“La catastrofica visita allo zoo” di Joël Dicker

(La nave di Teseo, 2025)

Joséphine è ormai una donna adulta, ma ricorda ancora molto bene la famigerata gita alla zoo fatta assieme alla sua classe molti anni prima, nei giorni che precedevano il Natale, gita che ha segnato la vita di alcune persone e che tutta la cittadina ancora ricorda molto bene.

Così torniamo indietro nel tempo e assistiamo al viaggio a ritroso che Joséphine, ancora bambina, fa con i suoi genitori per narrare loro gli eventi che hanno portato all’incredibile giornata passata al giardino zoologico della città assieme a tutta la scolaresca.

Le cose hanno iniziato a prendere un strana piega quando, qualche mese prima, la bambina e tutti gli altri alunni della classe speciale che frequentava, un lunedì mattina hanno trovato la loro piccola scuola allagata. Qualcuno, a partire dall’inizio del weekend, aveva otturato gli scarichi dei lavandini nel bagno e lasciato volontariamente i rubinetti aperti.

La signorina Jennings, la loro insegnante, era disperata ma fortunatamente il direttore della limitrofa scuola per alunne e alunni “normali” si è offerto di ospitarli fino a quando l’edificio non sarebbe tornato agibile. Ma Joséphine e i suoi compagni di classe avevano la seria intenzione di scoprire comunque chi e perché aveva boicottato le loro lezioni.

A complicare la situazione ci sono messe due cose: l’arroganza e l’intolleranza di alcuni alunni “normali” nei loro confronti – Joséphine e i suoi compagni venivano chiamati fin troppo spesso quelli “strambi”, tanto per fare un esempio – e la goffaggine del direttore dell’istituto le cui ingenue idee per la loro integrazione finivano sempre in un disastro…

Piacevole breve romanzo che ci parla di tolleranza e integrazione in uno stile “infantile” del tutto simile a quello dello scrittore svedese Fredrick Backman in generale, ma nello specifico soprattutto nel suo romanzo “Mia nonna saluta e chiede scusa” del 2016.

Lo svizzero Joël Dicker, infatti, abbandona il giallo thriller e il suo solito stile – cose che gli hanno donato fama internazionale – per raccontarci una piccola vicenda intima e delicata, il cui mistero alla fine è poco rilevante, al contrario dei sentimenti e delle emozioni.

La scelta di un linguaggio apparentemente basico e naif si accompagna bene con le intenzioni dell’autore che – come scrive nella postfazione – desiderava scrivere: “Un libro che faccia venir voglia di leggere e da far leggere a tutti, senza distinzioni. E che ci permetta di ritrovarci. Sul serio“.

Da leggere, soprattutto quando abbiamo bisogno di riconciliarci con il mondo.

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“Aristotele detective” di Margaret Doody

(Sellerio, 2007)

Pubblicato per la prima volta nel 1978 dalla canadese Margaret Doody, accademica esperta di mondo greco, “Aristotele detective” rappresenta un esperimento narrativo tanto audace quanto riuscito: trasformare il filosofo di Stagira in un investigatore nell’Atene del IV secolo a.C., creando un connubio perfetto tra thriller e filosofia, che anticipa di decenni alcune tendenze della letteratura contemporanea.

La trama è semplice quanto efficace: quando Boutades, ricco oligarca ateniese, viene trovato morto, le accuse cadono immediatamente su Filemone, già esule per aver ucciso un uomo durante una rissa. È qui che entra in gioco Aristotele che, come un Nero Wolfe dell’antichità classica, non si muove dalla sua dimora ma guida il giovane Stefanos – voce narrante e alter ego del lettore, nonché cugino di Filemone e unico uomo adulto in grado di difenderlo – nell’intricata indagine che svelerà una verità ben più complessa.

Il vero punto di forza del romanzo è la caratterizzazione del protagonista. La Doody riesce nell’impresa di rendere Aristotele un detective credibile senza tradire la sua natura filosofica. L’applicazione al crimine del metodo dimostrativo della logica aristotelica risulta naturale e mai forzata, creando quella che potremmo definire una indagine filosofica dove ogni deduzione nasce dall’osservazione rigorosa della realtà e dall’analisi delle cause ed effetti.

Attraverso gli occhi di Stefanos scopriamo non solo i meccanismi dell’indagine, ma anche un’Atene minuziosamente ricostruita nei suoi aspetti sociali, politici e culturali. La Doody dimostra una conoscenza profonda del mondo greco che traspare in ogni descrizione, in ogni dialogo, senza mai appesantire la narrazione con erudizione gratuita.

Lo stile della scrittrice canadese si distingue per la sua eleganza sobria e la capacità di alternare momenti di pura suspense investigativa a riflessioni più profonde sulla natura umana e sulla giustizia. La prosa, mai barocca, mantiene sempre un equilibrio perfetto tra accessibilità e profondità, rendendo il romanzo godibile sia per gli appassionati di gialli che per i lettori interessati al mondo antico.

Particolarmente efficace è la gestione del ritmo narrativo: Doody costruisce la tensione gradualmente, inserendo colpi di scena e false piste senza mai cedere alla tentazione del sensazionalismo. L’indagine procede con la stessa metodicità del pensiero aristotelico, dove ogni elemento trova il suo posto in un disegno logico più ampio.

Il romanzo funziona su più livelli di lettura. È indubbiamente un giallo riuscito, con un mistero ben costruito e una soluzione soddisfacente. Ma è anche un’opera di divulgazione storica che ci restituisce l’atmosfera dell’Atene del IV secolo con precisione documentaria. E infine, è una riflessione sulla natura della verità e sui metodi per raggiungerla, temi che attraversano tutta l’opera aristotelica.

“Aristotele detective” si rivela essere molto più di un semplice stratagemma curioso per un giallo di taglio classico. È l’inizio di quella che diventerà una fortunata serie – dodici volumi in totale – che ha saputo creare un nuovo sottogenere letterario, influenzando numerosi autori successivi.

Doody fa dialogare superbamente antico e moderno, filosofia e investigazione, erudizione e intrattenimento, creando un’opera che dimostra come la grande letteratura di genere possa essere al tempo stesso popolare e colta, accessibile e raffinata.

Un libro che, come il suo protagonista, nasconde sotto una superficie apparentemente semplice una complessità e una ricchezza sorprendenti. Un esperimento riuscito che ha aperto la strada a nuove possibilità narrative e che continua, dopo oltre quarant’anni, a conquistare lettori in tutto il mondo.

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“Il sole nudo” di Isaac Asimov

(Mondadori, 1988)

Isaac Asimov, con “Il sole nudo” pubblicato per la prima volta nel 1957, compie uno dei miracoli più significativi della letteratura di fantascienza: trasformare quello che potrebbe apparire come un semplice giallo spaziale in una riflessione profonda e inquietante sulla condizione umana e sui pericoli dell’isolamento sociale.

Ambientato sul pianeta Solaria, questo secondo romanzo del ciclo robotico vede il ritorno del detective terrestre Elijah Baley, costretto a lasciare la claustrofobica Terra per indagare su un omicidio apparentemente impossibile. Ma quello che inizia come un thriller poliziesco si trasforma ben presto in un’esplorazione psicologica di straordinaria lucidità.

Asimov costruisce con maestria chirurgica una società aliena eppure terribilmente familiare: i Solariani vivono isolati nelle loro residenze, comunicando esclusivamente attraverso “visori” tridimensionali, terrorizzati dal contatto fisico umano fino al punto di considerarlo una vera e propria perversione. La loro vita sociale è mediata interamente dalla tecnologia, mentre una massa di robot si occupa di ogni necessità materiale. Suona familiare? …Dovrebbe.

Il vero colpo di genio dello scrittore americano di origini russe risiede nell’aver intuito, con sessant’anni di anticipo, le dinamiche isolazioniste che caratterizzano la nostra società contemporanea. I Solariani del ’57 sono inquietantemente simili a noi che viviamo dietro schermi, che preferiamo messaggiare piuttosto che parlare faccia a faccia, che abbiamo trasformato la mediazione tecnologica in un sostituto delle relazioni umane autentiche.

La scrittura di Asimov è, come sempre, funzionale e precisa, mai ridondante. Non c’è spazio per fronzoli letterari quando si deve costruire un universo narrativo complesso e mantenere attiva la tensione investigativa. Eppure, sotto l’apparente freddezza scientifica, pulsa un’umanità profonda. Il contrasto tra il detective Baley – ancora legato alla corporeità e al contatto umano – e i Solariani diventa metafora di una scelta di civiltà: evoluzione tecnologica o preservazione dell’umanità?

Il mistero poliziesco serve brillantemente da pretesto per esplorare questi temi più profondi. L’omicidio di Rikaine Delmarre non è solo un crimine da risolvere, ma il sintomo di una società malata, corrosa dall’interno dall’eccesso di sicurezza e dal rifiuto della vulnerabilità che il contatto umano comporta. È paradossale ma illuminante: in una società che ha eliminato quasi ogni rischio fisico, proprio la negazione del rischio diventa il pericolo maggiore.

Particolarmente riuscito è il personaggio di Gladia Delmarre, moglie della vittima, che rappresenta una breccia nell’universo asettico solariano. I suoi tentativi di superare i condizionamenti sociali, di accettare il contatto fisico con Baley, sono descritti con una sensibilità psicologica che ricorda i grandi romanzi dell’Ottocento. Asimov dimostra qui di saper maneggiare non solo le grandi idee scientifiche, ma anche i moti sottili dell’anima umana.

La forza profetica de “Il sole nudo” emerge prepotentemente oggi, nell’epoca della comunicazione digitale e del distanziamento sociale. Le call, i social network, la crescente difficoltà nel mantenere relazioni fisiche autentiche: tutto quello che Asimov immaginava come futuro distopico è diventato, almeno in parte, la nostra quotidianità.

Ma Asimov non si limita alla critica sociale. Il romanzo pone domande fondamentali sull’essenza dell’umanità: cosa ci rende umani? È il contatto fisico? L’imperfezione? La capacità di soffrire? In un mondo dove la tecnologia può risolvere ogni problema pratico, cosa rimane del nostro essere profondo?

L’autore non offre risposte semplici, ma ci costringe a confrontarci con queste questioni attraverso una narrazione avvincente che non abbandona mai il lettore. La risoluzione del mistero è soddisfacente dal punto di vista logico, ma il vero compimento del romanzo sta nella trasformazione interiore dei personaggi, Baley in primis, che torna sulla Terra con una consapevolezza nuova della propria umanità.

“Il sole nudo” rappresenta Asimov al suo apice creativo: la perfetta sintesi tra intrattenimento e riflessione, tra divulgazione scientifica e letteratura. È un romanzo che funziona su più livelli, soddisfacendo tanto il lettore in cerca di evasione quanto quello interessato alle grandi questioni filosofiche. Una lettura che, a distanza di quasi settant’anni, continua a sorprendere per la sua attualità e la sua capacità di farci riflettere su dove stiamo andando come specie.

Un capolavoro assoluto della fantascienza mondiale che merita di essere letto, riletto e meditato. Perché, come dimostra Asimov con la sua consueta lucidità, il futuro non è mai così lontano come crediamo.

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“Factotum” di Charles Bukowski

(Teadue, 2009)

Nel 1975, quando le librerie italiane iniziavano timidamente a far conoscenza con la narrativa beat americana, arrivò nelle nostre mani un libro che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere la letteratura di strada. “Factotum” di Charles Bukowski rappresentava la seconda opera di quello che sarebbe diventato uno degli autori più discussi e influenti del panorama letterario contemporaneo.

Il protagonista, Henry Chinaski – alter ego letterario dello stesso Bukowski – ci accompagna in un viaggio attraverso l’America degli anni Quaranta, un’America fatta di lavori precari, alcolismo e solitudine urbana. Chinaski è un factotum, termine che in latino significa “colui che fa tutto”, e infatti il nostro antieroe passa da un impiego all’altro: magazziniere, commesso, fattorino, ogni volta licenziato per la sua incapacità di adattarsi alle ferree regole del sistema capitalista americano.

Quello che colpisce fin dalle prime pagine è la straordinaria capacità di Bukowski di trasformare la miseria quotidiana in poesia. Non c’è nulla di romanticamente bohémien nella vita di Chinaski: le sue giornate scorrono tra birre calde, donne di passaggio e stanze d’affitto sordide e anguste. Eppure, attraverso una prosa asciutta e brutalmente onesta, l’autore riesce a restituire una dignità profonda a questa esistenza ai margini.

La scrittura di Bukowski è di una semplicità disarmante, quasi orale, come se ci stesse raccontando le sue disavventure al bancone di un bar. Ma sotto questa apparente facilità si nasconde una tecnica narrativa raffinata, capace di dire molto con poco, di trovare l’universale nel particolare. Ogni episodio lavorativo diventa una piccola epifania sulla natura umana, ogni licenziamento una meditazione sulla libertà e sull’alienazione.

Quello che ha reso “Factotum” così rivoluzionario per il pubblico italiano – e non solo – è stata la sua capacità di parlare ai giovani di una generazione che stava scoprendo il disincanto. Mentre la letteratura ufficiale si perdeva ancora in sperimentalismi d’avanguardia, Bukowski offriva una narrativa diretta, comprensibile, che parlava di problemi reali: il lavoro, l’amore, la solitudine, l’alcol come fuga dalla realtà.

Il libro funziona anche come affresco sociale dell’America pre-boom economico, quando il sogno americano era ancora un miraggio per molti. Chinaski non è un eroe, né un antieroe romantico: è semplicemente un uomo che si rifiuta di piegarsi alle convenzioni sociali, pagandone le conseguenze. La sua ribellione non è ideologica ma istintiva, viscerale, profondamente umana.

L’influenza di “Factotum” sulla letteratura italiana è stata enorme. Ha aperto la strada a una nuova generazione di scrittori che hanno imparato da Bukowski l’arte di raccontare la quotidianità senza fronzoli, di trovare poesia nei gesti più banali. Il suo realismo sporco e disincantato ha ispirato molti autori italiani contemporanei.

Rileggere oggi “Factotum” significa riscoprire un libro che ha saputo attraversare i decenni senza perdere la sua forza dirompente. In un’epoca di drammatico precariato lavorativo e incertezza esistenziale, le peripezie di Henry Chinaski suonano ancora straordinariamente attuali. Bukowski ci ha insegnato che si può essere perdenti e mantenere la dignità, che si può fallire e rimanere autentici.

“Factotum” rimane un piccolo capolavoro di letteratura americana, un libro che ha cambiato il modo di raccontare la marginalità e che continua a parlare a tutti coloro che si sentono inadeguati rispetto alle regole del gioco sociale. Un libro necessario, che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.

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“Never Flinch – La lotteria degli innocenti” di Stephen King

(Sperling & Kupfner, 2025)

Stephen King torna dopo due anni di silenzio con un thriller che conferma, ancora una volta, la sua capacità di radiografare le fratture dell’America contemporanea. “Never Flinch – La lotteria degli innocenti” non è solo un ritorno alle scene del crimine, ma un affondo profondo nelle zone d’ombra di una società che sembra aver smarrito la propria bussola morale.

La trama si dipana attorno a un meccanismo di vendetta tanto meticoloso quanto spietato. Un misterioso “Bill Wilson” – che ruba il nome al fondatore degli “Alcolisti Anonimi” – inizia ad uccidere tredici innocenti e un colpevole per l’ingiusta morte di un vero innocente, innescando una spirale di terrore che sfocia nella cittadina fittizia di Buckeye. Il Re orchestra il tutto con la maestria di un direttore d’orchestra che conosce ogni singola nota della partitura del male.

Il vero colpo di genio è il ritorno di Holly Gibney, detective privata che King ha saputo plasmare come uno dei personaggi più autentici e sfaccettati del suo universo narrativo a partire da “Mr Mercedes” del 2014 e nei successivi “Chi perde paga” (2015), “Fine turno (2016), “The Outsider” (2018) e nel racconto breve “Se scorre il sangue”, compreso nell’omonima raccolta di racconti del 2020, per arrivare fino al recente “Holly“. Gibney si trova a dover proteggere Kate McKay, un’attivista femminista carismatica nel mirino di uno stalker, ma questa è solo la superficie di un intreccio che scava nelle profondità della giustizia negata e della rabbia repressa.

Il Re tiene insieme grandi temi e grande intrattenimento, tessendo un racconto che non teme di sporcarsi le mani con droga, alcolismo e, soprattutto, ottuso e violento fondamentalismo religioso. È l’America di oggi, quella che emerge dalle pagine, con le sue contraddizioni e i suoi fantasmi mai del tutto sepolti. King non fa sconti a nessuno, mettendo a nudo meccanismi sociali che producono mostri tanto più terrificanti perché fin troppo reali. “Never Flinch”, “non tentennare” è la frase che riecheggia nelle mente turbata del serial killer.

La prosa del Re, sempre chirurgica nella sua apparente semplicità, qui raggiunge vette di tensione toccate nei suoi migliori lavori recenti. Ogni capitolo è un passo verso l’abisso, costruito con la pazienza di chi sa che il vero orrore nasce dall’attesa, dalla consapevolezza che qualcosa di terribile sta per accadere.

Il noir kinghiano funziona perché non si limita a raccontare una storia di crimine, ma diventa specchio di un’epoca. Esplora le ombre della giustizia e la rabbia che corrode dal di dentro, trasformando vittime in carnefici e innocenti in bersagli.

Holly Gibney si conferma un personaggio di straordinaria umanità, capace di reggere il peso di una narrazione complessa senza mai perdere la sua autenticità. King la manovra con la delicatezza di chi sa di avere tra le mani un gioiello prezioso, facendola crescere pagina dopo pagina fino a renderla l’anima pulsante del romanzo.

“Never Flinch” è Stephen King che fa quello che sa fare meglio: prendere per mano il lettore e condurlo in territori oscuri dove la paura diventa catarsi. Un thriller che sfiora la perfezione, un ritorno alle origini che dimostra come il Re non abbia perso un grammo della sua forza narrativa.

Un romanzo necessario, e le cronache contemporanee purtroppo ce lo sottolineano, che arriva nel momento giusto per raccontare un’America che ha dimenticato il confine tra giustizia e vendetta. Il Re, ancora una volta, ci ricorda perché nessuno sa raccontare l’orrore quotidiano come lui.

E come sempre: viva il Re!

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“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi

(Laurana Editore, 2023)

Ci sono romanzi che arrivano e – …fortunatamente! – sovvertono tutto quello che credevamo di sapere sul mercato editoriale. “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi è uno di questi: oltre 800 pagine scritte da un autore completamente sconosciuto che è riuscito nell’impresa di conquistare lettori e critica in un’epoca dove sembrava impossibile. Un caso editoriale che ha fatto del passaparola tra lettori il suo vero motore, dimostrando che esiste ancora spazio per la letteratura ambiziosa e complessa.

La trama, almeno sulla carta, sembra quasi banale: Francesco detto “Cesco” Magetti, soldato della Guardia nazionale repubblicana Ferroviaria ad Asti nel 1944, riceve l’incarico di ricostruire la mappa ferroviaria del Messico per un motivo strategico che arriva direttamente dal cuore del Terzo Reich. Ma Griffi trasforma questa premessa in qualcosa di straordinario, creando un universo narrativo che abbraccia epoche diverse, personaggi memorabili e una stratificazione di storie che si richiamano e si specchiano continuamente.

Parlare di questo romanzo è come cercare di afferrare il vento: la sua forza sta proprio nel perdersi, nel rincorrere, nel disordine spazio-temporale che confonde realtà e fantasia fino al punto di non distinguerle più. E le 800 pagine, che potrebbero spaventare, diventano invece una rivelazione. Griffi ha scritto un grande romanzo corale, spassoso e commovente, tragico e profondo, realistico e fantastico, avvincente e senza tregua.

La scrittura di Griffi è il vero collante di questo mondo narrativo dilatato. L’autore padroneggia registri diversi con una naturalezza che stupisce, passando dal colloquiale al poetico, creando una musicalità che tiene desta l’attenzione per tutte le 800 pagine. La lingua è quasi parlata, sempre cordiale tanto nel registro leggero quanto in quello drammatico. Particolarmente memorabili sono gli elenchi infiniti – pagine intere dedicate all’accumulo di descrizioni, colori, figure mitologiche, espressioni gergali – che rappresentano forse i momenti più intensi dell’intera opera.

Il successo di “Ferrovie del Messico” rappresenta una fantastica anomalia nel panorama editoriale contemporaneo, un’anomalia che ci fa riflettere. In un mercato che spesso privilegia nomi noti e opere agili, questo romanzo monumentale ha dimostrato che i lettori sono ancora disposti a immergersi in opere totalizzanti, capaci di restituire la complessità dell’esperienza umana attraverso la potenza della parola scritta.

Il fenomeno Griffi riapre un dibattito fondamentale: in un’epoca di narrazioni frammentarie e consumo veloce, forse quello che mancava non erano i lettori disposti ad affrontare la complessità …ma gli editori disposti a scommetterci. E questo romanzo, diffusosi di mano in mano, conquistando anche chi era intimidito dalla sua mole imponente, lo dimostra in maniera inequivocabile.

Un romanzo che resterà negli annali, non solo del 2023, ma della letteratura italiana contemporanea. Da leggere.

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“Qui” di Richard McGuire

(Rizzoli Lizard, 2025)

“Qui” di Richard McGuire – fra le altre cose collaboratore fisso con le sue illustrazioni del “New Yorker” – è un’opera rivoluzionaria che ridefinisce le potenzialità narrative del fumetto contemporaneo. Pubblicato nella sua forma completa nel 2014 dopo una gestazione durata decenni (la prima versione, composta solo da 6 tavole, era apparsa nel 1989 sulla rivista RAW), questo romanzo grafico rappresenta un esperimento formale di rara potenza espressiva.

L’opera si svolge interamente all’interno di un unico spazio fisico – un angolo di un soggiorno – ma attraversa il tempo in modo non lineare, mostrando ciò che è accaduto “qui” nell’arco di migliaia e milioni di anni. McGuire utilizza un sistema di riquadri sovrapposti che mostrano simultaneamente eventi di epoche diverse: potremmo vedere una famiglia del 1957 che festeggia il Natale mentre, in un angolo della stessa pagina, appare un dinosauro del periodo Cretaceo o una scena ambientata nel 2213.

Il risultato è una narrazione frammentata ma straordinariamente coesa, in cui passato, presente e futuro coesistono sulla stessa superficie. Questa tecnica permette a McGuire di creare connessioni visive e tematiche sorprendenti tra momenti storici distanti, trasformando uno spazio ordinario in un palcoscenico per l’intera storia umana e geologica.

La palette cromatica, diversa per ogni epoca rappresentata, aiuta il lettore a orientarsi nel flusso temporale, mentre lo stile grafico sobrio ed essenziale di McGuire enfatizza la dimensione universale della narrazione. Non ci sono protagonisti in senso tradizionale: i personaggi appaiono e scompaiono, testimoni inconsapevoli di un continuum spazio-temporale che li trascende.

“Qui” è un’opera profondamente filosofica sulla fragilità dell’esistenza umana, sulla permanenza dei luoghi rispetto alla transitorietà delle vite che li attraversano, e sulla nostra percezione del tempo. Attraverso la sua innovativa struttura narrativa, McGuire ci invita a riflettere su come il significato di uno spazio si stratifichi attraverso le generazioni e come le nostre esistenze individuali si inseriscano in un flusso temporale infinitamente più vasto.

Un capolavoro assoluto della narrazione per immagini, “Qui” rappresenta uno di quei rari casi in cui forma e contenuto si fondono perfettamente per creare qualcosa di veramente originale e profondamente commovente.

Nel 2024 Robert Zemeckis scrive la sceneggiatura insieme a Eric Roth del film “Here” che poi dirige, ispirato a questo romanzo grafico, con Tom Hanks e Robin Wright, ricomponendo il cast di “Forrest Gump” che lo stesso Zemeckis aveva diretto nel 1994.

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“Maigret e il cliente del sabato” di Georges Simenon

(Adelphi, 2007)

“Maigret e il cliente del sabato” è uno dei romanzi più intriganti della prolifica serie dedicata al commissario Maigret, pubblicato dal maestro Georges Simenon nel 1963, quando l’autore belga aveva ormai affinato perfettamente il suo stile narrativo.

In questa vicenda, il commissario Maigret riceve la visita di un uomo ordinario, un certo Planchon, che, dopo essersi recato numerose volte il sabato mattina nella sala d’attesa di Quai Des Orfèvres, la sede della Polizia Criminale di Parigi per poi regolarmente andare via, si presenta direttamente a casa del commissario Maigret con una strana confessione: è convinto che presto commetterà un omicidio. Sa chi ucciderà ma non come e quando, ma sente che accadrà inevitabilmente. Questo insolito “cliente del sabato” – come lo hanno soprannominato i collaboratori di Maigret – scompare subito dopo, lasciando il commissario perplesso, incuriosito ma anche un pò preoccupato…

Ciò che rende questo romanzo particolarmente interessante è il rovesciamento della tipica struttura del giallo: non abbiamo un delitto già commesso da risolvere, ma la previsione di un crimine futuro da prevenire. Maigret, mosso dalla sua proverbiale curiosità umana più che dal dovere professionale, inizia a indagare sulla vita di questo misterioso visitatore, immergendosi negli ambienti della piccola borghesia parigina.

Simenon eccelle, come sempre, nella descrizione dell’atmosfera: i caffè nebbiosi, gli appartamenti modesti, le strade di Parigi battute dalla pioggia. Con pennellate minimaliste ma efficaci, crea un mondo credibile dove i personaggi si muovono come intrappolati nelle loro esistenze grigie.

La psicologia dei personaggi è al centro della narrazione, soprattutto quella di Planchon, un uomo apparentemente comune ma con un profondo malessere interiore. Maigret si trova a esplorare le pieghe dell’animo umano, cercando di capire cosa possa spingere una persona ordinaria verso pensieri di violenza.

Il ritmo è lento e meditativo, tipico dello stile di Simenon, che preferisce l’immersione psicologica all’azione frenetica. La prosa è asciutta ed essenziale, ma capace di comunicare sottili sfumature emotive.

“Maigret e il cliente del sabato” non è solo un giallo, ma un’analisi delle frustrazioni umane, della solitudine nelle grandi città e delle pressioni sociali che possono condurre una persona comune a pensieri estremi. È un romanzo che conferma la capacità di Simenon di trasformare il genere poliziesco in letteratura di qualità, dove l’indagine criminale diventa pretesto per esplorare le profondità dell’animo umano.

Un altro grande romanzo del maestro belga.

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“Resident Alien” di Peter Hogan e Steve Parkhouse

(Cosmo Comis, 2021)

Il fumetto “Resident Alien” scritto da Peter Hogan e disegnato da Steve Parkhouse, pubblicato per la prima volta dalla Dark Horse Comics nel 2012, rappresenta un’interessante fusione tra il genere fantascientifico e il giallo investigativo. Le prime due storie – “Benvenuto sulla Terra!” e “La bionda suicida” – introducono il lettore in un universo narrativo originale.

Nel primo volume facciamo la conoscenza del protagonista, un alieno la cui navicella si è schiantata sulla Terra tre anni prima. Per sopravvivere, l’extraterrestre ha assunto l’identità del dottor Harry Vanderspeigle, un medico in pensione che vive in solitudine in una baita vicino alla piccola cittadina di Patience, nel nord-ovest degli Stati Uniti. Grazie a un’abilità telepatica, l’alieno riesce a far vedere agli umani un volto diverso dal suo vero aspetto. Anche se poi Harry scoprirà, suo malgrado, che qualcuno lo vede esattamente per quello che è…

La vita tranquilla di Harry viene sconvolta quando il sindaco della cittadina gli chiede di sostituire temporaneamente il medico locale, trovato brutalmente assassinato. Riluttante, ma affascinato dai misteri umani, Harry accetta e si ritrova coinvolto nelle indagini sull’omicidio, collaborando con lo sceriffo Mike.

La narrazione di Hogan è calibrata e coinvolgente, alternando momenti di ironia a riflessioni più profonde sull’umanità vista attraverso gli occhi di un outsider. Le tavole di Parkhouse, con il loro stile classico e dettagliato, creano un’atmosfera perfetta per una storia che mescola elementi di quotidianità e stranezza.

Nel secondo volume, la permanenza di Harry a Patience si prolunga mentre lui continua a collaborare con le autorità locali. Questa volta si trova ad indagare sulla morte di una giovane donna bionda, inizialmente considerata un suicidio ma che nasconde risvolti molto più complessi.

In questa storia, il personaggio di Harry si sviluppa ulteriormente, mostrando una crescente empatia verso gli umani e un’integrazione sempre maggiore nella comunità locale. Parallelamente, emergono indizi sul suo passato e sulla sua vera natura, mentre cresce anche la preoccupazione di essere scoperto.

Hogan approfondisce i temi dell’isolamento e dell’appartenenza, mentre Parkhouse utilizza sapientemente i colori e le ambientazioni per sottolineare i contrasti tra la natura aliena del protagonista e il mondo umano che lo circonda.

Ciò che rende speciale “Resident Alien” è l’equilibrio tra elementi di genere diversi come il protagonista alieno che, pur mantenendo una distanza emotiva e culturale dagli umani, sviluppa gradualmente un attaccamento verso di loro. Il mistero poliziesco ben costruito funge da filo conduttore con sullo sfondo il ritratto convincente della vita di provincia americana con le sue dinamiche sociali, i suoi segreti e una sottile vena umoristica che deriva dal punto di vista straniato del protagonista.

L’approccio narrativo è paziente e metodico, privilegiando la caratterizzazione dei personaggi e l’atmosfera rispetto all’azione frenetica. Questo ritmo deliberato permette al lettore di immergersi nelle peculiarità di Patience e dei suoi abitanti.

Le tavole di Parkhouse, con il loro tratto pulito e le inquadrature classiche, contribuiscono a creare un’atmosfera che oscilla tra il familiare e l’inquietante, perfetta per una storia che parla di un “estraneo” che osserva l’umanità cercando di comprenderla.

Queste prime due storie costituiscono un’ottima introduzione a una serie che continuerà ad espandersi, ponendo le basi per gli sviluppi futuri e stabilendo il tono distintivo che ha reso il fumetto così apprezzato da meritare un adattamento televisivo che però accentua i toni grotteschi e ironici della vicenda.

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“Alan Ford” di Max Bunker e Magnus

(Mondadori, 2009)

Le prime due storiche puntate di “Alan Ford”, pubblicate nel 1969 dalla casa editrice Editoriale Corno, rappresentano l’esordio di una delle serie fumettistiche più originali e longeve del panorama italiano. Create dal geniale duo composto dallo sceneggiatore Luciano Secchi (Max Bunker) e dal disegnatore Roberto Raviola (Magnus), queste puntate gettano le basi di un universo narrativo destinato a diventare iconico.

Nel primo numero, intitolato “Il gruppo TNT”, facciamo la conoscenza del protagonista Alan Ford, un giovane timido e impacciato che cerca lavoro e finisce casualmente coinvolto nelle attività di un negozio di fiori. Dietro questa facciata si nasconde in realtà il Gruppo TNT, un’improbabile squadra di agenti segreti guidata dal Cariatide, il famigerato Numero Uno ancora non appare.

Magnus offre un disegno dettagliato e dal tratto inconfondibile, che alterna momenti di realismo a deformazioni caricaturali. La caratterizzazione dei personaggi è immediatamente efficace: oltre ad Alan, vediamo il goffo Bob Rock che, per alcuni esperti, ha le sembianze dello stesso Magnus.

L’umorismo è già presente in questa prima avventura, ma in forma più contenuta rispetto agli sviluppi futuri. La trama ruota intorno alla missione iniziale di Alan che per un banale scambio di persona approda nel gruppo, presentando un’America grottesca, ben diversa da quella glorificata nei media dell’epoca.

Nel secondo numero, “Il dente cariato”, la caratterizzazione satirica e surreale della serie si accentua. La storia coinvolge un microfilm nascosto nel dente di un cadavere che i nostri agenti devono recuperare. Qui emerge più chiaramente il tono parodistico nei confronti dei fumetti e dei film di spionaggio allora in voga.

In questa puntata si delinea meglio la personalità di Alan Ford, ancora lontana dall’irriverenza che svilupperà in seguito, e si consolidano le dinamiche del gruppo. Magnus esplora con maggiore libertà il suo stile grafico, alternando inquadrature cinematografiche a vignette più caricaturali.

Ciò che colpisce di queste prime due uscite è la freschezza e l’originalità dell’approccio. Il duo Bunker-Magnus si distacca nettamente dai canoni del fumetto avventuroso italiano dell’epoca, proponendo un’ambientazione contemporanea, personaggi anti-eroici e una satira sociale che, pur essendo ancora in fase embrionale, si farà sempre più caustica.

La volontà di sovvertire i cliché è evidente già da queste prime storie: i protagonisti sono tutt’altro che eroici, le missioni spesso falliscono o si risolvono per caso, e l’America viene rappresentata con i suoi lati oscuri di corruzione e disuguaglianza.

Queste prime due puntate rappresentano l’inizio di una serie che evolverà notevolmente nei numeri successivi, raggiungendo il suo apice creativo negli anni ’70, quando il sodalizio tra Bunker e Magnus sarà pienamente maturo e l’impronta satirica diventerà più incisiva.

Per la chicca: lo stesso Bunker, in varie occasioni, rivelò che l’aspetto di Alan Ford venne ispirato da quello dell’attore britannico Peter O’Toole nel film “James Bond 007 – Casino Royale” realizzato nel 1967.

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