
(Garzanti, 1965)
C’è un momento, nella letteratura americana degli anni Cinquanta, in cui il romanzo smette di guardarsi allo specchio e comincia a osservare le crepe nel vetro. Richard Powell, che di mestiere faceva il pubblicitario, lo fa con l’immortale “L’uomo di Filadelfia”, pubblicato nel 1958, e lo fa con quella precisione chirurgica che ti lascia addosso più domande che risposte.
La storia è quella di Anthony Judson Lawrence, avvocato di grido della Philadelphia aristocratica, un uomo che incarna tutto ciò che l’America dell’immediato secondo dopoguerra vuole credere di avere: successo, rispettabilità, controllo. Powell lo mette su un piedistallo e poi, pagina dopo pagina, gli sega le gambe. Non con violenza, non con clamore. Con la lentezza insopportabile della verità che emerge.
Perché Lawrence è un uomo che ha costruito la sua vita su fondamenta che non gli appartengono. A partire da tre generazioni prima, dalla sua bisnonna arrivata come sguattera dall’Irlanda nella Filadelfia della seconda metà dell’Ottocento, passando per sua nonna e sua madre. Ma lui è riuscito dove le sue antenate, anche perché donne, non hanno potuto. Lui frequenta i club giusti, difende i clienti giusti. Ma sotto la superficie patinata c’è il vuoto e soprattutto l’opportunismo. Opportunismo che Tony, suo malgrado e a suon di schiaffoni materiali e morali, ha imparato a seguire. E quando arriva il caso che metterà alla prova non solo le sue capacità professionali ma l’intera impalcatura della sua esistenza, Powell ci costringe a stare lì, a guardare.
Il romanzo funziona perché Powell non giudica. Non ti dice che Lawrence è un ipocrita o una vittima del sistema. Te lo mostra, semplicemente. E nel mostrarlo, ti fa capire quanto sia facile scivolare in quella stessa trappola. Quanto sia sottile il confine tra chi sei davvero e chi fingi di essere per così tanto tempo da dimenticare la differenza.
C’è una Filadelfia che emerge da queste pagine, ed è una città di ombre lunghe e salotti polverosi, dove i cognomi contano più dei meriti e dove il passato è una condanna travestita da privilegio. Powell la dipinge con l’affetto amarognolo di chi conosce bene quel mondo, ma non ne è più complice.
La scrittura è asciutta, senza fronzoli. Powell non perde tempo in descrizioni inutili o divagazioni psicologiche. Va dritto al punto, sempre. E il punto è scomodo: cosa resta di un uomo quando toglie la maschera e scopre che sotto non c’è quasi nulla?
“L’uomo di Filadelfia” è uno di quei romanzi che oggi leggiamo con una certa nostalgia, non per il mondo che descrive – quel mondo meritava di crollare – ma per la capacità di Powell di metterlo in scena senza sconti, senza la tentazione di offrire soluzioni facili o redenzioni immeritate.
È un libro che parla di un’epoca precisa, ma le domande che solleva sono ancora tremendamente attuali. Quanto di noi è autentico? Quanto siamo disposti a sacrificare per mantenere una facciata? E quando finalmente decidiamo di essere onesti, è troppo tardi?
Powell non risponde. Ti lascia lì, con Lawrence, a guardare le macerie. E forse è proprio questo il suo regalo più grande: non la consolazione, ma la lucidità. Quella lucidità feroce che è il primo passo per smettere di mentire, agli altri e a se stessi.
Un romanzo che merita di essere riscoperto, non come documento storico, ma come specchio. Uno specchio che continua a riflettere limpido e spietato, anche dopo quasi settant’anni.
Per la chicca: nel 1959 Vincent Sherman dirige “I segreti di Filadelfia”, ispirato a questo splendido romanzo, con protagonista il grande Paul Newman, e con la sceneggiatura firmata anche Dalton Trumbo, che però smussa le parti più taglienti della critica caustica di Powell.
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