“L’eredità dei sogni” di Satoshi Kon

(Panini Comics, 2025)

Quando un grande autore muore troppo presto, lasciandoci soltanto un pugno di film capaci di riscrivere il modo in cui pensiamo al confine tra sogno e realtà, ogni sua pagina ritrovata diventa un reperto preziosissimo.

È esattamente questo lo spirito con cui Panini Comics, sotto l’etichetta Planet Manga, ha deciso di riportare in libreria “L’eredità dei sogni”, la raccolta di racconti brevi di Satoshi Kon che è tornata disponibile nel 2025 dopo anni di fuori catalogo, quasi un dono postumo per chi ha amato Perfect Blue, Millennium Actress, Paprika – Sognando un sogno, Paranoia Agent e Tokyo Godfathers e si è sempre chiesto da dove venisse quell’immaginario così ossessivamente sospeso tra veglia e visione, anche prima del manga d’esordio La stirpe della sirena pubblicato per la prima volta nel 1990.

Il volume, oltre quattrocento tavole pubblicate da Kodansha tra il 1984 e il 1989, racconta un Kon che ancora non esiste per il grande pubblico occidentale: non il regista visionario che avrebbe ipnotizzato Hollywood con le sue architetture mentali, ma il giovane disegnatore alle prime armi, allievo informale di Katsuhiro Otomo, che si fa le ossa sulle riviste di fumetti giapponesi cercando ancora la propria voce. E qui sta il primo grande motivo di interesse di questa antologia: non è un’opera matura travestita da esordio, è un esordio vero e proprio, con tutte le incertezze e le scoperte che questo comporta.

Le quindici storie raccolte spaziano con disinvoltura quasi disarmante tra i generi: c’è la fantascienza debitrice del maestro Otomo, ci sono adolescenti alle prese con il baseball e i primi turbamenti del cuore, c’è una commedia che sfiora il grottesco, c’è perfino un breve aneddoto a fumetti sulla vita del poeta Matsuo Basho, inserito quasi come una parentesi erudita e affettuosa.

Tra i racconti più riusciti spicca “Catturato” – non a caso l’ultimo del volume -, la storia in due parti che valse a Kon il premio Tetsuya Chiba, dove già si percepisce quella capacità di ribaltare le aspettative del lettore con un epilogo che cambia il senso di tutto ciò che lo precede. Lo stesso accade, su scala più piccola, in molte delle altre storie minori: il finale, quasi sempre, è il punto in cui Kon decide di mostrare le carte, e lo fa con un gusto per la sorpresa che diventerà la sua cifra stilistica negli anni a venire.

Non bisogna però avvicinarsi a questo libro aspettandosi il Kon onirico e perturbante di “Perfect Blue” o “Paprika”. Qui l’autore è ancora un artigiano che impara il mestiere, e alcune tavole risentono inevitabilmente della loro natura di esercizio: schizzi narrativi più che opere compiute, idee abbozzate che non sempre trovano lo spazio per maturare. Ma è proprio in questa imperfezione che il volume rivela il suo valore più autentico.

Leggere “L’eredità dei sogni” significa assistere alla formazione di un linguaggio: il tema del confine sottile tra ciò che sogniamo e ciò che viviamo, la memoria come materia instabile, l’ossessione per l’identità che si frantuma, sono già tutti presenti, in nuce, in queste pagine giovanili. Non sono ancora gli incubi urbani di Tokyo che conosceremo, ma ne sono il loro seme.

C’è anche una vena ironica, spesso sottovalutata in chi conosce Kon solo attraverso il cinema: diversi racconti costruiscono la propria tensione su un umorismo che sfiora l’assurdo, situazioni che sembrano precipitare verso il drammatico per poi sciogliersi in una risata complice. È un Kon più leggero, capace di sorridere prima di terrorizzarci, e proprio per questo più umano, meno distante dalla lettrice e dal lettore comune.

L’edizione italiana, va detto, è curata con la dignità che l’occasione merita: carta di qualità, stampa attenta, e in appendice un’intervista a Susumu Hirasawa, il compositore che ha firmato le colonne sonore di “Paprika”, “Millennium Actress” e “Paranoia Agent”, le cui parole su Kon restituiscono il ritratto commosso di un collaboratore che lo ha conosciuto da vicino. Un’aggiunta che trasforma il volume in qualcosa di più di una semplice antologia: un piccolo monumento di carta, costruito per chi vuole ricordare.

Non è il libro da cui cominciare se si cerca il capolavoro assoluto, perché qui non c’è ancora nessun capolavoro, solo la promessa di un genio artistico che sarebbe arrivato presto alla sua essenza. Ma è il libro giusto per chi vuole capire come nasce un genio, prima che diventi tale: con la fatica, gli inciampi e i lampi improvvisi di chi sta ancora cercando, tra le pieghe del foglio, il proprio sogno/incubo definitivo.

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“La stirpe della sirena” di Satoshi Kon

(Umami, 2019)

Il mare non è mai stato davvero innocente. Lo sapevano i Greci, lo sapevano i Romani, lo sanno tutti i marinai, e lo sa Satoshi Kon, che nel 1990 — prima ancora di diventare il genio immortale e inquieto di “Perfect Blue” e “Paprika – Sognando un sogno” e “Millennium Actress“— prende quella verità antica e la disegna a inchiostro su carta, tavola dopo tavola, con la precisione tranquilla di chi non ha fretta di spaventarti perché sa già che ci riuscirà.

“La stirpe della sirena” non bussa. Entra.

Siamo nel 1990. Satoshi Kon è ancora lontano dall’essere il futuro regista visionario di quei film che avrebbero ridisegnato il modo in cui il mondo pensa all’animazione giapponese. È un giovane mangaka che muove i suoi giovani passi nell’industria, e questo volume — un racconto breve di formazione e mistero balneare — porta già incisa nei bordi la firma inconfondibile di una mente che non sa stare dentro i confini.

La storia ruota attorno a Yosuke, una ragazzo che vive in una cittadina di mare. L’ambientazione è quella classica del Giappone affacciato sull’oceano: caldo, umidità, grilli, il profumo del sale che impregna ogni tavola. Ma sotto quella superficie domestica e rassicurante comincia a prendere forma qualcosa di antico e perturbante. Il mare qui non è sfondo, è personaggio. È la bocca di qualcosa che vuole alimentarsi. Il nonno di Yosuke, infatti, da sessant’anni custodisce un “uovo di Umbito”, una creatura mitologica del mare, mentre suo padre…

Kon gioca con la mitologia della sirena non come allegoria romantica — nessuna coda iridescente, nessun canto ammaliante nel senso fiabesco del termine — ma come radice atavica di una stirpe che non appartiene del tutto al mondo degli uomini. È una scelta precisa e coraggiosa per un esordiente: prendere un archetipo e svuotarlo delle sue decorazioni per ritrovarne il nucleo oscuro, quello che stava lì prima che le favole lo addomesticassero.

Il disegno è già maturo in maniera sorprendente. Le tavole non gridano, non si agitano nel tentativo di impressionare. Parlano piano, con quella sicurezza di chi sa che bastano le proporzioni giuste, le ombre giuste, un volto disegnato senza fronzoli ma con precisione chirurgica nelle espressioni. Yosuke ha occhi che contengono sia la meraviglia che la paura, e in certi frangenti non sai distinguere l’una dall’altra, e probabilmente è proprio questo il punto.

C’è nella narrazione un ritmo che ricorda il respiro delle maree: avanza, si ritira, torna. Momenti di quiete che sembrano voler rassicurare il lettore, seguiti da irruzioni di qualcosa di inaspettato che non è mai esplicitamente mostruoso ma rimane — questa è la parola giusta — inquietante. Kon non usa il sangue come scorciatoia. Usa il dubbio, quella sensazione fastidiosa che qualcosa che vedi non sia davvero ciò che sembra.

Il rapporto con il nonno è uno degli elementi più riusciti. È una figura calda, reale, stratificata, non il saggio onnisciente e stereotipato del folklore orientale, ma un uomo che porta dentro di sé un segreto con la pesantezza silenziosa di chi ha imparato che certe cose non si dicono, non perché si voglia nasconderle, ma perché le parole non basterebbero a contenerle.

Se avete letto o visto qualcosa di Kon in seguito, sapete già che questo tema — la realtà che scivola, i confini tra ciò che è vero e ciò che percepiamo come vero — sarebbe diventato la sua ossessione più fertile. Qui è ancora in forma embrionale, ancora legata a un impianto narrativo più tradizionale, ma c’è. Si sente sotto le tavole come si sente con i piedi il fondale marino irregolare sotto una superficie apparentemente calma.

“La stirpe della sirena” forse non è un’opera che vi cambierà la vita. È però una di quelle opere che, guardando indietro, si capisce quanto fosse necessaria: necessaria a Kon stesso, come esercizio di comprensione del proprio linguaggio, e necessaria al lettore curioso come porta d’ingresso verso un autore che avrebbe poi spalancato finestre su panorami che nessuno aveva ancora mai immaginato.

Leggetelo con la pazienza che merita. E non fidatevi troppo del rumore regolare del mare che sentite in sottofondo…

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“Paranoia Agent” di Satoshi Kon

(Giappone, 2004)

Il geniale e visionario Satoshi Kon (1963-2010) realizza la sua unica – purtroppo… – serie anime da 13 episodi di circa 23 minuti l’uno, che viene trasmessa per la prima volta nel Paese del Sol Levante nel 2004.

In una grigia sera di Tokyo la giovane design Tsukiko Sagi cammina solitaria verso il suo appartamento. Nonostante il clamoroso successo che ha ottenuto in tutto il Giappone “Maromi”, il pupazzo cane che ha disegnato qualche tempo prima, la giovane è travolta dalla pressione.

E’ in post produzione la serie anime “Maromi Dolcesonno” che milioni di fan attendono trepidanti in tutto il Paese, e anche per questo lo studio presso il quale lavora pretende entro pochi giorni la consegna dei disegni di un nuovo pupazzo. Ma Tsukiko non ha alcuna idea, e mentendo ha preso un po’ di tempo. Meditando su come sfuggire alle scadenze, la giovane arriva a sperare in un “miracolo” che poco dopo si materializza alle sue spalle. Dal fondo della strada arriva un ragazzino, sui pattini a rotelle, che con un sorriso maligno le si avvicina e la colpisce alla testa con una mazza da baseball dorata.

L’aggressione suscita sdegno e scalpore non solo a Tokyo, anche se fortunatamente Tsukiko se la cava in pochi giorni. La situazione però precipita quando altre persone vengono aggredite dal diabolico ragazzino che sembra inafferrabile. Attraverso gli occhi dei due poliziotti che seguono le indagini per la cattura di “Shonen Bat”, come è stato battezzato dai media l’aggressore, conosciamo le vittime tutte con un solo punto in comune: vivere un momento profondamente ansioso e angosciante…

Scritta dallo stesso Satoshi Kon assieme a Seishi Minakami e Tomomi Yoshino “Paranoia Agent” è, come tutte le altre opere del suo autore, un indimenticabile e allucinante viaggio nel profondo dell’animo umano, dove si scontrano, senza esclusioni di colpi, le nostre più terribili paure e le nostre più grandi speranze. Tutto narrato con mano geniale attraverso vari e diversi stili grafici e visivi, e con dinamiche narrative che ricordano quelle del grande Sergio Leone, non a caso sempre tanto vicino alla cultura nipponica. 

Da vedere.

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“Perfect Blue” di Satoshi Kon

(Giappone, 1997)

Nel 1997 arriva nelle sale giapponesi l’opera prima del geniale maestro dell’animazione del Sol Levante Satoshi Kon (1963-2010) che adatta liberamente per il grande schermo, con la sceneggiatura scritta da Sadayuki Murai, il romanzo “Perfect Blue” pubblicato da Yoshikazu Takeuchi nel 1991.

Entriamo così nel mondo delle “Idol”, adolescenti che diventano famose soprattutto perché cantano in un gruppo musicale, spesso j-pop. Fra le varie Idol che furoreggiano fra gli adolescenti, e non solo, c’è il trio delle “Cham” in cui spicca Mima Kirigoe.

Ma la fama delle Idol è assai breve e così l’agenzia che segue Mima le propone di abbandonare le Cham per intraprendere la carriera di attrice – cosa assai frequente – visto che la produzione di una nota serie televisiva noir sembra interessata a lei.

Mima accetta e il nuovo pubblico sembra apprezzarla, mentre quello delle Cham ne rimane profondamente deluso, e forse qualcuno anche particolarmente indignato. Visto il suo aspetto assai attraente e la sua notorietà precedente la produzione propone a Mima una scena spinta che culmina con uno stupro. Rumi, una delle sue manager ed ex Idol, ne rimane inorridita, ma Mima accetta, come accetta poi di posare senza veli per una rivista per soli adulti.

La ragazza, finite le riprese e il set fotografico, non può negare a se stessa di sentirsi confusa e anche un pò delusa per le scelte appena fatte, ma la situazione precipita quando alcune persone che l’hanno portata ad abbandonare le Cham e ad accettare la carriera di attrice vengono trovate barbaramente uccise…

Gioiello d’animazione che palesa le grandi doti artistiche del suo giovane regista, con emozioni e strutture narrative che lo stesso Satoshi Kon svilupperà superbamente in splendide pellicole successive come “Millennium Actress” e “Paprika – Sognando un sogno“. Un thriller onirico e surreale che non concede tregua allo spettatore fino all’ultimo sospirato fotogramma.

Dopo la dissolvenza dell’ultimo titolo di coda, così come dopo quella di ogni altra pellicola di Satoshi Kon, rimane la triste consapevolezza che il brutto male che lo ha portato via a soli 47 anni ci ha privato anche di altre sue geniali e certamente indimenticabili opere.

Purtroppo oggi questo film, nel nostro Paese, è praticamente impossibile da trovare, se non nel mondo dell’usato dove i possessori di rare VHS o di rarissimi dvd in italiano chiedono prezzi vergognosamente imbarazzanti per venderli.

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“Millennium Actress” di Satoshi Kon

(Giappone, 2001)

Attenzione, non vi fate fregare da vostri pregiudizi – per chi, suo malgrado, ancora li ha… – sui film d’animazione, qui parliamo di un grandissimo film, del puro e raro “cinema nel cinema” di alta qualità.

“Millennium Actress” di Satoshi Kon – e mi assumo serenamente tutta la responsabilità! – è un film che sicuramente sarebbe piaciuto al grande Francois Truffaut e che non sfigura accanto al suo capolavoro “Effetto notte”.

Il responsabile di un’emittente televisiva giapponese decide di realizzare uno speciale su Chiyoko Fujiwara, famosissima attrice cinematografica della metà del Novecento, che adesso, settantenne, vive una vita riservata insieme alla sua governante.

Nel corso dell’intervista Chiyoko rievoca, catapultandoci dentro il suo intervistatore e persino il cameramen, i fatti salienti della sua carriera legati inesorabilmente a quelli della sua vita privata che è ruotata attorno all’amore della sua vita: un giovane pittore sovversivo che lei per una notte ha nascosto e del quale non ha mai saputo il nome. L’unica cosa che lui le ha lasciato è stata una piccola chiave, la cui corrispettiva serratura lei ha sempre cercato…

Dov’è la linea di demarcazione fra la vita e il set per una grande e famosa attrice cinematografica? …Satoshi Kon – scomparso troppo presto – ce lo racconta molto bene e con una eleganza e uno stile da grande autore.

Una lezione di cinema a tutti gli effetti.

Da vedere, come tutte le opere del suo regista.

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“Paprika – Sognando un sogno” di Satoshi Kon

(Giappone, 2006)

In un futuro molto prossimo un’importante azienda tecnologica giapponese ha realizzato la DC-Mini, uno strumento medico che permette di entrare nei sogni di persone che hanno subito un grave trauma, accelerando il loro recupero con apposite terapie psichiatriche.

Atsuko Chiba è una dottoressa che lavora con la DC-Mini e da qualche tempo ha iniziato a usare la nuova tecnologia anche fuori i severi ambiti aziendali, per aiutare chi ne ha bisogno, dietro le sembianze del suo avatar Paprika.

Quando delle DC-Mini improvvisamente spariscono, alcune persone cominciano a dare segni di instabilità fino a diventare vere e proprie bambole impazzite. Paprika cercherà di capire chi c’è dietro e perché…

Uno dei migliori anime degli ultimi anni, con sequenze inquietanti come solo alcuni incubi possono esserlo.

In molti paragonano questo film a “Inception” (2010) di Christopher Nolan, ma a mio parere l’opera di Satoshi Kon – tratta dal romanzo di Yasutaka Tsutsui – è ancora più visionaria di quella del regista inglese.

Satoshi Kon – autore degli splendidi “Tokyo Godfathers” e “Millennuim Actrss” – è scomparso prematuramente il 24 agosto del 2010 dopo una breve ma implacabile malattia.

Per cogliere al meglio il suo elegante ma discreto genio basta leggere il suo ultimo post, pubblicato postumo sul suo sito: “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna. Con permesso. Satoshi Kon”.

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“Tokyo Godfathers” di Satoshi Kon

(Giappone, 2003)

C’è una domanda che questo film si porta dietro fin dal primo fotogramma, anche se non la pronuncia mai ad alta voce: cosa succede quando le persone che la società ha deciso di non vedere si trovano a dover fare la cosa più visibile del mondo, cioè prendersi cura di qualcun altro?

Satoshi Kon non era il tipo da domande retoriche. Era il tipo da risposte inaspettate, da narrazioni che sembrano andare in una direzione e poi svoltano senza avvisare, da personaggi che non si comportano come i personaggi dovrebbero comportarsi. Aveva già dimostrato tutto questo con “Perfect Blue” nel 1997 e con il bellissimo “Millennium Actress” nel 2002. Con “Tokyo Godfathers”, nel 2003, decide di cambiare registro senza cambiare natura: lascia da parte il perturbante e l’onirico per abbracciare qualcosa di più caldo, di più carnale, di più umanamente disordinato.

Il risultato è il suo film forse più accessibile ma, certamente, più commovente.

Siamo a Tokyo, la notte di Natale. Un alcolizzato di mezza età di nome Gin che ha perso la propria famiglia chissà quando e chissà come, un’adolescente di nome Miyuki che è fuggita di casa dopo aver aggredito il padre — un poliziotto, guarda caso — e una drag queen di nome Hana, con un desiderio materno talmente incontenibile da sembrare – e forse diventare alla fine… – una forza della natura. Tre persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, che non avrebbero niente da dirsi, che vivono ai margini di una metropoli di quattordici milioni di abitanti come se la città stessa preferisse non vederli. Eppure sono lì, insieme, a cercare cibo tra i rifiuti, come si fa quando non si può fare altro.

Ed è proprio tra quei rifiuti che trovano una neonata abbandonata.

Da questo momento in poi “Tokyo Godfathers” prende la struttura narrativa del road movie — un genere che è sempre, in fondo, la storia di un viaggio interiore mascherato da spostamento fisico — e la trasporta nelle viscere di una città notturna, caotica, meravigliosa ma anche indifferente. I tre protagonisti decidono di cercare la madre della bambina, e questa decisione apparentemente semplice si trasforma in una serie di incontri, coincidenze e piccoli miracoli laici che scombussolano ogni schema previsto.

Satoshi Kon era uno di quei rari autori che sapevano usare l’animazione non come un limite ma come una libertà. I tre protagonisti potrebbero facilmente scadere nel cliché — il barbone, la ribelle, la drag queen — e invece Kon li tratta con una dignità che non ha niente di paternalistico. Gin è un bugiardo e lo sa, ma i bugiardi spesso mentono perché la verità che portano dentro fa troppo male da mostrare agli altri. Miyuki è arrabbiata con il mondo intero, come lo si è a quell’età quando si ha tutto il diritto di esserlo, ma la sua rabbia nasconde un dolore, che il film – sapientemente… – aspetta prima di mostrarci. E Hana — forse il ritratto più straordinario dei tre — è uno di quei personaggi che riesci a vedere solo quando un autore ha deciso di non aver paura di niente: una donna intrappolata in un corpo che non sente suo, con un amore materno che non ha trovato dove posarsi, e che in quella neonata abbandonata vede qualcosa che va oltre la compassione.

Intorno a loro Tokyo di notte pulsa come un organismo vivo. Kon disegna la città con una precisione quasi ossessiva — i vicoli, i neon, i palazzi che scompaiono nella nebbia invernale, i rifugi improvvisati dove si sopravvive al freddo con dignità inventata — e questa attenzione al dettaglio non è decorativa ma narrativa. La città non è lo sfondo della storia: è il quarto personaggio, quello che contiene tutti gli altri, quello che allo stesso tempo esclude e permette, che isola e, in certe notti, miracolosamente avvicina.

Il film è pieno di coincidenze che in un’altra storia sembrerebbero inverosimili. Qui no. Qui funzionano, perché Kon ha avuto la saggezza di costruire intorno a esse un’atmosfera in cui il caso e il destino non si escludono ma si mescolano, come accade — a pensarci bene — anche nella vita vera. Quante volte una piccola deviazione di percorso ha cambiato tutto? Quante volte una persona incontrata per caso ha detto o fatto qualcosa che ha riaperto una porta che si credeva chiusa per sempre?

È un film sulla redenzione, certo. Ma non di quella redenzione comoda e preconfezionata che qualcuno offre e qualcun altro riceve. È una redenzione che si guadagna passo dopo passo, tra un dialogo e l’altro, tra una confessione strappata e un perdono che nessuno ha il coraggio di chiedere esplicitamente. Ognuno dei tre protagonisti ha un conto aperto con il proprio passato, e la neonata — con la sua assoluta impotenza, con il suo bisogno totale e indiscriminato — diventa lo specchio in cui ciascuno di loro finisce per riconoscersi.

Satoshi Kon ci ha lasciati nel 2010, a soli quarantasei anni. Troppo presto. Ma il cinema d’animazione giapponese, ancora oggi, ha in lui uno dei suoi maestri più originali, capace come pochi altri di portare sullo schermo disegnato la complessità e la contraddizione dell’esistenza adulta. “Tokyo Godfathers” è, in questo senso, il suo film più generoso: il meno oscuro, il più abbracciabile, quello in cui la speranza non è un’illusione ma una scelta consapevole, anche quando fa paura, anche quando non ci si crede del tutto.

Dedicato, come diceva lo stesso Kon, a tutti quelli che vivono ai margini. E anche a chi, comodamente sistemato al centro, ogni tanto ha il coraggio di guardarsi intorno.

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