“Don Chisciotte made in U.S.A.” di Richard Powell

(Garzanti, 1968)

Immaginate un cittadino statunitense convinto di poter portare la democrazia su un’isola caraibica governata da un dittatore da avanspettacolo. Immaginate che ci creda davvero. Con quella fede incrollabile, quasi infantile, di chi ha letto troppi opuscoli e visto troppo pochi funerali. Ora immaginate che abbia anche ragione, ma nel modo sbagliato, nel momento sbagliato, con le conseguenze sbagliate.

Benvenuti nel mondo di Richard Powell. Un posto dove la satira fa più male della critica seria, proprio perché non sembra farlo.

Powell non era nuovo a questo genere di operazione. Chi ha letto “Vacanze matte” — quel delizioso e sottovalutato “Pioneer, Go Home!” del 1959 — sa già di avere a che fare con uno scrittore capace di imbustare dentro la commedia satirica una critica sociale che morde sul serio. Là erano i burocrati federali a fare le spese del suo sguardo e lo stereotipo più classico della “way of life” a stelle e strisce. Qui tocca alla politica estera americana, ai tiranni da operetta, alle rivoluzioni made in Hollywood e alla tendenza degli Stati Uniti – fin troppo attuale… – nel confondere l’interventismo con la filantropia. Materia potenzialmente esplosiva. Powell la maneggia con quella leggerezza apparente che è il marchio di chi sa esattamente dove sta andando.

La storia è presto detta: un americano ingenuo, idealista fino alla patologia, si ritrova coinvolto in una tragicommedia politica nella Repubblica di San Marco, un’immaginaria isola caraibica in balia di un dittatore grottesco. Il parallelo con Miguel de Cervantes è dichiarato dal titolo e poi abbandonato con intelligenza: non è una parafrasi, è uno specchio. Il protagonista ha la stessa cecità cavalleresca di don Chisciotte, la stessa ostinazione nel voler vedere nobiltà dove c’è solo polvere e opportunismo, lo stesso destino di vedersi sistematicamente smentito dalla realtà senza smettere di crederci un momento.

Powell costruisce la sua repubblica immaginaria con un realismo grottesco che funziona perché non strizza mai l’occhio. I corrotti non sono caricature: sono persone riconoscibili che fanno cose riconoscibili per ragioni riconoscibili. I rivoluzionari non sono eroi: sono individui con le loro meschinità, le loro ambizioni, i loro calcoli. E l’americano nel mezzo — convinto di portare democrazia e libertà su un’isola che non gliele ha mai chieste… — è il personaggio più ridicolo e più umano di tutti, perché la sua buona fede è reale e produce ugualmente disastri.

Non stupisce che Woody Allen ci si sia tuffato dentro con la voracità che ha sempre mostrato verso certi tipi di umorismo. “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971 porta sullo schermo quella stessa struttura narrativa — il protagonista trascinato per caso nel vortice di una rivoluzione caraibica da operetta — con il solo, enorme, aggiustamento della voce autoriale. Allen sostituisce la prosa misurata di Powell con il surrealismo nevrotico che è la sua firma inconfondibile. Il risultato è diverso eppure riconoscibile: due cugini che condividono lo stesso genitore narrativo. Ed io, in questo caso, preferisco di gran lunga il libro.

La scrittura di Powell è il vero punto di forza. Asciutta, precisa, con un ritmo che non ristagna mai. Sa essere feroce senza alzare la voce. Una scena in particolare — il discorso del dittatore davanti alla folla plaudente, costruito con l’assurdità logica dei luoghi comuni del potere — raggiunge una qualità satirica che molti autori considerati più seri avrebbero dovuto invidiare. Powell non moralizza mai apertamente: lascia che siano i fatti a parlare, e i fatti che sceglie di raccontare dicono cose molto precise sulla natura del potere e sull’ingenuità di chi crede di poterlo cambiare dall’esterno portandosi dietro i propri pregiudizi culturali come fossero strumenti universali di civiltà.

Il romanzo, secondo me, ha un solo difetto: il finale tende a ricomporre un po’ troppo ordinatamente ciò che il resto del libro si era premurato di scomporre. Come se Powell a un certo punto avesse sentito il peso della propria lucidità e avesse deciso di alleggerirlo con una soluzione narrativa più benevola di quanto la storia meritasse. Ma è un difetto minore in un’opera che per oltre duecentottanta e passa pagine funziona con una precisione quasi meccanica.

“Don Chisciotte made in U.S.A.” è rimasto nel dimenticatoio per decenni, eclissato anche dalla popolarità del film che ne ha preso spunto. È la sorte di certi libri: sopravvivono nell’ombra di qualcosa che hanno generato, come genitori che il mondo riconosce solo attraverso i figli. Meriterebbe una riscoperta, e non solo per ragioni filologiche. Meriterebbe una riscoperta perché le repubbliche caraibiche da operetta, i salvatori stranieri carichi di buone intenzioni e i dittatori che fanno discorsi alle folle plaudenti non sembrano poi così lontani. Anzi: cambiano nome, cambiano latitudine, ma la commedia tragica resta sorprendentemente uguale a se stessa.

Powell lo sapeva già nel 1968. E a giudicare da come vanno le cose, aveva ragione allora quanto oggi.

Da recuperare. Possibilmente senza aspettare altri cinquant’anni.

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“La stirpe della sirena” di Satoshi Kon

(Umami, 2019)

Il mare non è mai stato davvero innocente. Lo sapevano i Greci, lo sapevano i Romani, lo sanno tutti i marinai, e lo sa Satoshi Kon, che nel 1990 — prima ancora di diventare il genio immortale e inquieto di “Perfect Blue” e “Paprika – Sognando un sogno” e “Millennium Actress“— prende quella verità antica e la disegna a inchiostro su carta, tavola dopo tavola, con la precisione tranquilla di chi non ha fretta di spaventarti perché sa già che ci riuscirà.

“La stirpe della sirena” non bussa. Entra.

Siamo nel 1990. Satoshi Kon è ancora lontano dall’essere il futuro regista visionario di quei film che avrebbero ridisegnato il modo in cui il mondo pensa all’animazione giapponese. È un giovane mangaka che muove i suoi giovani passi nell’industria, e questo volume — un racconto breve di formazione e mistero balneare — porta già incisa nei bordi la firma inconfondibile di una mente che non sa stare dentro i confini.

La storia ruota attorno a Yosuke, una ragazzo che vive in una cittadina di mare. L’ambientazione è quella classica del Giappone affacciato sull’oceano: caldo, umidità, grilli, il profumo del sale che impregna ogni tavola. Ma sotto quella superficie domestica e rassicurante comincia a prendere forma qualcosa di antico e perturbante. Il mare qui non è sfondo, è personaggio. È la bocca di qualcosa che vuole alimentarsi. Il nonno di Yosuke, infatti, da sessant’anni custodisce un “uovo di Umbito”, una creatura mitologica del mare, mentre suo padre…

Kon gioca con la mitologia della sirena non come allegoria romantica — nessuna coda iridescente, nessun canto ammaliante nel senso fiabesco del termine — ma come radice atavica di una stirpe che non appartiene del tutto al mondo degli uomini. È una scelta precisa e coraggiosa per un esordiente: prendere un archetipo e svuotarlo delle sue decorazioni per ritrovarne il nucleo oscuro, quello che stava lì prima che le favole lo addomesticassero.

Il disegno è già maturo in maniera sorprendente. Le tavole non gridano, non si agitano nel tentativo di impressionare. Parlano piano, con quella sicurezza di chi sa che bastano le proporzioni giuste, le ombre giuste, un volto disegnato senza fronzoli ma con precisione chirurgica nelle espressioni. Yosuke ha occhi che contengono sia la meraviglia che la paura, e in certi frangenti non sai distinguere l’una dall’altra, e probabilmente è proprio questo il punto.

C’è nella narrazione un ritmo che ricorda il respiro delle maree: avanza, si ritira, torna. Momenti di quiete che sembrano voler rassicurare il lettore, seguiti da irruzioni di qualcosa di inaspettato che non è mai esplicitamente mostruoso ma rimane — questa è la parola giusta — inquietante. Kon non usa il sangue come scorciatoia. Usa il dubbio, quella sensazione fastidiosa che qualcosa che vedi non sia davvero ciò che sembra.

Il rapporto con il nonno è uno degli elementi più riusciti. È una figura calda, reale, stratificata, non il saggio onnisciente e stereotipato del folklore orientale, ma un uomo che porta dentro di sé un segreto con la pesantezza silenziosa di chi ha imparato che certe cose non si dicono, non perché si voglia nasconderle, ma perché le parole non basterebbero a contenerle.

Se avete letto o visto qualcosa di Kon in seguito, sapete già che questo tema — la realtà che scivola, i confini tra ciò che è vero e ciò che percepiamo come vero — sarebbe diventato la sua ossessione più fertile. Qui è ancora in forma embrionale, ancora legata a un impianto narrativo più tradizionale, ma c’è. Si sente sotto le tavole come si sente con i piedi il fondale marino irregolare sotto una superficie apparentemente calma.

“La stirpe della sirena” forse non è un’opera che vi cambierà la vita. È però una di quelle opere che, guardando indietro, si capisce quanto fosse necessaria: necessaria a Kon stesso, come esercizio di comprensione del proprio linguaggio, e necessaria al lettore curioso come porta d’ingresso verso un autore che avrebbe poi spalancato finestre su panorami che nessuno aveva ancora mai immaginato.

Leggetelo con la pazienza che merita. E non fidatevi troppo del rumore regolare del mare che sentite in sottofondo…

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“Per puro caso” di Anne Tyler

(Guanda, 2010)

Delia Grinstead un giorno smette di tornare indietro. È in vacanza al mare con la famiglia, cammina lungo la spiaggia, e a un certo punto decide che non ne ha più voglia. Non torna all’ombrellone, non torna a casa, non torna ad essere la moglie di, la madre di, l’assistente di. Sparisce in una cittadina di provincia, affitta una stanza, e ricomincia da zero. Senza amante ad aspettarla, senza una grande rivelazione, senza nemmeno una ragione convincente da spiegare agli altri. E qui sta il cuore di tutto: Anne Tyler, con “Per puro caso” pubblicato per la prima volta nel 1995, costruisce un romanzo intero attorno a una fuga che non ha niente di eroico e tutto di umano.

Delia è una quarantenne di Baltimora, madre di tre figli già più che adolescenti, moglie di un medico con cui condivide lo studio e poco altro. Una donna che non è infelice, intendiamoci. Semplicemente, un giorno si accorge di essere diventata invisibile, a se stessa prima ancora che agli altri.

Tyler è una di quelle autrici rare che riescono a costruire romanzi potenti attorno al nulla. Non intendo il nulla nichilista, quello da quarta di copertina francese per intenderci. Intendo, invece, il nulla delle giornate che si assomigliano, delle cene sempre alla stessa ora, dei gesti ripetuti fino a perdere il loro significato. Ed è proprio su questo nulla che il romanzo costruisce la sua forza, perché Tyler ha la capacità — che solo poche scrittrici e pochi scrittori, anche grandissimi, possiedono — di farti sentire il peso specifico di una giornata qualunque.

Quello che colpisce di “Per puro caso” è la totale assenza di giudizio nei confronti della protagonista. Tyler non assolve Delia, ma non la condanna nemmeno. Le sta accanto con quella discreta affettuosità che è la cifra stilistica di tutta la sua narrativa: il suo sguardo è femminile, domestico nel senso più alto e nobile del termine, e lo è senza sentimentalismi.

La prosa è limpida, quasi piana, con quei dialoghi che sembrano conversazioni vere, quelle in cui nessuno dice mai esattamente quello che pensa e il significato si nasconde nelle pause, nelle risposte mancate, in quello che si decide di non dire. E i personaggi secondari — l’avvocato per il quale Delia inizia a fare la segretaria, la padrona di casa che fa l’agente immobiliare, il suo nuovo datore di lavoro che fa il preside in una scuola rinomata — sono abbozzati con pochi tratti precisi, mai sopra le righe, ma sempre vivi.

C’è però da dire una cosa, con tutta la franchezza del caso: il romanzo ha un’architettura narrativa che premia la pazienza. Il ritmo è lento, deliberatamente lento, e chi cerca colpi di scena o accelerazioni emotive uscirà deluso. Questo non è un difetto in sé — è una scelta stilistica precisa — ma è giusto saperlo prima di aprire la prima pagina. Anne Tyler costruisce per accumulo di dettagli, per sedimentazione, come certe opere che sembrano ferme e invece ti si infilano dentro senza che tu te ne accorga.

E alla fine Tyler non regala risposte definitive. Delia sceglie, sì, ma la scelta rimane sospesa, aperta, quasi pudica. Una conclusione che per alcuni sarà insoddisfacente — e forse li capisco — ma che per altri, come me, è esattamente la misura giusta di un romanzo che non vuole spiegare la vita, ma semplicemente raccontarla.

In definitiva: forse “Per puro caso” non è il miglior romanzo di Anne Tyler — quel posto d’onore resta stabilmente occupato dagli splendidi “Le storie degli altri” e “Il turista involontario” o dall’irresistibile “Lezioni di respiro“ — ma è un libro necessario per chiunque voglia capire come si costruisce una storia partendo dall’interno di una vita ordinaria. E se vi capita di leggerlo in una di quelle giornate in cui vi sentite un po’ invisibili anche voi, be’, probabilmente …non è un caso.

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“Il soldato” di Richard Powell

(Garzanti, 1962)

C’è una categoria di scrittori americani che il Novecento ha saputo produrre con una certa abbondanza e che poi, con altrettanta generosità, ha provveduto a dimenticare quasi completamente. Richard Powell appartiene a questa categoria e, come mi è già capitato di ricordare, è ora di rimediare.

Nato nel 1908, laureato a Princeton, cronista di razza, veterano della Seconda Guerra Mondiale e poi pubblicitario, Powell ha scritto romanzi che attraversano generi diversi con una disinvoltura che oggi farebbe invidia a molti. È lo stesso autore che con “L’uomo di Filadelfia” del 1956 aveva costruito un affresco corale e generazionale di tale spessore da meritarsi, fra le altre cose, un adattamento cinematografico con Paul Newman: uno di quei romanzi in cui si respira un’intera città e un intero Paese, la loro storia, le loro ambizioni, i loro compromessi. Con “Vacanze matte” del 1959 aveva regalato ai lettori una commedia leggera come una bolla di sapone eppure capace di raccontare, con delizioso sarcasmo, l’ingenuità americana che si scontra con il mondo reale, libro dal quale è addirittura stato tratto un musical con Elvis Presley, il che già la dice lunga sulla capacità di Powell di muoversi su frequenze diverse senza mai perdere il controllo del proprio tono narrativo. Non a caso, quindi, dal suo “Don Chisciotte, U.S.A.” del 1966, Woody Allen si ispirerà per “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971. 

“Il soldato”, pubblicato per la prima volta nel 1960 da Scribner’s e poi uscito in edizione tascabile nel 1962 — l’anno in cui in Italia arrivava in libreria grazie a Garzanti — è probabilmente il romanzo in cui Powell si è avvicinato di più alla propria esperienza diretta: quella della guerra nel Pacifico, vissuta in prima persona, con tutto il peso che questo comporta. Ma attenzione: nonostante le apparenze, non è un romanzo di guerra nel senso più tradizionale del termine.

Il protagonista è il tenente colonnello William A. Farralon, un ufficiale che all’inizio della storia è considerato da tutti — superiori, commilitoni, suo padre generale pluridecorato e probabilmente anche da se stesso — un perdente senza speranza. Una carriera al rallentatore, una reputazione incrinata dall’accusa di codardia, un trasferimento verso un incarico di nessun conto in un angolo dimenticato del teatro asiatico-pacifico tra il 1942 e il 1943. Eppure sarà proprio in quel contesto dimenticato, tra le spiagge e le giungle di un’area immaginaria del Sud Pacifico, che Farralon troverà la strada per riscattarsi e — naturalmente — conquistare la donna giusta.

La trama, descritta così, suona come un romanzo di formazione in divisa militare. E in un certo senso lo è. Ma quello che rende “Il soldato” davvero interessante è il modo in cui Powell la racconta. L’ironia è la cifra costante di tutto il libro, quell’ironia amara e appuntita che appartiene a chi ha visto la guerra da vicino e sa benissimo che il confine tra il gesto eroico e quello ridicolo è spesso sottilissimo, e che la burocrazia militare può essere tanto devastante quanto il fuoco nemico. È la stessa ironia presente in “L’uomo di Filadelfia”, applicata però a un contesto più aspro, dove le conseguenze degli errori si misurano in vite umane e non in carriere spezzate o reputazioni macchiate.

Rispetto a “Vacanze matte”, che era costruito come una commedia leggera e quasi senza ombre, “Il soldato” mostra un Powell più maturo e disposto a lasciare che la realtà entri nelle pagine con tutto il suo peso. La guerra c’è, i morti ci sono, la paura è presente. Ma Powell non cede mai alla retorica del romanzo di guerra tradizionale, non si abbandona alla celebrazione vuota né all’antieroismo di maniera. Il suo è uno sguardo pragmatico e disincantato su come funziona davvero un esercito: con le sue gerarchie assurde, i suoi privilegi incomprensibili, i suoi meccanismi di promozione che sembrano seguire una logica tutta propria.

Farralon è un personaggio che ha il grande pregio di essere umano fino all’osso. Non è un eroe, non è un vigliacco, è semplicemente un uomo che cerca di fare il proprio dovere in condizioni avverse, e che alla fine — grazie a una combinazione di competenza, fortuna e buon senso — riesce dove sembrava destinato al fallimento. È il tipo di protagonista che Powell sapeva costruire meglio di chiunque altro: quello che non chiede ammirazione ma ottiene simpatia.

Peccato che questo scrittore, in Italia, sia stato di fatto quasi dimenticato. Perché chi ama la narrativa americana del Novecento, quella che sapeva essere popolare senza essere banale, intrattenimento senza essere superficiale, farebbe bene a cercare Richard Powell. Anche a costo di setacciare qualche biblioteca o qualche bancarella di libri usati. Ne vale la pena.

Buona lettura.

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“Vacanze matte” di Richard Powell

(Bibliotheka Edizioni, 2025)

C’è un tipo di romanzo che non ha la minima intenzione di prendersi sul serio. Non perché sia superficiale, non perché manchi di sostanza, ma perché ha capito una cosa fondamentale: il riso è una forma di intelligenza, e far ridere con stile è un’arte che pochissimi padroneggiano davvero. Richard Powell era uno di quei pochissimi.

Già autore dello splendido “L’uomo di Filadelfia“, quel capolavoro di commedia nera ambientata nelle fondamenta traballanti del sogno americano, Powell torna nel 1959 con “Vacanze matte” e dimostra che il suo talento non era un colpo di fortuna. Era metodo. Era visione. Era quella capacità rarissima di guardare l’essere umano nel momento in cui si mette in vacanza — cioè nel momento in cui abbassa tutte le difese e si rivela per quello che è davvero — e di trasformare quello spettacolo in pagine che si leggono con il sorriso fisso e la sensazione crescente di essere stati smascherati.

La storia parte da un’idea apparentemente semplice: una famiglia americana parte per le vacanze. Padre, figli, aspettative disallineate, nervi già tesi prima ancora di caricare i bagagli in macchina. Powell prende questo scenario che potrebbe sembrare un cliché e lo lavora dall’interno, come un orologiaio che smonta il meccanismo e te lo mostra ingranaggio per ingranaggio, finché non riesci più a credere che quelle cose complicatissime riuscissero davvero a segnare l’ora.

Il protagonista, e la voce narrante, è Toby il figlio maggiore e ventenne di una famiglia però che non è quella classica da spot televisivo: i Kwimper rappresentano una unità sociale molto particolare. Padre, figlio maggiore e due gemelli, alle soglie dell’adolescenza, sono privi di una moglie/madre, l’unica figura femminile presente è Holly, la babysitter. Inoltre i Kwimper vivono di sussidi statali per la disoccupazione e per l’invalidità alla schiena del loro figlio maggiore, causata da un incidente mentre questo prestava servizio nell’esercito.

Già questa è una combinazione originale e insolita per l’epoca, ma Powell è solo all’inizio. Nel percorso per raggiungere la loro meta estiva i Kwimper decidono di prendere una scorciatoia che gli farà imboccare una strada appena terminata. Quando si ritrovano senza benzina sono costretti ad accamparsi alla meno peggio sul ciglio della nuova infrastruttura in attesa dei soccorsi. E quando, quasi casualmente, scoprono che per un mero errore burocratico proprio quel ciglio dove si sono accampati non appartiene ad alcun ufficio pubblico, decidono così di colonizzarlo, visto che un’antica legge federale consentirà loro di reclamarlo dopo che ci avranno vissuto per almeno sei mesi…

“Vacanze matte” – il cui titolo originale è il più graffiante “Pioneer, Go Home!” – è un romanzo che merita di essere recuperato non solo per il plot insolito e originale. Powell scrive con una leggerezza che non è mai superficialità. Ogni situazione comica ha radici serie. Ogni equivoco rivela qualcosa di vero sui personaggi. Ogni disastro è in realtà un piccolo saggio mascherato sulla famigerata “way of life” americana della fine degli anni Cinquanta.

I dialoghi sono, forse, la cosa più bella. Powell, evidentemente, sapeva ascoltare le persone quando erano arrabbiate, quando erano stanche, quando erano deluse, quando cercavano di sembrare qualcos’altro rispetto alla loro vera realtà. Per questo i dialoghi sembrano improvvisati ma sono invece calibratissimi, come le battute di un jazzista che suona note sbagliate perfettamente al momento giusto.

C’è poi la gestione del caos. Perché “Vacanze matte” è un romanzo in cui le cose vanno storte con una precisione quasi geometrica, in cui ogni piano fallisce esattamente nel modo meno previsto e più inevitabile. Powell costruisce le sue situazioni con la pazienza di un ingegnere e le fa esplodere con la nonchalance di un bambino che soffia su un castello di carte. Il risultato è una serie di scene che restano in testa molto dopo aver chiuso il libro.

Siamo nel 1959, e l’America che Powell ritrae è quella del benessere di facciata, della felicità obbligatoria, del sogno a rate. La vacanza come metafora è perfetta per smontare quella mitologia: è il momento in cui il copione della vita quotidiana si inceppa, in cui la famiglia scopre che stare insieme ventiquattro ore su ventiquattro è tutt’altra cosa rispetto allo stare insieme nelle pause tra un impegno e l’altro, soprattutto quando si combatte una dura battaglia contro la burocrazia del Governo, entità dai confini labili ma dai “servitori” spesso miopi e implacabili.

Powell non predica, però. Non sale in cattedra, non vuole insegnarci niente. Ci fa ridere, e nel riderti tra le mani ti fa pensare. È il miglior tipo di letteratura: quella che non si annuncia come tale.

Se avete amato “L’uomo di Filadelfia”, “Vacanze matte” è un appuntamento obbligatorio. Se non lo conoscete ancora, partite da lì e arrivate qui. Il viaggio ne vale la pena, anche se — e forse soprattutto …se — le cose andranno storte lungo la strada.

Per la chicca: nel 1962 Gordon Douglas dirige l’adattamento cinematografico dal titolo “Lo sceriffo scalzo” con nientepopodimeno che Elvis Presley nel ruolo di Toby, cosa che però banalizza la caustica critica sociale del romanzo per rendere la pellicola più “fruibile” ai fan del re del rock and roll.

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“Il piatto piange” di Piero Chiara

(Mondadori, 1962)

Il titolo forse inganna. “Il piatto piange” fa pensare alla fame, alla miseria, alle privazioni della guerra. E invece Piero Chiara ci parla di un’altra fame, quella del gioco d’azzardo, del vizio che ti mangia dentro con la stessa voracità di uno stomaco vuoto. Un vizio irresistibile e proibito, come allora era quello del sesso nel nostro Paese, bigotto, perbenista e patriarcale.

Siamo a Luino, sulla sponda varesina del Lago Maggiore, tra i primi anni Trenta e la fine della Seconda Guerra Mondiale. La cittadina di provincia diventa il palcoscenico perfetto per questa storia di ossessioni, desideri e illusioni. Chiara, che quella realtà la conosceva bene, ci porta dentro un mondo fatto di persone normali che cedono al richiamo del gioco, così come a quello del sesso, come si cede a una droga. E tra questi personaggi c’è anche il narratore stesso, che non si tira fuori dalla storia, non giudica dall’alto, ma si mette in mezzo agli altri giocatori con la stessa febbre, la stessa speranza irrazionale.

Il gioco d’azzardo qui non è solo un vizio individuale, è la metafora perfetta della vita in provincia. Perché cosa fai quando sei bloccato in una cittadina sul lago, quando le giornate si susseguono tutte uguali, quando l’orizzonte è sempre lo stesso? Desideri. Giochi. Scommetti. Ti aggrappi all’illusione che la prossima mano, la prossima partita, la prossima scommessa cambierà tutto. È il desiderio di evasione che prende la forma delle carte, dei dadi, delle puntate sempre più azzardate.

Chiara racconta questi personaggi con una partecipazione che non ha nulla di moralistico. Li conosce troppo bene per permettersi di condannarli. Sa che dietro ogni giocatore c’è una vita frustrata, un sogno rimandato, una provincia che stringe come una morsa. Il gioco diventa l’unica finestra su un mondo diverso, anche se è una finestra falsa, una trappola che ti illude di poterti salvare mentre ti sta trascinando a fondo.

La prosa di Chiara è limpida, quasi cronachistica. Non c’è bisogno di artifici letterari quando racconti storie che hanno la forza della verità. Ogni personaggio ha il suo modo di giocare, la sua personale ossessione, ma tutti sono accomunati dalla stessa speranza disperata. E Chiara li segue uno per uno, li osserva mentre si rovinano, mentre perdono tutto, mentre tornano a vincere per poi perdere ancora, senza mai smettere di restituire loro dignità narrativa.

Poi arriva la guerra, e quello che sembrava un dramma privato si scontra con la Storia. I sogni, le illusioni, le piccole manie di provincia si frantumano contro la realtà del conflitto mondiale. Ma Chiara è troppo intelligente per fare del facile simbolismo: la guerra non redime nessuno, non dà lezioni morali. Semplicemente spazza via tutto, anche le piccole ossessioni che sembravano così importanti. A salvarsi, forse, sono quelli che hanno lasciato Luino molto tempo prima.

Quello che rende “Il piatto piange” un romanzo ancora attuale è proprio questa capacità di raccontare la provincia italiana senza caricarla di sentimentalismi. Chiara sa che la vita in provincia è fatta di attese, di noia, di orizzonti limitati. E sa che in quel vuoto si insinuano i vizi, le ossessioni, tutti quei meccanismi di fuga che promettono libertà e consegnano solo nuove catene.

Il gioco d’azzardo diventa così la cifra di un’intera esistenza. Non è solo questione di soldi persi o vinti: è il tentativo disperato di dare un senso a giornate che altrimenti scorrerebbero identiche, è l’illusione di poter controllare il destino quando tutto intorno a te ti dice che sei impotente. È la provincia che sogna di essere altro, e si aggrappa alle carte o al sesso come a un’ancora di salvezza.

Leggere questo romanzo oggi significa rivivere meccanismi che non sono affatto scomparsi. Una certa provincia è ancora lì, con le sue frustrazioni e i suoi desideri repressi. E il gioco, sotto altre forme, continua a essere quella trappola seduttiva che promette una vita diversa mentre ti sta solo svuotando le tasche e l’anima.

Chiara scrive senza illusioni ma anche senza cinismo. I suoi personaggi perdono, si rovinano, vedono i loro sogni infrangersi, ma restano profondamente umani. E alla fine, quando chiudi il libro, capisci che “Il piatto piange” non è solo un romanzo sul vizio, e non solo quello del gioco: è un romanzo sull’impossibilità di fuggire da se stessi, anche quando pensi di avere in mano le carte vincenti.

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“La prima inchiesta di Maigret” di Georges Simenon

(Fabbri Editori, 2003)

C’è qualcosa di magico nel guardare nascere un mito. E Georges Simenon, con “La prima inchiesta di Maigret”, pubblicato nel 1949, compie esattamente questo miracolo letterario: ci mostra le origini di uno dei personaggi più celebri del romanzo poliziesco del Novecento, ma lo fa con una delicatezza e una profondità che vanno ben oltre la semplice cronaca degli esordi.

Perché quello che Simenon ci racconta non è semplicemente la prima indagine del commissario Maigret, ma piuttosto la genesi di un’icona che avrebbe dominato le pagine del giallo francese, e non solo, per decenni. E lo fa mostrandoci un Maigret che ancora non è Maigret, un giovane di appena ventisei anni, fresco di matrimonio con la sua amata Louise – che ancora lo chiama Jules e non Maigret… – distante anni luce dagli uffici del Quai des Orfèvres che saranno il suo regno naturale.

In questa storia, ambientata nel 1913 quando la Polizia Giudiziaria si chiamava ancora Sûreté, incontriamo un Maigret che è soltanto il segretario del commissario del quartiere Saint-Georges, non lontano dalla stazione di Saint Lazare. Non ha ancora un’autorità propria, non ha un ufficio personale, non ha nemmeno la libertà di condurre le indagini come meglio crede. Eppure, già si intravede in lui quella particolare capacità di osservazione, quel modo di immergersi completamente negli ambienti e nelle persone che diventerà la sua cifra distintiva.

L’inchiesta ruota attorno al sospetto omicidio avvenuto nel cuore della notte presso la lussuosa villa Gendreau-Balthazar, di proprietà della famiglia che possiede la fabbrica del caffè Balthazar che beve tutta Parigi, e non solo. Simenon costruisce con maestria il clima di una Parigi ancora lontana dalla modernità, dove le strade buie e i canali maleodoranti fanno da sfondo a un crimine che sembra destinato a rimanere irrisolto. Ma è proprio qui che emerge la genialità del giovane Maigret: la sua ostinazione silenziosa, la sua capacità di captare le sfumature, di comprendere le dinamiche umane dietro ogni delitto.

Ciò che colpisce particolarmente è il modo in cui Simenon dipinge questo Maigret alle prime armi. Non c’è traccia di quella sicurezza un po’ burbera del commissario maturo, non c’è ancora quella saggezza venata di malinconia che ritroveremo nelle indagini successive. Qui abbiamo un ragazzo che impara, che sbaglia, che si scontra con la burocrazia, col potere e con i limiti del suo ruolo. Un ragazzo che deve ancora conquistarsi il rispetto dei colleghi e la fiducia dei superiori.

Eppure, in questa apparente debolezza, c’è già tutta la forza del personaggio. Perché Maigret non risolve i casi con brillanti deduzioni alla Sherlock Holmes, non stupisce con colpi di genio improvvisi. Il suo metodo è diverso, più umano, più paziente. Si immerge nei luoghi, osserva, ascolta, intuisce. E soprattutto, comprende. Comprende le miserie e le fragilità degli esseri umani, senza giudicarli, senza condannarli.

La narrazione di Simenon procede con quella semplicità disarmante che è la sua cifra stilistica. Non ci sono orpelli letterari, non ci sono descrizioni ridondanti. Ogni frase ha un peso, ogni parola è calibrata per portarci dentro la storia. E questo vale anche per i personaggi.

Ma il vero colpo di genio di questo romanzo sta nel finale. Perché proprio mentre l’inchiesta si conclude, mentre il giovane segretario ha dimostrato il suo valore, Simenon ci regala la scena che segna la svolta: Maigret, come premio ma anche per evitare una scandalo che potrebbe coinvolgere le alte sfere, viene chiamato al Quai des Orfèvres, l’ingresso negli uffici che diventeranno la sua seconda casa, l’inizio ufficiale della carriera che lo renderà leggendario. È un momento quasi commovente, perché capiamo che stiamo assistendo non solo alla fine di un’indagine, ma all’inizio di una leggenda.

“La prima inchiesta di Maigret” è quindi molto più di un semplice romanzo poliziesco. È un’origine, una testimonianza, un atto di amore verso un personaggio che Simenon aveva già portato al successo ma che qui decide di mostrare nella sua umanità più fragile e autentica. È il racconto di come si diventa ciò che si è, di come le esperienze formative plasmino il carattere, di come anche i grandi personaggi abbiano avuto un inizio incerto e travagliato.

E in questo sta la grandezza di Simenon: nel saperci raccontare un mito mostrandocene le radici terrene, nel farci amare ancora di più il commissario Maigret proprio perché ci ha fatto vedere il ragazzo timido e determinato che un tempo era stato. Perché in fondo, prima di diventare un’icona, Maigret è stato semplicemente un giovane uomo che credeva nella giustizia e nella comprensione dell’animo umano. E questo, forse, è il vero segreto del suo fascino immortale.

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“L’uomo di Filadelfia” di Richard Powell

(Garzanti, 1965)

C’è un momento, nella letteratura americana degli anni Cinquanta, in cui il romanzo smette di guardarsi allo specchio e comincia a osservare le crepe nel vetro. Richard Powell, che di mestiere faceva il pubblicitario, lo fa con l’immortale “L’uomo di Filadelfia”, pubblicato nel 1958, e lo fa con quella precisione chirurgica che ti lascia addosso più domande che risposte.

La storia è quella di Anthony Judson Lawrence, avvocato di grido della Philadelphia aristocratica, un uomo che incarna tutto ciò che l’America dell’immediato secondo dopoguerra vuole credere di avere: successo, rispettabilità, controllo. Powell lo mette su un piedistallo e poi, pagina dopo pagina, gli sega le gambe. Non con violenza, non con clamore. Con la lentezza insopportabile della verità che emerge.

Perché Lawrence è un uomo che ha costruito la sua vita su fondamenta che non gli appartengono. A partire da tre generazioni prima, dalla sua bisnonna arrivata come sguattera dall’Irlanda nella Filadelfia della seconda metà dell’Ottocento, passando per sua nonna e sua madre. Ma lui è riuscito dove le sue antenate, anche perché donne, non hanno potuto. Lui frequenta i club giusti, difende i clienti giusti. Ma sotto la superficie patinata c’è il vuoto e soprattutto l’opportunismo. Opportunismo che Tony, suo malgrado e a suon di schiaffoni materiali e morali, ha imparato a seguire. E quando arriva il caso che metterà alla prova non solo le sue capacità professionali ma l’intera impalcatura della sua esistenza, Powell ci costringe a stare lì, a guardare.

Il romanzo funziona perché Powell non giudica. Non ti dice che Lawrence è un ipocrita o una vittima del sistema. Te lo mostra, semplicemente. E nel mostrarlo, ti fa capire quanto sia facile scivolare in quella stessa trappola. Quanto sia sottile il confine tra chi sei davvero e chi fingi di essere per così tanto tempo da dimenticare la differenza.

C’è una Filadelfia che emerge da queste pagine, ed è una città di ombre lunghe e salotti polverosi, dove i cognomi contano più dei meriti e dove il passato è una condanna travestita da privilegio. Powell la dipinge con l’affetto amarognolo di chi conosce bene quel mondo, ma non ne è più complice.

La scrittura è asciutta, senza fronzoli. Powell non perde tempo in descrizioni inutili o divagazioni psicologiche. Va dritto al punto, sempre. E il punto è scomodo: cosa resta di un uomo quando toglie la maschera e scopre che sotto non c’è quasi nulla?

“L’uomo di Filadelfia” è uno di quei romanzi che oggi leggiamo con una certa nostalgia, non per il mondo che descrive – quel mondo meritava di crollare – ma per la capacità di Powell di metterlo in scena senza sconti, senza la tentazione di offrire soluzioni facili o redenzioni immeritate.

È un libro che parla di un’epoca precisa, ma le domande che solleva sono ancora tremendamente attuali. Quanto di noi è autentico? Quanto siamo disposti a sacrificare per mantenere una facciata? E quando finalmente decidiamo di essere onesti, è troppo tardi?

Powell non risponde. Ti lascia lì, con Lawrence, a guardare le macerie. E forse è proprio questo il suo regalo più grande: non la consolazione, ma la lucidità. Quella lucidità feroce che è il primo passo per smettere di mentire, agli altri e a se stessi.

Un romanzo che merita di essere riscoperto, non come documento storico, ma come specchio. Uno specchio che continua a riflettere limpido e spietato, anche dopo quasi settant’anni.

Per la chicca: nel 1959 Vincent Sherman dirige “I segreti di Filadelfia”, ispirato a questo splendido romanzo, con protagonista il grande Paul Newman, e con la sceneggiatura firmata anche Dalton Trumbo, che però smussa le parti più taglienti della critica caustica di Powell.

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“Memorie a rotta di collo” di Buster Keaton con Charles Samuels

(Feltrinelli, 1995)

Nel 1960, sei anni prima della sua scomparsa, Joseph Frank Keaton – poi conosciuto come Buster Keaton – affida a Charles Samuels il compito di trasformare una vita di cadute, acrobazie e silenzio in parole. Il risultato è “Memorie a rotta di collo”, l’unica autobiografia dell’uomo impassibile e dalla faccia di pietra davanti alla macchina da presa, un documento che è insieme testimonianza storica del primo grande cinema e ritratto di una delle personalità più complesse e affascinanti che Hollywood abbia mai conosciuto.

Buster Keaton esordisce sulle assi del vaudeville a quattro anni, nel 1899, lanciato letteralmente in aria dai genitori Joseph e Myra, acrobati e saltimbanchi di professione. A donargli il soprannome di “Buster”, vista la sua caparbietà sul palcoscenico già in tenerissima età, è il compagno d’arte di suo padre: Henry Hudini. Già nelle prime pagine si intuisce il cuore pulsante di queste memorie: la scoperta che il sorriso uccide la risata. Una rivelazione che cambierà per sempre il volto della comicità cinematografica. Il piccolo Buster comprende precocemente che per far ridere bisogna apparire “infelice, umiliato, perseguitato, tormentato, vessato, stupito e confuso”. Nasce così quella maschera impassibile che diventerà il suo marchio di fabbrica, l’emblema stesso di una comicità che non concede sconti al sentimentalismo.

Ma quello che rende straordinaria questa autobiografia non è tanto la cronaca degli anni gloriosi – pur presente e davvero affascinante – quanto la capacità di Keaton di raccontarsi senza compiacimenti né autocommiserazioni. L’artista tiene a precisare di essersi “sempre considerato un uomo favolosamente fortunato”, nonostante i matrimoni falliti, il declino professionale con l’avvento del sonoro, e i gravi problemi economici e con l’alcol che lo travolsero negli anni Trenta. È questa onestà emotiva, questa accettazione stoica degli alti e bassi dell’esistenza, che rende il libro così profondamente umano.

Le pagine dedicate alla Hollywood degli anni Venti sono di un fascino irresistibile. Keaton fa rivivere l’epoca d’oro del cinema muto con una nostalgia che non scade mai nella retorica: “A volte mi chiedo se il mondo sembrerà ancora un posto così eccitante e spensierato come sembrò a noi a Hollywood all’inizio degli anni Venti. Eravamo tutti giovani, l’aria della California sembrava vino”. È un mondo di pionieri coraggiosi e geniali, di sperimentatori senza rete, dove tutto era ancora possibile e il cinema si inventava giorno dopo giorno.

Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati ai rapporti con i colleghi. Keaton, che pure mantiene sempre un tono misurato e gentile, non risparmia considerazioni acute su Charlie Chaplin – col quale il confronto fu inevitabile – e i fratelli Marx. Ma sono soprattutto gli aneddoti tecnici a rivelare la profonda consapevolezza artistica dell’autore: le sue riflessioni sui meccanismi della comicità, sul timing perfetto, sull’importanza della verosimiglianza anche nell’assurdo, sulla centralità di una sceneggiatura solida ed efficace – anche se spesso non scritta ma semplicemente discussa con tutto lo staff – anticipano di decenni gli studi sulla teoria del comico.

La vera forza di “Memorie a rotta di collo” sta anche nel modo in cui Keaton affronta il declino. Le pagine sulla perdita del controllo creativo, sull’umiliazione di vedere i propri film stravolti dai produttori, sul passaggio traumatico al sonoro che lo relegò a ruoli marginali o di semplice “gagman” (addetto al creare sketch divertenti in film in crisi o privi di idee) sono di una dignità commovente. Non c’è rancore, non c’è vittimismo: c’è la lucida consapevolezza di un artista che ha vissuto il momento giusto al momento giusto e che ha pagato il prezzo della propria indipendenza creativa. “La ragione per cui non ha mai perso la mia umiltà davanti al pubblico è perché ho sempre pensato che il compito di chi si esibisce sia quello di rendere comprensibile ciò che sta facendo. Dopotutto il dovere del pubblico si esaurisce nell’atto del pagamento del biglietto d’ingresso.”

Struggenti le pagine dedicate agli ultimi anni, con le apparizioni sempre più rare e spesso umilianti. La partecipazione in “Viale del tramonto” di Billy Wilder – dove interpreta se stesso in un ruolo dolorosamente autobiografico – o quella irresistibile in “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin diventano metafora perfetta di un’epoca che non c’è più.

Charles Samuels merita un riconoscimento particolare per aver saputo preservare la voce autentica di Keaton. Il testo scorre con naturalezza, alternando aneddoti divertenti a riflessioni più profonde, senza mai tradire il tono sobrio e antiretorico che fu proprio dell’attore. Il risultato è un’autobiografia che si legge come un romanzo picaresco, dove il protagonista attraversa un’epoca intera conservando intatta la propria dignità e il proprio sguardo ironico sul mondo.

Leggere Keaton che racconta Keaton è come assistere a un ultimo, malinconico numero di vaudeville, dove l’attore anziano ripercorre con lo sguardo i trionfi e le cadute di una vita intera. Ma come in tutte le sue migliori interpretazioni, anche qui Buster Keaton non sorride mai. E proprio per questo ci fa sorridere, commuovere e riflettere sulla natura effimera dello spettacolo e del successo e sulla persistenza testarda dell’arte vera.

Un libro che merita di essere letto, riletto e conservato gelosamente nelle biblioteche di tutti coloro che credono ancora nel potere rivoluzionario della risata intelligente.

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“La ballerina del Gai-Moulin” di Georges Simenon

(Adelphi, 2012)

Nel 1931, quando Georges Simenon iniziava appena a delineare i contorni del personaggio che lo avrebbe reso immortale, nasce “La ballerina del Gai-Moulin”, uno dei primi romanzi – per la precisione il terzo – della serie dedicata al commissario Maigret. Un’opera che rappresenta non ancora il Simenon maturo delle grandi inchieste psicologiche, ma che contiene già tutti gli elementi che renderanno lo scrittore belga uno dei maestri assoluti del romanzo poliziesco.

La storia ci trasporta nella Liegi notturna, dove due giovani – Jean Chabot e René Delfosse – si trovano coinvolti in quello che inizia come un banale tentativo di furto e si trasforma rapidamente in un incubo. Il Gai-Moulin, locale malfamato frequentato da artisti, marinai e piccoli criminali, diventa il teatro di un omicidio che sconvolge la tranquilla città belga. È qui che fa la sua comparsa Maigret, ancora lontano dall’essere il commissario riflessivo e filosofico che conosceremo nei romanzi più maturi, ma già portatore di quel metodo investigativo basato più sulla comprensione dell’animo umano che sulla deduzione razionale.

Ciò che colpisce maggiormente in questa opera è l’atmosfera opprimente che Simenon riesce a creare fin dalle prime pagine. La Liegi descritta dallo scrittore non è una città da cartolina, ma un organismo vivo e minaccioso, dove la nebbia del fiume Mosa si mescola al fumo dei locali notturni e agli odori sospetti dei vicoli malfamati. È una città di confine, dove la rispettabilità borghese convive a pochi passi dal degrado e dalla criminalità, e dove il passaggio dall’una all’altra sfera richiede solo pochi passi nella notte.

I due protagonisti giovanili – Chabot e Delfosse – sono tra le creazioni più riuscite di Simenon in questa fase. Non sono né eroi né veri criminali, ma semplicemente due ragazzi annoiati dalla vita di provincia, affascinati dal brivido del proibito, incapaci di comprendere che ogni azione porta con sé conseguenze che possono sfuggire al controllo.

Il vero protagonista del romanzo, tuttavia, rimane Maigret, anche se la sua presenza non è ancora così totalizzante come diverrà nelle opere successive. Qui il commissario è ancora un personaggio in formazione, meno pacato e riflessivo, più incline all’azione diretta. Eppure già emergono quei tratti distintivi che lo renderanno unico nel panorama del poliziesco: l’empatia verso i colpevoli, la capacità di comprendere le motivazioni profonde dei crimini, il rifiuto di ridurre le indagini a un puro esercizio logico.

La scrittura di Simenon è, come sempre, asciutta ed essenziale. Lo scrittore belga non concede nulla alla ridondanza letteraria, non si abbandona a descrizioni superflue o a riflessioni filosofiche esplicite. Ogni frase serve la narrazione, ogni dettaglio contribuisce a costruire quell’atmosfera di crescente angoscia che pervade il romanzo. È una prosa funzionale che nasconde però una straordinaria capacità di osservazione psicologica e sociale.

Il Gai-Moulin é un microcosmo che rappresenta tutti quei luoghi di confine dove si incontrano le classi sociali, dove la maschera della rispettabilità cade, dove emergono i desideri repressi e le pulsioni nascoste della piccola borghesia, non solo belga. La ballerina del titolo, figura quasi fantasmatica che attraversa la narrazione, diventa simbolo di un mondo notturno che affascina e spaventa allo stesso tempo.

Chabot e Delfosse rappresentano quella generazione cresciuta all’ombra della Grande Guerra, sospesa tra il desiderio di emancipazione e l’incapacità di trovare un proprio posto nel mondo. La loro vicenda diventa metafora di un’intera generazione che ha perso i punti di riferimento tradizionali senza trovarne di nuovi.

A distanza di oltre novant’anni dalla sua pubblicazione, “La ballerina del Gai-Moulin” mantiene intatta la sua capacità di affascinare e inquietare. È un romanzo che si legge d’un fiato, trascinati dalla prosa incalzante di Simenon, ma che continua a lavorare nella mente del lettore anche dopo l’ultima pagina, interrogandoci sui confini sfumati tra colpa e innocenza, tra caso e responsabilità individuale.

Un’opera che conferma ancora una volta come Simenon sia stato molto più di un semplice autore di gialli: è stato un acuto osservatore della condizione umana, capace di trasformare il romanzo poliziesco in strumento di indagine psicologica e sociale. Un maestro che ha saputo elevare il genere a dignità letteraria, dimostrando che intrattenimento e profondità non sono necessariamente incompatibili. Così come faranno, qualche decennio dopo, Maj Sjöwall e Per Wahlöö con il loro commissario Martin Beck, fondando di fatto il giallo scandinavo, personaggio poi che ispirerà, fra gli altri, anche il Montalbano del maestro Andrea Camilleri.

Un classico da riscoprire, per chi voglia confrontarsi con le radici del Maigret maturo e per chiunque apprezzi il romanzo poliziesco quando sa essere anche riflessione sull’animo umano e sui meccanismi oscuri che governano le nostre azioni.

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