
(Garzanti, 1962)
C’è una categoria di scrittori americani che il Novecento ha saputo produrre con una certa abbondanza e che poi, con altrettanta generosità, ha provveduto a dimenticare quasi completamente. Richard Powell appartiene a questa categoria e, come mi è già capitato di ricordare, è ora di rimediare.
Nato nel 1908, laureato a Princeton, cronista di razza, veterano della Seconda Guerra Mondiale e poi pubblicitario, Powell ha scritto romanzi che attraversano generi diversi con una disinvoltura che oggi farebbe invidia a molti. È lo stesso autore che con “L’uomo di Filadelfia” del 1956 aveva costruito un affresco corale e generazionale di tale spessore da meritarsi, fra le altre cose, un adattamento cinematografico con Paul Newman: uno di quei romanzi in cui si respira un’intera città e un intero Paese, la loro storia, le loro ambizioni, i loro compromessi. Con “Vacanze matte” del 1959 aveva regalato ai lettori una commedia leggera come una bolla di sapone eppure capace di raccontare, con delizioso sarcasmo, l’ingenuità americana che si scontra con il mondo reale, libro dal quale è addirittura stato tratto un musical con Elvis Presley, il che già la dice lunga sulla capacità di Powell di muoversi su frequenze diverse senza mai perdere il controllo del proprio tono narrativo. Non a caso, quindi, dal suo “Don Chisciotte, U.S.A.” del 1966, Woody Allen si ispirerà per “Il dittatore dello stato libero di Bananas” del 1971.
“Il soldato”, pubblicato per la prima volta nel 1960 da Scribner’s e poi uscito in edizione tascabile nel 1962 — l’anno in cui in Italia arrivava in libreria grazie a Garzanti — è probabilmente il romanzo in cui Powell si è avvicinato di più alla propria esperienza diretta: quella della guerra nel Pacifico, vissuta in prima persona, con tutto il peso che questo comporta. Ma attenzione: nonostante le apparenze, non è un romanzo di guerra nel senso più tradizionale del termine.
Il protagonista è il tenente colonnello William A. Farralon, un ufficiale che all’inizio della storia è considerato da tutti — superiori, commilitoni, suo padre generale pluridecorato e probabilmente anche da se stesso — un perdente senza speranza. Una carriera al rallentatore, una reputazione incrinata dall’accusa di codardia, un trasferimento verso un incarico di nessun conto in un angolo dimenticato del teatro asiatico-pacifico tra il 1942 e il 1943. Eppure sarà proprio in quel contesto dimenticato, tra le spiagge e le giungle di un’area immaginaria del Sud Pacifico, che Farralon troverà la strada per riscattarsi e — naturalmente — conquistare la donna giusta.
La trama, descritta così, suona come un romanzo di formazione in divisa militare. E in un certo senso lo è. Ma quello che rende “Il soldato” davvero interessante è il modo in cui Powell la racconta. L’ironia è la cifra costante di tutto il libro, quell’ironia amara e appuntita che appartiene a chi ha visto la guerra da vicino e sa benissimo che il confine tra il gesto eroico e quello ridicolo è spesso sottilissimo, e che la burocrazia militare può essere tanto devastante quanto il fuoco nemico. È la stessa ironia presente in “L’uomo di Filadelfia”, applicata però a un contesto più aspro, dove le conseguenze degli errori si misurano in vite umane e non in carriere spezzate o reputazioni macchiate.
Rispetto a “Vacanze matte”, che era costruito come una commedia leggera e quasi senza ombre, “Il soldato” mostra un Powell più maturo e disposto a lasciare che la realtà entri nelle pagine con tutto il suo peso. La guerra c’è, i morti ci sono, la paura è presente. Ma Powell non cede mai alla retorica del romanzo di guerra tradizionale, non si abbandona alla celebrazione vuota né all’antieroismo di maniera. Il suo è uno sguardo pragmatico e disincantato su come funziona davvero un esercito: con le sue gerarchie assurde, i suoi privilegi incomprensibili, i suoi meccanismi di promozione che sembrano seguire una logica tutta propria.
Farralon è un personaggio che ha il grande pregio di essere umano fino all’osso. Non è un eroe, non è un vigliacco, è semplicemente un uomo che cerca di fare il proprio dovere in condizioni avverse, e che alla fine — grazie a una combinazione di competenza, fortuna e buon senso — riesce dove sembrava destinato al fallimento. È il tipo di protagonista che Powell sapeva costruire meglio di chiunque altro: quello che non chiede ammirazione ma ottiene simpatia.
Peccato che questo scrittore, in Italia, sia stato di fatto quasi dimenticato. Perché chi ama la narrativa americana del Novecento, quella che sapeva essere popolare senza essere banale, intrattenimento senza essere superficiale, farebbe bene a cercare Richard Powell. Anche a costo di setacciare qualche biblioteca o qualche bancarella di libri usati. Ne vale la pena.
Buona lettura.
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