“Letto a tre piazze” di Steno

(Italia, 1960)

Immaginiamo di dover spiegare il concetto di tempo comico a qualcuno che non l’ha mai capito. Forse sarebbe inutile e prolisso aprire un manuale. Basterebbe però mettere su questo film e iniziare a guardare…

Steno — al secolo Stefano Vanzina — nel 1960 sapeva esattamente cosa stringeva tra le mani: una coppia di artisti di razza assoluta. E con quella coppia tra le dita, bastava semplicemente stare a guardare per non rovinare nulla. E lui non rovina niente. Anzi.

La storia è un pretesto che funziona proprio perché non finge di essere altro. L’austero professor Peppino Castagnano (Peppino De Filippo) è felicemente sposato con Amalia (Nadia Gray). La sera del loro decimo anniversario di nozze, per festeggiare, hanno organizzato un piccolo ricevimento con gli amici più intimi. Alla porta del loro appartamento, però, bussa anche Antonio Di Cosimo (Totò) primo marito della donna, scomparso mentre combatteva nella campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, e da tutti, anche dalla Legge, ormai ritenuto morto da vent’anni.

Totò, superati i sessant’anni, è già un monumento nazionale che si concede il lusso di non sembrarlo. Non recita il suo personaggio: lo abita con quella libertà invidiabile di chi ha trasformato il proprio repertorio in una seconda natura. La maschera di Antonio Di Cosimo è la stessa di sempre — l’italiano medio che sopravvive all’idiozia e all’ottusità del mondo con la furbizia dei disperati — ma dentro c’è ancora un artista che si diverte, e la differenza tra un comico che si diverte e uno che fa semplicemente il suo numero si sente immediatamente. Totò qui si diverte. Lo si vede in ogni scena in cui il personaggio deve improvvisare una scusa, costruire un castello di parole su fondamenta di sabbia, mentre il castello comincia già a cedere.

Ma l’unicità di questa coppia straordinaria è nel come i due si guardano. Totò e Peppino De Filippo vengono da tradizioni teatrali non lontane ma comuque differenti, hanno temperamenti diversi, costruiscono il comico in modo diverso: Totò è velocità, destrutturazione, assurdo fisico; Peppino è ritmo, costruzione, la logica del personaggio portata alle sue conseguenze estreme. Quando li metti insieme, invece di cancellarsi si moltiplicano. Peppino Castagnano è il rovescio speculare di Antonio Di Cosimo: dove uno schiva, l’altro incalza; dove uno inventa, l’altro amplia. È una macchina comica di precisione artigianale, costruita da due maestri assoluti che conoscono il proprio strumento meglio di chiunque altro.

In questo quadro arriva Aroldo Tieri, e vale la pena fermarsi su di lui un momento. Il suo personaggio ha poco spazio sulla carta – l’avvocato di Amalia -, ma Tieri era uno di quegli attori — e il cinema italiano ne ha avuti pochi così — capaci di occupare ogni centimetro di quello spazio con una presenza che non ruba la scena agli altri ma la arricchisce. Porta al film una nota di eleganza antipatica e leggermente ironica che funziona da contrappeso perfetto alla buffoneria dei due protagonisti. Una piccola parte con grande effetto però, come certi ingredienti secondari che alla fine definiscono il sapore di un piatto.

Steno, dal canto suo, non cerca il capolavoro. Cerca — e trova — il ritmo giusto. Sa quando lasciare che Totò faccia Totò senza interromperlo, sa quando tagliare prima che una gag si estenda oltre il necessario, sa come costruire il tempo comico che è l’elemento più difficile da padroneggiare e quello che si vede meno quando funziona davvero. La macchina da presa non spettacolarizza mai: serve la commedia invece di usarla.

“Letto a tre piazze” non è il film più ambizioso di quella stagione storica del cinema italiano, non pretende di analizzare la nostra società degli anni Sessanta – come hanno fatto pietre miliari della nostra cinematografia di quell’anno come: “La dolce vita” di Federico Fellini, “La ciociara” di Vittorio De Sica, “L’avventura” di Michelangelo Antonioni o “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti – non ha nulla da dire sul boom economico o sui mutamenti del costume. Fa ridere, e lo fa con una eleganza artigianale che oggi — nell’epoca in cui troppo spesso si scambiano le gag urlate per comicità — risulta persino più rara di sessant’anni fa.

Ci sono momenti in questo film in cui due uomini di teatro si guardano e si capiscono al volo e, nello stesso istante, sanno immediatamente cosa fare e come portare aventi la scena. Quegli istanti non si imparano. Si ereditano da una vita intera passata a conoscere la materia con cui si lavora, su vecchie e consunte tavole di legno sparse per tutto il nostro Paese.

“Letto a tre piazze” è da vedere e rivedere, con il rispetto dovuto alle cose che, forse e purtroppo, non tornano più.

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“Le tentazioni del dottor Antonio” di Federico Fellini

(Italia, 1962)

Cesare Zavattini propone a Carlo Ponti un film ad episodi diretti dai quattro fra i più importanti registi italiani di allora: Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica, rispettivamente con “Renzo e Luciana“, “Le tentazioni del dottor Antonio”, “Il lavoro” e “La riffa“.

Federico Fellini sceglie di raccontare la parte più bigotta e ipocrita della società italiana del tempo che, con feroce violenza, si era scagliata solo qualche anno prima contro di lui ed i suoi film “La dolce vita” prima e “8 e 1/2” poi.

Il nostro Paese, da ormai quasi due decenni è guidato politicamente dalla Democrazia Cristiana che è per molti un punto di riferimento culturale e sociale, oltre che incarnare gli ideali cattolici della Chiesa Romana che in quegli anni ha un’ingerenza pesante nel nostro quotidiano.

E così all’uscita, ma soprattutto al clamoroso successo internazionale de “La dolce vita”, i più integerrimi benpensanti italici, convinti di essere gli unici detentori della “morale” e del “decente”, si scagliarono ferocemente, fregiandosi dello scudo crociato, contro il regista gli autori e gli attori. Oggi, fortunatamente, può far sorridere tale circostanza, ma in quegli anni essere “scomunicato” dal Vaticano aveva comunque le sue ripercussioni anche nella vita quotidiana.

Per esempio, più o meno nello stesso periodo, la grande Mina veniva insultata da alcuni passanti in strada, mentre faceva la spesa, solo perché aveva avuto l’ardire e la spudoratezza di fare un figlio con un uomo sposato e non vergognarsi pubblicamente…

Così Fellini, assieme ai suoi autori preferiti Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, incarnano tutti questi tipici atteggiamenti italioti perbenisti ed ipocriti nell’integerrimo dottor Antonio Mazzuolo (un bravissimo Peppino De Filippo) custode e tutore dell’ordine morale, tanto da non avere scrupoli nello schiaffeggiare una sconosciuta in un bar solo perché questa indossava un abito leggermente scollato.

E proprio davanti alla finestra di casa Mazzuolo viene affisso un enorme cartellone pubblicitario con la bellissima e prosperosa Anita Ekberg che in uno abito da sera scollato, sdraiata, pubblicizza il latte.

Il dottor Antonio, turbato e scandalizzato cerca in ogni modo di farlo coprire, anche rivolgendosi ai politici di riferimento, ma la sua rabbia nasconde in realtà una morbosa e indicibile voglia di possedere quel corpo così procace e sessuale, voglia che alla fine riesce a dare vita al manifesto…

Per comprendere al meglio la nostra società di allora basta ricordare anche l’episodio dello schiaffo accadde veramente ai danni di una signora straniera che si era, da sola, seduta in un bar del centro di Roma per prendere un caffè e che venne aggredita e colpita da un giovane puritano Oscar Luigi Scalfaro – che poi diventerà Presidente della Repubblica – cosa che oggi, giustamente, sarebbe impensabile senza dure e implacabili conseguenze.

Fortunatamente non tutta l’Italia, allora, era così e ci furono molte parole pubbliche di biasimo che ebbero il loro culmine nel guanto di sfida che lanciò realmente il grande Antonio De Curtis in arte Totò, sfidando ufficialmente a duello Scalfaro per difendere l’onore della povera e innocente malcapitata. Duello che però, fortunatamente per tutti, non ebbe luogo.

Tornando all’episodio diretto da Fellini, che ha praticamente la durata di un film breve, colpisce ancora oggi la sua satira e la sua ironia verso una parte del nostro Paese che è dura a morire e che spesso, per mere ragioni elettorali, alcuni politici fomentano.

“I fratelli De Filippo” di Sergio Rubini

(Italia, 2021)

Eduardo De Filippo è il nostro secondo drammaturgo più tradotto e rappresentato al mondo, dopo Luigi Pirandello e prima del Nobel Dario Fo.

Sulle sue opere immortali e “drammaticamente” sempre attuali sono stati scritti numerosi libri e saggi, ma soprattutto le possiamo rivedere e apprezzare tutte le volte che vogliamo visto che lui fu il primo grande autore che comprese l’importanza della televisione sin dai suoi albori, mettendo in scena appositamente per la neonata RAI Radiotelevisione Italiana la commedia “Miseria e nobiltà” proprio per festeggiare i cento anni dalla nascita di Eduardo Scarpetta e poi, nel corso degli anni, registrò quasi tutte le sue opere grazie anche alla collaborazione dell’allora delegato RAI Andrea Camilleri.

Ma sulla sua dura infanzia e sui suoi inizi artistici non sono molte le opere, a parte questo film scritto dallo stesso Rubini assieme a Carla Cavalluzzi (che con Rubini ha scritto “Dobbiamo Parlare”) e Angelo Pasquini, che ci racconta la storia dei tre fratelli De Filippo dal momento della loro unione alla prima assoluta della splendida “Natale in Casa Cupiello” avvenuta proprio la sera del Natale del 1931 a Napoli.

Alla soglia del secondo decennio del secolo scorso il piccolo Peppino De Filippo viene portato dalla balia, con la quale è cresciuto, a casa di sua madre Luisa De Filippo (Susy Del Giudice) dove incontra per la prima volta i suoi fratelli maggiori Titina e Eduardo. I bambini e la loro mamma vivono mantenuti dallo “zio” Eduardo Scarpetta (Giancarlo Giannini), il più famoso autore e attore teatrale napoletano del momento.

Anche se durante le festività comandate i tre, assieme alla madre, possono sedersi al tavolo degli Scarpetta, nessuno – compreso lo stesso grande attore – si astiene dal ricordare loro di essere degli estranei di rango “inferiore” appena tollerati.

Quando i piccoli fratelli scopriranno loro malgrado che lo “zio” è in realtà il loro padre naturale la
situazione non cambierà affatto. Se il grande attore non dona loro il suo cognome, passa però ai tre piccoli l’amore e l’arte per il teatro facendoli recitare accanto a lui sul palcoscenico da subito. Ma il nome della compagnia è Scarpetta e col passare degli anni a prenderne le redini è Vincenzo (Biagio Izzo) erede ufficiale di Eduardo, che lo sostituisce quando questo si ritira definitivamente dalle scene.

La parte dell’attor giovane viene quindi affidata a Eduardo De Filippo (Mario Autore) che brilla subito quasi come il padre, cosa che suscita non poche indivie in suo fratello Peppino (Domenico Pinelli) come nel suo fratellastro Vincenzo. Ma Eduardo sente di dovere andare oltre la classica farsa, tipica del teatro leggero dell’Ottocento e di cui suo padre era maestro, soprattutto dopo aver visto “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello.

Così accetta un ingaggio a Milano nel teatro classico, cosa che di fatto apre la porta a Peppino che lo sostituisce nella compagna Scarpetta. Ma l’ambiente e il teatro nel capoluogo lombardo non sono adatti al giovane napoletano che si sente un pesce fuor d’acqua e così, cospargendosi il capo di cenere, chiede al fratellastro di tornare a lavorare nella compagnia di famiglia anche solo come autore. Vincenzo lo accetta a braccia aperte, conoscendo bene il suo talento, ma non gli risparmia umiliazioni e vessazioni pubbliche.

E proprio dopo una di queste, assieme a Peppino, alla sorella Titina (Anna Ferraioli Ravel) e a suo marito Pietro Carloni (Francesco Maccarinelli) decide di fondare la compagnia del “Teatro Umoristico i De Filippo” usando quel cognome da sempre schiacciato e umiliato da quello degli Scarpetta…

Sfiziosa pellicola sulla vita di alcune delle figure più rilevanti del nostro Novecento troppo spesso, tranne naturalmente lo stesso Eduardo, associate solo all’ambito comico come Titina e soprattutto Peppino che forse sul palcoscenico sapeva fare ridere ancora di più del fratello. La colonna sonora è firmata da Nicola Piovani per la quale il musicista ha vinto il David di Donatello.

“Il segno di Venere” di Dino Risi

(Italia, 1955)

La sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale non a caso è stata scritta da alcuni dei più grandi cineasti del Novecento come: Franca Valeri, Edoardo Anton, Luigi Comencini, Ennio Flaiano, Dino Risi e Cesare Zavattini. La stessa Valeri, assieme ad Anton e a Comencini, è l’autrice del soggetto.

Siamo nel mezzo degli anni Cinquanta e l’Italia si sta rialzando dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Si respira aria nuova per le strade: sta esplodendo il famigerato Boom. Ma l’aria nuova, come accade da millenni, non è certo per le donne. O quantomeno le possibilità delle donne, rispetto a prima del conflitto in cui non avevano il diritto al voto e alle quali Mussolini con un Decreto Legge del 10 gennaio 1927 dimezzò il salario rispetto a quello degli uomini, sono da nulle a poco più che scarse.

Ne sono un esempio le cugine Cesira (una grandissima Franca Valeri) e Agnese (una prorompente Sophia Loren) che vivono a Roma in viale Libia, nel quartiere detto Africano. Cesira, che da Milano si è trasferita a Roma a casa dello zio (Virgilio Riento) dove vive anche l’altra zia (Tina Pica) e appunto la cugina ventenne, è una grande sognatrice con ambizioni da gran lady, ma che desidera più di ogni altro cosa il massimo a cui le donne possono aspirare in quegli anni: il matrimonio.

Lavora come dattilografa presso i Bagni Diurni della stazione Termini dove da tempo è timidamente corteggiata dal fotografo Mario (Peppino De Filippo). Per il suo aspetto però Cesira è poco considerata dagli uomini e anche Mario stenta a proporsi seriamente. Le cose peggiorano quando Cesira esce insieme ad Agnese che invece non riesce a tenere lontani gli uomini, proprio per il suo aspetto e le sue curve generose. Agnese, infatti, non può prendere un autobus senza essere palpata e molestata.

Con un cast stellare, fra i più completi di quegli anni, “Il segno di Venere” è una pietra miliare della commedia all’italiana, e non solo. Accanto alle due protagoniste ci sono grandissimi interpreti anche nei ruoli secondari come quello del poeta squattrinato Alessio Spano interpretato in maniera sublime dal grande Vittorio De Sica, o quello del goffo ladro di macchine mammone Romolo Proietti impersonato da Alberto Sordi ancora non completamente esploso come mostro sacro della commedia.

Questa immortale pellicola va rivista non solo per i suoi grandi interpreti, ma anche perché ci racconta in maniera amara e tagliente come una donna in Italia, in quegli anni, molto poco poteva scegliere o decidere. Che fosse una “intellettuale” o una “maggiorata”: erano sempre e comunque gli uomini a dettare le regole. Solo se sapeva giocare bene le sue carte avrebbe potuto raggiungere il famigerato altare, il massimo consentitole dalla società.

Sono passati sessantacinque anni da questa straordinaria pellicola e fortunatamente molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. Siamo ancora il Paese del femminicidio, dove le vittime si contano come in un bollettino di guerra.

Attualissimo …purtroppo.

“La banda degli onesti” di Camillo Mastrocinque

(Italia, 1956)

Scritto dai maestri Age e Furio Scarpelli, “La banda degli onesti” è uno dei film interpretati dal principe della risata più ricordato e citato.

Non c’è scena o personaggio – anche secondario – che non sia un capolavoro comico o un ritratto efficace del nostro costume di allora. A partire dall’anziano e moribondo Andrea (Lauro Gazzolo) ex dipendente della Zecca di Stato, passando per l’arrogante e truffaldino Ragionier Casoria (un bravissimo Luigi Pavese, che lo stesso Totò voleva sempre come suo “carnefice”), per arrivare alla moglie di Antonio Bonocore la profuga tedesca Marlene.

Molte scene e numerosi dialoghi appartengono ormai al nostro immaginario collettivo, tanto da essere citati e ricordati nel nostro quotidiano ancora oggi. Dalla stampa della prima banconota (con Totò che gioca sui termini “rullo” o “filigrana), agli infiniti cognomi che si inventa Bonocore al posto di “Lo Turco” (un Peppino De Filippo stellare).

E pensare che l’immenso Antonio De Curtis, durante tutta la sua vita, venne ignorato o peggio bistrattato da tutta la critica italiana. E sottolineo tutta! Generalizzare è sempre sbagliato ma comunque questo la dice lunga sulla preparazione e sull’acume di alcuna della nostra simpatica carta stampata…

Non è un caso, quindi, che solo un genio come Pier Paolo Pasolini ne colse la straordinaria arte e lo volle nelle sue opere. Cosa che fece storcere il naso a non pochi critici di partito, che magari oggi – …tomi tomi, cacchi cacchi… – con il ruolo di “grandi vecchi” della nostra cultura, lo citano pure…

Pinzillacchere!

“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come la grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo, per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi ne rimangono irresistibili e inarrivabili due su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“Giallo napoletano” di Sergio Corbucci

(Italia, 1978)

Il nocciolo di questo film è dichiarato esplicitamente già nei titoli di testa in cui domina la fotografia del grande Alfred Hitchcock accanto a quella del principe della risata Totò.

Un giallo atipico per quegli anni dominati dai grandi thriller firmati da Dario Argento o, se volete, una commedia noir atipica per quegli anni dominati dai pecorecci scollacciati.

Insomma, un caso singolare nel panorama cinematografico italiano che il grande Corbucci – troppo spesso dimenticato e considerato un semplice mestierante – (già autore l’anno precedente de “La mazzetta” con Nino Manfredi) riesce a costruire dosando al meglio ogni singolo elemento.

Fra questi splende su tutti l’interpretazione di Marcello Mastroianni, che sembra un napoletano di nascita e che nella vita non ha fatto altro che suonare il mandolino.

Questa pellicola va ricordata anche per un altro motivo: segna l’ultima – e irresistibile – interpretazione cinematografica del grande Peppino De Filippo.

Grandi attori, grande cinema.

“Un turco napoletano” di Mario Mattoli

(Italia, 1953)

Questo memorabile adattamento cinematografico, tratto dalla farsa Nu turco napulitano di Eduardo Scarpetta, nasce nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita dello stesso Scarpetta (classe 1853, appunto).

Sempre in quell’occasione, per fare un esempio, la neonata Televisione Italiana trasmise la sua prima commedia: Miseria e nobiltà, interpretata e diretta da Eduardo De Filippo. Un omaggio doveroso, se si pensa a quanto il teatro napoletano, e non solo, debba a quel gigante che rivoluzionò la scena partenopea portandovi il borghese, il pezzente e il nobile decaduto con la stessa, irresistibile leggerezza.

Ma tornando a questa pellicola, firmata dal maestro Mario Mattoli (oggi fin troppo dimenticato!), Antonio De Curtis in arte Totò ci regala una delle sue più esilaranti interpretazioni, la più vicina possibile a quella originale dello stesso Scarpetta. Di lui restano solo pochi tratti: qualche fotografia che ci mostra la sua incredibile somiglianza con il figlio Peppino De Filippo e le testimonianze dell’epoca, che ce lo dipingono ineguagliabile per carisma, ironia e rapidità di battuta. Toccava dunque a Totò raccogliere quel testimone, e il principe della risata lo fa con la naturalezza di chi quel ruolo lo porta nel sangue.

Il suo Felice Sciosciammocca (maschera che Scarpetta aveva creato e che il principe della risata avrebbe fatto sua anche l’anno seguente al cinema, sempre con Mattoli, in Miseria e nobiltà) è il povero diavolo per eccellenza: affamato, ingegnoso, perennemente sull’orlo del disastro ma sempre pronto a rimettersi in piedi con una trovata. La fame, in Scarpetta come in Totò, non è mai solo una condizione: è una filosofia di vita, il motore di ogni equivoco. Ed è proprio dal groviglio di equivoci, travestimenti e malintesi (il “turco” del titolo, con tanto di fez e improbabile cadenza esotica, è il pretesto ideale) che scaturisce una comicità ad orologeria, dove ogni battuta è un ingranaggio e nulla è lasciato al caso.

Mattoli, grande artigiano della macchina da presa, sa perfettamente come muoversi con un materiale del genere. Non tradisce l’impianto teatrale, anzi lo esalta: la macchina da presa si mette al servizio degli attori, lascia respirare le scene, asseconda i tempi comici senza mai sovrapporsi a loro. È un cinema di artigianato appunto, ma di quello alto, fatto da chi il mestiere lo conosce fin nelle pieghe e non ha bisogno di sfoggiarlo. Non a caso il regista, oggi troppo spesso ridotto a semplice “fornitore” di film per i grandi comici dell’epoca, meriterebbe una rivalutazione critica ben più generosa.

Va detto, per onestà, che qui il testo di Scarpetta pesa e non poco: la trama, come da tradizione, è un meccanismo di scambi di persona e fraintendimenti che oggi può apparire forse un po’ schematico. Ma è proprio questa struttura, solida e collaudata, a offrire a Totò il trampolino ideale per i suoi guizzi, le sue smorfie, i suoi celebri sberleffi al linguaggio. Nelle sue mani anche la battuta più semplice diventa un piccolo capolavoro di surrealismo.

E poi c’è la lingua, quel napoletano musicale e sfrontato che nel film rimbalza da un personaggio all’altro come la palla in un flipper. Ascoltarlo oggi, con le sue cadenze e le sue invenzioni verbali, è un piacere che va ben oltre la risata: è un frammento vivo di storia teatrale e sociale, un ponte tra l’Ottocento di Scarpetta e il Novecento di Totò.

Ormai siamo più vicini al bicentenario della sua nascita, ma l’ironia di Eduardo Scarpetta è più viva e ficcante che mai, per non parlare dell’arte di Totò… Un’arte che, a distanza di decenni, non smette di farci ridere e, soprattutto, di farci pensare a quanto la vera comicità, quella che nasce dalla miseria e dalla fantasia, sia un patrimonio da difendere.

Consigliatissimo a chi ama il grande teatro napoletano e, naturalmente, a chi non si stanca mai di ritrovare il genio del principe De Curtis.

“Allora siamo d’accordo: cento lire al mese, alloggio, vitto, lavatura, imbiancatura e… stiratura!”

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