anche il pubblico ministero Claude Dancer (interpretato in maniera superba e tagliente da una bravissimo George C. Scott) mostra luci e ombre sulla sua etica e sui mezzi che vuole usare pur di vincere.

La musica di Duke Ellington non è un semplice accompagnamento, ma un vero e proprio commento sonoro che arricchisce la narrazione, introducendo sfumature di libertà interpretativa nel rigido contesto processuale. Il suo jazz diventa metafora di una verità mai definitiva, sempre in movimento.

Per la chicca: a vestire i panni del giudice che presiede il processo è il vero avvocato Joseph N. Welch che divenne famoso qualche anno prima per aver difeso numerose vittime del cosiddetto maccartismo e che durante una delle sedute presso il Senato degli Stati Uniti, zittì lo stesso senatore McCarthy.

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“Look Back” di Kiyotaka Oshiyama

(Giappone, 2024)

E’ disponibile in streaming “Look Back”, l’atteso adattamento animato dell’omonimo one-shot manga di Tatsuki Fujimoto del 2021, e diretto da Kiyotaka Oshiyama. Un’opera che fin dal suo annuncio ha attirato l’attenzione degli appassionati, vista la forza narrativa del materiale di partenza e il prestigio dello studio d’animazione Science SARU, a cui ha collaborato anche lo Studio Ponoc.

Fujino è una giovane studentessa delle elementari che si è guadagnata una piccola notorietà locale grazie ai suoi manga pubblicati sul giornalino scolastico. La sua routine viene sconvolta dall’incontro con Kyomoto, una ragazza solitaria che vive reclusa nella sua stanza, ma dotata di un talento artistico straordinario. Le due iniziano una collaborazione che cambierà per sempre le loro vite, in un intreccio di rivalità artistica ma anche di profonda connessione emotiva, ma…

Oshiyama trasforma il manga di Fujimoto in un’opera visivamente ipnotica, dove ogni pennellata e ogni tratto di matita delle protagoniste viene reso con una fluidità che rapisce lo sguardo. La macchina da presa si muove con grazia tra le pagine dei manga delle protagoniste, trasformando l’atto del disegnare in una danza visiva che cattura perfettamente l’ossessione creativa delle due giovani artiste.

Come molta della produzione di Fujimoto, anche quest’opera è intrisa di una profonda riflessione sulla natura effimera dell’esistenza e sul ruolo dell’arte come strumento di connessione umana. La regia di Oshiyama enfatizza questi temi attraverso un sapiente uso delle inquadrature, alternando momenti di intima quotidianità a sequenze più sperimentali che esplodono sullo schermo nei momenti emotivamente più intensi.

Per aumentare il senso di intimità della narrazione, il regista sceglie di concentrarsi quasi esclusivamente sulle due protagoniste, relegando gli altri personaggi a presenze fugaci che attraversano lo schermo come ombre. Una scelta che rende ancora più intensa e soffocante l’esplorazione del rapporto tra Fujino e Kyomoto, trasformando il loro legame artistico in una sorta di danza a due che oscilla continuamente tra ammirazione e competizione.

La colonna sonora accompagna con delicatezza questa esplorazione dell’animo umano, sapendo quando farsi sentire e quando invece lasciare che sia il silenzio a parlare. Un silenzio che in certi momenti diventa assordante, soprattutto nelle scene che precedono i punti di svolta narrativi più importanti.

“Look Back” si rivela così non solo un magnifico adattamento del manga originale, ma un’opera che riesce a trascendere il medium animato per diventare una riflessione universale sul significato dell’arte e delle relazioni umane. Un film che conferma ancora una volta come l’animazione giapponese sia capace di affrontare temi profondi con una maturità e una sensibilità rare.

Questo mediometraggio che sfiora i 60 minuti è un’opera destinata a lasciare il segno nella storia dell’animazione contemporanea, e non solo.

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“Il grande sonno” di Howard Hawks

(USA, 1946)

Mi sono sempre chiesto cosa renda immortale un film noir. Forse è quella particolare alchimia tra luci e ombre, quel modo di raccontare storie sporche con un’eleganza quasi poetica. “Il Grande Sonno” di Howard Hawks è esattamente questo: poesia nera distillata in celluloide.

Confesso di aver rivisto questo capolavoro del 1946 almeno una dozzina di volte. E ogni volta, come un buon whisky invecchiato – anche se io non sono un appassionato di superalcolici a differenza dello stesso Marlowe… – rivela sfumature diverse, note nascoste che prima mi erano sfuggite. La Los Angeles di Hawks – che si ispira a quella dell’omonimo romanzo che Raymond Chandler pubblicò nel 1939 – è un palcoscenico dove si muovono figure che sembrano uscite dai romanzi che tutti vorrebbero scrivere: uomini stanchi ma incorruttibili, donne pericolose come lame affilate.

Humphrey Bogart è Philip Marlowe, e secondo me nessuno potrà mai interpretarlo meglio. Il suo Marlowe non è solo un detective: è l’ultima incarnazione del cavaliere errante, che si muove per le strade buie della città come un moderno Don Chisciotte in impermeabile. La sua spada è una Colt, il suo scudo un’ironia tagliente che ferisce più di qualsiasi proiettile. E come si sfiora il lobo dell’orecchio destro quando riflette, rimane una delle cose più iconiche della Hollywood in bianco e nero.

E poi c’è lei, Lauren Bacall. La sua Vivian Rutledge è come un cocktail pericoloso: non sai mai se ti salverà o ti ucciderà, ma non puoi fare a meno di berlo fino in fondo. La chimica tra lei e Bogart, dalla vita reale brucia direttamente lo schermo come una sigaretta dimenticata su un tavolo di mogano.

La trama? Complessa, intricata, a tratti quasi incomprensibile – si dice che persino William Faulkner, che collaborò alla sceneggiatura e che tre anni dopo la realizzazione di questa pellicola vincerà il Nobel per la Letteratura, non riuscisse a capire chi avesse ucciso chi. Ma non importa, davvero. Quello che conta è l’atmosfera, quel senso di caduta inevitabile in un mondo corrotto dove l’unica redenzione possibile sta nel mantenere la propria integrità.

Hawks orchestra tutto questo come un maestro nell’ombra. Ogni inquadratura è un dipinto in chiaroscuro, ogni dialogo una schermaglia verbale che nasconde significati più profondi. Le sue strade notturne grondano di pioggia e di segreti, i suoi interni sono gabbie dorate dove si consumano tradimenti e feroci vendette.

Da scrittore, non posso fare a meno di ammirare la costruzione dei dialoghi. Sono affilati come rasoi, carichi di doppi sensi e di una tensione erotica che la censura dell’epoca non poteva toccare. È il tipo di scrittura che dice tutto senza mai dire nulla esplicitamente.

“Il Grande Sonno” non è solo un film noir: è una lezione di stile, un manuale di scrittura cinematografica, un esempio di come si possa trasformare la degradazione morale in arte pura. È il tipo di film che ti fa venire voglia di scrivere, di creare personaggi che camminano sul filo del rasoio tra redenzione e dannazione.

E mentre lo riguardo, per l’ennesima volta, nel silenzio del mio studio, non posso fare a meno di pensare che forse è questo il vero grande sonno: quello della nostra coscienza di fronte al male. Un sonno da cui solo figure come Philip Marlowe possono provare a svegliarci.

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“L’inafferrabile signor Jordan” di Alexander Hall

(USA, 1941)

Se c’è un film che rappresenta perfettamente l’arte della commedia fantastica degli anni ’40, quello è “L’inafferrabile signor Jordan” di Alexander Hall. Uscito nel 1941 e tratto dalla commedia teatrale “Heaven Can Wait” di Harry Segall, questo piccolo gioiello cinematografico riesce a fondere umorismo leggero, romanticismo e una riflessione sottile su temi profondi come la vita e la morte, il tutto senza mai perdere il tono spensierato e divertente tipico delle commedie dell’epoca.

Protagonista della vicenda è Joe Pendleton, un pugile di buon cuore interpretato da Robert Montgomery. Per un errore del suo angelo custode (Edward Everett Horton, caratterista fra i preferiti del grande Ernst Lubitsch), Joe viene “prelevato” troppo presto dall’aldilà, nonostante non fosse il momento giusto per lasciare il mondo terreno. Da qui, prende il via una serie di situazioni surreali, con il Signor Jordan, interpretato da uno straordinario Claude Rains, che cerca di rimediare all’errore trovando un nuovo corpo per Joe, affinché possa continuare a vivere e realizzare il suo sogno di diventare campione del mondo dei pesi massimi.

Montgomery è perfetto nel ruolo di Joe: il suo pugile è un uomo semplice, sincero, ma anche determinato e pronto a tutto pur di ottenere ciò che desidera. È impossibile non simpatizzare con lui, mentre si trova catapultato in un mondo che non comprende, dove la logica terrena si scontra con le regole dell’aldilà. Claude Rains, con la sua eleganza e il suo fascino britannico, è il perfetto contraltare a Montgomery: il suo Signor Jordan è saggio, pacato e vagamente ironico, capace di gestire le anime con disinvoltura, ma anche con una punta di compassione per le loro vicende terrene.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è proprio il modo in cui Hall tratta il tema della morte. L’aldilà non è un luogo spaventoso o oscuro, ma una sorta di dimensione parallela dove l’anima trova una guida nel Signor Jordan. Il tono è sempre leggero, eppure c’è una malinconia sottile che attraversa tutta la vicenda, specialmente quando Joe si rende conto di quanto sia preziosa la vita e quanto sia importante vivere appieno ogni momento.

Dal punto di vista registico, Alexander Hall non ha bisogno di effetti speciali spettacolari per rappresentare il passaggio tra la vita e la morte. Tutto è reso con un’eleganza sobria, lasciando che siano gli attori e i dialoghi a creare la magia. E in questo sta la forza del film: non servono grandi artifici per raccontare una storia così umana e universale.

“L’inafferrabile signor Jordan” è uno di quei film che, pur datati, conservano una freschezza e una capacità di coinvolgere che lo rendono un classico intramontabile. Il suo umorismo garbato, la sua leggerezza e la sua riflessione sui temi del destino e della seconda possibilità ne fanno una pellicola che merita di essere riscoperta.

Una commedia che, nonostante gli oltre ottant’anni trascorsi dalla sua uscita, continua a far sorridere e riflettere, dimostrando che le storie ben raccontate, anche se calate in un contesto fantastico, hanno il potere di parlare al cuore di ogni spettatore. Un piccolo capolavoro da vedere o rivedere per chi ama le storie senza tempo.

Nel 1978 Warren Beatty, assieme a Buck Henry, dirige il remake che anche nel nostro Paese prende il titolo originale della commedia: “Il paradiso può attendere”. Scritto dallo stesso Beatty assieme ad Elaine May, nel cast spiccano lo stesso regista nei panni di Joe Pendleton – che però è un giocatore di football e non un boxer -, James Mason che impersona il signor Jordan e Julie Christie.

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“Il mistero di Sleepy Hollow” di Tim Burton

(USA, 1999)

Quando si pensa a Tim Burton, il pensiero va immediatamente a un mondo fatto di atmosfere gotiche, personaggi stralunati e scenografie che sembrano provenire direttamente da un incubo. E con “Il mistero di Sleepy Hollow”, il regista statunitense non fa eccezione, portando sul grande schermo una rivisitazione personale e affascinante della celebre novella “La leggenda di Sleepy Hollow” di Washington Irving, fra i pilastri fondanti della cultura americana.

Il film, ambientato alla fine del Settecento, segue le indagini di Ichabod Crane, un investigatore proveniente dalla città di New York e interpretato da Johnny Depp, inviato nel villaggio di Sleepy Hollow per fare luce su una serie di omicidi cruenti e misteriosi. La leggenda locale parla di un terribile Cavaliere senza testa che terrorizza il villaggio, e Ichabod, con il suo spirito scientifico e razionalista, si trova presto a dover fare i conti con una realtà molto più oscura e pericolosa di quanto si aspettasse.

Dal punto di vista visivo, Burton è come sempre impeccabile. Ogni fotogramma è un capolavoro di composizione, con colori desaturati e un uso sapiente delle ombre che creano un’atmosfera sinistra e onirica. Il villaggio di Sleepy Hollow sembra un luogo sospeso nel tempo, intrappolato in una nebbia eterna, popolato da figure che sembrano uscite da un incubo, e non si può non apprezzare la cura maniacale con cui il regista costruisce questo mondo.

Johnny Depp, con la sua tipica vena eccentrica, dà vita a un Ichabod Crane un po’ goffo, ma al tempo stesso intelligente e determinato, un personaggio che si muove con difficoltà tra il mondo della scienza e quello della superstizione. Il suo viaggio nel cuore oscuro del villaggio lo costringe a mettere in discussione le sue convinzioni più profonde, in una sorta di metafora dell’eterna lotta tra ragione e irrazionalità, tipica della poetica burtoniana. Lo stesso Depp, in una intervista, ha dichiarato di essersi ispirato a tre grandi attori per incarnare il detective: Roddy McDowall, Angela Lansbury e Basil Rahtbone.

Se il primo è stato uno dei più famosi caratteristi americani del grande e del piccolo schermo a partire dagli anni Quaranta e fino alla sua morte avvenuta nel 1998, gli altri due hanno impersonato, con grande successo, per la televisione Lansbury e per il cinema Rathbone, due fra i più iconici investigatori di sempre: Jessica Fletcher e Sherlock Holmes.

Non si può poi non menzionare il Cavaliere senza testa, interpretato con grande carisma da Christopher Walken, che, pur apparendo relativamente poco, lascia un’impronta indelebile. La sua figura, così come rappresentata nel film, è al contempo minacciosa e tragica, incarnando perfettamente il concetto di vendetta che non conosce pace. Come lo stesso Walken ha ricordato in più di un’occasione, in questa pellicola, nonostante la lunga carriera, ha girato la sua prima scena con un bacio …molto particolare, ma sempre bacio.

Tuttavia, nonostante la magnificenza visiva e le performance attoriali di alto livello, la sceneggiatura a volte sembra cedere il passo all’estetica, rallentando forse il ritmo e privando la trama, a tratti, di quella ficcante tensione narrativa che ci si aspetterebbe da un thriller gotico.

Ma queste piccole imperfezioni non tolgono nulla al valore complessivo dell’opera. “Il mistero di Sleepy Hollow” rimane uno dei film più rappresentativi della filmografia di Tim Burton, un racconto oscuro che mescola sapientemente horror e ironia, con un occhio sempre attento alla dimensione visiva. È un film che non si dimentica facilmente, capace di trasportare lo spettatore in un mondo lontano e misterioso, dove la linea tra il sogno e l’incubo è labile, e dove l’oscurità sembra avere sempre l’ultima parola.

Un’opera da vedere e rivedere, soprattutto per chi ama perdersi nelle atmosfere gotiche e nelle inquietudini che Tim Burton sa così bene rappresentare.

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“Infedelmente tua” di Preston Sturges

(USA, 1948)

Quando si parla di Preston Sturges, si tocca una delle vette più alte della commedia americana del cinema classico perché, non a caso, è stato il primo grande sceneggiatore di Hollywood a passare direttamente dietro la macchina da presa. Con il suo stile inconfondibile, caratterizzato da dialoghi brillanti, personaggi esuberanti e trame che oscillano tra il comico e il surreale, Sturges ha firmato alcune delle pellicole più originali e spiazzanti degli anni Quaranta. E “Infedelmente tua”, realizzato nel 1948, non fa eccezione.

Il film racconta la storia di Alfred de Carter, un celebre direttore d’orchestra inglese interpretato da un magnifico Rex Harrison, che si trova travolto da una gelosia devastante verso la giovane e affascinante moglie Daphne (Linda Darnell). Il tarlo della gelosia nasce da un sospetto instillato da un investigatore privato, ma la grande trovata di Sturges sta nel trasformare questo classico spunto drammatico in una commedia sofisticata e a tratti geniale.

Alfred, durante un’esecuzione musicale, inizia a fantasticare su tre diversi modi di vendicarsi della presunta infedeltà della moglie. Ogni fantasia si sviluppa durante l’esecuzione di un pezzo musicale, e qui Sturges mostra tutto il suo talento nel fondere immaginazione e realtà, trasformando la musica in un pretesto per svelare la follia dei pensieri del protagonista. Harrison, con la sua eleganza innata e il suo sottile umorismo britannico, è perfetto nel dare vita a un uomo che si destreggia tra il contegno formale e l’assurdità dei suoi piani vendicativi.

Ma come spesso accade nelle commedie di Sturges, niente va come previsto. Ogni piano ideato da Alfred si rivela un disastro totale, esponendo la goffaggine della natura umana e ridicolizzando l’ossessione della gelosia. Ed è proprio questo l’aspetto più affascinante del film: sotto la patina di commedia leggera si nasconde una riflessione più profonda sui limiti dell’immaginazione e sulle trappole mentali in cui spesso ci cacciamo.

Nonostante il film non ebbe un grande successo al botteghino alla sua uscita, “Infedelmente tua” è una delle opere più raffinate e sottili di Sturges. Il suo humor nero e il suo modo di giocare con le aspettative dello spettatore lo rendono ancora oggi una commedia che, per chi ama il genere, merita di essere riscoperta.

Rex Harrison, che poi avrebbe vinto l’Oscar per la sua interpretazione in “My Fair Lady” di George Cukor, dimostra qui tutta la sua classe, passando con disinvoltura da momenti di intensa gravità a situazioni di puro slapstick. E Linda Darnell, con il suo fascino enigmatico, aggiunge una dimensione ulteriore al mistero che circonda la sua presunta infedeltà.

“Infedelmente tua” è una di quelle pellicole che non ti aspetti: una commedia brillante e sofisticata che, sotto la superficie, racconta con intelligenza e umorismo la fragilità delle relazioni umane. Sturges, ancora una volta, riesce a orchestrare una sinfonia perfetta di risate e riflessioni.

Un film da vedere e apprezzare, soprattutto per chi è alla ricerca di una commedia che non si limita a far sorridere, ma che sa anche far pensare.

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 “Ombre e nebbia” di Woody Allen

(USA, 1991)

Con “Ombre e nebbia” Woody Allen ci porta in un territorio inusuale per il suo stile, ma non per il suo spirito irrequieto e curioso. Questo film del 1991, girato interamente in un bianco e nero meravigliosamente espressionista, è una sorta di omaggio al genio di Franz Kafka e al cinema muto, ai thriller noir degli anni ’30 e a quel mondo visionario che registi come Fritz Lang e Friedrich Wilhelm Murnau hanno saputo creare. Per girarlo, la produzione ha realizzato un set di oltre 2.000 metri quadrati, uno dei più grandi mai creati a New York.

Tratto dal racconto “Morte” che lo stesso Allen pubblicò nel 1972 nella raccolta “Citarsi addosso” – poi ripubblicata nel nostro Paese col titolo “Senza piume” nel 2023 – la trama del film segue Kleinman, interpretato dallo stesso Allen, un uomo qualsiasi che si trova, suo malgrado, coinvolto in una caccia a un misterioso assassino che terrorizza una città avvolta dalla nebbia. Sembra quasi una fiaba, ma di quelle oscure, dove il protagonista si muove senza una vera direzione, perso in un mondo popolato da figure eccentriche, tutte in qualche modo distaccate dalla realtà. La caccia all’assassino, in fondo, è solo una scusa per esplorare i grandi temi che Allen ama affrontare: la paura, l’incertezza, il significato (…o la mancanza di significato) dell’esistenza.

L’atmosfera onirica è resa perfettamente grazie a una regia che non ha paura di prendersi i suoi tempi e un cast di altissimo livello: oltre a Mia Farrow, ci sono John Malkovich, Jodie Foster, Kathy Bates, John C. Reilly, Madonna e tanti altri come John Cusack, che poi interpreterà il delizioso “Pallottole su Broadway” diretto dallo stesso Allen nel 1995. Ognuno dei personaggi interpreta una piccola parte di questo strano mosaico umano. Ciascuno è alla ricerca di qualcosa, e come spesso accade nei film di Allen, alla fine non trovano molto, se non ulteriori domande.

“Ombre e nebbia” è un film che non offre risposte semplici né confortanti. È un’opera che ti lascia con la sensazione che tutto sia effimero e fugace, come la nebbia che copre e scopre le strade della città senza nome, fotografata superbamente da Carlo Di Palma. Allen non ci risparmia il suo umorismo sottile e intellettuale, ma qui è più cupo, quasi cinico, come se volesse ricordarci che la vita, alla fine, è solo una lunga serie di tentativi di sfuggire alle nostre paure.

Non è un film facile o convenzionale. Chi ama il Woody Allen più leggero e spensierato, quello delle commedie romantiche o dei dialoghi fulminanti, potrebbe trovare questo lavoro troppo distante dai suoi gusti. Ma per chi è disposto a seguire Allen in questa incursione nel crepuscolo, “Ombre e nebbia” è un’esperienza affascinante, che riflette sul cinema, sulla filosofia e sulla nostra fragile condizione umana.

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“La voce della tortora” di Irving Rapper

(USA, 1948)

Tratto dall’omonima commedia teatrale di John Van Druten (i cui diritti la produzione, visto il successo a Broadway, pagò ben 500.000 dollari) “La voce della tortora”, diretto da Irving Rapper, è una leggera e piacevole commedia romantica che si inserisce perfettamente nella Hollywood del dopoguerra. Con protagonisti Eleanor Parker e Ronald Reagan, il film riesce a intrattenere e divertire, ma è Eve Arden a rubare la scena con una performance brillante e irresistibile.

New York, 1945, la guerra in Europa, come l’inverno, sembra non finire più. Sally Middleton (Eleanor Parker), un’attrice di New York delusa dall’amore, accetta di ospitare per un weekend il sergente Bill Page (Ronald Reagan), rimasto senza appuntamento dopo essere stato scaricato all’ultimo minuto da Olive, amica e collega di palcoscenico della stessa Sally. Tra incomprensioni, battute romantiche e momenti di tenerezza, il legame tra i due protagonisti cresce lentamente, ma ciò che realmente dà al film la sua energia è la presenza di Eve Arden nei panni di Olive Lashbrooke, l’amica sarcastica e cinica della protagonista.

Arden, con il suo inimitabile tempismo comico, riesce a far risaltare ogni battuta che le viene affidata. Il suo personaggio è la perfetta incarnazione della sagacia disincantata: ogni suo commento è una freccia lanciata con precisione contro le ingenuità romantiche di Sally e le goffaggini di Bill. È lei, con il suo cinismo e la sua ironia, a bilanciare i toni dolci e sentimentali del film, evitando che scivoli nel melenso. In un’epoca in cui le spalle comiche femminili erano spesso relegate a ruoli minori, Eve Arden dimostra tutto il suo talento, trasformando Olive in un personaggio che resta impresso nella memoria dello spettatore.

La sua interpretazione è brillante, leggera ma al tempo stesso incisiva, e rende evidente come il talento di Arden sia stato spesso sottovalutato. Mentre Eleanor Parker e Ronald Reagan portano avanti la trama principale con grazia e dolcezza, è la saggezza cinica e divertente di Arden a dare alla pellicola un sapore unico, facendoci sorridere e ridere di cuore.

Irving Rapper (che all’inizio aveva cercato di scritturare Cary Grant per la parte di Bill e che era restio alla scelta di Reagan che reputava un attore mediocre), regista dallo stile sobrio e funzionale, lascia giustamente spazio ai suoi attori, permettendo loro di brillare nei rispettivi ruoli. Ma se Parker e Reagan seguono un percorso prevedibile e ben battuto nella commedia romantica classica, Arden si muove su un altro livello, con un’energia e un’intelligenza che elevano ogni scena in cui compare. Le generazioni successive, come la mia, possono apprezzare la Arden anche in pellicole più recenti, come l’intramontabile “Grease”, in cui l’attrice interpreta la professoressa McGee, la preside della Rydell High School.

In conclusione, “La voce della tortora” è una commedia piacevole, che scorre via in maniera leggera, senza troppe pretese. Ma se c’è un motivo per cui vale davvero la pena guardarlo, questo è senza dubbio la straordinaria interpretazione di Eve Arden – attrice molto amata da Woody Allen che considera questa pellicola una delle sue preferita del tempo – che con il suo sarcasmo arguto e la sua presenza scenica magnetica riesce a trasformare un film altrimenti ordinario in una piccola gemma di intrattenimento.

Nella nostra versione, fatta quando la pellicola uscì nella nostre sale, da ricordare l’immortale Rina Morelli che dona la voce a Eleanor Parker e Clelia Bernacchi a Eve Arden.

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“Happiness” di Todd Solondz

(USA, 1998)

Todd Solondz non è certo un regista che gira intorno alle cose. Anzi, le affronta di petto e lo fa sempre senza paura di sporcarsi le mani, anzi, le sprofonda direttamente nel fango dell’animo umano. “Happiness”, il suo terzo lungometraggio, non fa eccezione, ed è forse il film che più di tutti ha segnato la sua carriera. Un’opera che ha fatto discutere e continua a dividere, grazie (o a causa) della sua capacità di portare sullo schermo le parti più nascoste e inquietanti della società americana, e non solo.

La storia ruota attorno alla famiglia Jordan, il cui patriarca è Lenny (interpretato fa Ben Gazzara) sposato da molti decenni con Mona (Louise Lasser). Le loro tre figlie Trish, Helen e Joy sono l’emblema di un’apparente normalità che nasconde profondi abissi emotivi e segreti inconfessabili. La bella e ricca Helen (Lara Flynn Boyle), scrittrice di successo, è intrappolata in una vita in cui tutto le sembra troppo facile e banale. Sua sorella minore Joy (Jane Adams), invece, è l’eterna perdente, una donna fragile e insicura alla ricerca di un posto nel mondo, che sembra sfuggirle ogni volta che pensa di averlo trovato.

Ma se i drammi di queste due sorelle già mettono in evidenza le contraddizioni della vita borghese, è con i personaggi maschili che Solondz spinge davvero sull’acceleratore. Allen (un grande Philip Seymour Hoffman) è un uomo solitario e socialmente inetto, ossessionato da fantasie sessuali che lo rendono incapace di qualsiasi forma di interazione normale con l’altro sesso. L’altro volto oscuro è Bill (Dylan Baker), marito di Trish (Cynthia Stevenson) padre di famiglia e stimato psichiatra, che nasconde terribili pulsioni dietro la sua facciata rispettabile.

Ciò che colpisce di “Happiness” è come Solondz riesca a trattare temi tabù – la pedofilia, la perversione sessuale, la solitudine e l’alienazione – senza mai cedere alla provocazione fine a se stessa o alla morbosità gratuita. Ogni personaggio, per quanto moralmente discutibile o repellente, è tratteggiato con una tale umanità che diventa difficile giudicarlo con superficialità. Anzi, il regista ci obbliga a guardarli da vicino, costringendoci a confrontarci con le nostre stesse ipocrisie e debolezze.

Il cast è straordinario: Lara Flynn Boyle è perfetta nel ruolo della glaciale Helen, mentre Philip Seymour Hoffman regala una delle sue interpretazioni più intense e scomode, così come sono taglienti i dialoghi fra Lenny e Mona che si ritrovano sull’orlo del divorzio. Ma è Dylan Baker a sorprendere: il suo Bill è un personaggio che lascia un segno indelebile, grazie alla sua capacità di incarnare il male più subdolo sotto le sembianze della normalità quotidiana.

Nonostante la durezza dei temi trattati, Solondz mantiene uno stile narrativo asciutto e freddo, alternando momenti di crudo realismo a sprazzi di humor nero, talmente sottile da risultare quasi impercettibile. È proprio questa miscela a rendere “Happiness” un film così disturbante: lo spettatore si ritrova a ridere di situazioni tragiche o a sentirsi a disagio di fronte a scene che normalmente dovrebbe rifiutare senza esitazione.

Non è un film per tutti. Solondz non fa sconti, non offre redenzione o vie d’uscita. Chi guarda “Happiness” deve essere disposto a confrontarsi con una visione del mondo che mette a nudo le peggiori fragilità umane. Ma per chi è disposto a intraprendere questo viaggio scomodo, il film regala una riflessione profonda e sconvolgente sulla natura della felicità e sul prezzo che siamo disposti a pagare per ottenerla.

Un’opera d’arte nel vero senso del termine, che non lascia indifferenti e che, a più di vent’anni dalla sua uscita, continua a essere un punto di riferimento per il cinema indipendente e per tutti coloro che cercano qualcosa di più di una semplice evasione dalla realtà. Da ricordare anche la colonna sonora, curata da Robby Kondor, che volutamente commenta le scene con musica opposta agli eventi e alle emozioni che provano i personaggi.

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