“Prigionieri del passato” di James Hilton

(Garzanti, 1965)

“Ma l’amore che cos’é, nessuno ce lo può spiegare…” Luca Carboni se lo chiede cantando. Forse Carboni, quando ha composto “L’amore che cos’è” non sapeva di aver scritto la domanda esatta attorno a cui ruota l’intero romanzo “Prigionieri del passato” di James Hilton. Perché questo romanzo — uscito nel 1941 con il titolo originale “Random Harvest”, quel “raccolto casuale” che già nel titolo racchiude l’idea di una vita fatta di episodi sparsi, mietuti dal caso più che dalla volontà — non è altro che un lunghissimo, struggente tentativo di rispondere a quella stessa domanda. E come ogni vero tentativo di spiegare l’amore finisce per fallire, ma James Hilton lo fa nel modo più bello possibile.

C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel destino editoriale di Hilton. Lo scrittore inglese è ricordato quasi esclusivamente per due titoli — “Orizzonte perduto”, con il suo Shangri-La diventato mito collettivo, e “Addio, Mr. Chips”, scritto in appena quattro giorni di febbrile ispirazione — mentre questo romanzo, che pure fu un successo planetario e che diede vita a uno dei melodrammi più amati di Hollywood, oggi rischia di restare confinato negli scaffali polverosi delle bancarelle dell’usato. Eppure è probabilmente il libro in cui Hilton mette più a nudo sé stesso, la propria ossessione per la memoria come fondamento traballante dell’identità.

La trama, per chi non la conoscesse, sembra a tratti un meccanismo da feuilleton ottocentesco: un ufficiale inglese, ferito durante la Grande Guerra, si risveglia nel 1919 su una panchina a Liverpool. Sa di essere Charles Rainier, rampollo di un’importante famiglia industriale britannica, e una volta tornato a casa ricostruisce un impero economico e inaugura una carriera politica fra le più brillanti d’Inghilterra. Ma Rainer, allo stesso tempo, non riesce a ricordare nulla dei due anni trascorsi dal suo ferimento al fronte al “risveglio” a Liverpool, cosa che però poco importa alla sua aristocratica famiglia…

Ma se Hilton si fosse fermato qui, avremmo avuto soltanto un buon romanzo d’appendice sull’amnesia, un espediente narrativo assai sfruttato – anche da me, per esempio, nel mio romanzo d’esordio “Ora e sempre” del 2012, ma con una tematica e una dinamica ben diverse. Quello che rende “Prigionieri del passato” un’opera memorabile è invece la scelta di Hilton di svelare solo nelle ultime pagine tutta la dinamica narrativa, centrata sull’amore, che ci fa ripercorrere all’indietro e tutto di un fiato l’intero romanzo.

Ed è qui che “Prigionieri del passato” trova la sua vera anima, ben più malinconica e struggente di quanto il celebre e omonimo adattamento cinematografico di Mervyn LeRoy del 1942 abbia poi saputo restituire sullo schermo. Il film, pur emozionante e impeccabile nella sua confezione tipicamente MGM, semplifica e leviga gli spigoli più scomodi del libro, taglia personaggi fondamentali — su tutti il vicario Blampied, voce quasi filosofica sul senso della vocazione e della fede, che nelle pagine di Hilton offre alcune delle riflessioni più dense dell’intero romanzo — e trasforma in dramma sentimentale lineare quella che sulla carta è invece una meditazione più ampia sull’identità, sulla classe sociale, e soprattutto sul prezzo che si paga per “diventare qualcuno” agli occhi del mondo perdendo, nel frattempo, il proprio io più autentico.

Perché in fondo la domanda che attraversa il libro non è soltanto “l’amore che cos’è?”, ma anche: chi siamo davvero, quando smettiamo di essere quello che eravamo? Hilton non offre risposte facili, e proprio per questo il romanzo resta attuale: perché racconta come la felicità autentica spesso si nasconda proprio negli anfratti della memoria che la società ci spinge a dimenticare, sacrificati sull’altare del successo, del ruolo, dell’apparenza.

La scrittura di Hilton, elegante e mai sopra le righe, accompagna questo lento disvelamento con la pazienza di chi sa che la vera tensione narrativa non sta nel colpo di scena ma nell’attesa che lo precede. Non aspettatevi ritmi forsennati: “Prigionieri del passato” chiede al lettore la stessa cosa che chiede ai suoi protagonisti, ovvero pazienza, fiducia, la capacità di restare accanto a qualcuno anche quando quel qualcuno non può, per il momento, ricambiare lo sguardo.

Resta, alla fine, la sensazione di aver letto qualcosa di più vero di tante storie d’amore costruite a tavolino. Perché l’amore che Hilton racconta non ha bisogno di essere spiegato — esattamente come canta Luca Carboni — ha solo bisogno di essere atteso, fino a quando, forse, il passato tornerà a bussare alla porta del presente.

Da leggere.

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