
(Bibliotheka Edizioni, 2025)
C’è un tipo di romanzo che non ha la minima intenzione di prendersi sul serio. Non perché sia superficiale, non perché manchi di sostanza, ma perché ha capito una cosa fondamentale: il riso è una forma di intelligenza, e far ridere con stile è un’arte che pochissimi padroneggiano davvero. Richard Powell era uno di quei pochissimi.
Già autore dello splendido “L’uomo di Filadelfia“, quel capolavoro di commedia nera ambientata nelle fondamenta traballanti del sogno americano, Powell torna nel 1959 con “Vacanze matte” e dimostra che il suo talento non era un colpo di fortuna. Era metodo. Era visione. Era quella capacità rarissima di guardare l’essere umano nel momento in cui si mette in vacanza — cioè nel momento in cui abbassa tutte le difese e si rivela per quello che è davvero — e di trasformare quello spettacolo in pagine che si leggono con il sorriso fisso e la sensazione crescente di essere stati smascherati.
La storia parte da un’idea apparentemente semplice: una famiglia americana parte per le vacanze. Padre, figli, aspettative disallineate, nervi già tesi prima ancora di caricare i bagagli in macchina. Powell prende questo scenario che potrebbe sembrare un cliché e lo lavora dall’interno, come un orologiaio che smonta il meccanismo e te lo mostra ingranaggio per ingranaggio, finché non riesci più a credere che quelle cose complicatissime riuscissero davvero a segnare l’ora.
Il protagonista, e la voce narrante, è Toby il figlio maggiore e ventenne di una famiglia però che non è quella classica da spot televisivo: i Kwimper rappresentano una unità sociale molto particolare. Padre, figlio maggiore e due gemelli, alle soglie dell’adolescenza, sono privi di una moglie/madre, l’unica figura femminile presente è Holly, la babysitter. Inoltre i Kwimper vivono di sussidi statali per la disoccupazione e per l’invalidità alla schiena del loro figlio maggiore, causata da un incidente mentre questo prestava servizio nell’esercito.
Già questa è una combinazione originale e insolita per l’epoca, ma Powell è solo all’inizio. Nel percorso per raggiungere la loro meta estiva i Kwimper decidono di prendere una scorciatoia che gli farà imboccare una strada appena terminata. Quando si ritrovano senza benzina sono costretti ad accamparsi alla meno peggio sul ciglio della nuova infrastruttura in attesa dei soccorsi. E quando, quasi casualmente, scoprono che per un mero errore burocratico proprio quel ciglio dove si sono accampati non appartiene ad alcun ufficio pubblico, decidono così di colonizzarlo, visto che un’antica legge federale consentirà loro di reclamarlo dopo che ci avranno vissuto per almeno sei mesi…
“Vacanze matte” – il cui titolo originale è il più graffiante “Pioneer, Go Home!” – è un romanzo che merita di essere recuperato non solo per il plot insolito e originale. Powell scrive con una leggerezza che non è mai superficialità. Ogni situazione comica ha radici serie. Ogni equivoco rivela qualcosa di vero sui personaggi. Ogni disastro è in realtà un piccolo saggio mascherato sulla famigerata “way of life” americana della fine degli anni Cinquanta.
I dialoghi sono, forse, la cosa più bella. Powell, evidentemente, sapeva ascoltare le persone quando erano arrabbiate, quando erano stanche, quando erano deluse, quando cercavano di sembrare qualcos’altro rispetto alla loro vera realtà. Per questo i dialoghi sembrano improvvisati ma sono invece calibratissimi, come le battute di un jazzista che suona note sbagliate perfettamente al momento giusto.
C’è poi la gestione del caos. Perché “Vacanze matte” è un romanzo in cui le cose vanno storte con una precisione quasi geometrica, in cui ogni piano fallisce esattamente nel modo meno previsto e più inevitabile. Powell costruisce le sue situazioni con la pazienza di un ingegnere e le fa esplodere con la nonchalance di un bambino che soffia su un castello di carte. Il risultato è una serie di scene che restano in testa molto dopo aver chiuso il libro.
Siamo nel 1959, e l’America che Powell ritrae è quella del benessere di facciata, della felicità obbligatoria, del sogno a rate. La vacanza come metafora è perfetta per smontare quella mitologia: è il momento in cui il copione della vita quotidiana si inceppa, in cui la famiglia scopre che stare insieme ventiquattro ore su ventiquattro è tutt’altra cosa rispetto allo stare insieme nelle pause tra un impegno e l’altro, soprattutto quando si combatte una dura battaglia contro la burocrazia del Governo, entità dai confini labili ma dai “servitori” spesso miopi e implacabili.
Powell non predica, però. Non sale in cattedra, non vuole insegnarci niente. Ci fa ridere, e nel riderti tra le mani ti fa pensare. È il miglior tipo di letteratura: quella che non si annuncia come tale.
Se avete amato “L’uomo di Filadelfia”, “Vacanze matte” è un appuntamento obbligatorio. Se non lo conoscete ancora, partite da lì e arrivate qui. Il viaggio ne vale la pena, anche se — e forse soprattutto …se — le cose andranno storte lungo la strada.
Per la chicca: nel 1962 Gordon Douglas dirige l’adattamento cinematografico dal titolo “Lo sceriffo scalzo” con nientepopodimeno che Elvis Presley nel ruolo di Toby, cosa che però banalizza la caustica critica sociale del romanzo per rendere la pellicola più “fruibile” ai fan del re del rock and roll.
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