
(Guanda, 2010)
Delia Grinstead un giorno smette di tornare indietro. È in vacanza al mare con la famiglia, cammina lungo la spiaggia, e a un certo punto decide che non ne ha più voglia. Non torna all’ombrellone, non torna a casa, non torna ad essere la moglie di, la madre di, l’assistente di. Sparisce in una cittadina di provincia, affitta una stanza, e ricomincia da zero. Senza amante ad aspettarla, senza una grande rivelazione, senza nemmeno una ragione convincente da spiegare agli altri. E qui sta il cuore di tutto: Anne Tyler, con “Per puro caso” pubblicato per la prima volta nel 1995, costruisce un romanzo intero attorno a una fuga che non ha niente di eroico e tutto di umano.
Delia è una quarantenne di Baltimora, madre di tre figli già più che adolescenti, moglie di un medico con cui condivide lo studio e poco altro. Una donna che non è infelice, intendiamoci. Semplicemente, un giorno si accorge di essere diventata invisibile, a se stessa prima ancora che agli altri.
Tyler è una di quelle autrici rare che riescono a costruire romanzi potenti attorno al nulla. Non intendo il nulla nichilista, quello da quarta di copertina francese per intenderci. Intendo, invece, il nulla delle giornate che si assomigliano, delle cene sempre alla stessa ora, dei gesti ripetuti fino a perdere il loro significato. Ed è proprio su questo nulla che il romanzo costruisce la sua forza, perché Tyler ha la capacità — che solo poche scrittrici e pochi scrittori, anche grandissimi, possiedono — di farti sentire il peso specifico di una giornata qualunque.
Quello che colpisce di “Per puro caso” è la totale assenza di giudizio nei confronti della protagonista. Tyler non assolve Delia, ma non la condanna nemmeno. Le sta accanto con quella discreta affettuosità che è la cifra stilistica di tutta la sua narrativa: il suo sguardo è femminile, domestico nel senso più alto e nobile del termine, e lo è senza sentimentalismi.
La prosa è limpida, quasi piana, con quei dialoghi che sembrano conversazioni vere, quelle in cui nessuno dice mai esattamente quello che pensa e il significato si nasconde nelle pause, nelle risposte mancate, in quello che si decide di non dire. E i personaggi secondari — l’avvocato per il quale Delia inizia a fare la segretaria, la padrona di casa che fa l’agente immobiliare, il suo nuovo datore di lavoro che fa il preside in una scuola rinomata — sono abbozzati con pochi tratti precisi, mai sopra le righe, ma sempre vivi.
C’è però da dire una cosa, con tutta la franchezza del caso: il romanzo ha un’architettura narrativa che premia la pazienza. Il ritmo è lento, deliberatamente lento, e chi cerca colpi di scena o accelerazioni emotive uscirà deluso. Questo non è un difetto in sé — è una scelta stilistica precisa — ma è giusto saperlo prima di aprire la prima pagina. Anne Tyler costruisce per accumulo di dettagli, per sedimentazione, come certe opere che sembrano ferme e invece ti si infilano dentro senza che tu te ne accorga.
E alla fine Tyler non regala risposte definitive. Delia sceglie, sì, ma la scelta rimane sospesa, aperta, quasi pudica. Una conclusione che per alcuni sarà insoddisfacente — e forse li capisco — ma che per altri, come me, è esattamente la misura giusta di un romanzo che non vuole spiegare la vita, ma semplicemente raccontarla.
In definitiva: forse “Per puro caso” non è il miglior romanzo di Anne Tyler — quel posto d’onore resta stabilmente occupato dagli splendidi “Le storie degli altri” e “Il turista involontario” o dall’irresistibile “Lezioni di respiro“ — ma è un libro necessario per chiunque voglia capire come si costruisce una storia partendo dall’interno di una vita ordinaria. E se vi capita di leggerlo in una di quelle giornate in cui vi sentite un po’ invisibili anche voi, be’, probabilmente …non è un caso.
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